27/04/2010

Un piano da 1,4 miliardi per la banda larga lombarda

Un piano da 1,4 miliardi per la banda larga lombarda

Fibra ottica - Confronto da Vodafone a Prysmian. I dubbi di Telecom. Consulto con i gestori, l’ipotesi dell’addio ai cavi di rame

 

MILANO — Procedono le prove di banda larga federalista al Nord. Nei piani alti del Pirellone lo staff del governatore fresco di rielezione, Roberto Formigoni, il consulente per il progetto di cablatura con la fibra ottica del territorio lombardo, Stefano Pileri, e gli esperti della società Between, hanno già tenuto, a porte chiuse, i primi due incontri: il primo con i manifatturieri del settore come Prismyan e Sirti e gli operatori alternativi, capitanati da Vodafone, Fastweb e Tiscali. Il secondo, a tu per tu, con i soli manager di Telecom Italia. Scelta tattica, certo. Che però sembra preconizzare la difficile convivenza da separati in casa che si prospetta nel primo tentativo di "società per la rete". Al centro degli incontri il corposo studio di 107 pagine preparato dal professore della Bocconi, Francesco Sacco, da Salvatore Lombardo di Invitalia e dagli ingegneri di Technovo, al quale ha lavorato anche l’ex responsabile rete per la Regione, Raffaele Tiscar. Dentro c’è già tutto: dai costi (da 1,09 a 1,429 miliardi nella sua versione evoluta), alle fee che dovranno pagare gli operatori fino al business plan che parla di una posizione finanziaria netta positiva dal 10˚ anno. L’Ente— come viene chiamata nel documento la società—avrà una dotazione di 300 milioni e sarà finanziata dalla FinLombarda per poi convergere verosimilmente verso un modello pubblico-privato. Insomma, l’annuncio fatto da Formigoni pochi giorni prima delle regionali del 28 marzo scorso, per posare 47 mila chilometri di vera banda larga da 20 megabit al secondo—in pratica un motore da Formula Uno per il web — non era solo una «sparata» elettorale.

Sul piano "Lombardia digitale", che sembra promettere di riuscire a livello federale dove fallì il consigliere dell’allora premier Romano Prodi, Angelo Rovati, si lavora a tamburo battente. Tra le persone chiamate a dare un giudizio informale ci sarebbe anche Francesco Caio. La molla politica del progetto è forte: l’orizzonte temporale fornito da Formigoni per la broadband ai cittadini lombardi, il 2015, ricorda troppo da vicino la data dell’Expo per essere casuale. Senza contare che il modello—a differenza di quello milanese di Fastweb che partì con Aem nel capitale — non prevede l’ingresso delle municipalizzate nell’equity della società, ma anzi la messa in concorrenza dei comuni per aggiudicarsi la cablatura da spendere poi come moneta elettorale con i propri concittadini. L’algoritmo del fare politica del territorio ha dunque digerito, almeno al Nord, l’accesso a Internet come tema prioritario.

Eppure, all’ombra dei due incontri, sono già emerse le prime frizioni che potrebbero rallentare il progetto: per come è stato presentato nella sua versione più «evoluta» è chiaro che in gioco c’è il rischio di estinzione del vecchio e consunto rame in mezza Lombardia. Un tema che gela il sangue nelle vene di Telecom Italia. Per adesso sembra che tutti, anche l’ex monopolista, si siano mostrati «interessati» al progetto. Ma la partita a scacchi è alle prime mosse.

Agli operatori non sarebbero stati chiesti finanziamenti «diretti» ma l’impegno a spostare massicciamente sulla nuova nervatura digitale la maggior parte dei servizi. Il punto fondamentale è che il modello annunciato è quello del fibre to the home, cioè del cavo che non si ferma all’edificio ma che proprio come il vecchio filo telefonico della scomparsa Sip dovrà raggiungere tutti i pianerottoli anche se il cliente non chiederà l’allaccio. L’unbundling fatto per la fibra ottica con la possibilità per ogni operatore di viaggiare fino al cliente finale, ultimo miglio compreso, veicolando a questo punto anche il traffico voce. Proprio questo scenario avanzato, però, rischia di mandare in soffitta in qualche anno il 50% del rame lombardo con l’erosione del potere di controllo della rete da parte di Telecom. Il pericolo è che dalla fibra germini un avatar della società della rete richiesta dall’Agcom. Il piano valuta anche una rete senza lo sviluppo verticale negli edifici ma sottolinea che questo restringerebbe l’accesso di tutti.

Le bocce sono ferme. Tra le questioni da risolvere c’è anche l’esclusione di Milano, che rimarrebbe un fortino Fastweb. Su tutti grava il dilemma di Lyddington, paesino inglese che si è tassato per avere la banda larga. Ma sul costo finale dell’accesso al Web veloce in Lombardia c’è già l’ipoteca dell’affitto della rete da parte degli operatori: fee di zona da 100 mila euro, una tantum più 14-16 euro di canone mensile base. Costi che si scaricheranno sulle connessioni.

Massimo Sideri


05/11/2009

Dolores e Lolita restano senza pelliccia Il mistero delle orse «calve» di Lipsia

Dolores e Lolita restano senza pelliccia Il mistero delle orse «calve» di Lipsia

 

Vivono allo zoo. La specie è originaria del Sud America ed è a rischio estinzione. Veterinari preoccupati per due femmine di orso con gli occhiali che si sono ritrovate la pelle glabra

Una delle orse «calve» dello zoo di Lipsia (Afp)

Sono rimaste completamente «calve» e gli esperti non sanno spiegarsene il motivo. Loro non sembrano preoccuparsene particolarmente, ma il fatto che non vi sia una motivazione precisa della loro improvvisa perdita di pelo rende la questione ancor più degna di attenzione. Loro sono due esemplari femmine di orso con gli occhiali, una specie particolarmente diffusa in Sud America, e vivono allo zoo di Lipsia.

CONSULTO MONDIALE - La loro immagine così diversa da come i visitatori del parco erano abituati a vederle ha ormai fatto il giro del mondo. Non sono stati registrati altri sintomi oltre alla caduta del pelo, che normalmente è lungo e ispido, e a fastidi da prurito. Dolores e Lolita, le due orse rimaste «spelacchiate» (hanno conservato qualche ciuffo nella zona del capo mentre per una terza, Bianca, la perdita di pelo è a una fase iniziale) sono state già visitate da diversi veterinari dello zoo e un appello è stato inviato ai giardini zoologici di tutto il mondo per capire se vi siano dei precedenti che possano dare indicazioni su come intervenire. La direzione dello zoo ha reso noto che lo stesso problema si sarebbe in effetti verificato in altri esemplari di orsi andini in diversi bioparchi, europei e non solo.

SPECIE A RISCHIO - Gli orsi dagli occhiali, conosciuti anche come orsi andini, sono una delle specie considerate a rischio di estinzione (classificata come «vulnerabile») secondo la lista dello Iucn, l'Unione internazionale per la conservazione della natura. Allo stato brado si stima che ne siano rimasti tra i 2.400 e i 20 mila esemplari, un range molto elevato dovuto alle difficoltà di conteggio, vista la timidezza di questi animali difficili da rintracciare e catalogare nei territori montuosi dove sono abituati a muoversi.

(Afp)

(Afp)

 

(Emmevi)

(Emmevi)

Foto emmevi