04/06/2010
Lettera minatoria con cinque proiettili ai coniugi Mastella
Lettera minatoria con cinque proiettili ai coniugi MastellaUna missiva di minacce, contenente alcune cartucce, è stata recapitata nella villa di Ceppaloni del leader dei Popolari Udeur. Il testo era firmato "Nuove brigate rosse". E da Facebook arriva il commento della signora Mastella
Non rilascia dichiarazioni lady Sandra in merito alla lettera minatoria, ricevuta in mattinata nell'abitazione di Ceppaloni e contenente cinque proiettili. L'unico commento sulla missiva, firmata Nuove Brigate Rosse, viene fatto dall'ex presidente della Regione Campania attraverso Facebook: "Cari amici, queste nuove minacce alla nostra famiglia devono far riflettere un po' tutti. Quando si alimenta un clima di odio, di contrapposizione dura, questi sono i risultati. Io comunque sono serena e ancor piu' determinata a continuare nel mio lavoro in rappresentanza della mia regione, del mio territorio, della gente che mi ha dato fiducia. Non mi faccio certo intimidire. Di sicuro non fa piacere ricevere proiettili, lettere minacciose, telefonate anonime... E' un'esperienza che non auguro a nessuno". Per la consorte dell'ex guardasigilli, rieletta in marzo nell'Udeur, "la cosa migliore da fare è opporre alla violenza di nemici tanto vigliacchi la forza delle idee, dei propri convincimenti".
Contenente anche minacce al presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, all'assessore al Lavoro, Severino Nappi nonché al sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, la lettera è stata ritirata dalla donna delle pulizie nella cassetta postale della villa. Secondo quanto s'è appreso, la missiva sarebbe stata scritta a mano. Essa fa seguito a una serie di minacce telefoniche, giunte, nell'ultimo mese, in casa del leader dei Popolari Udeur Clemente Mastella, il quale, in partenza da Bruxelles per l'Italia, non ha voluto commentare l'accaduto. Gli ambienti politici vicini al leader dell'Udeur esprimono preoccupazione anche per la minaccia rivolta a Severino Nappi. C'è chi ricorda l'uccisione nel 1982 da parte delle Brigate Rosse del democristiano Raffaele Delcogliano, anche lui assessore regionale al Lavoro.
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09/02/2010
Ciancimino cita Forza Italia Alfano: «Piano per colpirci»
Ciancimino cita Forza Italia Alfano: «Piano per colpirci»
La nuova deposizione in aula. dell'utri: «dietro di lui ci sono i pm di palermo». Il teste: «Il partito frutto della trattativa Stato-mafia». Il ministro: «Tentativo di delegittimare azione di governo»
| Massimo Ciancimino (Fotogramma) |
PALERMO - «Forza Italia non ha mai avuto collegamenti con la mafia». A parlare è il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Che replica così, a distanza, alla nuova deposizione di Massimo Ciancimino. Al processo Mori, il figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia ha chiamato in causa Forza Italia. «Mio padre mi spiegò che era il frutto della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia» ha detto Ciancimino jr. Pronta la replica del Guardasigilli. «È in atto un tentativo di delegittimazione dell'azione del governo Berlusconi sempre in prima linea nella lotta a Cosa Nostra» ha detto il ministro, premettendo di non voler esprimere un suo giudizio rispetto a quando dichiarato da un teste, nel corso di un processo, ma ricordando altresì di aver militato in Forza Italia sin dal '94, ricoprendo diversi incarichi in Sicilia. «Mai e poi mai abbiamo avuto la sensazione che la nostra storia, questa grande storia di partecipazione che ha emozionato milioni di persone in Sicilia e altrove, possa aver avuto collegamenti con la mafia» ha detto Alfano. «Il governo Berlusconi con le leggi antimafia ha fatto esattamente il contrario di ciò che prevede il papello», ha aggiunto.Dal momento che poi «la mafia non teme dibattiti e convegni ma teme la confisca dei beni e il carcere duro - ha specificato il ministro -, abbiamo fatto una guerra alla mafia con la normativa di contrasto più duro dai tempi di Falcone e Borsellino. Tanto è vero che il modello Italia è diventato esempio per i paesi del G8». «Non vorrei - ha dunque sottolineato Alfano - che vi fosse da più parti un tentativo di delegittimazione dell'azione di un governo che contrasta la mafia. La mafia non sempre sceglie la via dell'assassinio fisico, ma a volte quella delle delegittimazione».
TRATTATIVA MAFIA-STATO - Ciancimino jr. è tornato nell'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo per deporre al processo in cui l'ex comandante del Ros, Mario Mori, e l'ex colonnello Mauro Obinu sono imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra (per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, dopo le segnalazioni di un confidente). Il figlio dell'ex sindaco di Palermo, ha portato con sé vari documenti per consegnarli al pm, e anche un passaporto intestato a suo figlio dieci giorni dopo la nascita, e del quale aveva parlato nella precedenza udienza, sostenendo che il documento gli venne rilasciato grazie a «Franco», l'ancora non identificato agente dei servizi segreti che fin dagli anni '70 manteneva contatti con Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo. «Mio padre mi spiegò che Forza Italia era il frutto della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia» ha poi detto Ciancimino jr. spiegando in aula il significato di un «pizzino», depositato agli atti del processo, e che a suo dire sarebbe stato indirizzato da Provenzano a Berlusconi e Dell'Utri. Nel foglietto Provenzano avrebbe parlato di un presunto progetto intimidatorio ai danni del figlio del premier. «Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi (si allude all'intimidazione ndr). Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive». «Mio padre - ha spiegato il teste illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo».
LA LETTERA - In aula a Palermo poi Massimo Ciancimino, ha consegnato a sorpresa una lettera che sarebbe stata scritta dal padre e indirizzata per conoscenza a Silvio Berlusconi. Il documento, di cui i pm e la difesa non erano a conoscenza, è stato ammesso dai giudici. La lettera, che sarebbe stata redatta da Vito Ciancimino e indirizzata a Dell'Utri e per conoscenza a Silvio Berlusconi, è la rielaborazione di un «pizzino» scritto da Provenzano e già agli atti. Nella lettera c'è una parte che coincide con quella scritta dal boss e relativa a un tentativo di intimidazione al figlio di Berlusconi e alla necessità che il politico metta a disposizione alcune sue reti tv. Nella rielaborazione di Ciancimino, però, c'è una parte nuova in cui si legge: «Se passa molto tempo e ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto a uscire dal mio riserbo che dura da anni». Secondo il testimone, che riferisce quanto saputo dal padre, si trattava di una sorta di minaccia al premier. L'ex sindaco lo avvertiva che avrebbe potuto raccontare quanto sapeva sulla nascita di Forza Italia.
POLEMICHE - Le dichiarazioni di Ciancimino hanno sollevato, oltre alla ferma replica di Alfano, un vespaio di polemiche. Contro il teste del ptrocesso Mori si è scagliato in primis Marcello Dell'Utri. «Lo Stato non eravamo noi in ogni caso, a parte che non siamo lo Stato, ma non siamo mai stati in condizione di essere parte in questi discorsi», ha detto il senatore del Pdl. «Se Ciancimino vuol parlare di cose successe veramente, si vada a cercare dove sono successe e con chi». «Certamente», ha assicurato, «io non c'entro niente, e non parliamo ovviamente di Berlusconi, ma proprio niente di niente. Qui siamo alla pura invenzione che sfiora anzi sicuramente entra nel campo della pazzia» ha aggiunto annunciando che denuncerà per calunnia Ciancimino jr. «Sono tranquillo e sereno», dietro le dichiarazioni di Massimo Ciancimino «c'è un disegno criminoso», e dietro il disegno criminoso «c'è la procura di Palermo» ha poi aggiunto Dell'Utri a Sky tg24. Anche Nicolò Ghedini, parlamentare Pdl e difensore di fiducia del premier, come Dell'Utri, promette battaglia: «Ciancimino dovrà rispondere di fronte all'autorità giudiziaria anche di tali diffamatorie dichiarazioni» ha detto l'avvocato. A sostegno di Silvio Berlusconi anche Pier Ferdinando Casini. «Ritenere però che Forza Italia sia prodotto della mafia significa non solo offendere milioni di elettori, ma soprattutto falsificare profondamente la realtà. Non ha futuro un Paese in cui la politica si fa usando queste armi», ha detto il leader centrista. Di segno opposto le parole di Antonio Di Pietro: «L’Italia dei valori è un’alternativa di governo a quello piduista, fascista e a ciò che dice oggi Ciancimino, se fosse vero, paramafioso di Berlusconi» ha detto l'ex pm. L'eurodeputato dell'Italia dei Valori Pino Arlacchi, tra i creatori della Direzione Investigativa Antimafia e amico di Giovanni Falcone, invita però alla cautela il leader del suo partito. «Non credo a una parola di quanto detto da Ciancimino. E queste storie le abbiamo già viste e sentite. Sono parole che non giovano altri che a Berlusconi, si vuole sollevare un gran polverone e screditare così la figura dei pentiti in generale». Luigi de Magistris critico nei confronti Guardasigilli: «L’intervento del ministro Alfano - ha detto - lascia basiti. Sarebbe doveroso che la magistratura venisse messa nella condizione di svolgere il proprio lavoro in piena autonomia senza esser sottoposta alle continue ingerenze da parte di tutti, esecutivo compreso».
SEGRETO DI STATO - In aula Ciancimino jr. ha anche sostenuto che gli 007 lo invitarono a tacere, spiegando che, in più occasioni negli anni, il capitano dei carabinieri, braccio destro di Mori, Giuseppe De Donno, lo rassicurò che nessuno lo avrebbe sentito sulla vicenda relativa alla cattura di Riina sulla quale sarebbe stato anche apposto il segreto di Stato. Lo stesso De Donno «si oppose - secondo Ciancimino - a un incontro tra mio padre e Antonio Di Pietro», all'epoca ancora magistrato a Milano. Il figlio dell'ex sindaco di Palermo si è poi commosso in aula quanto il pm Di Matteo gli ha mostrato delle fotografie della casa al mare in cui ha trascorso la prima estate dopo la nascita del figlio Vito Andrea. Nelle foto, scattate l'anno scorso dalla Procura dopo l'indagine avviata sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra, si intravede anche la cassaforte al cui interno sarebbe stato nascosto il 'papello' con le richieste del boss Riina. Poi Ciancimino ha rivelato di essere oggetto di minacce: «La settimana scorsa sul parabrezza dell'auto blindata la mia scorta ha trovato una lettera minatoria in cui si diceva che nessuno, neppure i magistrati di Palermo con cui sto collaborando, sarebbero riusciti a salvarmi». Il teste ha anche detto che, nel maggio scorso, un agente dei Servizi, quando ormai la collaborazione era di dominio pubblico, gli aveva detto di «preoccuparsi dell'incolumità di suo figlio».
SARANNO SENTITI MARTELLI E FERRARO - Al termine della nuova deposizione di Ciancimino, che non si è sottoposto al controesame spiegando di essere stanco, il pm Nino Di Matteo, pubblica accusa al processo, ha chiesto l'esame dell'ex ministro della giustizia Claudio Martelli e dell'ex direttore degli affari penali del ministero Liliana Ferraro. L'ex politico e il magistrato dovranno riferire sui rapporti tra i carabinieri del Ros e l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Il tribunale ha accolto la richiesta.
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08/02/2010
Ciancimino: «Forza Italia è il frutto della trattativa tra Stato e mafia»
Ciancimino: «Forza Italia è il frutto della trattativa tra Stato e mafia»
La deposizione in aula: «Mio padre Vito avviò la trattativa con i Carabinieri e i boss». Dell'Utri: follia, «sono stato minacciato». Poi consegna una lettera del padre a Berlusconi
| Massimo Ciancimino (Fotogramma) |
PALERMO - Massimo Ciancimino è tornato nell'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo per deporre al processo in cui l'ex comandante del Ros, Mario Mori, e l'ex colonnello Mauro Obinu sono imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, dopo le segnalazioni di un confidente. Ciancimino ha portato con sé vari documenti per consegnarli al pm, e anche un passaporto intestato a suo figlio dieci giorni dopo la nascita, e del quale aveva parlato nella precedenza udienza sostenendo che il documento gli venne rilasciato grazie a «Franco», l'ancora non identificato agente dei servizi segreti che fin dagli anni '70 manteneva contatti con Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo.
TRATTATIVA MAFIA-STATO - Durante la sua deposizione, Ciancimino ha dichiarato che «Forza Italia è il frutto della trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92». A riferirglielo sarebbe stato il padre Vito Ciancimino, che secondo il figlio avrebbe avviato dopo il maggio del 1992 la trattativa con i carabinieri da un lato e i boss mafiosi dall'altro. L'argomento è stato affrontato dal teste nel corso della spiegazione di un pizzino, depositato agli atti del processo, e che a suo dire sarebbe stato indirizzato dal boss Bernardo Provenzano a Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Nel foglietto Provenzano avrebbe parlato di un presunto progetto intimidatorio ai danni del figlio di Berlusconi. «Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi (si allude all'intimidazione ndr). Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive». «Mio padre - ha spiegato il testimone illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo». Il testimone ha anche spiegato che la prima parte del pizzino, che lui custodiva, sarebbe sparita. Tra il 2001 e il 2002, ha aggiunto Ciancimino, Provenzano «ha riparlato con Marcello dell'Utri. Me lo disse mio padre». In quell'occasione, ha affermato, sarebbero state date «rassicurazioni» su provvedimenti a favore dei boss, come «l'aministia e l'indulto».
SEGRETO DI STATO - «Sul mio ruolo mi era stato garantito il segreto di Stato» ha poi affermato Ciancimino rispetto al suo ruolo sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia e le prime fughe di notizie. «Il capitano De Donno - ha continuato - mi rassicurò. E lo stesso fecero il signor Franco e mio padre. Mi dissero che non sarei mai stato chiamato in nessun processo, "né tu né tuo padre", mi dissero, "per trent’anni queste notizie non venivano fuori perché ci sarà il segreto di Stato"». La collaborazione di Ciancimino jr con i magistrati, prima della procura di Caltanissetta e poi di quella di Palermo, avvenne - ha ricordato lui stesso - dopo una intervista ad un noto settimanale nel gennaio del 2007. «Ci sono le telefonate, la lettera inviata a Berlusconi che è stata sequestrata in casa mia nel 2005. Come faccio, chiedevo? - ha detto Massimo Ciancimino -. Loro invece mi assicurano, nessuno ti contesterà l’uso della sim con la quale ci chiamavi, e nessuno ti chiederà della missiva a Berlusconi e Dell’Utri. Era nel 2006. A parlarmi fu un capitano dei carabinieri (sedicente, l'ha definito il pm Antonino Di Matteo), in borghese. Io ero agli arresti domiciliari. Due militari in divisa, in quell’occasione, attendevano in una altra stanza».
COMMOSSO - In aula a Palermo per Ciancimino jr c'è stato anche un momento di commozione. Quando il pm Antonino Di Matteo gli ha mostrato delle fotografie della casa al mare in cui ha trascorso la prima estate dopo la nascita del figlio Vito Andrea, il teste ha chiesto di fare una pausa. Nelle foto, scattate l'anno scorso dalla Procura dopo l'indagine avviata sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra, si intravede anche la cassaforte al cui interno sarebbe stato nascosto il 'papello' con le richieste del boss Riina.
MINACCE - Poi Ciancimino ha rivelato: «La settimana scorsa sul parabrezza dell'auto blindata la mia scorta ha trovato una lettera minatoria in cui si diceva che nessuno, neppure i magistrati di Palermo con cui sto collaborando, sarebbero riusciti a salvarmi». Il teste ha anche detto che, nel maggio scorso, un agente dei Servizi, quando ormai la collaborazione era di dominio pubblico, gli aveva detto di «preoccuparsi dell'incolumità di suo figlio».
LETTERA A BERLUSCONI - Ciancimino poi, a sorpresa, ha consegnato in aula una lettera scritta dal padre, l'ex sindaco mafioso di Palermo, indirizzata per conoscenza a Silvio Berlusconi. Il documento, di cui i pm e le difesa non avevano conoscenza , è stato ammesso dai giudici. La lettera, indirizzata a Dell'Utri, è la rielaborazione di un «pizzino» scritto da Bernardo Provenzano agli stessi destinatari e già agli atti del processo Mori. Nella lettera c'è una parte che coincide con quella scritta da Provenzano e relativa a un tentativo di intimidazione al figlio di Berlusconi e alla necessità che il politico metta a disposizione alcune sue reti tv. Nella rielaborazione di Ciancimino, però, c'è una parte nuova in cui si legge: «Se passa molto tempo e ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto a uscire dal mio riserbo che dura da anni». Secondo il testimone, che riferisce quanto saputo dal padre, si trattava di una sorta di minaccia al premier. L'ex sindaco - spiega - lo avvertiva che avrebbe potuto raccontare quanto sapeva sulla nascita di Forza Italia.
LA REPLICA DI DELL'UTRI - Marcello Dell'Utri ha immediatamente smentito le dichiarazioni rese questa mattina da Ciancimino. «Lo Stato non eravamo noi in ogni caso, a parte che non siamo lo Stato, ma non siamo mai stati in condizione di essere parte in questi discorsi», ha detto il senatore del Pdl intervistato dal Tg5, «se Ciancimino vuol parlare di cose successe veramente, si vada a cercare dove sono successe e con chi». «Certamente», ha assicurato, «io non c'entro niente, e non parliamo ovviamente di Berlusconi, ma proprio niente di niente. Qui siamo alla pura invenzione che sfiora anzi sicuramente entra nel campo della pazzia». «Si tratta di un folle totale o di un disegno criminoso volto a dire cose allucinanti come queste», ha spiegato, «sono delle falsità tali che mi hanno già portato alla decisione di denunciare per calunnia il personaggio in questione, cosa che gli avvocati faranno non appena avranno tutti gli atti di questo interrogatorio».
Redazione online
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04/01/2010
Veneto, falso allarme bomba in Regione: erano regali
Veneto, falso allarme bomba in Regione: erano regali
Attimi di paura a Palazzo Balbi, sede della Giunta regionale del Veneto, per quattro pacchi sospetti. Un'ala del palazzo è stata evacuata e sono intervenuti gli artificieri per controllare il contenuto. Poi la scoperta: erano regali per gli assessori

Paura per fortuna infondata quella vissuta stamane a Palazzo Balbi, sede della Giunta regionale del Veneto, per un allarme bomba risultato falso. Gli addetti alla sicurezza avevano intercettato quattro
pacchi che - all'esame dello scanner - risultavano contenere fili elettrici: tre grandi buste di plastica uguali e una scatola di cartone, consegnati tutti dallo stesso vettore. Un'ala del palazzo è stata evacuata e sono intervenuti gli artificieri per controllare il contenuto. Uno dei tre pacchi uguali è stato fatto brillare ed è risultato non contenere esplosivo. A quel punto sono stati aperti gli altri due pacchi uguali, che contenevano caricabatterie universali (multi charger) inviati dall'Enel, e quello nella scatola di cartone, che conteneva una lampada. Sul posto sono intervenuti polizia, vigili del fuoco, e idroambulanze. Le operazioni, coordinate dal dirigente del commissariato di San Marco, Mario Argenio, sono durate circa una mezz'ora, tra le 12 e le 12.30.
L'allarme pacchi bomba in Italia è salito il 16 dicembre, con due episodi rivendicati dagli anarchici della Fai (Federazione anarchica informale) all'università Bocconi di Milano ed al Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca d'Isonzo (Gorizia). C'è stato poi un falso allarme il 29 dicembre all'aeroporto di Malpensa, seguito da quello di oggi per i pacchi sospetti recapitati alla sede della Regione Veneto. E ad alzare la tensione ha contribuito anche l'ordigno fatto esplodere ieri davanti alla procura di Reggio Calabria. Così come la minaccia di al Qaida dopo il fallito attentato di Detroit.
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20/10/2009
Mori: «Non ci fu nessuna trattativa Stato-mafia»
Mori: «Non ci fu nessuna trattativa Stato-mafia»
Il processo a Palermo. Il prefetto ammette di aver incontrato più volte l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino
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| Mario Mori in divisa (Fotogramma) |
PALERMO - Non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato. Lo ha detto il prefetto Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, che ha reso dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale di Palermo nel processo in cui è imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra, assieme al colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995.
GLI INCONTRI - Mori ha spiegato di aver incontrato più volte l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, ma ha negato che vi sia stata una trattativa sul cosiddetto «papello», le richieste dei boss allo Stato, messe nero su bianco da Totò Riina. «Incontrai più volte Vito Ciancimino e cercai più volte contatti con la commissione Antimafia senza che avessi obbligo di farlo. Proprio gli incontri con Vito Ciancimino furono la prova che una trattativa con Cosa Nostra non ci fu», ha affermato Mori, e ha aggiunto: «Ogni trattativa del genere e questa in particolare che implicava una resa vergognosa dello stato a una banda di criminali assassini sarebbe stata impensabile». L'ex comandante del Ros ed ex capo del Sisde ha parlato a lungo davanti al Tribunale, per rivendicare la correttezza del suo operato.
VIOLANTE - Mori ha preso la parola dopo la deposizione dell'ex presidente della Camera ed ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, Luciano Violante, sentito dai giudici proprio sui contatti che ebbe all'epoca con Mori. L'allora alto ufficiale dei carabinieri aveva informato Violante dell'intenzione di Vito Ciancimino di avere un incontro con la commissione Antimafia. Circostanze che Violante ha sostanzialmente confermato. «Violante ricorda seppur lacunosamente, ma conferma quanto ho detto io. Il mio comportamento fu improntato alla massima trasparenza», ha affermato Mori. Dopo il primo incontro, durante il quale Mori gli disse della volontà di Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo, di avere un colloquio, «al secondo appuntamento - ha riferito Violante - il generale Mori (allora vicecomandante del Ros, ndr) mi portò il libro di Vito Ciancimino sulle mafie che io lessi, giudicandolo mediocre e che presi solo come una sorta di segno di disponibilità dell'ex sindaco». Infine, il terzo incontro in cui Violante ribadisce di non avere alcuna intenzione di sostenere colloqui riservati con l'ex sindaco di Palermo. «La chiave che detti alla richiesta di incontro - ha spiegato Violante - fu che visto il momento, era stato appena ucciso Lima, Ciancimino volesse parlare dei rapporti tra andreottiani e mafia o della vicenda relativa alla confisca dei suoi beni che pendeva in appello davanti all'autorità giudiziaria di Palermo». Violante ha poi riferito di avere chiesto a Mori se la procura del capoluogo siciliano fosse stata informata della richiesta di colloquio fatta da Ciancimino «e lui mi rispose di no, perché si trattava di affari politici». Il 29 ottobre, dopo i tre incontri con Mori, Violante informa l'ufficio di presidenza della commissione Antimafia che si sarebbe potuto ascoltare l'ex sindaco perchèé aveva ritrattato le condizioni che aveva posto all'ex presidente della commissione Chiaromonte di essere ripreso, durante l'audizione, dalle televisioni. «L'audizione - ha aggiunto Violante - non si fece perché Ciancimino venne arrestato».
GIOVANNI CIANCIMINO - Poi è stata la volta di Giovanni Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito. «Venti giorni dopo la morte di Falcone, che per me fu scioccante, andai a trovare mio padre. Mi disse "questa mattanza deve finire". Sono stato contattato da personaggi altolocati per parlare con l'altra sponda. Io sapevo a cosa si riferiva con l'espressione "l'altra sponda": si riferiva alla mafia, parola che davanti a me non pronunciava mai». Giovanni Ciancimino, fratello di Massimo, è un avvocato ed è stato anch'egli sentito dai giudici: «Io restai scioccato, basito e litigammo», ha aggiunto collocando l'episodio tra l'eccidio di Falcone e quello di Borsellino. «Dopo la strage di via d'Amelio - ha continuato - mio padre mi chiamò e mi propose di fare una passeggiata. In auto mi disse, "tu che sei avvocato, cosa è la revisione del processo". Io glielo spiegai. A quel punto aggiunse: "Allora si può fare la revisione del maxi processo!"». Ciancimino ha aggiunto che il padre durante il colloquio tirò fuori dalla tasca un pezzo di carta arrotolato. Secondo i magistrati si sarebbe trattato del cosiddetto papello con le richieste della mafia allo Stato. «Quando vidi mio padre in carcere, dopo il suo arresto a gennaio del '93, era depresso, non l'ho mai visto così. Mi disse: "mi hanno tradito, mi hanno venduto"», ha aggiunto Giovani Ciancimino non chiedendo però al padre a chi si riferisse. Il teste ha raccontato dei tre incontri in cui l'ex sindaco gli disse dei suoi contatti con personaggi «altolocati» che gli avevano proposto di fare da tramite con «l'altra sponda», riferendosi a Cosa Nostra. Anche in quel caso il figlio non chiese a chi si riferisse il padre, ma - ha detto - «non credo parlasse di Mori».
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16/10/2009
Il papello: cosa voleva la mafia per fermare le stragi
Il papello: cosa voleva la mafia per fermare le stragi
Il settimanale L'Espresso anticipa i contenuti del documento, consegnato dal figlio di Vito Ciancimino alla procura di Palermo, che contiene le dodici richieste dei boss allo Stato. Cauti i pm sulla veridicità del testo
Eccolo, dunque, il famigerato "papello", la lista della spesa, la contropartita che nel 1992 - fra le stragi di Capaci e via D'Amelio - la Cosa nostra di Totò Riina chiedeva allo Stato per concedere in cambio una tregua nella sanguinosa mattanza siciliana. E' un misero foglio di carta, alquanto sgualcito, dove in caratteri a stampatello sono stati stilati dodici punti di richieste. Un foglio che, al bar Caflish di Mondello, Massimo Ciancimino prese dalle mani del «messaggero», il medico mafioso Nino Cinà, per consegnarlo al padre.
Il settimanale L'Espresso ne anticipa il contenuto e mostra in esclusiva le foto del documento.
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