24/04/2010

Arizona, legge contro immigrati illegali «Arresti sulla base del semplice sospetto»

Arizona, legge contro immigrati illegali «Arresti sulla base del semplice sospetto»

La governatrice, Jan Brewer, firma il provvedimento. Obama contrario: «Violazione di libertà»

 

Alcuni manifestanti protestano contro la legge anti-immigrati illegali
Alcuni manifestanti protestano contro la legge anti-immigrati illegali

NEW YORK - La governatrice repubblicana dell'Arizona, Jan Brewer, ha firmato la conversione in legge di un controverso provvedimento contro l'immigrazione illegale negli Stati Uniti. La legge, duramente criticata dal presidente Barack Obama, autorizza le forze dell'ordine ad arrestare anche senza motivo persone sospettate di essere entrate illegalmente nel Paese. La governatrice, che non aveva mai espresso sostegno per la misura, ha firmato la legge in diretta televisiva, con il palazzo del governo a Phoenix assediato da cortei di protesta.

LA POLEMICA
- La Brewer ha detto che la legge «è nell'interesse dell'Arizona» e colma un vuoto di potere lasciato dal governo federale. La governatrice ha garantito che non ci saranno episodi di discriminazione razziale nell'attuazione del provvedimento. Ma è una promessa difficile da mantenere. Prima ancora della firma, Obama ha commentato la legge che secondo lui «viola la libertà individuale degli americani» e ha detto che i legali della Casa Bianca sono già al lavoro sulla questione. La legge porta il tema dell'immigrazione in primo piano in vista del voto politico del novembre prossimo (fonte: Apcom)


17/02/2010

Fiat, Scajola: «Non rinnoviamo gli incentivi, sostegno solo alla ricerca»

Fiat, Scajola: «Non rinnoviamo gli incentivi, sostegno solo alla ricerca»

 

Per il ministro sono a rischio circa 2000 posti di lavoro a termini imerese. «Il governo ha ritenuto che anche in Italia sia giunto il momento di tornare alla normalità del mercato dell'auto»

 

Claudio Scajola (Fotogramma)
Claudio Scajola (Fotogramma)

MILANO - «Il governo ha ritenuto che anche in Italia sia giunto il momento di tornare alla normalità del mercato dell'auto, non rinnovando gli incentivi e intensificando invece il sostegno alla ricerca e all'innovazione». Lo ha detto il ministro dello Sviluppo economico, Caludio Scajola nella informativa al Senato sulla questione di Termini Imerese.

2000 POSTI A RISCHIO - «Nello stabilimento di Termini Imerese sono impegnati 1.658 lavoratori. A questi se ne aggiungono altri 300 che operano nell'indotto. Si tratta quindi di 2.000 posti di lavoro in un territorio che offre scarse alternative di impiego. Per questa ragione, l'annuncio del nuovo Piano Fiat ha suscitato comprensibile preoccupazione tra i lavoratori e le loro famiglie, allarmate per il proprio futuro» ha aggiunto Scajola nella sua informativa nell'Aula del Senato. «La situazione specifica dello stabilimento siciliano - ha evidenziato Scajola - va inquadrata nella prospettiva più ampia del settore automobilistico, che nell'ultimo decennio ha subito profondi cambiamenti. Bastano pochi dati per comprendere quanto sia mutato lo scenario: in Europa il numero dei marchi automobilistici è diminuito dai 58 del 1964 agli attuali 22; il numero dei modelli in produzione, per contro, è aumentato da 72 a più di 200». Negli ultimi anni, ha sottolineato Scajola, «l'offerta di auto nel mondo è stata superiore alla capacità di assorbimento del mercato: le aziende hanno aumentato considerevolmente la propria capacità produttiva, anche attraverso la realizzazione di molti nuovi impianti produttivi». «Il governo - ha aggiunto Scajola - sta compiendo ogni sforzo per tutelare una realtà industriale di grande rilevanza economica e sociale per la Sicilia e per l'intero Mezzogiorno, assicurandole un futuro quando Fiat cesserà la produzione di auto nel 2012».

INVESTIMENTI FIAT - La Fiat ha detto ancora Scajola: «Ha confermato la centralità dell'Italia e ha annunciato che destinerà al nostro Paese due terzi degli 8 miliardi di investimenti previsti nel prossimo biennio». L'azienda torinese ha anche «annunciato che gli stabilimenti auto di Mirafiori, Cassino, Melfi e Pomigliano d'Arco non subiranno riduzioni di capacità produttiva».

LE SCELTE DEL GOVERNO - Il «governo è determinato a garantire la vocazione industriale dell'aerea, privilegiando i progetti del settore automotive» ha detto ancora il ministro dello Sviluppo economico, ricordando che «altre iniziative, nel settore terziario, multimediale, turistico, agroindustriale, e logistico potranno concorrere a supportare i processi di sviluppo dell'area , integrando non sostituendo l'utilizzo produttivo del sito».

Redazione online


28/11/2009

Sudafricani bianchi al manager italiano: «Razzista alla rovescia»

Sudafricani bianchi al manager italiano: «Razzista alla rovescia»

 

Il caso Nel mirino l’ad di Vodafone Vittorio Colao. L’azienda ha ceduto azioni solo a neri

 

I manifesti che criticano Vittorio Colao
I manifesti che criticano Vittorio Colao

MILANO — Il manifesto è più che eloquente: una fotografia in primo piano di Vittorio Colao, circondata dalla frase «Ricercato per razzismo». Così, dalla scorsa settimana l’amministratore dele­gato del gruppo Vodafone si trova al centro di un’offensiva che, per certi aspetti, sta facendo riemerge­re in Sudafrica la vecchie ferite la­sciate dall’apartheid. Il paradosso è che a lanciare la campagna «Boi­cottate Vodafone!» è John Kerlen, esponente di quel South Africa’s Cape Independence Party che è espressione di un piccolo grup­po di irriducibili afrikaaner di estrema destra. Gli è bastato dif­fondere via internet un’email con le accuse a Colao per inne­scare un dibattito che ogni giorno vede aggiungersi deci­ne di blog, di messaggi, di di­chiarazioni che viaggiano su Facebook e altri siti di social networking.

Nel mirino di Kerlen c’è la decisione di Vodacom, la società al 65% di Vodafo­ne che è il primo operatore mobi­le in Sudafrica e ha attività anche in Tanzania, Lesotho, Congo, Mo­zambico, di destinare il 3,44% di proprie azioni alla comunità di co­lore. Una sorta di sistema di quo­te che porterà la «black communi­ty » sudafricana ad aumentare la partecipazione in Vodacom dal­l’ 1,9% che aveva nel 2007 al 6,97% previsto entro la fine di quest’an­no. Una scelta inaccettabile per il Cape Independence Party. «La no­stra costituzione vieta ogni forma di discriminazione per razza, fede religiosa, abitudini sessuali - scri­ve Kerlen - . E in questo senso la decisione di Vodacom appare as­solutamente discriminatoria » .

Dal quartier generale di New­bury, vicino a Londra, Colao prefe­risce non commentare. Ma i suoi collaboratori spiegano che la so­cietà africana di Vodafone non ha fatto altro che applicare le norme previste dalla Bee (Black Econo­mic Empowerment), la legge vara­ta nel 1994, all’indomani della fi­ne del regime di apartheid, secon­do cui per poter operare in Suda­frica le aziende devono agevolare la partecipazione della comunità di colore alle attività economiche. «Niente vieta comunque ai bian­chi di acquistare le nostre azioni direttamente sul mercato», sotto­lineano in casa Vodafone. La stes­sa tesi, del resto, sembra condivi­sa dalla maggioranza dei sudafri­cani che stanno rispondendo via internet ai messaggi di Kerlen. Un esempio su tutti: «Contestare la scelta di Vodafone significa torna­re alle contrapposizioni razziali che ci siamo lasciati alle spalle tan­to tempo fa», scrive Victor MacK­lenin, che si definisce «un uomo d’affari di Cape Town».

In realtà, la nuova offensiva della destra afrikaaner appare nient’altro che il seguito di una campagna innescata l’anno scor­so contro un’altra decisione di Vo­dafone, ritenuta particolarmente grave dal Cape Party. All’inizio del 2008 Vodacom ha infatti attribui­to consistenti quote di capitale a Yebu Yetho e a Royal Bafokeng, due particolari «fondi sovrani» che rappresentano gli interessi di alcune minoranze etniche della «black community» sudafricana, e che investono i proventi di di­verse attività economiche (innan­zitutto quella mineraria) per desti­narne poi i guadagni alle rispetti­ve comunità.

Giancarlo Radice


26/10/2009

Donna nata uomo si sposa in Chiesa

Donna nata uomo si sposa in Chiesa

 

FIRENZE. Le nozze celebrate da don Santoro, malgrado il parere contrario del vescovo: l'atto verrà annullato

 

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Sandra in abito grigio perla bacia il suo Fortunato
Sandra in abito grigio perla bacia il suo Fortunato

FIRENZE - Alla fine le nozze della donna nata uomo sono state celebrate, in Chiesa, e officiata da don Alessandro Santoro, 44 anni, parroco della Comunità delle Piagge. Sandra Alvino, nata «donna per sbaglio in un corpo di uomo», come dice lei, 64 anni fa, ha coronato il suo sogno. Anche se l'atto - al quale il vescovo fiorentino, monsignor Giuseppe Betori, si era opposto - è destinato a essere annullato.

Sandra è donna per la legge italiana dal 1982 (pochi anni prima si era sottoposta a un'operazione a Londra per il cambio di sesso). La Alvino e Fortunato Talotta, 58 anni, sono sposati civilmente da 26 anni. Lei, che si dichiara «cattolica praticante», da qualche anno ha iniziato una battaglia per vedere riconosciuta la propria unione anche dalla Chiesa. Gli sposi sono arrivati pochi minuti prima delle 11 davanti al prefabbricato della Comunità delle Piagge, dove ogni domenica don Santoro celebra la messa e dove, durante la settimana, vengono svolte le diverse attività della comunità. Tailleur grigio perla per lei, ravvivato da un foulard maculato, e stessa fantasia per le scarpe e per gli occhiali; abito blu scuro per lui. La cerimonia è stata celebrata lontano da telecamere e fotografi, per disposizione del parroco. Don Santoro era emozionato, anche se ha ricordato agli sposini che l'atto «comunque sarà annullato dalla Chiesa». Ma è anche un atto, ha detto, che «non cambia la realtà: voi siete una coppia di credenti che vive nella chiesa il suo essere coppia e questo il Dio della Vita benedice e accarezza».