01/04/2012
Imu, allarme dei Caf: «Prorogate il termine»
Imu, allarme dei Caf: «Prorogate il termine»Fisco. Dai Centri di assistenza fiscale «crescente preoccupazione» e «grande disagio» per l'assenza di indicazioni sull'imposta
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06/03/2012
Pil in calo. E la cassa integrazione vola
Pil in calo. E la cassa integrazione volaA febbraio il ricorso alla cig cresce di quasi il 50% rispetto al mese precedente. Nell'ultimo trimestre 2011 economia in frenata in Ue dello 0,3%. In Italia calo più sensibile: -0,7%
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30/12/2011
In arrivo 900 milioni di rimborsi per un milione di contribuenti. Rincari, nel 2012 stangata da 2mila euro a famiglia
In arrivo 900 milioni di rimborsi per un milione di contribuenti. Rincari, nel 2012 stangata da 2mila euro a famigliaFISCO- L'Agenzia delle entrate: «Nel 2011 +60% dei soggetti rimborsati rispetto al 2010. Agli ultrasettantacinquenni oltre 4 milioni di euro per il pagamento di quasi 40 mila rimborsi del canone Rai
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21/12/2011
Stipendi pubblici da nababbo dall'Anas al casinò comunale
Stipendi pubblici da nababbo dall'Anas al casinò comunaleI compensi dorati pagati dai contribuenti: l'amministratore unico dell'ente stradale incassa 500mila euro l'anno, il direttore dei tavoli di campione ne prende 420mila
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30/04/2010
Istat, la disoccupazione sale all'8,8% In un anno persi 367mila posti di lavoro. Istat, sale l'inflazione ad aprile: +1,5%
Istat, la disoccupazione sale all'8,8% In un anno persi 367mila posti di lavoro. Istat, sale l'inflazione ad aprile: +1,5%Penalizzati soprattutto i giovani e le donne. Il dato di marzo è il peggiore dal 2002. In un mese ci sono stati 58 mila disoccupati in più, inoltre a marzo l'indice dei prezzi al consumo era cresciuto dell'1,4%. Si tratta del maggior incremento tendenziale da febbraio 2009. Pesa l'incremento del prezzo dei carburanti
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| Continua a salire l'inflazione (Ansa) |
MILANO - Tornano a salire i prezzi al consumo. L'inflazione ad aprile è salita al +1,5% annuo dal +1,4% registrato a marzo. Si tratta del maggior incremento tendenziale da febbraio 2009. Lo comunica l'Istat nella stima preliminare, precisando che su base mensile i prezzi al consumo sono cresciuti dello 0,4%.
PESA L'ENERGIA - L'aumento dei prezzi registrato ad aprile, spiega l'Istat, risente in particolare della corsa dei beni e prodotti energetici. Il comparto energetico, infatti, ha registrato un aumento dei prezzi dell'1,5% su base mensile e del 4,9% su base annua (in forte accelerazione dal 2,5% registrato a marzo). Corrono in particolare i prezzi del comparto non regolamentato (sostanzialmente i carburanti), che ad aprile sono cresciuti del 2,1% congiunturale e del 15% tendenziale. La benzina verde registra un incremento del 2,7% rispetto a marzo e del 16,7% rispetto ad aprile 2009. Andamento simile per il gasolio, cresciuto del 2,2% congiunturale e del 15,9% tendenziale.
INFLAZIONE ACQUISITA - Il tasso d'inflazione acquisito per il 2010, ovvero quello che si registrerebbe a fine anno nell'ipotesi che l'indice mantenga i livelli registrati ad aprile, si attesta a +1,2%, spiega ancora l'Istat. Su base annua - aggiunge l'Istituto di Statistica - l'inflazione, al netto della componente energetica, è aumentata dell'1,3%.
ROMA - È il dato peggiore dal 2002: a marzo il tasso di disoccupazione nel nostro Paese è salito all'8,8%. Il numero delle persone in cerca di lavoro risulta pari a 2 milioni 194 mila unità, in crescita del 2,7% (+58 mila unità) rispetto al mese precedente e del 12% (+236 mila unità) rispetto a marzo 2009. Lo comunica l'Istat nella sua stima mensile. In particolare, a crescere è il numero di donne disoccupate: la componente femminile di persone in cerca di occupazione a marzo è infatti aumentata del 4,8% su base mensile contro un incremento dello 0,9% per quella maschile
OCCUPAZIONE - In un anno, inoltre, gli occupati sono calati di 367 mila unità. Il numero complessivo di persone con un posto di lavoro è sceso a 22 milioni e 753 mila unità, in calo dello 0,2 per cento rispetto a febbraio e inferiore dell'1,6 per cento rispetto a marzo 2009. Il tasso di occupazione è pari al 56,7%.
GIOVANI PENALIZZATI - I giovani restano ancora «fortemente penalizzati» nel mercato del lavoro italiano con un tasso di disoccupazione oltre tre volte superiore rispetto a quello complessivo. A marzo il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) si attesta a quota 27,7%, registrando per la prima volta un calo congiunturale (-0,4 punti percentuali su mese) ma in aumento di 2,9 punti percentuali rispetto a marzo 2009. I tecnici dell’Istituto sottolineano che il tasso italiano è decisamente superiore quello relativo alla Ue-27 (20,6%).
Redazione online
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12/04/2010
Una licenza in Italia? Servono 257 giorni
Una licenza in Italia? Servono 257 giorniLa Confartigianato e i permessi per gli edifici industriali. L'Italia dei ritardi costa 1,8 miliardi di danni l'anno: siamo al posto numero 143 sulla classifica di 181 nazioni
ROMA - Sportelli unici, pratiche in ventiquattr'ore... Sogno e promessa di tanti governi. Perché l’Italia è il Paese in cui per poter costruire un magazzino o un piccolo capannone industriale sono necessari in media 257 giorni a causa di procedure fra le più lunghe e complicate del mondo occidentale che collocano l’Italia al 143° posto su 181 Paesi. Negli Stati Uniti, per esempio, le autorizzazioni per tirare su un magazzino si ottengono mediamente in 40 giorni. I ritardi costano in termini di mancato fatturato 1 miliardo 811 milioni di euro l’anno. «Quando torneremo al governo dovremo fare una guerra contro la burocrazia» aveva annunciato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi pochi giorni prima delle vittoriose elezioni politiche del 2008. Dichiarazione bellica ribadita dal premier a ridosso delle regionali di due settimane fa. Con queste parole: «La sburocratizzazione è uno degli impegni presi da tutti i candidati del centrodestra alle regionali. Uno degli obiettivi è consentire a un cittadino che voglia fare imprenditoria di mettere su la sua impresa in 24 ore».
Promesse non diverse da quelle del precedente governo di centrosinistra. Basta ricordare cosa disse Romano Prodi nella conferenza stampa del 28 dicembre 2006, quando indicò fra gli obiettivi del suo esecutivo quello di consentire la possibilità di «aprire un’impresa in un giorno semplificando le procedure burocratiche». Un’impresa in un giorno, «con un solo adempimento da fare in un solo ufficio», aveva rilanciato due anni fa il candidato premier del Pd Walter Veltroni. Sportelli unici, pratiche in ventiquattr’ore... Peccato che quella «guerra di liberazione delle imprese», che il Cavaliere aveva auspicato fin dalla sua «discesa in campo», nel ’94, l’Italia non l’abbia mai dichiarata davvero. Siamo infatti nel Paese dove le imprese per il pagamento di una fattura della pubblica amministrazione arrivano ad aspettare anche 600 giorni e dove per poter costruire un magazzino o un piccolo capannone industriale sono necessari in media 257 giorni a causa di procedure fra le più lunghe e complicate del mondo occidentale. Quest’ultima stima è della Confartigianato, che ha elaborato dati di Doing business 2010, la classifica della libertà economica che viene stilata ogni anno dalle strutture della Banca mondiale.
I 257 giorni necessari per ottenere tutti i permessi burocratici collocano l’Italia al poco invidiabile 143° posto su 181 Paesi, dietro tutti i nostri principali concorrenti. Alcuni paragoni sono decisamente avvilenti. Per esempio con gli Stati Uniti, dove le autorizzazioni per tirare su un magazzino si ottengono mediamente in quaranta giorni, anziché in otto mesi e mezzo come da noi. E tutto questo nonostante il numero dei passaggi burocratici sia superiore: 19 negli Usa contro 14 in Italia. Ma anche con il Regno Unito, dove bastano 95 giorni, oppure la Germania, trentesima nella classifica di Doing business 2010 con 100 giorni, o la Francia: 137 giorni. Ad avere tutti i via libera per costruire un magazzino si fa prima anche in Spagna, dove pure la burocrazia non è rapidissima (233 giorni). La differenza rispetto alla media dell’Ocse è di ben 100 giorni: 257 in Italia, 157 per i Paesi considerati più sviluppati. Ritardo, quello italiano, niente affatto gratis: ancora secondo la Confartigianato il costo che le imprese sopportano in termini di mancato fatturato raggiunge 1 miliardo 811 milioni di euro l’anno.
Per ciascuna nuova costruzione, ha calcolato l’organizzazione degli artigiani, la perdita è di 184.325 euro. In termini di occupazione, è come se ogni anno non venissero impiegate 10.420 persone. Chi ci rimette di più è il Nord, dove i ritardi dei tempi di costruzione imputabili alla burocrazia incidono per 880 milioni, contro i 284,6 del Centro e i 646,4 milioni del Sud. La Lombardia è la regione maggiormente danneggiata, con una perdita di 275 milioni l’anno, seguita dal Veneto, con 157 milioni, dall’Emilia-Romagna e dal Piemonte con 150, dalla Campania con 149 e dalla Sicilia con 140. C’è poi la Puglia, con 116 milioni, la Toscana (94) e il Lazio (93). Perfino il piccolissimo Molise, con i suoi 320 mila abitanti, perderebbe quasi 19 milioni di euro l’anno. Ma questo soltanto per la costruzione di un piccolo capannone o di un magazzino. Perché il costo complessivo della burocrazia per le nostre imprese è molto maggiore. La stessa Confartigianato lo ha quantificato in 15 miliardi di euro l’anno. Ovvero, poco meno di un punto di Pil.
Secondo un recente studio dell’organizzazione un sistema burocratico in linea con la media europea consentirebbe di aumentare la produttività del 6%. E scusate se è poco: negli ultimi 10 anni, secondo Eurostat, la produttività in Italia è cresciuta di appena l’1%. Dice sempre la Confartigianato che per aprire un’officina meccanica sono necessarie 76 pratiche burocratiche, mentre per un’impresa edile ne servono 73, per un ristorante 71, per una lavanderia 68, per un negozio di alimentari 58. Per non parlare dei costi. Sempre un rapporto di Doing business quantificava qualche anno fa in 5.012 euro la somma occorrente per avviare in Italia una qualunque attività economica, oltre a una trafila di 62 giorni di pratiche burocratiche. Negli Usa, invece, bastano 167 euro e tutto si esaurisce in quattro giorni. Come nel Regno Unito, dove però tutto costa un tantino di più: 381 euro, tredici volte meno che in Italia. Dove ancora stiamo aspettando il miracolo dell’impresa in un giorno.
Sergio Rizzo
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08/04/2010
Istat: i redditi delle famiglie mai così male dagli anni '90
Istat: i redditi delle famiglie mai così male dagli anni '90Il dato peggiore da quando sono a disposizione le serie storiche. Il calo nel 2009, in valori correnti, è stato del 2,8% rispetto all'anno precedente
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Cala ancora il reddito disponibile della famiglie italiane. Nell'ultimo trimestre del 2009, in valori correnti, è diminuito del 2,8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008, mentre la spesa delle famiglie si è ridotta dell'1,9 per cento. Lo comunica l'Istat, spiegando che si tratta della riduzione più significativa a partire dagli anni '90, da quando sono a disposizione le serie storiche. Inoltre, il potere di acquisto delle famiglie (cioè il reddito disponibile delle famiglie in termini reali) è diminuito dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente e del 2,6 per cento rispetto a quello corrispondente del 2008. PROFITTI - Scende anche la quota di profitto delle società non finanziarie: nel 2009 - sempre secondo i dati resi noti dall'Istat - il calo è stato dell'1,8% rispetto al 2008. Anche in questo caso si tratta del livello più basso a partire dagli anni '90. Il calo deriva da una diminuzione del risultato lordo di gestione del 9,5% e da un calo del valore aggiunto del 5,4%.
Redazione online
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31/03/2010
Contribuenti: metà dichiara meno di 15 mila euro, solo l'1% oltre 100 mila
Contribuenti: metà dichiara meno di 15 mila euro, solo l'1% oltre 100 mila
Dati si riferiscono ai redditi relativi al 2008. Pensionati: meno di 14 mila euro. Il reddito medio degli italiani è di 18.873 euro: 800 euro in più per i dipendenti, 38.900 per i lavoratori autonomi
ROMA - Circa la metà dei contribuenti italiani dichiara un reddito minore di 15 mila euro all'anno e i due terzi non superano i 20 mila euro. Mentre 418 mila persone (meno dell'uno per cento della popolazione italiana) hanno dichiarato un reddito superiore a 100 mila euro, ma solo coloro che versano il 18% del totale dell'imposta. Il 52% del totale dell’imposta è pagato invece dal 13% dei contribuenti con redditi oltre i 35 mila euro. I dati, anticipati qualche settimana fa dal Corriere della Sera, risultano dalle dichiarazioni fiscali presentate nel 2009 e relative al 2008 diffuse dal dipartimento delle finanze del ministero del Tesoro.
REDDITI - In base all'analisi «il reddito complessivo medio si attesta a un valore di 18.873 euro per un'imposta netta media di 4.700 euro», dice la nota del ministero. «Il reddito medio da lavoro dipendente è pari a 19.640 euro (+1,9% rispetto all'anno precedente), quello da pensione a 13.940 euro (+3,7%), quello da partecipazione a 17.350 euro (-2,4%). I redditi d'impresa e da lavoro autonomo si attestano rispettivamente a 18.140 euro e a 38.890 euro», specifica il Tesoro. Su base regionale, la Lombardia conferma il primato per il reddito complessivo medio (pari a 22.540 euro). All'estremo opposto si trova la Calabria con 13.470 euro. La quota complessiva di redditi da lavoro dipendente e pensione ha raggiunto l'80,3% del totale. Seguono i redditi da partecipazione (5,0% del totale), d'impresa (4,2%) e da lavoro autonomo (4%). «L'aumento della quota dei redditi da lavoro dipendente e pensione deriva anche dall'introduzione del regime dei contribuenti minimi, i cui redditi vengono così esclusi dal computo dell'Irpef», spiega il Tesoro. I circa 506 mila contribuenti minimi hanno dichiarato un reddito medio di 8.840 euro per un'imposta sostitutiva netta media di 1.770 euro. Le società di capitali, pur rappresentando solo un quinto dei contribuenti, dichiarano l'83% del volume d'affari e il 74% dell'imposta.
IVA - L'introduzione del regime dei contribuenti minimi ha comportato un calo del numero delle dichiarazioni Iva in raffronto al 2007 (-7,7%, pari a 5,259 milioni): di queste, il 60,7% proviene da persone fisiche, il resto da società ed enti. Tuttavia, il volume d'affari totale mostra un leggero aumento +0,6% (3.390 miliardi euro;), mentre l'Iva di competenza cala dell'1,5% (78,675 miliardi di euro). Fortissima risulta la concentrazione dell'Iva: poco più dell'1% dei contribuenti dichiara il 70% del volume d'affari e il 64% dell'imposta. L'analisi settoriale denota il primato del settore del commercio per numero di contribuenti (25%) e imposta dichiarata (34,8%), mentre il settore manifatturiero primeggia per volume d'affari (30,4%). Nelle regioni settentrionali risiede circa la metà dei contribuenti, che dichiara circa il 62% del volume d'affari e dell'Iva di competenza.
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31/01/2010
Tasse, sopra i 150 mila euro quasi tutti dipendenti e pensionati
Tasse, sopra i 150 mila euro quasi tutti dipendenti e pensionati
Gli ultimi dati delle Entrate. I professionisti con il reddito medio più elevato. Il grosso di artigiani e commercianti guadagna circa 18mila euro.
ROMA - Già quelli che dichiarano al Fisco redditi elevati sono pochi, ma poi sono quasi tutti lavoratori dipendenti o pensionati. Basti dire che su appena 149 mila contribuenti che nel 2009 hanno denunciato redditi superiori a 150 mila euro, ben 129 mila hanno la ritenuta alla fonte, cioè redditi da lavoro dipendente o da pensione. Il dato si ricava dalle elaborazioni dell’Agenzia delle entrate, guidata da Attilio Befera, sulle denunce delle persone fisiche (anno d’imposta 2008) scomposte per categoria. Sono infatti 90.316 i lavoratori dipendenti che hanno dichiarato al Fisco più di 150 mila euro. Ai quali devono sommarsi 38.962 pensionati «ricchi», per un totale di 129.278. Insomma, agli occhi del Fisco i cittadini che guadagnano bene continuano ad ess e r e una rarità: 149.323 per la precisione, cioè lo 0,3% del totale (circa 41,7 milioni di contribuenti), ovvero 3 contribuenti su mille. E sono nell’86% dei casi dipendenti o pensionati, soggetti cioè che hanno meno possibilità di evadere. Gli altri 20.045 sono o lavoratori autonomi o contribuenti che hanno solo redditi da terreni e fabbricati o partecipazione e rappresentano appena lo 0,04% di tutti i contribuenti. Le nuove tabelle dell’Agenzia delle entrate consentono però anche di fare alcune considerazioni su come la crisi ha colpito le diverse categorie e segnalano, un po’ a sorpresa, che l’incremento maggiore del reddito medio dichiarato si ha tra i professionisti, che hanno aumentato del 3,3% l’imponibile medio rispetto a un anno prima. In sofferenza, invece, artigiani e commercianti.
I redditi dei dipendenti e dei pensionati
I contribuenti che hanno denunciato redditi da lavoro dipendente per l’anno d’imposta 2008 sono stati poco più di 21 milioni. Il reddito medio dichiarato è stato di 21.660 euro (1.805 euro al mese), l’1,12% in più rispetto al 2007. Ciò significa che operai e impiegati hanno subito una secca perdita del potere d’acquisto, visto che nel 2008 l’inflazione è stata del 3,3%. L’incremento delle retribuzioni, insomma, non ha tenuto il passo con quello dei prezzi. Meno colpiti i 15 milioni di pensionati, i cui redditi, in media pari a 17.070 euro (1.422 euro al mese), sono cresciuti del 2,15%, comunque meno del costo della vita. Dalla scomposizione per fasce di reddito si vede che il grosso dei lavoratori dipendenti si concentra tra 10 mila e 50mila euro, ma ci sono circa 5,2 milioni di contribuenti sotto i 10 mila euro. Passando ai pensionati, anche qui il gruppo maggiore, con 9milioni di persone, si trova tra 10 mila e 50mila euro, ma quelle che stanno sotto 10 mila euro sono ben 5,7 milioni. In conclusione, circa 11 milioni di contribuenti con redditi da lavoro dipendente o da pensione denuncia meno di 833 euro al mese, anche se va detto che una parte di questi probabilmente dichiara anche redditi di natura diversa (autonomo, immobiliare, eccetera).
I lavoratori autonomi
Le tabelle dell’Agenzia consentono di fotografare la realtà del lavoro autonomo distinguendo i diversi regimi di contabilità ed evitando quindi di mettere in un unico calderone situazioni molto diverse tra loro, di confondere per esempio la piccola bottega di paese con il professionista affermato. Il gruppo principale è rappresentato dai contribuenti con reddito d’impresa in contabilità semplificata, in gran parte artigiani e commercianti. Si tratta di un milione e mezzo di dichiarazioni, per un reddito medio di 17.977 euro (1.498 euro al mese), appena sopra quello dei pensionati, e solo lo 0,65% in più di quanto dichiarato per il 2007. Entrando ancora di più nel dettaglio, si va dai 9 mila euro denunciati dai lavoratori impegnati nell’agricoltura o nella pesca ai 26 mila di chi ha attività finanziarie e assicurative, passando per i 13.907 euro di alberghi e ristoranti, i 18.301 di commercianti e meccanici, i 18.611 di noleggiatori e agenti di viaggio, i 19.320 degli agenti immobiliari. Ma ci sono anche 217 mila contribuenti autonomi in regime di contabilità ordinaria, quindi con un volume d’affari maggiore, che hanno dichiarato in media per il 2008 33.149 euro (2.762 euro al mese), qui addirittura con un calo dell’1% rispetto a quanto denunciato l’anno prima, con una punta negativa nelle attività finanziarie e assicurative, dove il reddito medio scende dagli 85.000 euro del 2007 a 78.500. Male anche le attività immobiliari (in media quasi 2mila euro in meno) e quelle del commercio. Andamenti che probabilmente hanno risentito della recessione, partita proprio nel 2008, con un calo del prodotto interno lordo dell’1%.
I professionisti
I circa 700 mila contribuenti con redditi da lavoro autonomo, in buona parte identificabili con i professionisti, hanno invece dichiarato mediamente 44.266 euro (3.688 euro al mese), con un incremento del 3,3% rispetto all’anno prima. In particolare, i 437 mila contribuenti con attività professionali, scientifiche e tecniche hanno denunciato per il 2008 43.457 euro contro i 42.675 euro del 2007. In forte miglioramento anche i contribuenti del mondo dello sport e dello spettacolo, che passano da circa 40 mila a 42.500 euro. Qui potrebbe aver pesato una maggior propensione a pagare le tasse che, osservano i tecnici dell’Agenzia, si è riscontrata nei consistenti aumenti delle dichiarazioni medie in particolare al Sud, dove comunque si partiva e si è ancora su livelli bassi.
I «contribuenti minimi»
Per completare la panoramica sui lavoratori autonomi vanno infine aggiunte circa 500 mila persone che hanno scelto il regime introdotto dalla Finanziaria 2008 per i cosiddetti «contribuenti minimi». Sono quelli che hanno redditi così ridotti (fino a 30 mila euro di ricavi lordi) che pagano le imposte a forfait con un’aliquota del 20% sui guadagni (ricavi meno costi) in alternativa a Irpef, Irap e Iva.
Enrico Marro
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27/09/2009
Rai/ Campagna del Giornale e Libero per disdire il canone
Rai/ Campagna del Giornale e Libero per disdire il canone
Rai, perché pagare per Santoro? Firmate con noi per abolire il canone
Basta col canone Rai? Si può fare e costa pure poco: appena 5,16 euro. Ma non chiamiamola evasione fiscale, altrimenti si arrabbia anche l’ex pm Antonio Di Pietro che l’altro giorno l’ha detto: «Non pago più, disdico e guardo solo Sky». È piuttosto «disubbidienza» con la u, come la definì nel 1981 l’allora leader radicale Francesco Rutelli.
La disdetta
Basta una raccomandata con ricevuta di ritorno intestata all’Agenzia delle Entrate, Ufficio Torino 1 - Sat sportello abbonamenti tv Casella postale 22, 10121 Torino. Il sottoscritto eccetera, residente in via eccetera «chiede la cessazione del canone tv e di far suggellare il televisore detenuto presso la propria abitazione», facendo presente che non si possiede «nessun altro apparecchio atto e adattabile alla ricezione delle radioaudizioni». Perché se tecnicamente è vero che computer, Playstation portatili o i telefonini di ultima generazione di fatto possono ricevere il segnale tv, il ministero delle Comunicazioni (interpellato dall’Agenzia delle Entrate dopo un ricorso dell’Aduc - consultabile sul sito www.aduc.it) non ha ancora sciolto ufficialmente le sue riserve. Alla richiesta bisogna aggiungere una tassa da 5,16 euro per la disdetta, sulla quale indicare il numero dell’abbonamento, e soprattutto bisogna aggiungere questo passaggio: «Dichiaro altresì di non essere più in possesso del libretto di abbonamento e chiedo a norma degli art. 2 e 8 della legge 241/90 quale procedimento amministrativo intende seguire l’Urar tv ai fini del completamento di quanto disposto dall’art. 10 del Regio Decreto n° 246 del 21 febbraio 1938».
Che cosa si rischia
Che cosa può succedere dopo questa lettera? Tutto o niente. Leonardo Facco, autore dell’Elogio dell’evasore fiscale (Aliberti editore), che la lettera l’ha mandata nel 1992 sorride: «Non lo pago da allora. Ho ricevuto un paio di visitine di qualche giovanotto inesperto, poi niente più». I casi più eclatanti sono due: nel 1996 un signore di Verderio Superiore, E.V., si vide pignorare alcuni beni dalla società di riscossione Rileno per conto della Rai dopo un’ingiunzione della Urar. Negli stessi anni l’allora parlamentare leghista Gipo Farassino mise provocatoriamente all’asta la sua chitarra Ovation (valore sei milioni) per pagare dieci anni di interessi su «una tassa anticostituzionale». Fine.
Le ispezioni
Dal ’94 chi compra una tv non è più tenuto a dare le generalità per incrociare possesso e tassa. E quando nel ’95 si scoprì che la Rai chiedeva comunque l’elenco di chi comprava una tv in cambio di un bonus da 70mila lire (in caso di nuovo canone) scattò l’esposto del Codacons all’Authority per la Privacy. I controlli sono spesso a campione, su dati inaffidabili. Negli anni Ottanta la Rai chiese il canone a un bambino di 9 anni di Gela. Sempre il Codacons denunciò il caso di una cittadina che, pur non possedendo alcun apparecchio radiotelevisivo, aveva ricevuto una lettera nella quale gli veniva chiesto di pagare il canone tv perché così risultava da un fantomatico «censimento». Tutto falso, spese rimborsate e Rai con le pive nel sacco. Negli anni Novanta la palma del comune «decanonizzato» andò a Casapesenna, un comune del Casertano dove solo l’1,66% dei 7mila abitanti era in regola. Sanzioni? Non pervenute.
I precedenti
L’invito alla «disubbidienza fiscale» ha precedenti illustri. Oltre a Rutelli e Di Pietro si ricorda la Lega Nord, Paolo Cento nel 2002, persino l’Associazione italiana Sordi, Adriana Poli Bortone e Maurizio Gasparri ai tempi dell’Msi e Mino Martinazzoli nel ’93 dopo un servizio del Tg3 sulla Dc. Giuliano Ferrara bruciò in diretta tv l’abbonamento Rai, il presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage di Bologna, Paolo Bolognesi, strappò il canone dopo un film prodotto dalla Rai su Rebibbia con Valerio Fioravanti. E il referendum radicale che ne chiedeva l’abolizione non venne neppure ammesso. Ma il vero genio resta l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco. Nel ’97 voleva «accorpare» bollo auto e canone. Qualche anno dopo stabilì che il mancato pagamento del canone dovesse essere a carico agli eredi se «l’evasore» era morto. Cose dell’altro mondo.
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