13/09/2010

Falò del Corano, morti in India Assalto a una scuola cristiana

Falò del Corano, morti in India Assalto a una scuola cristiana

Il vaticano: violenza irragionevole. Almeno 14 persone uccise nel Kashmir nelle proteste contro il rogo del libro sacro minacciato da pastore Usa

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10/09/2010

Rogo del Corano, Stati Uniti con il fiato sospeso

Rogo del Corano, Stati Uniti con il fiato sospeso

Torna l'allarme per l'iniziativa di Terry Jones legata all'anniversario dell'11 settembre. Il reverendo ricambia idea: «Brucierò il Corano», «Avevano promesso che nessuna moschea sarebbe stata costruita vicino a Ground Zero ma non è vero»

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09/09/2010

Obama: bruciare il Corano sarebbe un aiuto per Al Qaeda

Obama: bruciare il Corano sarebbe un aiuto per Al Qaeda

Il presidente Usa condanna la proposta del pastore evangelico della Florida di mettere al rogo il testo scacro dell'Islam. E avverte: potrebbe portare a "gravi violenze" contro le truppe americane in Iraq e Afghanistan

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17/11/2009

Il tour di Gheddafi: cappuccino in centro e notte con le ragazze

Il tour di Gheddafi: cappuccino in centro e notte con le ragazze

 

IL VERTICE DI ROMA. «Solo» mezz’ora di ritardo con Berlusconi

 

(Ansa)

ROMA — Un piatto di pasta tricolore, ieri sera a Palazzo Chigi, col suo «caro amico Sil­vio Berlusconi», baciato da­vanti ai fotografi all’arrivo, mentre un po’ infreddolite dal­l’altra parte della città, nella villa di via Caldonazzo, l’aspet­tavano fiduciose altre 200 mo­delle dell’agenzia Hostes­sweb, pronte a sorbirsi la le­zione di Corano. Secondo giorno di Ghedda­fi a Roma per il vertice Fao: non sono mancate le sorpre­se. La tenda beduina questa volta non c’è, è rimasta in Li­bia, rivelano a mezza bocca in ambasciata. Il leader per due notti di seguito avrebbe dor­mito nella residenza vicino a via Cassia. Lo dimostrano an­che le imponenti misure di si­curezza: il quartiere è blindato ormai da 48 ore. Nome in codice: Personali­tà. I Nocs e circa 50 agenti del­l’Antiterrorismo vigilano in queste ore su Gheddafi. Quan­do passa la sua «carovana» (al­meno venti macchine di scor­ta con i mitra nel bagagliaio) un cono d’ombra elettronico isola i percorsi: telefonini, gps e telecomandi diventano inuti­lizzabili, il campo sparisce, ca­dono le chiamate.

Gli esperti del settore la chiamano la «Bolla», una barriera traspa­rente ma invulnerabile. È la va­ligetta del Jammer. Una misu­ra a prova di attentato. Ma il raís è davvero impre­vedibile, per gli uomini della sicurezza i piani cambiano di continuo. L’ultima volta che è stato a Roma, a giugno per il G8, il Colonnello libico scese dalla sua limousine a largo Goldoni, era venerdì sera, e co­minciò a camminare per via Condotti, piazza di Spagna, via del Babuino, fino a piazza del Popolo, mandando in tilt le guardie che lo seguivano. Anche ieri è andata così. Dopo la mattinata trascorsa alla Fao, nel pomeriggio il raís (biancovestito) ha deciso di prendersi un cappuccino da Teichner in piazza San Loren­zo in Lucina, mentre un elicot­tero lo seguiva dall’alto. Gran­de agitazione tra gli uomini della scorta (una trentina) ma anche divertita curiosità dei passanti e degli altri avventori del bar. Cappuccino e bicchie­re d’acqua. Foto, saluti e poi via verso Palazzo Chigi, per la cena con Berlusconi, accolto da un picchetto d’onore e dal­la banda dell’Arma dei carabi­nieri in divisa storica, che ha suonato gli inni nazionali dei due Paesi. Il nostro premier, comunque, è stato fortunato: solo mezz’ora di ritardo da par­te del Colonnello, praticamen­te niente rispetto alle due lun­ghissime ore che a giugno fece­ro infuriare a tal punto il presi­dente della Camera, Gianfran­co Fini, da fargli annullare il previsto dibattito a Montecito­rio sulla politica estera nel Me­diterraneo. Lo strappo fu ricu­cito a stento. Malgrado la security, però, qualcuno l’altra sera è riuscito comunque a bucare le maglie della rete: una cronista si è fin­ta hostess anche lei e si è tro­vata così a tu per tu con Ghed­dafi impegnato nel sermone. Lo scoop le è valso un’intervi­sta della Bbc.

Ma ieri, nella vil­la di via Caldonazzo, in occa­sione del secondo appunta­mento con le modelle del­l’agenzia Hostessweb, è cam­biata completamente la musi­ca: controlli dei documenti co­me alla frontiera, per evitare il rischio di nuove infiltrate. Le duecento ragazze partite da via Veneto con i pullman alle otto di sera hanno dovuto la­sciare malvolentieri all’ingres­so anche cellulari e borsette. Poi è incominciata per loro la lunga attesa. Quasi tre ore. Mai far aspettare una signora: non si diceva così una volta? Stavolta, però, c’era almeno il buffet. Acqua, tramezzini e pizzette: non esattamente una cena di gala, comunque le hostess hanno potuto risto­rarsi rispetto al digiuno della prima sera. Dentro, rivolte al raìs, tante domande su reli­gione, adulterio, violenza ses­suale. C’erano pure Rea Beko e Francesca Grasso, invitate di nuovo dall’ambasciata libi­ca avendo mostrato, domeni­ca, un certo interesse per l’Islam. Solo a una domanda il Colonnello non ha risposto. È stato quando una ragazza gli ha chiesto se fosse al cor­rente delle feste a Villa Certo­sa dell’amico Silvio Berlusco­ni. Gheddafi l’ha guardata ne­gli occhi, le ha sorriso, poi s’è messo un dito sulle labbra. Si­lenzio.

FOTO GALLERY DELLE DUECENTO RAGAZZE

Fabrizio Caccia


20/09/2009

La lingua del Corano inganna i musulmani

La lingua del Corano inganna i musulmani

 

Il mondo islamico fatica a essere democratico. Fatica a scindere la politica da una religione invasiva, che odia il presente e predica l’eterno ritorno alla umma coranica (l’originaria, e mitica, unità dei credenti). E tutto questo non per colpa di un passato colonialista di marca occidentale (che ha semmai altre responsabilità), ma a causa di una struttura culturale chiusa e, da secoli, volta a bloccare la creatività per sottoporla al controllo dei potenti, dei «profeti di Dio» di turno, che si sforzano di controllare e reprimere ogni dissenso intellettuale.

La manciata di concetti che abbiamo scritto in queste poche righe, nonostante sia suffragata da un gran numero di prove, esplosive e sanguinose, è sufficiente a scandalizzare la maggior parte dei ben pensanti che predicano l’equivalenza delle civiltà e sono sempre disposti a scaricare sull’Occidente la colpa primigenia di tutte le nequizie del nostro pianetino, sempre più globale. Espresse nella loro semplicità, queste idee bastano a farsi tacciare di razzismo culturale, a vedersi ricordare con piglio furioso che la Cordoba musulmana aveva diversi chilometri di illuminazione pubblica quando Londra era un tugurio fangoso.

Peccato che a ricordarci che la situazione è descrivibile proprio in questi termini, sperando magari che l’Occidente abbia un atteggiamento più consapevole, sono proprio i più avveduti e i più laici degli intellettuali nati all’ombra della Mezzaluna. Come, a esempio, Moustapha Safouan, eminente psicologo egiziano (ha tradotto L’interpretazione dei sogni di Freud in arabo) che sarà oggi al festival Pordenonelegge per discutere proprio dei legami tra cultura politica e libertà nel Medio Oriente (a Pordenone al Palazzo della provincia alle 10,30). Le sue idee in questo campo sono nettissime. Per rendersene conto basta sfogliare il suo Perché il mondo arabo non è libero. Politica e terrorismo religioso (Spirali, pagg. 200, euro 30). Uno di quei libri politicamente scorretti che molti non leggono o fanno finta di non leggere.

Parlando dei Paesi di lingua araba, il professore non ha dubbi sul fatto che la mancanza di libertà derivi da una censura intellettuale connaturata alla storia del Medio Oriente. «La storia politica europea si è costituita sul modello greco, la sovranità, il potere deriva dal consenso dalla gente... In Medio Oriente il modello è rimasto un altro. È quello degli antichi egizi, dei sumeri, la sovranità viene da Dio... Con il tempo il divino ha smesso di essere il monarca, è diventato il libro del Corano». E quindi la parola scritta è diventata una delle ossessioni dei governanti o dei gruppi politici musulmani: «Controllando la scrittura, dividendo con forza l’arabo classico, dei colti, dalla lingua parlata si è riusciti a impedire qualsiasi contagio delle idee». E questa non è una realtà ancestrale, ma qualcosa che accade anche ai giorni nostri: «La lingua parlata è nei Paesi arabi diversissima da quella scritta dai giornalisti e dagli scrittori. Moltissima gente resta esclusa. Semplicemente non è in grado di leggere i libri che vengono tradotti a uso e consumo delle sole élite. Da pochissimo la diffusione dei media come la televisione ha iniziato a cambiare questo stato di cose. Ma la maggior parte della popolazione è ancora “muta” e “sorda”, senza possibilità di imparare».

Tanto che lo stesso Safouan già da diversi anni combatte una battaglia per tradurre testi e per tenere le sue conferenze utilizzando l’arabo parlato (che sta a quello classico come l’italiano sta al latino). «Molti anni fa tradussi in arabo classico il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie. È uno dei grandi classici occidentali in difesa della libertà degli individui. Circolò solo tra gli intellettuali del Marocco. Succede così a moltissimi libri... Ed è ovvio che dietro a una situazione del genere c’è un interesse politico». Questo non è certo un retaggio del colonialismo. Dice sempre Safouan: «Gli occidentali, come tutti i colonizzatori, hanno imposto un’ulteriore livello linguistico e spesso hanno badato al proprio interesse economico. Però va detto che nei territori occupati dalla Francia è stato creato un sistema di istruzione molto solido che ha aperto a molti una finestra sul mondo. Gli inglesi sono stati meno efficienti, però hanno creato al loro passaggio un sistema universitario di alto livello».

Retaggi di apertura che il terrorismo o i governi autoritari cercano di eliminare esattamente come cercano di mantenere l’arabo vivo e parlato assolutamente lontano dallo spazio della scrittura. In modo che i più restino esclusi dal mondo. Che ai più resti solo la frase meno bella del Corano: «Questo è il libro su cui non ci sono dubbi».


19/10/2008

Videogioco con dentro versetti del Corano sulla guerra: sfiorato un caso diplomatico

Videogioco con dentro versetti del Corano sulla guerra: sfiorato un caso diplomatico

Immediatamente richiamato da Sony. ricercatissime le poche copie in circolazione. L'utente è accompagnato da una nenia per bambini, che in realtà e in libanese e riporta delle frasi inquietanti

 

 

MILANO - È possibile che un videogioco per ragazzi possa rendersi inconsapevolmente responsabile di un incidente diplomatico di portata internazionale, con possibili ripercussioni potenzialmente pericolose? Sì, se nell’incedere scanzonato del gioco la colonna sonora vi propone dei versetti del Corano. È ciò che accade in «Little Big Planet», sviluppato da Sony per la sua Playstation 3. Nel corso del primo livello del terzo mondo di gioco, l’utente è accompagnato da un’allegra nenia per bambini, in una lingua sconosciuta che solo ora scopriamo essere libanese. Il contenuto non è affatto per bambini, e neppure allegro: la traduzione letterale riporta che «Ogni anima assaggerà la morte» e pure «Ogni cosa nel mondo morirà».

 

Un personaggio di «Little Big Planet»
Un personaggio di «Little Big Planet»
DATA DA DESTINARSI - «Little Big Planet» è uno dei più attesi videogiochi della stagione, uno dei titoli più originali mai apparsi su di una console: apparentemente infantile, perché dai colori pastello e popolato di pupazzi di pezza, favola per adulti a un successivo livello di lettura, indispensabile a Sony per allargare il mercato della sua console. Doveva essere nei negozi per la prossima settimana. Anzi, lo era già. Perché pur non essendo ancora in vendita, il videogioco era stato già stampato e consegnato in milioni di copie ai distributori di tutto il mondo, pronto per la commercializzazione. Già entusiasticamente recensito dalle riviste di riferimento del settore, è stato immediatamente richiamato da Sony. Anche le singole copie gratuitamente distribuite agli addetti ai lavori sono state ritirate ad una ad una. Ora Little Big Planet è rimandato a data da destinarsi.

AZIONE RIPARATORIA - Un comunicato ufficiale della multinazionale giapponese riporta che durante una sessione di prova del gioco, prima della sua uscita, è stato rilevato che in uno dei brani della sua colonna sonora, utilizzato sotto licenza di una casa discografica, vi erano dei versi del Corano. E prosegue porgendo sincere scuse da parte di Sony a chiunque si sia risentito e offeso dall’accaduto, promettendo un’immediata azione riparatoria. La versione dell’accaduto riportata nella Rete diverge da quanto riportato ufficialmente e narra che negli Stati Uniti alcuni negozianti abbiamo messo in vendita il gioco prima della data prevista e che sia stato proprio un giocatore, acquistata la sua copia, a capire il significato di ciò che stava ascoltando.

COLLEZIONISTI A CACCIA - Inutile aggiungere che già ora, le poche copie incriminate ancora in circolazione siano ricercatissime e stiano vedendo il loro valore collezionistico incrementarsi esponenzialmente. Impossibile per Sony correggere il problema attraverso un aggiornamento del software da scaricare attraverso Internet perché non tutti, almeno non ancora, utilizzano la console da salotto collegata alla Rete. Indispensabili e giuste, quindi, le drastiche misure addottate. Per rispetto. Ma anche per paura, paura di ripercussioni per l’azienda e per possibili rivendicazioni estremiste. Un caso fortuito, quello in cui è incappato «Little Big Planet», ma estremamente rappresentativo del momento storico in cui viviamo. Quella in cui anche un bambino, con il suo videogioco, è costretto a imparare ad avere paura.


 


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