01/08/2009

La bidella che mi ha cambiato la vita

La bidella che mi ha cambiato la vita

 

IL CANTAUTORE DELLE «STORIE TESE». Elio: «Condannato al flauto dalle mamme (degli altri). A scuola volevo il piano, ma il corso era pieno»

 

Festa grande, quest’anno per Elio e le Storie Tese. A ottobre festeggia­no i vent’anni dal primo album: «Avevamo cominciato a fare concerti nell’81-’82, per il disco abbiamo aspetta­to un po’» racconta Elio. Ma intanto era­no già famosi, canzoni come «Cara ti amo», «Silos», «John Holmes» le cono­scevano tutti. Ci sarà un concerto solen­ne agli Arcimboldi (22 ottobre) con un’orchestra di 55 elementi, pochi gior­ni dopo esce un cofanetto edizione spe­ciale, tutti i cavalli di battaglia riarrangia­ti con l’apporto di un’orchestra classica. Si fanno le cose in grande, insomma. «Sì, il modello è Céline Dion, è quello il nostro obiettivo».

Elio e basta — il vero nome non tiene a dirlo — nasce a Milano 47 anni fa e pre­stissimo trova la persona che gli cambia la vita. «Andavo alle elementari alla scuola di via Wolf Ferrari, ero in quinta quando un giorno entra la bidella e chie­de chi voleva seguire i corsi di musica della Scuola civica di Milano. Io dissi su­bito di sì. Solo che quando ci fu la riunio­ne per scegliere lo strumento — piano­forte, violino, flauto — io ero da solo mentre gli altri ragazzi erano venuti con le mamme. Volevo il pianoforte, però le mamme degli altri si erano già fatte avanti, non c’erano più posti disponibi­li. Mi fu assegnato il flauto». Sette anni di studi («un po’ di più, in realtà»), poi il diploma del conservatorio, ed Elio di­venta maestro di flauto. Si iscrive all’uni­versità, ingegneria al Politecnico, e «con calma» (nel 2002) prende la laurea. Ma intanto è la musica che lo appassiona. «Sono sempre stato convinto che se vo­levo fare qualcosa di nuovo, di mio, di originale, sarebbe stato grazie alla musi­ca ». Musica nella sua totalità, visti gli studi classici («la Scuola civica era ed è una grande scuola») ma anche la musi­ca che girava intorno in quegli anni. «I Deep Purple, naturalmente, Frank Zap­pa. Sono stati, i Settanta, anni di grande creatività anche in Italia: la PFM, gli Area con Demetrio Stratos, cose impor­tantissime che hanno avuto la sfortuna di nascere in Italia».

E la musica classi­ca? «Sono d’accordo con Berio: ci sono solo due tipi di musica, quella bella e quella brutta». Alla fine degli Anni 70, così, nasce il gruppo: amici, compagni di studi, amici degli amici. «L’idea era di fare cose che in Italia non si facevano. Unire grande preparazione tecnica con testi dissacranti, comici, irriverenti. Un po’ come Zappa, appunto. In Italia in quegli anni c’era Sanremo in playback, una cosa da tv ucraina dell’era Breznev. Noi volevamo tornare alla giovinezza del rock, musica onesta e generosa, libe­ratoria anche nell’uso del turpiloquio. Sapevamo bene che il rock era morto da tempo, si era trasformato in una litur­gia ». Per questo gli Elii preferiscono il contatto diretto con il pubblico, all’ini­zio nei locali di Milano. «Mi ricordo che nell’88 Leo Waechter, l’uomo che aveva portato i Beatles a Milano, ci propose una settimana al Ciak di via San Gallo. Impaurito, dissi: facciamo solo tre sera­te. Furono tre esauriti, e dovemmo con­cedere altri due date». 

Come funziona il gruppo? Chi scrive i testi, chi la musica? «Per essere nati in un Paese di individualisti, noi lavoriamo come un vero gruppo. Alla fine, visto che io canto, dedico un po’ più di atten­zione alla parte vocale, ma le canzoni na­scono in collettivo, un po’ come la crea­tura di Frankenstein, un pezzo di qua uno di là. Ci sono solo tre versi di cui è certa la mia paternità: 'Ditemi perché/se la mucca fa mu/il merlo non fa me'. Mi erano venuti mentre facevo il servizio ci­vile ». E «John Holmes», chi l’ha scritta? «Rocco Tanica era un appassionato dei film porno. Da qui l’idea di fare una can­zone su un protagonista del cinema hard, poi insieme abbiamo lavorato sul­le strofe». Con i gio­chi di parole come «il pene mi dà pane». E il ritornello: «John Hol­mes una vita per il ci­nema, una vita per la moto». Non ci furono problemi con la censura? «No, di censure ne ho avute po­chissime » (l’episodio più grave fu nel ’91, al Concerto del 1˚ maggio, quando cantarono «Cassonetto differenziato per il frutto del peccato» con nomi e cogno­mi dei politici corrotti, tanto che i fun­zionari Rai coprirono il tutto). «Sono for­tunato, fossi nato in Iran mi avrebbero già impiccato da tempo». Ma anche con le parodie avete avuto qualche proble­ma: ci doveva essere un album, inizio Anni 90, mai uscito. «C’erano parodie delle canzoni di Sanremo. 'Verso l’igno­to' di Gianni Bella e Mogol con noi era diventato un poetico viaggio intestinale. Si offesero, quindi niente disco. Ma an­che 'La terra dei cachi', con cui siamo andati al Festival nel ’96, nasce come pa­rodia del genere 'canzone sanremese im­pegnata' che appunto non dev’essere molto impegnata, una cosa insomma ti­po 'Chi non lavora non fa l’amore'. L’en­tourage di Baudo ci aveva chiesto una canzone per il Festival, all’inizio dicia­mo no, poi loro insistono ed eccoci al Te­atro Ariston. Contenti di fare ogni serata a tema: una volta con il terzo braccio, la finale tutti d’argento, extraterrestri co­me i Rockets».

Un successone. Ma poi ar­riva il verdetto: gli Elii secondi dopo To­sca- Ron. Un risultato truccato? «Chi lo sa, mesi dopo siamo stati interrogati da un carabiniere. Che a un certo punto ci dice: la vostra canzone era arrivata pri­ma, però non potete dir­lo. Qualche anno più tardi, Giorgia mi ha rac­contato che le era capi­tata la stessa cosa: l’in­terrogatorio e il carabi­niere che dice che era lei la vincitrice». Nel 2008 Baudo li richiama a Sanremo, gli Elii conducono il Dopofestival: «Ave­vo delle parrucche meravigliose».

Da tempo, Elio sperimenta felice vari tipi di contaminazione: l’opera contem­poranea e i due spettacoli in tournée dal­la metà di agosto, «Figaro il barbiere» («ammiro Rossini, uno che ha fatto gran­dissima musica su libretti di grande co­micità ») e «Fu…turisti», rivisitazione musicale del Futurismo. «Sono anche tre modi per potermi travestire, per in­dossare bellissime parrucche. Essere di­ventato un musicista dà diritto anche a questo. Grazie dunque alla bidella della mia scuola. E ora devo preparami per il progetto Céline Dion».

Ranieri Polese


08/09/2008

SICILIA, SPRECHI DA FILM: UN CORSO CON 12 ALLIEVI E' COSTATO 9 MILIONI DI EURO

SICILIA, SPRECHI DA FILM: UN CORSO CON 12 ALLIEVI E' COSTATO 9 MILIONI DI EURO

Dovevano servire allo sviluppo del Sud. Sono stati dissipati in migliaia di micro progetti sterili. Per questo, vista la fine fatta dai soldi stanziati negli anni precedenti, Bruxelles, al momento di assegnare alla Campania i fondi del settennio 2007-2013, si è raccomandata con lo stesso piglio di un padre che dà la paghetta al figlio adolescente: «Tieni, ma non la sprecare tutta in fumetti e videogame». Nello specifico i fumetti erano la manutenzione ordinaria delle città - marciapiedi e lampioni. E con il piglio di uno scugnizzo i dirigenti di palazzo Santa Lucia hanno prima assicurato che non avrebbero utilizzato i fondi per la «manutenzione ordinaria delle città», poi hanno messo a bilancio 9 milioni e 995 mila euro per interventi di «adeguamento e riqualificazione dei percorsi pedonali». Cioè marciapiedi e lampioni. Di Avellino.
UN PAVIMENTO CHE VALE ORO
Ma qui non si tratta di marciapiedi normali. Visti i soldi stanziati, dovranno essere delle opere d’arte; per la sola via de Gasperi se ne andranno 2 milioni e 343 mila euro: 2.300 euro al metro quadro in bitume e piastrelle. Non si sa ancora invece l’estensione del campo rom in progetto a Scampia e finanziato con fondi comunitari; ma si può ben immaginare che con 7 milioni e 16mila euro di casette e roulotte se ne possano comprare parecchie. A fronte di questo, il milione e 200mila euro stanziati per ristrutturare la caserma dei vigili del fuoco di Benevento è un intervento strategico di sviluppo economico di prima categoria.
TU VUÒ FA L’AMERICANO
Certo non peggiore della destinazione che nel 2006 presero altri 300mila euro dello stesso por - programma operativo regionale - che contribuirono a finanziare la celebre trasferta degli amministratori regionali alla sfilata del «Columbus Day» di New York: 160 persone capeggiate dal presidente del consiglio regionale, Alessandrina Lonardo, che alle polemiche ribattè: «Non capisco; non c’è spreco di risorse se vengono utilizzate nell’interesse della comunità». Chissà che interesse per i campani in procinto di annegare nella monnezza mandare nella Grande mela lady Mastella. Paragonabile solo all’interesse con il quale i cittadini di Bari leggeranno Agorà, il «giornale del piano strategico dell’area metropolitana» finanziato con fondi europei: 125 mila euro per due soli numeri. Tanto vale che se lo leggano, visto che è stato pagato con soldi loro. Soldi che, almeno, hanno trovato una destinazione. Diversamente dai sette milioni stanziati per la promozione del turismo pugliese nel biennio 2007-2008: devono ancora essere erogati; e dato che anche questi dovranno uscire dalle casse comunali entro il 31 dicembre, prepariamoci a un’invasione di cartelloni e spot che ci promuoveranno le meraviglie del turismo invernale in Puglia.
LA CALABRIA TIFA ITALIA
La promozione del proprio territorio del resto è un obbligo per ogni governatore. E Agazio Loiero, presidente della Calabria, non si tira indietro: nonostante la regione che lui guida da tre anni abbia speso senza frutto dal 2001 al 2006 340milioni di euro in pubblicità, il governatore ha già fatto mettere a bilancio altri otto milioni di fondi Ue per rendere la sua regione l’unico sponsor istituzionale della Nazionale. Il piano prevede una serie di spot che avranno per protagonista Rino Gattuso.
CIAK SI SPRECHI
Qui un po’ di integrazione tra le risorse investite «per lo sviluppo» poteva essere centrato: Loiero avrebbe potuto affidare la realizzazione dello spot ai 12 allievi della prima scuola italiana di «docufiction». Un’accademia costata 9 milioni del por Sicilia: 750mila euro per allievo. Speriamo che studino. Ma le vicende che legano il comune di Palermo allo spreco di fondi europei affondano nel millennio scorso: era il 1998 quando Palazzo delle Aquile comprò 88 Fiat Seicento elettriche. Costo del parco auto ecologico: 3miliardi e 400 milioni di vecchie lire, poco meno di 40 milioni per ogni vettura data in uso ai dipendenti comunali. Evidentemente la tecnologia era ancora acerba, visto che le auto diedero più grattacapi che vantaggi; e, cosa peggiore, occorreva portarle in traghetto fino a Napoli per farle riparare, visto che sull’isola nessuno lo sapeva fare. Così nel 2007 le gloriose 600 sono state vendute a 100 euro l’una. «Abbiamo provato a cederle in permuta - hanno fatto sapere dal comune - ma non le ha volute nessuno».
IL LUSSO IN UN CAMPO ROM
Così come nessuno ha mai potuto trascorrere una notte nell’ostello di Celle di Bulgheria, paesino nel parco nazionale del Cilento. Qui la vecchia casa dei ferrovieri doveva diventare una «struttura ricettiva da 51 posti letto». Era il 2005, in comune e in regione c’era entusiasmo per il progetto e i fondi - del por - erano pronti: 870mila euro. I lavori partono, si fermano poco dopo, non riprendono più. Oggi solo un piano della vecchia casa dei ferrovieri è stato ristrutturato, gli altri quattro aspettano ancora. Forse con i fondi 2007-2013, chissà. Intanto quelli del vecchio piano di finanziamento sono belli che andati. Come non hanno del resto rivoluzionato l’economia campana le partecipanti al primo «corso per veline». Pagato nel 2003 un milione e 280mila euro. Con fondi Ue, ovviamente.


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