28/04/2011

Clandestini in carcere, la Corte Ue dice no Maroni: «Perché censurano solo noi?»

Clandestini in carcere, la Corte Ue dice no Maroni: «Perché censurano solo noi?»

«Rischia di compromettere la politica di allontanamento». Favorevole la Santa Sede. Bocciata la normativa italiana che prevede la reclusione per gli immigrati irregolari che non rimpatriano

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05/11/2009

Ignazio La Russa interviene a rai uno

Ignazio La Russa interviene a rai uno

 

Il ministro La Russa intervistato alla vita in diretta su Rai uno sulla sentenza della corte europea di togliere il crocifisso dalle aule delle scuole italiane

 

In un'intervista del presentatore Lamberto Sposini al ministro della difesa Ignazio La Russa, ospite alla vita in diretta su rai uno, si scalda e non poco alla notizia della corte europea che sentenzia che il crocifisso nelle aule scolastiche va tolto per non offendere le altre religioni non cattoliche in uno sfogo a dir poco esasperato contro chiunque, nel nostro paese voglia dettare legge. Non commento basta guardare il video per rendersi conto che non ha tutti i torti se accettiamo imbecilli nel nostro paese, li ospitiamo ed alla fine che cosa ci ritroviamo che voglio addirittura comandare ed imporre a noi italiani le loro culture e tradizioni. Non credo che debbano insegnarci come si vive anzi credo che loro stessi debbano apprendeere da noi, che siamo un popolo aperto a tutte le culture e religioni, come si possa vivere integrandosi con altre culture. La signora finlandese che ha chiesto di togliere il crocifisso dalle scuole per non offendere i propri figli può pure andarsene nel su paese se crede che questo la possa offendere. A noi non dispice se ci togliamo di mezzo certi elementi che non fanno altro che agitare le masse contro le nostre culture.

 

 


04/11/2009

Bruxelles sulla sentenza della Corte dei Diritti umani: decidano i singoli

Bruxelles sulla sentenza della Corte dei Diritti umani: decidano i singoli

 

"Crocifisso competenza dei vari Stati"

 




BRUXELLES - La commissione europea non commenta la sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo sul crocifisso in aula, in quanto la questione ricade esclusivamente nelle competenze degli Stati membri. E sottolinea con forza che non bisogna confondere l’Ue con il Consiglio d’Europa (di cui la Corte dei diritti è parte), in quanto organismo del tutto indipendente e scollegato dalla Comunità.

Ad esprimere la posizione di Bruxelles è stato Michele Cercone, portavoce del commissario alla Giustizia Jacques Barrot. «Vorrei anzitutto invitare i media -ha detto Cercone- a chiarire ai propri lettori che il Consiglio d’Europa è un organismo internazionale indipendente che non ha niente a che fare con l’Unione europea». Fatta questa premessa, Cercone ha spiegato che «la Commissione non ha commenti da fare al giudizio della Corte di Strasburgo, che appunto non è un’istituzione dell’Ue. E quanto alla presenza di simboli religiosi in edifici pubblici vige il principio di sussidiarietà, e dunque ricade interamente nelle competenze degli Stati membri».

Il portavoce a Bruxelles ha inoltre ricordato che «non vi è alcuna normativa Ue» che regoli la materia e «anche le norme comunitarie contro la discriminazione escludono il riferimento ai simboli religiosi attribuendone la competenza agli Stati membri». Per questo, ha concluso, «la Commissione europea non commenta sia sul profilo del giudizio della Corte sia del contenuto». Tuttavia Pia Ahrenkilde, portavoce del presidente della Commissione Josè Manuel Barroso, ha spiegato che per il capo dell’esecutivo Ue «resta valido sottolineare l’importanza delle radici cristiane dell’Europa, ma in generale. In questo specifico settore (quello dei simboli religiosi) non abbiamo commenti da fare».

«Via il crocefisso dalle scuole» Vaticano: «Sentenza miope»

«Via il crocefisso dalle scuole» Vaticano: «Sentenza miope»

 

Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo. Accolta la richiesta di un'italiana di origine finlandese. Il governo presenta ricorso. La Cei: «Sentenza ideologica»

 

 

 

 

 

 

(Emblema)
(Emblema)

MILANO - «La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana. Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini in una nota annuncia che «il governo ha presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo». Se la Corte accoglierà il ricorso, il caso verrà ridiscusso nella Grande Camera (organo della Corte chiamato a pronunciarsi su un caso che solleva una grave questione relativa all’interpretazione o all’applicazione della Convenzione o dei Protocolli, oppure un’importante questione di carattere generale). Qualora invece il ricorso non dovesse essere accolto, la sentenza diverrà definitiva tra tre mesi, e allora spetterà al Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa decidere, entro sei mesi, quali azioni il governo italiano deve prendere per non incorrere in ulteriori violazioni. Il Vaticano ha espresso «stupore e del rammarico» per una sentenza «miope e sbagliata». Netta la presa di posizione della Cei che boccia la sentenza parlando di «visione parziale e ideologica».

LA RICORRENTE - La cittadina che ha fatto ricorso alla Corte di Strasburgo è Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia: nel 2002 chiese all'istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato. Dalla direzione della scuola arrivò risposta negativa e a nulla valsero i ricorsi della Lautsi. A dicembre 2004 il verdetto della Corte Costituzionale, che ha bocciato il ricorso presentato dal Tar del Veneto. Il fascicolo è quindi tornato al Tribunale amministrativo regionale, che nel 2005 ha a sua volta respinto il ricorso, sostenendo che il crocifisso è simbolo della storia e della cultura italiana e di conseguenza dell'identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. Nel 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione. Ma ora la storia si ribalta: i giudici di Strasburgo, interpellati dalla Lautsi nel 2007, le hanno dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano dovrà versarle un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. Si tratta della prima sentenza della Corte di Strasburgo in materia di simboli religiosi nelle aule scolastiche. «Ora lo Stato italiano dovrà tenere conto della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo» hanno dichiarato i coniugi di Abano.

LA SENTENZA - «La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche - si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione». Tutto questo, proseguono, «potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei». Ancora, la Corte «non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana». I sette giudici autori della sentenza sono Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).

VATICANO - Il Vaticano considera sbagliata e miope la decisione della Corte europea di Strasburgo. Lo ha detto il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi che, in un breve intervento alla Radio Vaticana e al Tg1, ha riferito dello «stupore e del rammarico», con cui - nella città pontificia - è stata accolta la decisione del tribunale del Consiglio D'Europa. «Il Crocifisso - ha spiegato - è stato sempre un segno di offerta di amore di Dio e di unione e accoglienza per tutta l'umanità. Dispiace che venga considerato come un segno di divisione, di esclusione o di limitazione della libertà. Non è questo, e non lo è nel sentire comune della nostra gente». «In particolare, è grave - ha aggiunto - voler emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell'importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana. La religione dà un contributo prezioso per la formazione e la crescita morale delle persone, ed è una componente essenziale della nostra civiltà. È sbagliato e miope volerla escludere dalla realtà educativa», ha sottolineato. E poi ha aggiunto: «Stupisce che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all' identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano».. «Non è per questa via - ha concluso - che si viene attratti ad amare e condividere di più l'idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini».

COMMENTI - A livello politico sono numerose (e bipartisan) le perplessità espresse in merito alla decisione della Corte di Strasburgo. «Mi auguro din d'ora - è l'auspicio del presidente della Camera Gianfranco Fini - che la sentenza non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del cristianesimo nella società e nell'identità italiana». Per il ministro Mariastella Gelmini (Pdl) «la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione». E anche il neo-leader del Pd Pierluigi Bersani esprime dubbi sulla decisione della Corte di Strasburgo: «Io penso che un'antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno» ha detto il segretario dei democratici. Secondo Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali e coordinatore del Pdl «queste decisioni ci allontanano dall'idea di Europa di De Gasperi, Adenauer e Schuman. Di questo passo il fallimento politico è inevitabile». Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc la sentenza «è la conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione europea. Il crocefisso è il segno dell'identità cristiana dell'Italia e dell'Europa». «Spero che la sentenza sia semplicemente orientativa, che si collochi cioè nel rispetto delle credenze religiose» dice Paola Binetti (Pd). Esulta invece Raffaele Carcano, segretario nazionale dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, parlando di «un grande giorno per la laicità italiana». «Esprimo un plauso per la sentenza: uno Stato laico deve rispettare le diverse religioni, ma non identificarsi con nessuna» sostiene Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista. Per Massimo Donadi, capogruppo di Italia dei valori alla Camera «la sentenza di Strasburgo non è una buona risposta alla domanda di laicità dello Stato, che pure è legittima e condivisibile». Duro Adel Smith, presidente dell'Unione musulmani d'Italia: «I sostenitori del crocefisso in aula dovevano aspettarselo: in uno Stato che si definisce laico non si possono opprimere tutte le altre confessioni esibendo un simbolo di una determinata confessione».


05/08/2009

Le carceri italiane sono sovraffollate

Le carceri italiane sono sovraffollate

 

Secondo l'associazione "ANTIGONE" lo stato rischia un risarcimento da 64 milioni di euro. Un detenuto dovra essere risarcito per danni morali e per trattamenti inumani.

 

(foto d'archivio)
(foto d'archivio)

STRASBURGO - L'Italia è stata condannata a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia. A stabilire che Izet Sulejmanovic, condannato per furto aggravato a due anni di detenzione, è stato vittima di «trattamenti inumani e degradanti» è la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo sulla base del ricorso presentato dal detenuto. Tra il novembre 2002 e l'aprile 2003, secondo quanto accertato dalla corte, Sulejmanovic ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno.

STANDARD - La corte, nella sua decisione, rileva come la superficie a disposizione del detenuto è stata molto inferiore agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. La situazione per il detenuto è poi migliorata essendo stato trasferito in altre celle occupate da un minor numero di detenuti, fino alla sua scarcerazione nell'ottobre del 2003. Per questo la corte ha condannato l'Italia a un risarcimento di mille euro nei confronti di Sulejmanovic.

NUMERI - Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, sono 63.587 i detenuti nelle carceri italiane. Il sovraffollamento resta insomma un problema aperto. I dati resi noti solo a metà giugno dal Dap segnalavano un totale di 63.416 detenuti. Le ultime rilevazioni, che il ministero della Giustizia ha pubblicato sul proprio sito, indicano quindi un ulteriore aumento di oltre 170 reclusi. Numeri di questa entità non si sono mai registrati dal dopoguerra a oggi. Non solo. La metà dei detenuti nelle carceri italiane è in attesa di giudizio. Le cifre comunicate dal ministero indicano infatti che su un totale di 63.587 reclusi, 30.436 sono in carcere in qualità di imputati, e quindi in via cautelare in attesa del processo, e altri 31.192 sono invece già stati condannati. Gli internati per motivi psichici sono 1.820. La posizione di altri 139 detenuti, infine, risulta ancora da classificare. Da un punto di vista territoriale, è la Lombardia la regione con il maggior numero di reclusi, con 8.455 persone in carcere. Seguono la Sicilia (7.587) e la Campania (7.437). Il Sappe lancia l'allarme, denunciando come la situazione delle carceri sia, in alcune regioni, ampiamente oltre il limite. Secondo il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria le strutture detentive italiane «si sono ridotte a meri depositi di vite umane» e sono ben 11 le regioni che hanno superato la capienza tollerabile: Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d'Aosta e Veneto. Altre due, inoltre, la Lombardia e la Basilicata, sono al limite. Tutto ciò a fronte di una pesante carenza di organico nelle file della polizia penitenziaria. «A livello nazionale - sottolinea il segretario, Donato Capece - sono in totale in servizio 35.300 persone» che devono fare i conti con «turni di servizio, piantonamento, servizio di traduzioni, riposi e assenze».

INDENNIZZI - «Poiché in Italia i detenuti che vivono in condizioni di sovraffollamento sono la quasi totalità - dichiara Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione 'Antigone' che si batte per i diritti nelle carceri, commentando la notizia della condanna - lo Stato rischia di dover pagare 64 milioni di euro di indennizzi». «La condanna dell'Italia da parte della corte dei diritti dell'uomo impone al governo soluzioni definitive per le carceri - dice Gonnella - e mette definitivamente fuori legge l'attuale gestione del sistema penitenziario».

L'AVVOCATO - «La Corte europea - dice invece l'avvocato Alessandra Mari -ha affermato che il sovraffollamento delle carceri rappresenta un trattamento inumano e degradante: è un principio importante e fondamentale, ed era proprio questo l'obiettivo del ricorso». Il ricorso, spiega l'avvocato che assieme al collega Nicolò Paoletti ha seguito la vicenda, è stato presentato nel 2003, subito dopo la scarcerazione di Sulejmanovic. Ed è stato lo stesso cittadino bosniaco a volerlo presentare, visto che già una volta la Corte europea gli aveva dato ragione. A marzo del 2000, racconta infatti l'avvocato Mari, «Sulejmanovic e un'altra cinquantina di rom di origine bosniaca che vivevano in un campo nomadi a Roma, ricevettero un ordine di espulsione dall'Italia: imbarcati su un volo, furono tutti riportati in Bosnia». In quell'occasione Sulejmanovic si rivolse alla Corte Europea che, due anni dopo, gli diede in parte ragione dichiarando il suo ricorso ammissibile. La vicenda, prosegue il legale, si concluse con un accordo amichevole tra il governo italiano e i cinquanta rom, che consentì loro di rientrare nel nostro paese. In Italia però Sulejmanovic aveva alcune pendenze penali da scontare e così finì a Rebibbia. «Altri stati europei erano stati condannati per il sovraffollamento e ora il fatto che la Corte europea si sia pronunciata anche sull'Italia - ribadisce l'avvocato Mari - apre la strada a decine di ricorsi anche nel nostro paese».

IONTA - Franco Ionta, capo dell'attuale Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, evita di commentare la sentenza ma si limita ad osservare che «i mille euro sono di equo indennizzo perché l'arco temporale sofferto dal ricorrente è stato molto limitato. La condizione carceraria del bosniaco, tra l'altro, viene definita più che accettabile (anche dal punto di vista dell'assistenza sanitaria) visto che il detenuto trascorreva almeno dieci ore al giorno fuori dalla cella per svolgere altre attività. Personalmente non mi risultano ricorsi dello stesso genere pendenti davanti alla Corte di Strasburgo e non credo che casi denunciati dal detenuto bosniaco siano oggi così diffusi in Italia».

 


20/01/2009

PUNTA PEROTTI: CORTE STRASBURGO CONDANNA ITALIA

PUNTA PEROTTI: CORTE STRASBURGO CONDANNA ITALIA

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
BARI  - Lo Stato italiano dovrà risarcire i costruttori di Punta Perotti perché la confisca dei suoli su cui sorgeva l'ecomostro abbattuto nel 2006 ha violato la Convenzione europea per i diritti dell'uomo e il diritto di proprietà. Lo ha deciso la Corte europea di Strasburgo che però non ha ancora fissato l'entità del risarcimento invitando il governo italiano a cercare un accordo con le tre società costruttrici, Sud Fondi, Iema e Mabar che si sono rivolte alla Corte e che hanno chiesto indennizzo sostanziosi: Sud Fondi aveva chiesto in tutto 274milioni di euro, Mabar 62 milioni e Iema quasi 14 milioni. I giudici Strasburgo per il momento hanno solo definito un risarcimento di 40.000 euro (30.000 per danni morali e 10.000 per spese giudiziarie) per ciascuna impresa. I palazzi di Punta Perotti, soprannominati dagli ambientalisti le 'saracinesche' perché con i loro 13 piani chiudevano l'orizzonte sul mare a sud di Bari, furono abbattuti perché giudicati abusivi in quanto troppo vicini alla costa. I costruttori, però, furono tutti assolti in giudizio perché dimostrarono di essere in possesso di tutte le autorizzazioni necessarie.

La sentenza è stata accolta come una conferma dal sindaco di Bari, Michele Emiliano, che nel corso del suo mandato ha fatto abbattere gli ecomostri. Il sindaco, rispondendo alle critiche degli oppositori che lo accusano di avere esposto con l'abbattimento il Comune a richieste di risarcimento milionarie, vede ribadito il principio che il Comune non dovrà pagare niente, ma che sarà lo Stato a dovere risarcire in quanto l'atto contestato è la confisca e non l'abbattimento. Comunque, Emiliano si è detto disponibile a collaborare con il governo e le imprese per trovare un accordo risarcitorio. E al riguardo, avanza già una proposta: mettere a disposizione delle imprese volumi edilizi analoghi a quelli confiscati per compensare. "Soddisfatto" per la sentenza e allo stesso tempo "dispiaciuto per la non bella figura fatta dall'Italia per tutti questi oscillamenti di giurisprudenza" si è detto uno legale dei costruttori, Andrea Giardina. 'Colpisce - ha tra l'altro sottolineato - il fatto che la Corte abbia definito 'paradossale' che la proprietà sia stata confiscata e data al Comune. Nel caso di specie, dice la Corte, è paradossale che il Comune di Bari, che ha dato tutti i permessi per costruire, possa beneficiare dei beni che poi vengono confiscati. Cioé, colui che ha istruito gli atti amministrativi della costruzione viene poi premiato nel ricevere gli stessi beni".
Secondo i giudici di Strasburgo lo Stato italiano ha violato l'articolo 7 della Convenzione dei diritti dell'uomo in quanto in sostanza, la misura della confisca non è compatibile con il riconoscimento dell'assenza di reato che ha fatto assolvere i costruttori. La Corte di Strasburgo conferma quindi quanto a suo tempo venne rilevato dalla Corte di Cassazione italiana quando assolse i costruttori di Punta Perotti "per aver commesso un errore inevitabile e scusabile nell'interpretare le disposizioni di legge regionali, essendo queste oscure e mal formulate". Nella sentenza dei giudici europei si legge che al tempo in cui si svolsero i fatti "le leggi in materia di confisca in Italia non erano chiare e quindi non permettevano di prevedere l'eventuale sanzione". I giudici di Strasburgo hanno anche condannato l'Italia per la violazione del diritto alla
proprietà privata, perché la confisca illegale ha costituito un'ingerenza nel legittimo diritto dei ricorrenti di beneficiare delle loro proprietà. 

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