27/10/2011

Scoperto un pianeta caldo come il corpo umano: 37 gradi

Scoperto un pianeta caldo come il corpo umano: 37 gradi

Grazie al telescopio spaziale Spitzer della Nasa. Si trova a 63 anni luce dalla Terra ed è comunque il più freddo trovato al di fuori del Sistema solare

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19/07/2010

Svelate le prime mappe del cosmo

Svelate le prime mappe del cosmo

Lo spazio visto da herschel. Straordinarie immagini dal più grande telescopio spaziale mai costruito

 

A sinistra, l'immagine di una galassia a spirale nell'ottico (sopra) e nell'infrarosso (sotto). A destra, il confronto ottico e infrarosso in una galassia ellittica (Da Inaf).
A sinistra, l'immagine di una galassia a spirale nell'ottico (sopra) e nell'infrarosso (sotto). A destra, il confronto ottico e infrarosso in una galassia ellittica (Da Inaf).

MILANO - Galassie antichissime, lontane 10 miliardi di anni che appaiono come gocce luminose nel buio del cosmo, il primo ritratto di una culla di stelle a soli 1.000 anni luce dalla Terra, molecole di acqua e altri composti tutti indizi dell'esistenza di pianeti nella nebulosa di Orione: sono i primi risultati scientifici del più grande telescopio spaziale mai costruito, il satellite Herschel dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa).

ORIONE E I NUOVI PIANETI IN FORMAZIONE - A queste scoperte la rivista Astronomy and AstrophysicsIstituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e di molte università fra cui Padova, Bologna, Milano Bicocca. Le galassie visibili nelle immagini di Herschel come dense gocce luminose sono distanti da tre a dieci miliardi di anni e sono nate quando la formazione delle stelle era molto più diffusa di oggi nell'Universo. L'incubatrice di stelle invece è vicinissima, soli 1.000 anni luce nella costellazione dell'Aquila. È così ricca di polveri che finora nessun'altro telescopio a infrarossi era riuscito a osservarla. Si distinguono 700 grumi di polveri e gas: sono embrioni di stelle, 100 dei quali già alle fasi finali della loro formazione. Il satellite ha fotografato anche la nebulosa di Orione e qui ha identificato molecole di acqua, monossido di carbonio, formaldeide, metanolo, cianuro di idrogeno, ossido di zolfo: indizi di stelle e pianeti in formazione. Con il contributo dei ricercatori italiani è stato anche risolto il mistero della polvere mancante nelle galassie dell'ammasso della Vergine. In alcune zone del gigantesco ammasso della Vergine, composto da almeno 2.500 galassie distante da noi 55 milioni di anni luce, la polvere che permea lo spazio tra le stelle, l'ingrediente fondamentale per la formazione di nuovi astri, è molto carente. dedica una sezione speciale di 152 articoli, molti dei quali firmati anche da ricercatori italiani, dell'

PERCHE NASCONO POCHE STELLE - Un fenomeno drammaticamente evidente soprattutto nelle galassie ellittiche, già note per avere un bassissimo tasso di formazione di nuove stelle. Gli scienziati hanno dimostrato che la polvere viene sì prodotta continuamente nelle galassie ellittiche, ma non riesce a sopravvivere per più di 50 milioni di anni a causa degli urti fra i granelli di polvere e il gas caldo che permea queste galassie che disintegrerebbero nel tempo le particelle fino a farle sparire completamente. «Il telescopio Herschel sta eseguendo perfettamente i suoi compiti - ha osservato Barbara Negri, responsabile dell'Agenzia Spaziale Italiana per l'esplorazione e osservazione dell'Universo - e gli studi sulla polvere che permea lo spazio tra le stelle forniranno una prova fondamentale nella comprensione dei meccanismi di formazione di nuove stelle». (Fonte Ansa)


25/01/2010

Alla ricerca degli extraterrestri sulla Terra

Alla ricerca degli extraterrestri sulla Terra

 

Ma c'è chi insiste: «meglio puntare su marte». Secondo un famoso fisico gli alieni potrebbero essere già in mezzo a noi, sotto forma di microorganismi

 

Da oltre 50 anni gli scienziati passano al setaccio lo spazio profondo alla ricerca di forme di vita extraterrestri. Senza molto successo: né i programmi che prevedono l'uso di radiotelescopi, né le missioni su Marte fino ad ora sono state in grado di rilevare granché.

SULLA TERRA - «Dobbiamo mettere da parte la teoria secondo cui ET ci stia mandando messaggi dallo spazio e intraprendere un nuovo approccio», ha spiegato a The Times l'illustre fisico Paul Davies, tra gli ospiti del simposio che la prestigiosa Royal Society inglese dedica in questi giorni al 50esimo anniversario del programma di ricerca di intelligenza extraterrestre SETI. Secondo Davies, continuare a scrutare lo spazio alla ricerca di forme di vita aliene è solo una perdita di tempo, faremmo meglio a concentrarci sugli extraterrestri che già popolano il nostro pianeta.

BIOSFERA OMBRA - Durante il suo intervento, il professor Davies cercherà di convincere i colleghi che trovare forme di vita extraterrestri sulla Terra sarebbe la migliore riprova della loro esistenza al di fuori del nostro pianeta. Davies è infatti convinto che «strani microbi» appartenenti ad un diverso albero della vita (quello che lui definisce «biosfera ombra») potrebbero essere già presenti in alcune nicchie ecologiche isolate (come deserti, vulcani, laghi salati e le valli dell'Antartide). Alcuni gruppi di ricerca hanno già avviato studi di questo tipo in località contaminate con l'arsenico, come il Lago Mono in California.

MEGLIO MARTE - La tesi della «biosfera ombra» non convince però tutti gli studiosi invitati dalla Royal Society. «Si tratta solo di fantascienza, preferisco credere nelle evidenze scientifiche», ha commentato Colin Pillinger a capo di Beagle 2, la missione spaziale che doveva raggiungere Marte per scoprire nuove tracce di vita e di cui però si è persa ogni traccia. Secondo Pillinger il pianeta rosso resta la migliore destinazione per scoprire l'esistenza di forme di vita aliena.

OTTIMISMO - La conferenza della Royal Society richiamerà oggi e domani a Londra i più importanti esperti del settore. Per Lord Rees, presidente della Royal Society and Astronomer Royal, ormai i tempi sono maturi per una grande scoperta che «potrebbe cambiare il modo in cui vediamo noi stessi nel cosmo». Grazie ai recenti sviluppi di telescopi spaziali, potremmo presto «scoprire forme di intelligenza superiori a quella umana».

Nicola Bruno


25/03/2009

Il sole morente? Come l'occhio di gatto

Il sole morente? Come l'occhio di gatto

 

ASTROFISICA. Dal telescopio Hubble immagini di nebulose planetarie

 

La nebulosa «Cat's Eye»
La nebulosa «Cat's Eye»

MILANO - Come finirà, come si trasformerà il Sole quando inesorabilmente morirà fra circa cinque miliardi di anni, una volta esaurita la sua riserva di idrogeno che l’alimenta con un continuo processo di fusione nucleare? La risposta ci viene da una galleria di immagini di nebulose planetarie che gli astrofisici stanno studiando proprio per vedere il destino dell’astro che ci mantiene in vita sulla Terra. La più bella di queste nebulose è senza dubbio quella battezzata “occhio del gatto” (Cat’s Eye) ripresa dal telescopio spaziale Hubble: è una sequenza di disegni e colori straordinari che attraverso una seducente bellezza racconta la tragedia della morte di un corpo cosmico che prima brillava nel buio cosmico.

FIUME DI GAS E POLVERI - Quando una stella termina la sua vita si trasforma in una gigante rossa espandendosi e lanciando nello spazio fiumi di gas e polveri. Nel caso del Sole (che ha una massa 330 mila volte quella della Terra) questo flusso travolgerà i pianeti trasportandoli nello stesso tempo lontani dal loro luogo originario. Le immagini analizzate dagli scienziati mostrano i vari passaggi del fenomeno. E la diffusione nel cosmo dei materiali è una vera inseminazione di elementi chimici che si ritroveranno incorporati nelle future generazioni di stelle.

SOLE IN QUIETE - Intanto il Sole torna a far notizia per la sua insolita quiete. L’anno scorso doveva segnare la ripresa del ciclo undecennale da una bassa attività ad una più elevata. La maggior parte dei mesi era stata segnata dalla tranquillità ma verso la fine dell’anno si registrava una ripresa verso la normalità. L’inizio del nuovo anno dimostra un ritorno alla quiete e se continua così, ma ci sono ancora nove mesi ed è prematuro affermarlo, si potrebbe battere il record del 1913 noto come l’ “anno senza macchie”.

Giovanni Caprara


12/03/2009

Il volto più violento dell'universo

Il volto più violento dell'universo

 

Il satellite Fermi svela le 10 sorgenti cosmiche più potenti di raggi gamma mai rilevate, «abbiamo visto nuovi oggetti cosmici»

 

La mappa delle sorgenti di Raggi Gamma realizzata dal satellite Fermi (Nasa)
La mappa delle sorgenti di Raggi Gamma realizzata dal satellite Fermi (Nasa)

MILANO - E’ il volto più violento dell’Universo quello che mostra la nuova prima mappa celeste raccolta dal satellite Fermi della Nasa realizzato in collaborazione con altre agenzia spaziali tra cui l’Asi italiana. Il satellite mostra la «top ten list» delle sorgenti cosmiche più potenti che lanciano radiazioni gamma. Queste sono 150 milioni di volte più energetiche delle sorgenti emesse nella luce visibile. Il lavoro presentato al The Astrophysical Journal è stato compilato sotto la supervisione del Goddard Space Flight Center della Nasa .

RAGGI GAMMA - La mappa rivela le fonti gamma più lontane con il dettaglio più elevato finora mai raggiunto. Per realizzare il nuovo catalogo celeste sono stati necessari 87 giorni di osservazioni. Sulla destra c’è un arco luminoso che è quello generato dallo spostamento del Sole. La luminosità centrale invece è prodotta dalla nostra galassia. La cosa forse più interessante sono però i trenta oggetti censiti da Fermi assieme alla Top Ten List i quali non hanno una corrispondente controparte ottica; cioè se si guarda con un telescopio ottico non si vede nulla. «Questa è una buona notizia - dice Peter Michelson che coordina le ricerche - perché significa che abbiamo visto nuovi oggetti cosmici. Ma vuol dire anche che abbiamo molto lavoro da fare per decifrarli».

Giovanni Caprara