17/04/2010

Clonavano bancomat con tastiere finte

Clonavano bancomat con tastiere finte

EUR TORRINO. Arrestati tre ragazzi russi: falsificavano gli sportelli bancari con microchip e lamiere sagomate

 

 

ROMA - Tecnologia e crimine. Un binomio vincente, almeno per qualche settimana, per tre ragazzi russi giunti a Roma da poco tempo. I carabinieri del Nucleo radiomobile li hanno bloccati l'altra notte al Torrino mentre cercavano di allontanarsi su un'auto con targa straniera da via Beata Vergine del Carmelo. I tre erano stati notati dai militari dell'Arma mentre si aggiravano con fare sospetto attorno a uno sportello bancomat e sono stati fermati dopo un breve inseguimento. Durante la perquisizione della vettura gli investigatori hanno trovato un apparecchio elettronico collegato a una batteria e a due tastiere identiche a quelle dei bancomat. I tre russi, due ragazzi di 23 e 28 anni, e una complice di 21, sono stati arrestati.

La tastierina finta (Proto)
La tastierina finta (Proto)

«SALA OPERATIVA» - In una stanza d'albergo a Tor Bella Monaca, i militari dell'Arma hanno scoperto invece una vera e propria sala operativa per la duplicazione di codici segreti di tessere bancomat e carte di credito, con tutto il necessario per falsificare gli sportelli bancari e ingannare i clienti. I carabinieri hanno infatti trovato diciassette 17 lamiere sagomate complete di tastiere e circuito elettrico, uno skimmer, per carpire i codici dalla banda magnetica delle tessere, otto microchip, nove fessure uguali a quelle dove viene introdotto il bancomat e 24 schede. Sequestrati poi 12 telefonini, 15 sim card una macchina fotografica digitale e una ricevuta per un versamento da 12 mila euro. I russi sono stati condotti a Regina Coeli, e la ragazza a Rebibbia. Gli investigatori indagano ora per scoprire eventuali collegamenti fra i tre giovani arrestati e organizzazioni internazionali di clonatori di carte di credito.

Rinaldo Frignani


14/04/2009

Il cybercrimine non conosce crisi

Il cybercrimine non conosce crisi

 

Il rapporto symantec sulle minacce in rete. L'Italia "guadagna" posizioni. In netta crescita codici pericolosi (+265%) e phishing (+66%). Nel mirino soprattutto le carte di credito

 

DUBLINO - Il vessillo dei pirati campeggia su una parete. Ma la Jolly Roger, la celebre bandiera nera con il teschio e le ossa incrociate, è l'unico "omaggio" al nemico. I ragazzi del Symantec Security Response di Dublino – un team di esperti informatici che monitorano costantemente la Rete a caccia di virus e cybercriminali - devono tenere gli occhi ben aperti sui monitor, durante la navigazione. Perché la battaglia, in questo caso, si gioca su Internet. E i mari, secondo l'edizione XIV del rapporto sulle minacce in Rete elaborato proprio da Symantec – multinazionale che produce antivirus e sistemi per la sicurezza dei dati - sono sempre più infestati.

PROFITTI ILLEGALI - Nel 2008, la diffusione su Internet di codici pericolosi (vale a dire software nocivi come virus, worm, cavalli di Troia e simili) utilizzati per infettare e violare i computer è cresciuta, su scala planetaria, del 265% rispetto al 2007. Più del 60% delle minacce attualmente note è stata rilevata durante l'anno passato. Il worm Conficker, che ha infettato milioni di computer in pochi mesi lasciando temere uno tsunami informatico (anche se l'interesse dei cybercriminali non è quello di attaccare le infrastrutture della Rete, quanto quello di controllare il maggior numero di computer), rappresenta insomma solo la punta dell'iceberg. Nel mirino ci sono tutti: imprese, enti pubblici e semplici utenti della Rete. «Non esiste un obiettivo tipico – spiega Kevin Hogan, responsabile del centro Symantec che opera alla periferia della capitale irlandese – ovunque ci sia un'opportunità di profitto c'è il rischio che qualcuno cerchi di approfittare delle falle e delle vulnerabilità dei sistemi informatici».

PHISHING E SPAM - Il problema è che, molto più che in passato, i cybercriminali, oggi, si aggirano per il Web proprio con l'intento di fare soldi. Illegalmente. E per questo vanno a caccia di dati sensibili: soprattutto numeri di carte di credito e informazioni bancarie. Le pratiche di phishing – un esempio su tutti: la finta e-mail inviata dalla banca che chiede di fornire dati personali dopo aver dirottato l'utente inconsapevole su un sito illegale – ha vissuto nel 2008 un ulteriore boom. Secondo l'Internet Security Threat Report sono stati scoperti infatti oltre 55 mila host di pishing, vale a dire computer che ospitano siti fraudolenti: un aumento del 66% rispetto al 2007. Addirittura maggiore l'incremento di attività legate allo spam (+192%): si è passati da 119,6 miliardi di messaggi nel 2007 a 349,6 miliardi del 2008. «Il problema è che il cybercrimine è molto redditizio – spiega ancora Hogan, dopo aver chiesto ai visitatori del suo centro di lasciare all'esterno pc e apparecchiature elettroniche in modo da evitare che qualche virus finisca per infettare i computer dei suoi ragazzi -. Bastano poche centinaia di euro di investimento iniziale – aggiunge - per realizzare profitti altissimi».

MERCATO SOTTERRANEO - Il settore maggiormente colpito, manco a dirlo, è quello dei servizi finanziari (76% degli attacchi rilevati). Esiste, in Rete, un vero e proprio mercato nero dove è possibile trovare, a prezzi stracciati, migliaia di dati sensibili. Il prodotto più "gettonato" è la carta di credito (32% del totale, +11% rispetto al 2007): informazioni fondamentali come il numero e la scadenza sono vendute anche a pacchetti. Il prezzo, per ogni carta di credito, può variare da pochi centesimi a qualche decina di euro. E come in ogni compravendita, anche qui vige la legge della domanda e dell'offerta: per questo, ad esempio, i dati sensibili carpiti in Europa, Asia e Medio Oriente costano di più (in quanto meno facilmente reperibili) rispetto a quelli relativi ai navigatori americani. A far salire il prezzo è anche la completezza delle informazioni fornite: codici di sicurezza (quelli che si trovano sul retro delle carte), numeri di telefono e identificativi PIN fanno aumentare il valore del "prodotto" sul mercato illegale. Ai grossi acquirenti, poi, sono riservati sconti speciali.

Sul monitor gli attacchi alla Rete in tempo reale
Sul monitor gli attacchi alla Rete in tempo reale

TRANSAZIONI ILLECITE - La "popolarità" delle carte di credito è legata all'estrema semplicità con cui possono essere recuperate e poi utilizzate, ad esempio, per fare shopping online. Non solo: le carte di credito con bande magnetiche vergini possono essere prodotte in un certo Paese, inviate in un secondo Paese per la copia delle informazioni rubate e quindi spedite nei Paesi di origine dei dati sottratti. L'estrema organizzazione dei gruppi criminali che operano sul Web è confermata dal fatto che ormai esistono vere e proprie pseudo-aziende specializzate su larga scala nello sviluppo di codici illegali e che sono strutturate in maniera simile alle società produttrici di software legittimo. Tanto da risultare in concorrenza tra loro.

CLASSIFICA - Gli Stati Uniti sono la patria del cybercrimine. Il 25% degli attacchi informatici avvenuti nel 2008 sono partiti dagli Usa. Non solo: il 43% dei computer che ospitano siti di phishing scoperti nel 2008 si trova negli Stati Uniti. Nulla di sorprendente: le attività illecite online non possono che andare di pari passo con la diffusione di Internet e, in particolar modo, delle connessioni a banda larga. Per questo motivo, il Brasile (salito dall'ottavo al quinto posto), la Turchia (dal quindicesimo al nono) e la Polonia (dal dodicesimo al decimo) hanno visto aumentare il numero di attività informatiche illegali in linea con lo sviluppo delle infrastrutture Internet e degli utenti broadband.

RISALITA - E l'Italia? Nelle classifiche sull'illegalità informatica dell'area EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) il nostro Paese risale posizioni: in particolare, rispetto al 2007, l'Italia passa dal 5° al 4° posto per numero di attività malevole, dal 7° al 5° per origine degli attacchi informatici e dal 4° al 3° per numero di computer "bot infected", ossia computer nei quali i cyber-criminali si sono insinuati per assumerne il controllo e usarli come "ponte" per lanciare attacchi informatici di vario tipo. Anche se, precisa il rapporto, a questo "salto" contribuisce soprattutto la minore incidenza che i vari fenomeni hanno avuto negli altri Paesi.

MA QUALE CRISI – Una cosa è certa, sottolinea la ricerca: l'economia sommersa del web non sembra aver risentito minimamente della crisi economica globale. Tanto che i prezzi sul mercato nero sono rimasti costanti, anche nel 2008. Nonostante la tempesta finanziaria, gli affari dei cybercriminali vanno a gonfie vele: difficile far ammainare il loro vessillo.

Germano Antonucci


04/03/2009

Crimini contro l'umanità in Darfur, mandato di arresto per Al Bashir

Crimini contro l'umanità in Darfur, mandato di arresto per Al Bashir

 

Accolta la richiesta del tribunale. Cade l'accusa di genocidio. Paura per le rappresaglie verso i funzionari Onu

 



NAIROBI - I giudici della camera preliminare uno della Corte Penale Internazionale hanno autorizzato l’arresto del presidente del Sudan Omar Al Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. I giudici hanno lasciato cadere l’accusa di genocidio. Si teme ora che le autorità sudanesi mettano in atto rappresaglie verso i funzionari dell’Onu che lavorano nel Paese, 32 mila persone tra staff internazionale nazionale. La cifra comprende però 25 mila caschi blu, dislocati in Darfur ma soprattutto in Sud Sudan. Gli italiani sono 500, di cui 300 a Khartoum.

 

Il presidente del Sudan Omar Al Bashir
Il presidente del Sudan Omar Al Bashir

LA RICHIESTA - Il procuratore Louis Moreno-Ocampo nel luglio scorso nella sua richiesta di incriminazione per 10 capitoli diversi (cinque per crimini contro l’umanità, tre per genocidio, due per crimini di guerra) del presidente Omal Al Bashir era stato preciso parlando di precise responsabilità nel deliberato massacro dei civili delle tribù fur, masalit e zagawa che abitano il Darfur. «Il suo alibi – aveva scritto Moreno-Ocampo nella sua durissima e circostanziata richiesta di arresto - è combattere la ribellione, il suo intento è il genocidio. Non mi prendo il lusso si supporre: ho prove precise». Secondo le accuse, «il presidente sudanese controlla tutto l’apparato dello Stato e usa questa sua influenza per coprire la verità e proteggere i suoi subordinati e la loro smania di genocidio». Si calcola che in Darfur siano state ammazzate 300 mila persone e che due milioni siano stati costretti a scappare dalle loro case. Bashir già mesi fa si è rifiutato di consegnare due sospetti di genocidio: il ministro per gli affari umanitari, Ahmad Harun, e uno dei capi delle feroci milizie filogovernative, i janjaweed, Ali Khashayb.

IL PRECEDENTE - E’ la prima volta che un presidente in carica viene incriminato.
E l’incriminazione è stata sostenuta da uno dei leader storici del continente, l’arcivescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu che martedì in un editoriale sul New York Times ha dichiarato con forza: «Poiché le vittime sono africane, i leader africani devono sostenere con determinazione la richiesta di vedere i responsabili perseguiti». Per altro con un gesti di sfida martedì il presidente sudanese è apparso in televisione mentre danzava e scherzava con i suoi sostenitori durante una manifestazione a suo sostegno nel nord del Paese, la zona da cui lui proviene. L’emittente ha fatto vedere il momento in cui i dimostranti bruciavano una grossa fotografia di Moreno-Ocampo: «Decideranno domani (oggi ndr) – ha poi detto ai microfoni Al Bashir -. Ebbene noi gli diciamo di immergersi nell’acqua e di berla tutta», una frase idiomatica araba che si usa per mostrare il massimo disprezzo. In questi mesi il governo sudanese ha reagito con spregio alla richiesta di Moreno-Ocampo di procedere verso Al Bashir: «Il procuratore è un criminale – aveva sentenziato senza mezzi termini Abdalmahmood Mohamad, ambasciatore all’Onu, subito dopo la richiesta di rendere esecutivo il mandato di arresto -. La motivazioni sono politiche e poi non riconosciamo quel tribunale». In attesa della decisione odierna dei giudici, il 21 febbraio scorso, Salah Gosh, capo dei servizi di sicurezza e di intelligence del Sudan, aveva lanciato una minaccia: «Ci consideravano estremisti islamici, poi siamo diventati moderati e civilizzati credendo nella pace e nella vita per ciascuno. Potremmo tornare al passato estremismo, se fosse necessario. Non esiste nulla di più facile». Gosh aveva accusato la Cpi di essere manovrata da “lobby sioniste” e ha ricordato che il Sudan considera un crimine aiutare la Corte Penale Internazionale: «Tutti coloro che collaboreranno con essa saranno arrestati per essere processati».

LA SODDISFAZIONE - Esam Elhag, portavoce del gruppo ribelle SLA (Sudan Liberation Army) al telefono con il Corriere è soddisfatto: «E’ il primo passo verso la giustizia che stiamo aspettando dal 2003 quando è cominciata la pulizia etnica. Quel giorno lo stesso Bashir ha ammesso: «Non voglio né prigionieri né feriti’. Il genocidio è cominciato

Mainfesti di Al Bashir a Khartoum
Mainfesti di Al Bashir a Khartou

quel giorno. Quello di Ocampo è il primo passo verso la giustizia. Un atto che può lenire i sentimenti di vendetta che nutre la gente del Darfur». Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, organizzazione che ha promosso e sostenuto vari progetti nella disgraziata regione del Sudan Occidentale, ha scritto un libro, “Volti e colori del Darfur”, Edizioni Gorée, dove sono raccolte terribili testimonianze sulle violenze contro i civili. Eccone una presa dal volume che sarà presentato in aprile proprio in occasione della Giornata Mondiale per il Darfur. E’ la storia di Miryam, scappata nel campo rifugiati di Al Salam. La donna che non ha neanche una tenda per proteggere se stessa e il suo bimbo di pochi mesi, non conosce le ragioni della guerra tra i movimenti ribelli del Darfur e il governo di Khartoum, ma ricorda com’erano quelli che hanno distrutto il suo villaggio e l’hanno violentata. «Gente armata, arabi. Mi hanno buttata a terra, strappato i vestiti e mi hanno stuprata a turno. Sono svenuta». Non ricorda altro, ma di una cosa è certa: «Noi del Darfur li riconosciamo subito i predoni che vengono dal Nord. Sono cattivi e a noi donne fanno cose orribili, peggio di ogni cosa...”».

LA TESTIMONIANZA - Poi parla del marito. «E' scomparso tre mesi fa - racconta – due settimane prima che partorissi. Non mi ha più voluta. Non so se è stato ucciso, non m’importa. Ora sono sola con il mio bambino e ho paura. Ma voglio che la gente sappia, voglio che chi è nel vostro e in altri paesi potenti non permettano che succedano ad altre ragazze quello che è successo a me». La decisione della Corte, comunque, non sembra potrà avere un effetto pratico. Appare assai improbabile che il presidente sudanese, che ha preso il potere con un colpo di stato il 30 giugno 1989, venga tradotto in carcere all’Aia. A meno che la pressione internazionale non provochi un cataclisma nello stesso Sudan e un cambio di regime a Khartoum.

Massimo A. Alberizzi


07/10/2008

Smog e crimini, le città malate

Smog e crimini, le città malate

Indagine sulla qualità della vita in 357 centri europei A Caserta più omicidi che a Madrid. Pm10: Torino record

 

 

BRUXELLES — I soldati per le strade? Forse ce n’era davvero bisogno, stando a quanto ci dice l’Unione Europea: a Caserta si uccide più che nella città di Cayenna, già galera leggendaria e regno di Papillon nella Guyana francese; si uccide il doppio che a Zurigo, 7 volte di più che a Barcellona, e 14 volte di più che a Madrid. La statistica conferma gli incubi di Gomorra: quasi un mattatoio. Come Brescia, del resto: il doppio di omicidi e morti violente rispetto a Berlino e Amburgo.

E come altre città italiane, primatiste anche nella microcriminalità: su 357 città europee (comprese 26 della Turchia), le prime 6 in assoluto per numero di furti di auto sono tutte italiane. Di fila, in parata: Caserta, ancora una volta (15,3 furti di auto ogni 1000 residenti), Catania, Napoli, Torino, Roma, Milano, Manchester, Catanzaro, Nottingham (quella, ironia della sorte, del celebre sceriffo), e via rubacchiando. Mentre, a nostra parziale consolazione, nei furti in appartamento primeggiano Bruxelles e Londra (11,2 e 8,8 furti ogni 1000 abitanti) e Roma (3,9) se ne sta «soltanto» al nono posto. Tutti questi dati emergono dall’ultima indagine sulla qualità della vita urbana in Europa, effettuata dall’istituto di ricerche Eurostat e dalla Commissione Europea, e appena pubblicata.

E’ un quadro non certo lusinghiero per l’Italia, seppure con qualche correzione che può emergere da un esame più approfondito. E anche con alcune sorprese. Per esempio, secondo queste statistiche, se è vero che reati violenti e furti sembrano rampanti in alcune nostre città, l’allarme sicurezza di cui spesso parlano i telegiornali non appare però direttamente e necessariamente legato alla presenza di stranieri. Anzi: vi sono nazioni e città d’Europa che ospitano molti più stranieri, e sono molto più sicure. La percentuale media di extracomunitari sul totale della popolazione è del 4,16 in Italia, ma del 9,17 in Germania, e del 5,43 in Spagna. I centri per immigrati sono molto più affollati in Germania, che in Italia: a Torino, gli ospiti dei centri sono 0,49 per ogni mille abitanti; a a Padova, 0,28; ma a Magdeburgo, 4,69; e a Colonia, 6.

Chi ha raccolto e messo in fila i numeri, non si occupa naturalmente della loro interpretazione: «No, non rientra nei nostri compiti, né io non posso spiegarle come mai si rubino tante auto nelle città italiane», dice Berthold Feldmann, tedesco di Amburgo, capo dell’unità di ricerca di Eurostat, che ha condotto l’indagine insieme con altri 3 esperti di Ungheria, Portogallo e Svezia. «Noi riceviamo i dati dai nostri coordinatori nazionali, per esempio da quello dell’Istat di Roma, che a sua volta raccoglie i dati trasmessi dalle singole polizie. Mettiamo insieme i numeri, li vagliamo, li incrociamo, li sottoponiamo a un preciso controllo di qualità. Stop: il nostro compito si ferma qui. E tuttavia, è ovvio che certi trend emergono con evidenza anche dalle nude cifre».

Per esempio, balza agli occhi quella che potremmo chiamare la classifica dell’anzianità: le città europee con la più alta percentuale di popolazione al di sopra dei 65 anni, sono tutte italiane (Trieste e Genova in testa, ndr). Si torna dunque al Bel Paese. E a qualche consolazione sparsa. Se è vero che Caserta si affaccia dalle statistiche con quell’immagine piuttosto truce (0,14 omicidi e morti violente ogni 1000 abitanti), è anche vero che una distanza siderale di orrore la separa da alcune città dell’Ungheria: Nyirgyhaza, 71,77 omicidi e morti violente ogni 1000 abitanti; Szekesfehervar, 57,08; o Pecs, 54,97. La media nazionale dell’Ungheria in questo campo è davvero impressionante — 41,69 — mentre quella dell’Italia — 0,03 — rientra tranquillamente nelle medie dell’Europa occidentale, anche senza raggiungere Spagna o Danimarca (media 0,01).

Quanto ai reati in generale, o meglio alle denunce di reato, i dati sono contradditori: a Bologna i reati denunciati sono quasi il triplo che a Barcellona, ma ancora inferiori a quelli di Francoforte. Per trovare poi altri «generi di conforto», andare alla voce «disoccupazione». Mentre la classifica nera è guidata dai polacchi (con Radom, 30,8% di disoccupati) e dai belgi (Charleroi e Liegi fra il 25,8 e il 28,3%), in quegli stessi primi 10 posti non figurano nomi italiani. Per la verità, non compaiono neppure nella classifica delle città dov’è più facile trovare lavoro (prime: la britannica Cambridge e poi Lussemburgo, ma anche Amsterdam— 92,5% di lavoratori occupati— e Londra, 91,3%). Ma ci si può accontentare anche così. Dove va invece male, malissimo, è nel campo della lotta all’inquinamento e della tutela dell’ambiente.

Un solo esempio, quello dei giorni di «allarme Pm10» (in cui viene superata nell’atmosfera la quota limite di 50 microgrammi di polveri sottili Pm10 per ogni metro cubo d’aria): a Lione, quei giorni sono 14 in un anno; a Francoforte sul Meno, 19; a Dortmund, 30; a Madrid, 47; a Milano, 133,5; a Torino, 173. E il verde pubblico, i metri quadrati pro capite riservati a parchi e installazioni sportive? In una città tedesca come Brema, pochini, 0,05. Ma a Bologna, 0,001. E a Torino, e Padova? Zero tondo. Ma ancora una volta si può trovare sollievo in altri dati. La «povera» Berna offre solo 41,3 posti di cinema per ogni 1000 abitanti, ma la prima città in Europa — almeno in questo campo—ne ha tre volte tanto, ben 129,6. E si chiama Ancona.



12:34 Scritto in AMBIENTE | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: smog, città pulite, ambiente, crimini | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook