18/01/2010
Ali Agca, dall'attentato al Papa alla scarcerazione
Ali Agca, dall'attentato al Papa alla scarcerazione
Il 13 maggio del 1981 il terrorista turco sparò due colpi di pistola a Giovanni Paolo II. Arrestato e rinchiuso nel carcere di Rebibbia ottenne la grazia nel 2000. Ma in Turchia ha trascorso dieci anni di carcere per l'omicidio di un giornalista. Ora è tornato in libertà.

ANKARA (Turchia) - Mehmet Alì Agca, l'uomo che attentò alla vita di Papa Giovanni Paolo II, è libero. E' stato scarcerato lunedì mattina. E dopo tanti anni, 29, trascorsi in prigione, Agca non smentisce il proprio personaggio contraddittorio e in qualche modo misterioso. In una lettera consegnata agli avvocati e da questi diffusa ai giornalisti, si proclama «Gesù Cristo», annuncia rivelazioni sulla fine del mondo e proclama le sue verità mistiche teologiche su Dio e la Trinità (Leggi: ecco la lettera di Alì Agca).

IL RILASCIO - «La procedura per il rilascio è stata completata», ha annunciato l'avvocato Yilmaz Abosoglu all'esterno del carcere di massima sicurezza nei pressi di Ankara dove era rinchiuso il 52nne attentatore di Papa Wojtyla. Il legale ha spiegato che Agca è stato immediatamente portato in un centro di reclutamento dell'esercito dove le autorità hanno esaminando la sua posizione rispetto al servizio militare ed è stato dichiarato non idoneo al servizio di leva. Secondo l'emittente Ntv, Agca dovrebbe essere successivamente trasferito all'ospedale militare di Istanbul. In ogni caso, subito dopo il confronto con i medici dell'esercito, è stato accompagnato in una stanza dell'hotel Sheraton senza rilasciare dichiarazioni ai cronisti che lo stavano aspettando. Già nelle settimane scorse si era però parlato di un'intervista già concessa in esclusiva ad un'emittente tv americana per un compenso di circa due milioni di euro. E questo potrebbe giustificare la riservatezza a cui lo hanno indotto i suoi legali.
«PROCLAMO LA FINE DEL MONDO» - La lettera aperta consegnata agli avvocati è destinata ai giornalisti perché divulghino il suo «messaggio» al mondo. Un messaggio che contiene una serie di affermazioni riferite alle basi teologiche del cristianesimo. Agca scrive: «Io proclamo la fine del mondo. Avverrà in questo secolo». Si definisce il «Cristo», «incarnato e reincarnato», e precisa: «Non sono figlio di Dio», ma «il supremo servitore di Dio in eterno». Afferma che «Dio è unico in eterno», «non esiste alcuna Trinità», «lo Spirito Santo è soltanto un angelo» affermando che «il Vangelo è pieno di errori». E alla fine annuncia: «Io riscriverò il vero Vangelo».
Redazione online
corriere.it
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05/04/2009
La studiosa vaticana: «Ho le carte, i Templari adoravano la Sindone»
La studiosa vaticana: «Ho le carte, i Templari adoravano la Sindone»
LA SCOPERTA. L'autrice lavora nell'Archivio segreto della Santa Sede. «L'idolo per cui furono condannati era Cristo»
CITTÀ DEL VATICANO — Ora lo sappiamo: i Templari, in effetti, adoravano un «idolo barbuto». Però non era Bafometto, come volevano gli inquisitori che li processarono per arrivare a sciogliere nel 1314 l'ordine più potente e illustre del medioevo cristiano, il «grande complotto innescato nel 1307 dal re di Francia Filippo IV il Bello». E non era neanche un idolo, in verità, per quanto senza dubbio fosse barbuto: l'oggetto della loro venerazione era la Sindone, il telo di lino che secondo la tradizione avvolse il corpo di Gesù e ne reca impressa l'immagine. Furono i Cavalieri a custodire in gran segreto la Sindone nel secolo e mezzo in cui se ne perdono le tracce, dal saccheggio di Costantinopoli del 1204 alla ricomparsa in Europa a metà del Trecento. Si tratta di argomenti sui quali fioccano le bufale e il 99 per cento di ciò che si racconta, Umberto Eco docet, è «spazzatura».
Ma qui la fonte è più che affidabile: lo scrive l'Osservatore Romano, anticipando alcune pagine de «I templari e la sindone di Cristo», il nuovo libro di Barbara Frale che il Mulino pubblicherà entro l'estate. L'autrice è una giovane e serissima ricercatrice dell'Archivio segreto vaticano che da anni studia e scrive dei Templari. Attingendo ai documenti del processo, cita tra l'altro la testimonianza della «prova d'ingresso», nel 1287, di «un giovane di buona famiglia del meridione francese», Arnaut Sabbatier: «Il precettore condusse il giovane Arnaut in un luogo chiuso, accessibile ai soli frati del Tempio: qui gli mostrò un lungo telo di lino che portava impressa la figura di un uomo e gli impose di adorarlo baciandogli per tre volte i piedi».
Nel 1978 fu lo storico di Oxford Ian Wilson, ricorda la studiosa, il primo a sostenere la tesi che il misterioso «idolo» barbuto dei Templari fosse in realtà il telo rubato dalla cappella degli imperatori bizantini nel 1204, durante la quarta crociata, e che i Cavalieri l'avessero custodito in segreto. Ora Barbara Frale spiega di aver trovato «molti tasselli mancanti» a sostegno della teoria. Fonti inedite che spiegano anche le ragioni dell'adorazione e della segretezza. «I Templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie», scrive. «I catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto». Che l'avessero trafugata i Templari o fosse stata comprata, doveva rimanere celata: sui responsabili del saccheggio pendeva la scomunica di Papa Innocenzo III. Ma era una reliquia potente e ne valeva la pena: «L'umanità di Cristo che i catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare. Questo è qualcosa che per l'uomo del medioevo non aveva prezzo».
Gian Guido Vecchi
17:44 Scritto in MISTERO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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08/07/2008
IL MESSIA? ESISTEVA ANCHE PRIMA DI CRISTO
IL MESSIA? ESISTEVA ANCHE PRIMA DI CRISTOUna stele paleocristiana ha riaperto il dibattito tra teologi e archeologi: i Vangeli non sono i primi testi sacri a parlare di resurrezione.
Se le analisi confermeranno l'autenticità del manufatto e il contenuto del testo, ci sarà la prova che la figura di un salvatore assimilabile a Cristo faceva già parte dell'antica cultura ebraica. A sostenerlo è il New York Times, che richiama i riflettori sullo strano reperto.
La pietra non è infatti una nuova scoperta. È stata rinvenuta circa un decennio fa. Allora fu acquistata da un collezionista svizzero-israeliano, David Jeselsohn, che l’ha portata nella sua casa di Zurigo. Quando un esperto la esaminò da vicino e pubblicò lo scorso anno un documento a riguardo, l’interesse per la stele iniziò a crescere.
La ricerca che ha dato il “la” al nuovo dibattito è stata scritta a quattro mani da Ada Yardeni e Binyamin Elitzur, due studiosi di iscrizioni antiche, ed è apparsa sulla rivista specialistica “Cathedra” con il titolo “La rivelazione di Gabriele”. Gabriele nella religione ebraica era infatti il messaggero di Dio: non a caso, è lui che nel Vangelo di Luca si rende protagonista dell’annunciazione a Maria. Secondo i due studiosi la pietra risale al I secolo a.C.; il tema del Messia risorto non è quindi stato trattato per la prima volta dagli apostoli di Gesù.
Daniel Boyarin, un professore di cultura del Talmud all’università di Berkeley in California, ha dichiarato che la pietra, in parte danneggiata e illeggibile, va ad aggiungersi ad altre evidenze che sostengono che la vita di Gesù andrebbe riletta alla luce del suo forte legame con la storia ebraica del periodo.
“Alcuni cristiani lo troveranno shoccante – una sfida lanciata all’unicità della loro teologia – ma altri troveranno confortante l’idea che siano parte del Giudaismo” ha spiegato il professor Boyarin.
Su una cosa il New York Times non ha dubbi: il dibattito sulla stele paleocristiana è solo agli inizi. Nuove interessanti pubblicazioni sono attese infatti nei prossimi mesi. E il mistero potrebbe essere svelato. Oppure infittirsi.
23:26 Scritto in CATTOLICESIMO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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