20/01/2010

Addio trapano, arrivano i raggi al plasma

Addio trapano, arrivano i raggi al plasma

 

Dal dentista nel giro di 3-5 anni le carie si cureranno con un getto di lampi di gas plasma freddo

 

(Corbis)
(Corbis)

Addio al trapano del dentista, addio paure e dolori: nel giro di 3-5 anni le carie si cureranno con un getto di plasma, ossia con lampi di gas plasma freddo che, spruzzato nella carie, ripulisce da tutti i batteri patogeni ed elimina il tessuto infetto senza danneggiare il dente. La soluzione rivoluzionaria è proposta dell'equipe di Stefan Rupf dell'università Saarland ad Amburgo. Secondo quanto riferito sul Journal of Medical Microbiology, i lampi di plasma nel giro di pochi secondi sono in grado di ridurre di 10 mila volte la concentrazione di batteri dentali. Oggi per rimuovere le carie, il risultato di un'infezione batterica che corrode smalto e dentina, si agisce con il trapano, rimuovendo il tessuto infetto e quindi intaccando l'integrità del dente.

IL GAS PLASMA - Il «gas plasma» consiste di una nube reattiva di particelle cariche elettricamente (radicali liberi) prodotta dall'azione di un forte campo elettromagnetico su acqua ossigenata vaporizzata. Oggi è già in uso per la sterilizzazione di strumenti chirurgici sensibili al calore poiché la temperatura di questo processo con il plasma non supera i 50 gradi. Il plasma usato dai ricercatori tedeschi è un plasma freddo e indolore; gli esperti lo hanno testato su dentina estratta da denti umani e «cariata» dai due principali batteri della carie, Streptococcus mutans e Lactobacillus casei. Gli esperti hanno bombardato i denti in provetta per 6, 12 o 18 secondi e constatato che ciò è sufficiente per eliminare il tessuto infetto. Più a lungo il dente è esposto al getto di plasma maggiore è la densità di batteri eliminata. «Grazie alla bassa temperatura si possono uccidere i microbi preservando i denti», spiega Rupf. In questo modo totalmente privo di contatto fisico col dente stesso, il sorriso è al sicuro e la seduta dal dentista cessa di essere un incubo. «La ricerca in questo campo ha fatto già enormi progressi - conclude Rupf - e da qui a 3-5 anni il trattamento clinico delle carie col plasma sarà realtà». (Fonte Agenzia Ansa)


04/09/2009

La macchina antivirus che fa riposare i polmoni

La macchina antivirus che fa riposare i polmoni

 

È stata inventata a Milano, in Italia ne esistono due. In Australia e Nuova Zelanda ha salvato l’86% dei pazienti

 

MILANO — In Australia e in Nuova Zelanda ha salvato molte vi­te (l’86% finora su 100 e 60 casi, rispettivamente, di polmoni­te da influenza A), a Monza si sta col fiato sospeso, ma sembra che il ragazzo ventiquattrenne ce la farà. Più che di una macchina si tratta di una metodica (si costruisce ad un costo moderato assemblando varie componenti, pompa, cannu­le e membrana ed altro) che, utiliz­zando la circolazione extracorpo­rea, asporta l’anidride carbonica mentre garantisce l’ossigenazione.

In pratica, un sistema che mette a «riposo» il polmone, anziché co­stringerlo forzatamente a lavorare come si è fatto per molto tempo con la ventilazione meccanica, pro­ducendo più danni che vantaggi. Un’idea portata avanti fin dagli an­ni Settanta dall’équipe di Luciano Gattinoni, direttore del diparti­mento di anestesia e rianimazione dell’ospedale Maggiore-Policlini­co di Milano (sua la pubblicazione sulla rivista Lancet dei primi tre ca­si curati con successo nel lontano 1980). Ipotesi verificata e applica­ta poi nella pratica clinica negli an­ni Novanta, principalmente nelle polmoniti gravissime, ma anche in traumi del torace tali da compromettere in modo signi­ficativo il polmone. Ora la Ecmo (acronimo ingle­se di ossigenazione extra-cor­porea con polmone a membra­na) è saltata alla ribalta come un «santino» perché si sta rive­lando utilissima nella polmonite provocata dal virus dell’influenza A. «Una malattia gravissima soprat­tutto nei soggetti giovani, sotto i trent’anni — ci informa Gattinoni — perché colpisce l’interstizio pol­monare, ovvero il tessuto che sepa­ra gli alveoli, gli 'acini d’uva' dove avvengono gli scambi respiratori fra l’aria e i vasi sanguigni. Polmo­niti che non migliorano con i far­maci, né con l’ossido nitrico; so­stanzialmente disastrose e intratta­bili. La metodica riesce dove tutto il resto non ha effetto».

Come è arrivato a questo nuova idea del «riposo» polmonare? «Ver­so la fine degli anni Settanta — ri­sponde l’esperto — lavorando su­gli animali abbiamo scoperto che se il polmone artificiale riesce ad asportate l’anidride carbonica, la ventilazione, ovvero il volume di aria che circola nei polmoni in un minuto, si riduce in maniera pro­porzionale; arriva addirittura a fer­marsi se la rimozione del gas sfio­ra il 100 per cento. In contempora­nea, l’ossigenazione viene garanti­ta da un catetere posizionato nella trachea. Alla fine il polmone è so­stanzialmente 'fermo', una condi­zione che lentamente gli permette di guarire o, per lo meno, di ripren­dersi » . Un concetto innovativo che ha stentato a farsi strada, tanto che in Italia esistevano finora solo due prototipi, una all’ospedale di Mon­za, l’altro al Policlinico San Matteo di Pavia. Ora si parla — lo ha an­nunciato pochi giorni il governato­re della Regione, Roberto Formigo­ni — di dotare la Lombardia di ben 14 di queste apparecchiature, nei principali ospedali, per essere pronti ad affrontare un’eventuale emergenza qualora dilaghi l’in­fluenza A, con le sue complicazio­ni polmonari.

Un’azienda multina­zionale ha realizzato una macchi­na capace di fare le stesse funzioni dei due prototipi, ma miniaturizza­ta al punto da essere portatile. Ha però il difetto di essere costosa, nell’ordine dei cinquantamila eu­ro, contro i diecimila dei prototipi. Ma considerazione economiche a parte, ha senso la corsa alla mac­china salva-polmoni? «Dal disinte­resse all’eccesso di zelo — com­menta Gattinoni — . Se non c’è la preparazione idonea a mettere in atto i principi del 'riposo' polmo­nare, direi che serve davvero a po­co ». «La formazione degli operato­ri è fondamentale — ribadisce Ro­berto Fumagalli, primario della di­visione di anestesia e rianimazio­ne dell’ospedale San Gerardo di Monza — . Prima di tutto bisogna imparare ad utilizzare la macchina in modo appropriato. Un training che deve coinvolgere anche il per­sonale paramedico». «Sono convinto — conclude Gattinoni — che la linea giusta non sia quella di dotare dell’appa­recchiatura un gran numero di ospedali. Se non c’è il personale ad­destrato si rischia di fare un buco nell’acqua. Mi pare più razionale pensare a 2-4 rianimazioni per ogni Regione addestrate a far fron­te a questi casi».

Franca Porciani

Fonte: Corriere della Sera