01/08/2011

«Melania non poteva difendersi»

«Melania non poteva difendersi»

Il delitto di Ascoli. La procura di Teramo, che ha ereditato l'inchiesta, rende più grave la posizione del caporalmaggiore: ha approfittato di uno stato di debolezza

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24/02/2011

«A Dirk Hamer sparai così» Un video inguaia Vittorio Emanuele

«A Dirk Hamer sparai così» Un video inguaia Vittorio Emanuele

L'EREDE DI CASA SAVOIA E IL DELITTO DEL 1978 A CAVALLO, IN CORSICA. «Il Fatto» mostra la confessione in carcere del principe. Ma lui nega e attacca: «Un filmato montato ad arte»

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14/02/2011

Omicidio della ex, assolto Luca Delfino

Omicidio della ex, assolto Luca Delfino

Il giovane sta scontando una pena di 16 anni e 8 mesi per il delitto di un'altra ex fidanzata. Il 34enne era imputato per il delitto di Luciana Biggi, uccisa in strada nel 2006. Il pm aveva chiesto 25 anni

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08/11/2010

Torino, ritrovato il corpo della moglie uccisa dall'amante

Torino, ritrovato il corpo della moglie uccisa dall'amante

IL FRATELLO DELLA VITTIMA: ERA IL FINALE CHE TEMEVAMO». I resti di Marina Patriti erano sepolti quasi davanti all'uscio della casa della donna accusata del delitto

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22/10/2010

Sarah Scazzi, ecco i verbali di Michele Misseri

Sarah Scazzi, ecco i verbali di Michele Misseri

Nella seconda confessione, tratta dall'ordinanza emessa dal gip di Taranto e pubblicata dall'Ansa, lo zio reo confesso parla anche del ruolo di Sabrina, che avrebbe trascinato la cugina nel garage dove sarebbe avvenuto il delitto

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10/07/2010

Arrestato l'assassino della Tarantino l'ha massacrata dopo un rifiuto

Arrestato l'assassino della Tarantino l'ha massacrata dopo un rifiuto

Leopoldo Ferrucci, 42 anni ha confessato: «Ho perso la testa per lei». Il corpo della donna, collaboratrice de Il Tempo, era stato trovato lunedì in un campo a Riano

 

 

Anna Maria Tarantino (foto Faraglia)
Anna Maria Tarantino (foto Faraglia)

ROMA - Risolto il «giallo» dell'omicidio di Anna Maria Tarantino, l'mpiegata di banca e collaboratrice del quotidiano Il Tempo di 44 anni scomparsa domenica 4 luglio e rinvenuta cadavere il giorno successivo nelle campagne di Riano. Nel corso della notte i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e quelli del Nucleo investigativo di Ostia hanno sottoposto a fermo di indiziato di delitto, Leopoldo Ferrucci, un uomo di 42 anni, ritenuto responsabile del delitto. Gli accertamenti dell'autopsia avevano evidenziato i segni di una morte violenta e non naturale: di fronte all'evidenza delle indagini svolte dai militari, l'uomo ha confessato le proprie responsabilità nella caserma di via in Selci davanti al pubblico ministero della procura della Repubblica di Tivoli.

L'ASSASSINO - «L'ho uccisa perchè mi ha rifiutato. Ho perso la testa per lei». È quanto ha confessato agli investigatori Leopoldo Ferrucci. Lui e la sua vittima domenica scorsa, giorno del delitto, si sono incontrati, perchè lei aveva chiesto di essere accompagnata da Ikea per fare degli acquisti. Non ci sono mai arrivati: mentre erano in auto l'uomo ha fatto delle avances ad Anna Maria Tarantino che lei ha respinto. A questo punto Ferrucci preso da uno scatto di rabbia ha colpito la donna con calci e pugni, prima in auto e poi fuori. Per poi strangolarla ed abbandonarla in campagna. Si attendono comunque anche le analisi ad opera del Ris per chiarire più a fondo quanto accaduto. L'uomo, un autotrasportatore che aveva un precedente per furto, aveva conosciuto la Tarantino qualche mese fa per un trasloco. Domenica scorsa Ferrucci, un uomo robusto e non molto alto, si era offerto di accompagnarla con la sua Fiat Doblò all'Ikea per caricare alcuni mobili, visto che l'auto di lei non funzionava. Una volta in macchina, lui ha tentato un approccio ma è stato rifiutato. Non una relazione finita male, dunque, bensì un rifiuto, un no alle avances dell’uomo, culminato in una lite che avrebbe scatenato l’ira del respinto, che ha picchiato selvaggiamente la donna. L'uomo sostiene di non aver voluto uccidere Anna Maria.

LA RICOSTRUZIONE - La donna nei giorni scorsi, aveva chiesto a Leopoldo F. di accompagnarla all'Ikea. L'uomo, che gli agenti decrivono come una persona semplice, deve aver frainteso le intenzioni della Tarantino. I due, che si erano conosciuti qualche mese fa perché l'uomo lavora come autotrasportatore e la donna aveva bisogno d'aiuto per un'operazione di trasloco, si sono rivisti domenica scorsa. Dopo il rifiuto delle avances da parte di lei, lui l'ha aggredita. Pugni, calci e poi lo strangolamento. La donna, infatti, è morta per soffocamento. Dopo un lungo interrogatorio cominciato con delle resistenze da parte di Leopoldo F. che assicurava ripetutamente «non l'ho uccisa io», l'uomo è crollato e ha confessato. L'ha picchiata selvaggiamente e prima di abbandonarla le ha portato via la borsa il telefono, tutti gli oggetti personali. Gli inquirenti sono risaliti all'identità della donna anche attraverso una scarpa nuova, ancora con l'etichetta, che la Tarantino indossava al momento dell'aggressione, e che si è scoperto essere stata acquistata il giorno stesso in un negozio nel quale il titolare ricordava la donna vestita con una camicetta rosa e un pinocchietto blu. Da chiarire, la provenienza di alcuni quadri ritrovati in casa di Leopoldo F., che potrebbero essere di proprietà della Tarantino. Intanto, l'uomo è stato fermato per gravi indizi di omicidio volontario.

I carabinieri sotto l'abitazione della vittima (Ansa)
I carabinieri sotto l'abitazione della vittima (Ansa)

IL LIBRO - Anna Maria Tarantino era impiegata all'ufficio aste dell'Unicredit di via del Corso, a Roma, e ad tempo collaborava al quotidiano «Il Tempo». Nei prossimi giorni avrebbe dovuto presentare il suo primo libro Un soffio dei vita, dedicato alla madre scomparsa dopo un tumore. Libro che oggi gli amici giornalisti rileggono alla luce della tragedia: «Si nasce per guadagnare affannosamente, e poi, perdere tutto inesorabilmente», si legge all'inizio. E così si chiude: «Il destino ha recitato la mia vita lasciandomi prigioniera del dolore».

GLI AMICI - La soluzione all'indagine è arrivata anche grazie all'impegno degli amici della donna. Uno di loro, un ex fidanzato, non avendo più notizia di Anna Maria da domenica si era recato nella sede de Il Tempo per chiedere alla redazione di sollecitare notizie sulla donna scomparsa. Dopo poche esce un'agenzia di stampa che parla di una donna ritrovata morta a Riano , e quella successiva dell'autopsia da cui risulta che è stata picchiata e strangolata. La redazione ha contattato i carabinieri. E' toccato all'ex fidanzato il compito di riconoscere l'amica.

Redazione online


09/03/2010

Via Poma, si uccide l'ex portiere Vanacore «Vent'anni di martirio e sofferenza»

Via Poma, si uccide l'ex portiere Vanacore «Vent'anni di martirio e sofferenza»

 

IL GIALLO. Si è tolto la vita vicino Taranto. Il 12 marzo avrebbe dovuto testimoniare al processo contro l'ex fidanzato

 

Pietrino Vanacore (Ansa)
Pietrino Vanacore (Ansa)

ROMA - Si è tolto la vita Pietrino Vanacore. Fu il portiere dello stabile di via Poma a Roma, dove il 7 agosto 1990 fu uccisa Simonetta Cesaroni. L'uomo si è suicidato a Marina di Torricella , in località Torre Ovo, in provincia di Taranto, nella notte tra lunedì e martedì. Si è tolto la vita legandosi una lunga fune al collo e lasciandosi andare in un corso d'acqua in località Torre Ovo di Torricella, nel tarantino.

BIGLIETTI IN AUTO- Vanacore ha lasciato almeno due o tre biglietti di addio nella sua auto parcheggiata a poca distanza dal luogo del suo suicidio: uno sul tergicristallo dell'auto e uno all'interno della vettura. In tutti, secondo quanto si è appreso da fonti investigative, l'ex portiere di via Poma avrebbe scritto più o meno lo stesso messaggio: «20 anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio». Sul posto, si trovano i carabinieri che stanno aspettando il magistrato di turno Maurizio Carbone della Procura di Taranto. L'automobile dell'ex portiere è una Citroen Ax di colore grigio. Il corpo dell'uomo è ancora in acqua, affiorante. È visibile una fune che per ora non si sa a che cosa sia legata. S'intravede che è intrecciata ad una caviglia e anche attorno al collo. Il corpo - a quanto viene reso noto - è stato trovato da amici: non si sa se il ritrovamento sia stato casuale o fatto da persone che erano già alla sua ricerca.

Simonetta Cesaroni, uccisa a Roma il 7 agosto 1990 (Proto)
Simonetta Cesaroni, uccisa a Roma il 7 agosto 1990 (Proto)

IL PROCESSO - Avrebbe dovuto testimoniare venerdì prossimo , il 12 marzo, nell'ambito del processo a Raniero Busco, accusato di aver ucciso l'ex fidanzata Simonetta Cesaroni. La ragazza, 21enne romana, fu trovata morta con 29 coltellate il 7 agosto del 1990 in un ufficio in Via Poma, nel quartiere Prati a Roma. Nell'udienza di venerdì è prevista la testimonianza, davanti ai giudici della III Corte d'Assise presieduta da Evelina Canale, anche dell'ex datore di lavoro della ragazza Salvatore Volponi, del figlio Luca, di Giuseppa De Luca, moglie di Vanacore, e del figlio dei due portieri, Mario, nonché di due esperti della polizia scientifica che esaminarono la scena del crimine nell'imminenza del fatto. Nell'udienza di venerdì avrebbe potuto scegliere di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande del pm Ilaria Calò in quanto indagato in procedimento connesso. Ciò in quanto fu in passato coinvolto in questa stessa inchiesta.

Raniero Busco durante il processo in cui è accusato dell'omicidio di Simonetta Cesaroni (Proto)
Raniero Busco durante il processo in cui è accusato dell'omicidio di Simonetta Cesaroni (Proto)

IL LEGALE DI BUSCO - «La morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata. Lui ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia, e non perchè fosse l'autore dell'omicidio, ma perchè sapeva». Così l'avvocato Paolo Loria, difensore di Raniero Busco, sotto processo per l'omicidio di Simonetta Cesaroni, commenta la notizia del suicidio dell'ex portiere di via Poma. «Non so come interpretare questo fatto - ha aggiunto - l'ho saputo 20 minuti dopo che era successo».

«SAPEVA MA NON POTEVA PARLARE» - «Lui ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia - continua il legale di Raniero Busco -, e non perché lui fosse l'autore dell'omicidio, ma perché sapeva. Evidentemente, però, non poteva parlare neanche a distanza di anni. Non se l'è sentita, in sostanza, di affrontare i giudici e gli avvocati in aula».

L'AVVOCATO DEI CESARONI - L'avvocato Lucio Molinaro, legale della famiglia Cesaroni, chiede tempo prima di commentare la notizia della morte dell'ex portiere dello stabile di via Poma: «Aspetto di parlare con il magistrato per avere una idea più chiara di quanto successo. Al momento sto seguendo le notizie di stampa. Personalmente cerco di essere prudente per capire come deve essere interpretata la notizia del suicidio di Vanacore. Mi dispiace ovviamente per il fatto umano in sé ma occorre capire che ricaduta avrà sul processo in corso questa vicenda».

Pietrino Vanacore (Ansa)
Pietrino Vanacore (Ansa)

TESTIMONE - Fu lui a trovare il corpo senza vita della Cesaroni. Il 10 agosto del 1990 infatti Vanacore fu fermato dalla polizia per poi tornare in libertà il 30 agosto successivo. Il 26 aprile del 1991 il gip Giuseppe Pizzuti accolse la richiesta di del pm Pietro Catalani e archiviò gli atti riguardanti Vanacore e altre cinque persone. Il 30 gennaio del 1995 il portiere uscì definitivamente di scena: la Cassazione confermò infatti la decisione della Corte d'appello di non rinviarlo a giudizio con l'accusa di favoreggiamento. Allora decise di lasciare Roma e tornare nella sua terra d'origine, a Monacizzo, poco distante da dove è stato trovato il corpo. Era pugliese, nato a Sava, nell'entroterra tarantino.

L'ALTRA INDAGINE - Una seconda indagine su Vanacore era stata archiviata poco meno di un anno fa, nel maggio 2009. I pm inquirenti (Ilaria Calò e Giovanni Ferrara), nell'ambito delle indagini su Renato Busco, ex fidanzato della giovane donna uccisa, il 20 ottobre 2008 avevano infatti disposto una perquisizione domiciliare nella casa pugliese di Pietrino Vanacore, perquisizione che non aveva portato a nessun risultato utile.

Antonio Castaldo


26/02/2010

Operaio ucciso a Desio, fermati i figli

Operaio ucciso a Desio, fermati i figli

 

Il delitto mercoledì sera: due colpi di pistola in casa. In manette i due ragazzi di 18 e 16 anni. Da subito le indagini erano state orientate verso i familiari

 

MILANO - I carabinieri di Desio hanno fermato i due figli di 16 e 18 anni di Cosimo Agostino, l'operaio di 44 anni ucciso mercoledì sera a Desio con due colpi di pistola sparatigli nella sua abitazione. In casa non c'erano segni di effrazione, la porta d'ingresso era intatta e la tavola apparecchiata per la cena: fin dai primi momenti le indagini erano state quindi orientate verso persone molto vicine alla vittima. Sentiti per esempio un parente e un socio in affari, con cui il morto, originario della provincia di Reggio Calabria, potrebbe aver avuto rapporti d'affari, forse illeciti. I carabinieri avevano vagliato con attenzione anche la posizione dei familiari di Cosimo Agostino. In particolare della moglie, che aveva scoperto il corpo riverso nel soggiorno di casa in un lago di sangue; della sorella, che abita nella casa di fronte e che ha fatto la telefonata al 118; del figlio 18enne, che quella sera non era in casa. L'altro figlio, di 16 anni, era invece con la madre. Da queste indagini si è arrivati al fermo dei due ragazzi. Non si esclude che la pistola con cui è stato ucciso fosse sua.

LE LITI IN FAMIGLIA - Dopo aver aperto e chiuso per fallimento prima un bar a Riace e poi un negozio d'abbigliamento a Bovisio Masciago, Cosimo Agostino - che aveva scontato anche un periodo di sorveglianza speciale per detenzione e spaccio di stupefacenti - stava cercando di risolvere i suoi problemi economici andando a lavorare come operaio in un’azienda di ferramenta di Novate Milanese. Lo stipendio di precario, però, non gli consentiva di mantenere in modo soddisfacente la famiglia. I vicini hanno raccontato di frequenti liti nell'appartamento: in alcuni casi, a sedarle erano dovuti intervenire i carabinieri.

Redazione online


04/02/2010

La ricostruzione dell'omicidio nel racconto di Arrighi: «Due colpi alla nuca, poi sono andato al poligono»

La ricostruzione dell'omicidio nel racconto di Arrighi: «Due colpi alla nuca, poi sono andato al poligono»

 

Como, Il caso dell'armiere che ha ucciso l'imprenditore. «Aveva offeso la mia famiglia. L'ho decapitato con un seghetto»

 

La polizia scientifica lascia la pizzeria Conca d'Oro di Senna Comasco dove è stata trovata la testa dell'imprenditore Giacomo Brambilla, ucciso dall'armiere comasco Alberto Arrighi (Ansa)
La polizia scientifica lascia la pizzeria Conca d'Oro di Senna Comasco dove è stata trovata la testa dell'imprenditore Giacomo Brambilla, ucciso dall'armiere comasco Alberto Arrighi (Ansa)

COMO - «Signor giudice, quando ho sentito quella frase sulla mia famiglia, non ci ho visto più. E ho sparato...». Quale frase può aver mai fatto perdere completamente il senno ad Alberto Arrighi, l’armiere comasco che ha ucciso Giacomo Brambilla, l’ha decapitato bruciandone la testa in un forno e ne ha abbandonato il corpo in una sperduta località a 150 chilometri da Como?

Questa: «Ho detto al Brambilla che non stava rovinando solo me, ma anche mia moglie e le mie figlie. Lui mi ha risposto: "Bello, di tua moglie e delle tue figlie non me ne frega niente!". Poi è successo tutto». «Tutto» è contenuto nel verbale di interrogatorio, il primo sostenuto da Arrighi negli uffici della questura di Como, davanti al pm Antonio Nalesso e all’avvocato difensore Ivan Colciago e dal quale è scaturito il fermo dell’uomo. Per due ore l’armiere, incensurato, consulente della procura, amico di tanti poliziotti e carabinieri, racconta con lucidità i dettagli raccapriccianti del delitto. Uno riguarda la decapitazione: «Ho usato un seghetto, ho fatto tutto da solo, mio suocero non c’entra». Arrighi, nella confessione, tenta in tutti i modi di scagionare Emanuele La Rosa, il suocero che assieme a lui è sottoposto a fermo (ma solo per distruzione di cadavere, non per l’omicidio).

Alberto Arrighi nella sua armeria a Como
Alberto Arrighi nella sua armeria a Como

Il magistrato concentra tuttavia la sua attenzione sui rapporti tra Arrighi e la vittima: lì è contenuto il movente del delitto, i cui contorni sono ancora da definire. Così li ha raccontati il fermato: «Conoscevo il Brambilla perché in passato era stato mio cliente. Verso settembre si è ripresentato da me e pareva che fosse al corrente delle difficoltà economiche che sto attraversando. "Non capisco come un negozio come questo, nel centro di Como, non riesca a sfondare" e si è proposto di aiutarmi nella gestione». Il primo aiuto consiste in un prestito di 70-80 mila euro. Da lì in avanti la presenza del creditore nella vita di Arrighi si fa via via più costante. «Era un incubo. Mi telefonava anche 10-15 volte al giorno, mi impartiva ordini, voleva spadroneggiare». E si giunge alla stretta finale: Brambilla propone all’interlocutore di diventare socio nel negozio con una quota del 99 per cento. Alla famiglia, proprietaria dell’esercizio dal 1938, restano solo le briciole.

È di questo che si parla nell’appuntamento fatale di lunedì. «La lite si è accesa, ho visto il Brambilla che metteva mano alla cintola, temevo mi stesse sparando. Poi ha pronunciato quella frase sulla mia famiglia. Si è girato e ha fatto due passi verso il retro. Ho preso una calibro 22 dal tavolo e gli ho sparato due colpi alla nuca». La sequenza è ripresa anche dalle telecamere del negozio. In seguito Arrighi compie una serie di atti senza logica e senza speranza: «Ho lasciato il cadavere in negozio e sono partito sul Cayenne del Brambilla. Arrivato a Nova Milanese l’ho abbandonato a un distributore della Shell e ho buttato via le chiavi. Sono tornato a Como in taxi e sono andato al poligono a sparare».

E poi lo scempio sul cadavere: «La decisione di bruciare la testa nel forno della pizzeria? Volevo rendere il corpo irriconoscibile». Polizia e procura ora metteranno al vaglio questa confessione con alcuni elementi oggettivi di cui nel verbale non ci sarebbe traccia. Ad esempio: Arrighi parla di due colpi. Dall’esame del cadavere gli spari risultano invece tre, uno dei quali esploso dall’armiere con una calibro 40 che il Brambilla aveva con sé al momento del delitto. C’è poi il mistero di 100 mila euro in contati sequestrati nella pizzeria del suocero: non sono di Arrighi né di La Rosa, forse appartenevano alla vittima.

Claudio Del Frate



02/02/2010

Como, armiere uccide e fa a pezzi il socio. Si indaga su un grosso debito

Como, armiere uccide e fa a pezzi il socio. Si indaga su un grosso debito

 

Lunedì sera in pieno centro cittadino. Agghiacciante delitto compiuto dal gestore di un negozio di armi. Il cadavere ritrovato vicino a Domodossola

 

 

COMO - Ha dato un appuntamento al benzinaio, socio in affari, nel suo negozio di armi, per parlare. Gli doveva dei soldi, tanti soldi: si parla di 200 mila euro. Ma qualcosa è andato storto, e l'armiere ha fatto fuoco. Poi si è disfatto del corpo, facendolo a pezzi. Ma gli è servito a poco, perché le forze dell'ordine hanno scoperto il delitto e lo hanno fermato per omicidio volontario. Il corpo mutilato della vittima è stato trovato dopo alcune ore dalla polizia nei pressi di Domodossola, in Piemonte, su indicazioni date dall'assassino.

IL DELITTO - L'omicidio è stato commesso lunedì sera nel retro dell'armeria Arrighi di via Garibaldi, nel centro storico di Como. Il gestore, ora in stato di fermo, è Alberto Arrighi, 40 anni. La sua fedina penale è perfettamente pulita; l'uomo lavorava addirittura come consulente balistico per la Procura. Pare assodato che da qualche tempo versasse in notevoli difficoltà economiche: nel novembre scorso aveva licenziato il personale del negozio di armi e articoli per cacciatori. La vittima è un imprenditore comasco, Giacomo Brambilla, 43 anni, pure incensurato, titolare di vari distributori di benzina Shell della zona. Secondo quanto si è potuto apprendere i due, che erano in rapporti di affari, avrebbero avuto una discussione, sino al tragico epilogo: Arrighi avrebbe ucciso Brambilla a colpi di pistola, utilizzando un'arma che la polizia questa mattina ha rinvenuto nella vetrina dell'armeria, sembra su indicazione dello stesso Arrighi. Da qui il fermo per omicidio volontario.

LA DENUNCIA - Il provvedimento è scattato dopo che la convivente di Brambilla, durante la notte, ne aveva denunciato la scomparsa. La donna ha parlato di un appuntamento che il compagno aveva con l'Arrighi nel suo negozio. Entrati nell'armeria, gli agenti della polizia hanno trovato tracce di sangue, ma non il cadavere. In mattinata è scattato il fermo di Arrighi, che è stato portato in questura per essere interrogato dalla squadra mobile e dal magistrato di turno. L'uomo ha ammesso il delitto e ha dato agli agenti le indicazioni per ritrovare il cadavere. Nel primo pomeriggio di martedì il corpo, mutilato e decapitato, è stato trovato nei pressi di Domodossola, in Piemonte, a circa 140 chilometri di autostrada da Como.

Claudio Del Frate