28/07/2010
Inchiesta P3, Dell'Utri non risponde I pm: «Il suo ruolo superiore a Verdini»
Inchiesta P3, Dell'Utri non risponde I pm: «Il suo ruolo superiore a Verdini»Dura pochi minuti l'interrogatorio del senatore del Pdl. Bankitalia: «Gravi irregolarità nella banca di Verdini», sottosegretario Caliendo indagato. Berlusconi e Alfano: «Ha nostra fiducia»
ROMA - È durato pochi minuti l'interrogatorio di Marcello Dell'Utri davanti al procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo. Il senatore del Pdl si è avvalso infatti della facoltà di non rispondere in merito all'inchiesta denominata P3. «A Palermo 15 anni fa ho parlato 17 ore e sono stato rinviato a giudizio sulla base della mie dichiarazioni. Ho imparato da allora», ha detto Dell'Utri dopo essere uscito dal tribunale. Il senatore del Pdl è indagato per la violazione della legge Anselmi rispetto alla costituzione di una presunta associazione che è al centro dell’inchiesta. Per i pm romani, invece, il ruolo di Dell'Utri sotto il profilo politico sarebbe stato superiore a quello del coordinatore del Pdl Denis Verdini, che è stato interrogato lunedì.
CALIENDO INDAGATO MA HA FIDUCIA DI BERLUSCONI - Nel registro degli indagati è finito anche il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, accusato di aver preso parte alla presunta associazione segreta messa in piedi da Carboni, Martino e Lombardi. In serata il premier Berlusconi, dopo un incontro con il sottosegretario, gli ha rinnovato la sua «piena fiducia» invitandolo «a continuare a lavorare con l'impegno fin qui profuso». Anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, in una nota ha ribadito il proprio «sostegno del senatore Caliendo», rinnovandogli «fiducia e solidarietà».
CALIENDO: «MAI CONTATTATO GIUDICI CONSULTA» - Il sottosegretario ha replicato alla notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati assicurando di non aver «mai contattato né fatto elenchi di giudici della Corte costituzionale favorevoli o contrari al lodo Alfano». Caliendo ha indicato Lombardi come «millantatore» e detto che al pranzo a casa Verdini del 23 settembre 2009 lui rimase solo mezz'ora e «solo successivamente ho appreso che si era parlato anche del lodo Alfano». Caliendo sarà ascoltato in procura in qualità di indagato.
IL RUOLO DEL SOTTOSEGRETARIO - Nelle intercettazioni fin qui rese pubbliche, in più di una circostanza Caliendo viene sorpreso a discorrere con alcuni degli altri indagati di alcune nomine ai vertici della magistratura. Dagli atti emerge in particolare il tentativo di Pasquale Lombardi di coinvolgerlo nelle manovre per ostacolare l'abrogazione del Lodo Alfano da parte della Consulta. I carabinieri definiscono in un'informativa Caliendo personaggio «vicino al gruppo» di Flavio Carboni, uno di quelli «che prendono parte alle riunioni nel corso delle quali vengono impostate le principali operazioni o che paiono fornire il proprio contributo alle attività d'interferenza». Un incontro, in particolare, è al centro degli interessi degli inquirenti: il pranzo in casa Verdini, con Dell'Utri e i magistrati Arcibaldo Miller e Antonio Martone. In quella sede si sarebbe discusso del lodo Alfano, ma probabilmente anche della nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte d'appello di Milano e del ricorso presentato in Cassazione dall'ex sottosegretario Nicola Cosentino contro l'ordinanza d'arresto emesso dalla procura di Napoli. Inoltre, spesso il sottosegretario viene sorpreso a telefono con Lombardi, e i due sembrano intrattenere rapporti colloquiali: «Ormai guagliò ti è spianata la via per i' a fà o' ministro, o' vuoi capiscere o no?», gli spiega un giorno il geometra finito in carcere. Oppure, il 4 novembre scorso, al telefono con Marra, Lombardi precisa: «Poi ho parlato con Giacomino e... stiamo operando».
COMMISSARIAMENTO DEL CREDITO COOPERATIVO - Nel frattempo, dopo le dimissioni di Verdini da presidente del Credito cooperativo fiorentino, si è saputo che la Banca d’Italia ha chiesto con una nota scritta il commissariamento della banca per gravi irregolarità. In relazione ai risultati degli accertamenti ispettivi di vigilanza condotti presso il Credito Cooperativo Fiorentino - Campi Bisenzio - Società Cooperativa, la Banca d'Italia, con delibera adottata all'unanimità dal Direttorio il 20 luglio, «ha proposto al Ministro dell'economia la sottoposizione dell'azienda alla procedura di amministrazione straordinaria "per gravi irregolarità nell'amministrazione e gravi violazioni normative, ai sensi dell`art. 70, comma 1, lett. a), del Testo Unico Bancario». In serata si è poi saputo che il ministro del Tesoro Tremonti ha firmato il decreto di commissariamento del Ccf. Lo rende noto un comunicato di via XX Settembre che precisa che «la proposta di commissariamento del Credito Cooperativo Fiorentino, formulata dalla Banca d'Italia, è arrivata ed è stata protocollata nella giornata di mercoledì 21 luglio 2010 presso la segreteria del CICR. La pratica è stata immediatamente istruita dagli uffici ed è stata siglata dal Direttore generale del Tesoro - Segretario del CICR - nella giornata di venerdì. Lunedì 26 luglio è stata ritrasmessa al Gabinetto del Ministro per la firma. Martedì il Ministro ha firmato il relativo Decreto».
TRASFERIMENTO MARCONI - Il plenum del Csm ha deciso all'unanimità, con la sola astensione del vicepresidente Nicola Mancino, il trasferimento d'ufficio a Napoli, per incompatibilità ambientale, del presidente della Corte d'appello di Salerno Umberto Marconi, coinvolto nell'inchiesta sulla P3. Lunedì la terza commissione di Palazzo dei Marescialli aveva accettato la richiesta dello stesso Marconi di essere trasferito a Napoli. Dunque il magistrato ricoprirà le funzioni di consigliere presso la Corte d'appello partenopea. Marconi, coinvolto nell'inchiesta per la presunta attività di dossieraggio ai danni del presidente della Campania Stefano Caldoro, aveva inviato la richiesta di trasferirlo subito presso la Corte d'appello napoletana, pur ricordando la sua «estraneità ai fatti», e parlando di una «macchinazione peraltro grossolana» che aveva infangato la sua persona e denunciata tra l'altro alla stampa. Marconi parlava anche di un «complotto che affonda le sue radici in altre vicende, connesse alla mia ben nota trentennale milizia associativa (Anm)». Infine l'ex presidente della Corte d'appello di Salerno chiedeva una convocazione da parte della terza commissione per spiegare meglio le sue ragioni, ma la stessa commissione ha ritenuto di doversi procedere subito al trasferimento. Anche la prima commissione aveva avviato nei confronti di Marconi la pratica di trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale.
ELEZIONI IN LAZIO - Intanto spunta un nuovo filone d'indagine sulla cosiddetta P3. Dopo l'interessamento di Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi per il ricorso che minacciava di far saltare la partecipazione delle elezioni alla lista Pdl in Lombardia, dagli atti dell'inchiesta emerge che analoghe manovre vennero tentate anche per correggere la decisione del Tribunale di Roma che non ammise le liste del Pdl per le regionali in Lazio. Lo scrivono i giudici del Tribunale del riesame che hanno negato la scarcerazione a Carboni e Lombardi. Secondo i magistrati Carboni, Martino e Lombardi erano riusciti a mettere in piedi «una metodica attività di interferenza svolta presso organi costituzionali e amministrazioni pubbliche». Per i giudici si è trattato di un'interferenza illegittima nel funzionamento degli organi dello Stato: «Pur in assenza di una qualunque competenza o incarico che minimamente la giustificasse, il gruppo ha portato avanti una metodica azione d'interferenza sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali e di amministrazioni pubbliche, venendo incredibilmente accettato come interlocutore accreditato».
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29/06/2010
Mafia, Dell'Utri condannato: pena ridotta a sette anni
Mafia, Dell'Utri condannato: pena ridotta a sette anniLa sentenza d'Appello nei confronti del senatore del Pdl per concorso esterno in associazione mafiosa. Assolto per i fatti successivi al '92, per la presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra. Lui: "Sentenza pilatesca, Mangano un eroe".
PALERMO - Dopo sei giorni di camera di consiglio, i giudici della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo hanno condannato Marcello Dell'Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Ridotta, dunque, la condanna a nove anni decisa in primo grado, nel dicembre del 2004. Il pg Nino Gatto, a conclusione della sua requisitoria, aveva chiesto per Dell'Utri una condanna a undici anni di reclusione. «Sono profondamente deluso», ha ammesso dopo la lettura della sentenza. Una verdetto «pilatesco» secondo il senatore del Pdl imputato.
SPATUZZA - Riformando la sentenza di primo grado, la corte ha assolto Dell'Utri limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992 perché «il fatto non sussiste», riducendo così la pena da nove a sette anni di reclusione. Sembrano non aver influito, dunque, nel processo Dell'Utri le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, piombate in aula quando il dibattimento si stava avviando a conclusione. La Corte d'Appello di Palermo (che ha anche dichiarato il non doversi procedere nei confronti dell'altro imputato, Gaetano Cinà, nel frattempo deceduto) ha infatti condannato il senatore del Pdl a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa per fatti commessi prima del 1992, mentre i verbali di Spatuzza, depositati nell'ottobre del 2009, si riferiscono ad anni successivi. «Con questa sentenza si mette una pietra tombale sulla presunta trattativa tra Stato e mafia durante il periodo delle stragi. Quello che ha detto Spatuzza non è stato evidentemente preso in considerazione come voleva l'accusa» ha detto l'avvocato Nino Mormino, legale di Dell'Utri, sottolineando che la corte ha assolto il suo assistito per le condotte contestate in epoca successiva al 1992, escludendo cioè qualunque «patto» tra lo Stato e Cosa Nostra subito dopo le stragi.
«SENTENZA PILATESCA» - Il senatore del Pdl non era presente in aula a Palermo al momento della lettura della sentenza: Dell’Utri è rimasto a Milano, organizzando una conferenza stampa nel capoluogo lombardo dopo la lettura della sentenza. «È una sentenza pilatesca», ha detto Dell'Utri come prima cosa ai giornalisti . «Hanno dato un contentino alla procura palermitana - ha aggiunto - e una grossa soddisfazione all'imputato, perché hanno escluso tutto ciò che riguarda le ipotesi dal 1992 in poi». Marcello Dell'Utri spera nel giro di un anno in una sentenza per lui positiva da parte della Cassazione. «Spero che dicano: "ma che stiamo facendo, lasciate stare"». Il senatore del Pdl ha spiegato che si aspettava una sentenza di questo tipo. Se fosse arrivata l'assoluzione «avrei detto - ha aggiunto - che la pena l'ho già scontata: 15 anni di pena. Io non somatizzo, ma il disagio c'è». «Vittorio Mangano è stato il mio eroe» ha poi ribadito il politico siciliano conversando con i giornalisti. «Era una persona in carcere, ammalata - ha spiegato Dell'Utri - invitata più volte a parlare di Berlusconi e di me e si è sempre rifiutato di farlo. Se si fosse inventato qualsiasi cosa gli avrebbero creduto. Ma ha preferito stare in carcere, morire, che accusare ingiustamente. È stato il mio eroe. Io non so se avrei resistito a quello a cui ha resistito lui». «Non farò il ministro» ha chiarito poi il senatore rispondendo a una domanda dei giornalisti sulla provocazione del leader Idv Antonio Di Pietro («Speriamo che Berlusconi non lo faccia ministro» ha detto l'ex pm dopo la sentenza ironizzando sul caso Brancher).
«DELUSO» - «Processualmente parlando, Dell’Utri non ha favorito la mafia» ha spiegato il procuratore generale Antonino Gatto, commentando la sentenza. «Ma questo - ha aggiunto il pg - non vuol dire affatto che ciò non possa essere accaduto in natura. Bisognerà piuttosto leggere le motivazioni della sentenza per capire i motivi che hanno spinto la corte a prendere questa decisione. Forse perché le affermazioni di Spatuzza non sono state ritenute attendibili, o perchè le prove portate dall’accusa sono state considerate infondate, o perchè sono mancati i riscontri». «Sono profondamente deluso» ha ammesso il procuratore Gatto «perché ritengo che l’aspetto politico era la parte della vicenda sulla quale l’accusa aveva quagliato meglio». Alla domanda se questa sentenza rappresenti la tomba degli aspetti oscuri legati alla strategia stragista, il procuratore generale ha risposto: «Non parlerei affatto di tomba, ma ripeto, occorrerà leggere attentamente le motivazioni per comprendere questa decisione». «Cercherò il procuratore Gatto e gli farò le condoglianze» ha detto ironico Dell'Utri riferendosi alla delusione del pg Gatto.
NOVE ANNI IN PRIMO GRADO - In primo grado Dell'Utri era stato condannato a nove anni di reclusione. In quel caso primo grado i giudici del tribunale rimasero in camera di consiglio, per emettere la sentenza di condanna a nove anni di carcere, per 13 giorni: un record. Entrarono in consiglio dopo le ore 13 del 29 novembre 2004 ma avvertirono che l'uscita dalla camera di consiglio sarebbe stata annunciata 24 ore prima. Il presidente del tribunale, Leonardo Guarnotta, lesse la sentenza l'11 dicembre poco dopo le 10.
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16/04/2010
Mafia, chiesti 11 anni per Dell'Utri E lui: «Meglio mangiare uno sfincione»
Mafia, chiesti 11 anni per Dell'Utri E lui: «Meglio mangiare uno sfincione»Il senatore del Pdl è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. La richiesta del procuratore generale Antonino Gatto a conclusione della sua requisitoria
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| Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica) |
PALERMO - La condanna a 11 anni di reclusione del senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, è stata chiesta alla Corte di Appello di Palermo dal procuratore generale Antonino Gatto a conclusione della sua requisitoria.
LO «SFINCIONE» - Il senatore Dell'Utri ha commentato la richiesta del pg con una battuta: «Il procuratore generale può dire quello che vuole: non posso neanche ascoltare quello che dice e ho preferito andare a prendermi lo «sfincione» (una pizza tipica di Palermo, a base di cipolle, pomodoro, pan grattato e caciocavallo) a Porta Carbone. Qui non c'è fumus persecutionis, qui c'è una vampa, un incendio». «Il personaggio di cui parla il procuratore generale io non lo conosco, non esiste. Da 15 anni stanno processando una persona che non esiste», ha aggiunto Dell'Utri. Anche prima della richiesta Dell'Utri s'era mostrato ironico:«Faccio l'imputato da 15 anni, è diventato quasi uno stato dell'essere e sono stanco. Arriverà il momento in cui finirà tutto e mio mi chiedo 'ora che faccio?'. Mi sono insomma abituato a fare l'imputato, è diventata una cosa strutturale».
IN PRIMO GRADO - In primo grado Dell'Utri è stato condannato a 9 anni. Il senatore era presente in aula al momento della richiesta. Anche in primo grado la Procura aveva chiesto per Dell'Utri la pena di 11 anni, ma il Tribunale ne aveva poi comminati 9. Al termine della requisitoria, il pg Gatto ha anche chiesto ai giudici di dichiarare l'estinzione del reato per Getano Cinà, unico altro imputato del processo, frattanto deceduto. Dopo il rappresentante dell'accusa, ha preso la parola per le sue conclusione l'avvocato che rappresenta il Comune di Palermo, costituitosi parte civile. La Corte d'Appello, presieduta da Claudio Dall'Acqua, secondo i programmi dovrebbe entrare in camera di consiglio il 4 giugno per emettere la sentenza.
CIANCIMINO - La lunga requisitoria del pg è cominciata a settembre e interrotta a novembre per l'esame, a sorpresa, del pentito Gaspare Spatuzza. L'accusa ha chiesto, poi, a marzo, un nuovo stop della requisitoria per l'interrogatorio di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, ma la corte ha respinto l'istanza dichiarando la testimonianza «non assolutamente necessaria».
Redazione online
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13/01/2010
I verbali di Ciancimino : «Rapporti diretti tra Dell'Utri e i boss»
I verbali di Ciancimino : «Rapporti diretti tra Dell'Utri e i boss»
MAFIA: «il covo di Riina non perquisito per un accordo». L'accusa: «Vedeva Provenzano e ha gestito soldi che appartenevano a Bontate». La replica: «è un pazzo»
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| Vito Ciancimino con figlio |
PALERMO — «Sicuramente il Dell’Utri ha gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontate che a persone a loro legate», dice Massimo Ciancimino riferendosi al senatore del Popolo della Libertà e al capomafia degli anni Settanta. Il pubblico ministero domanda da dove il figlio dell’ex sindaco corleonese di Palermo Vito Ciancimino tragga tanta sicurezza , ma la risposta è coperta da un lungo «omissis». Si riprende a parlare dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e un altro boss, Bernardo Provenzano. Di che tipo erano? «Molto stretti, molto stretti... C’era rapporto diretto, tant’è che mio padre quando aveva bisogno di avere favori da quel partito che poi era nato (Forza Italia, ndr), bozze di legge, il punto di riferimento era sempre il Lo Verde», che poi sarebbe Provenzano.
Dice proprio così, Massimo Ciancimino, in uno degli oltre venti verbali riempiti in un anno e mezzo di interrogatori depositati al processo contro gli ufficiali del carabinieri Mori e Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per la presunta mancata cattura dello «zio Binnu»: negli anni Novanta, tramite il latitante più longevo di Cosa Nostra, a suo padre all’epoca detenuto arrivavano i disegni di legge da discutere in Parlamento. Compreso uno presentato da alcuni deputati del centrodestra a favore della dissociazione dei mafiosi: «Fu fatto avere da Dell’Utri a Provenzano e Provenzano lo fece avere a suo padre?», domanda il pubblico ministero riassumendo quel che il giovane Ciancimino ha detto fin lì, e il testimone (imputato in un altro processo dov’è stato condannato per riciclaggio) conferma: «Sì».
Non si fermano dunque alla «trattativa» del 1992 le fluviali deposizionidel figlio dell’ex sindaco condannato per mafia morto nel novembre 2002. Parla di contatti e contrattazioni proseguiti anche dopo, di cui suo padre— dice— fu «agnello sacrificale» nella stagione in cui i partiti tradizionali furono spazzati via dalle inchieste giudiziarie e sulla scena politica irruppe Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi con l’apporto di Dell’Utri. Ciancimino jr riassume così, dopo un altro «omissis», i ragionamenti dell’ex sindaco: «Io vendo Riina, mi arrestano, e chi mi sostituisce, continua a dialogare col Provenzano e poi va alla fase della nascita di questo partito è Marcello Dell’Utri». Che suo padre non conosceva, a differenza del boss latitante.
CONTATTI DIRETTI DELL'UTRI PROVENZANO - I magistrati chiedono se ci sono stati colloqui diretti tra Provenzano e il senatore, e Massimo Ciancimino risponde: «Sì, erano stati fatti, l’amico gli aveva spiegato che si erano riuniti...», e il verbale torna ad essere segreto. Quale fosse il canale il testimone dice di non saperlo, ma «sicuramente era diretto... Mio padre parlava direttamente con Lo Verde (cioè Provenzano, ndr) e Lo Verde parlava con Dell’Utri. Questo è quello che mi ha riferito mio padre». Il quale commentava col figlio i pizzini in cui il boss discuteva, nel 2000, della possibile amnistia e di altre vicende: «Dell’Utri gli manda a dire che era stata fatta una riunione a tal proposito, che loro erano tutti d’accordo a votare l’amnistia da cui mio padre si aspettava tanto». Al giovane Ciancimino, però, non piace parlare di certi argomenti: «Come ho avuto paura a suo tempo, continuo ad avere paura adesso».
Racconta di strane visite di personaggi qualificatisi come carabinieriche gli consigliavano di non parlare della trattativa, e l’incontro avuto qualche mese fa a Parigi («era il giorno che dovevo prendere il papello», cioè il foglio recapitato nel ’92 con le richieste mafiose allo Stato per far cessare le stragi) col giornalista ex senatore di Forza Italia Lino Iannuzzi: «È un personaggio che mio padre conosceva da tempo, lo collocava vicino ad ambienti di Servizi... Mi ha chiesto spiegazioni in quello che era la trattativa...». L’attendibilità delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino è tutta da verificare, anche se i pubblici ministeri di Palermo lo ritengono credibile. Per questo lo porteranno a testimoniare nel processo contro Mori e Obinu, accusati di aver lasciato libero Provenzano, nel 1995; forse per i «patti» siglati con l’ex sindaco (e tramite lui con lo stesso boss) in cambio della cattura di Riina. Ipotesi che i due imputati, e con loro l’ex capitano Ultimo che mise le mani sul capomafia corleonese il 15 gennaio 1993, hanno sempre respinto con sdegno.
LE GARANZIE SUL COVO DI RIINA - Le «garanzie» sul covo di Riina Ma Ciancimino jr racconta un’altra storia, e spiega che quando si venne a sapere della mancata perquisizione del rifugio del latitante (episodio per il quale Mori e Ultimo sono stati già processati e assolti), suo padre commentò che così doveva andare: «Era una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che i carabinieri ovviamente diedero... Riina era solito vantarsi di tutta una serie di documentazione che conservava, perché se un domani lo avessero dovuto arrestare crollava l’Italia, succedeva un finimondo». Magari lo «zio Totò» bluffava, ipotizzavano Provenzano e Ciancimino, ma meglio non rischiare: «Una delle cose che bisognava fare era mettere al sicuro tutto questo patrimonio di documentazione».
Quanto ai colloqui tra i carabinieri e suo padre, il testimone riferisce che furono gli stessi ufficiali Mori e De Donno (quest’ultimo gli avrebbe promesso che su quei contatti sarebbe calato addirittura il segreto di Stato) a confermare all’ex sindaco che della «trattativa» erano informati gli exministri Mancino e Rognoni; facevano parte di governi diversi e hanno sempre negato, ma Ciancimino jr insiste nella sua versione, che include anche un abboccamento con l’allora parlamentare del Pds Luciano Violante, richiesto esplicitamente da suo padre. E dei contatti con l’Arma sapeva tutto (al pari di Provenzano) il misterioso «signor Franco», il «collettore» legato ai servizi segreti che pure s’incontrava con Ciancimino padre.
ALTRI POLITICI E I «MISTERI D'ITALIA» - Altri politici e i «misteri d’Italia» Nei pizzini inviati da Provenzano all’ex sindaco, tra i contatti è indicato anche un «pres.», un presidente, che secondo il figlio di Ciancimino sarebbe l’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Di lui il testimone mostra di non sapere molto, ma ricorda: «Quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima spesso rimanevo fuori in macchina, e c’era Schifani che guidava la macchina a La Loggia e Cuffaro che guidava la macchina a Mannino. I tre autisti erano questi... Gli altri due hanno fatto ben altre carriere, io no». Nei suoi interrogatori il giovane Ciancimino non si limita a parlare della trattativa degli anni Novanta e primi Duemila, ma distribuisce pure qualche rivelazione sui meno recenti misteri della storia italiana. Racconta del sequestro Moro, e svela un ruolo dei Servizi contrario a quello che si potrebbe immaginare: «Mio padre mi disse che era stato pregato, per ben due volte, di non dar seguito a delle richieste pervenute per fare pressione su Provenzano affinché si attivassero per aiutare lo Stato nella ricerca del rifugio di Aldo Moro ». Non volevano più cercare il presidente della Dc rapito dalle Brigate rosse, insomma, mentre due anni più tardi, nel giugno 1980, Vito Ciancimino — che secondo il figlio faceva parte della struttura segreta di «Gladio»—e i suoi contatti istituzionali (compreso l’ex ministro dc Attilio Ruffini, dice Massimo) vennero a sapere «della storia dell’aereo francese che per sbaglio aveva abbattuto il Dc9, e che bisognava attivare un’operazione di copertura nel territorio affinché questa notizia non venisse per niente... e qualora ci fosse stato bisogno di interventi di qualsiasi tipo, i Servizi dovevano poter contare su mio padre».
Giovanni Bianconi
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04/12/2009
Spatuzza in aula: «Parlo delle stragi» Dell'Utri: mafia vuol colpire il governo
Spatuzza in aula: «Parlo delle stragi» Dell'Utri: mafia vuol colpire il governo
Il senatore pdl: «Vogliono far cadere un esecutivo che lotta contro i clan». Nel bunker di Torino il pentito che accusa Berlusconi. La difesa: «Sarà un petardo, altro che bomba atomica»
| Cineoperatori e fotografi in un'aula del tribunale di Torino (Ansa) |
TORINO - Gaspare Spatuzza entra in aula pochi minuti prima di mezzogiorno. Il pentito di mafia, protetto da due paraventi, è chiamato a deporre al processo d'appello per concorso in associazione mafiosa nei confronti di Marcello Dell'Utri (che è presente). Un intervento molto atteso, alla luce delle precedenti dichiarazioni rese da Spatuzza davanti ai pm (l'ex mafioso ha definito il senatore del Pdl e il premier, Silvio Berlusconi, come interlocutori di Cosa Nostra). I giudici hanno respinto l'istanza di revoca della testimonianza dell'ex boss. E Spatuzza ha iniziato la sua deposizione confermando di voler rispondere alle domande.
«UN PETARDO» - In precedenza, l'avvocato di Dell'Utri Nino Mormino ha affermato che le accuse di Spatuzza si riveleranno essere «un petardo», non «una bomba atomica» (un evidente riferimento alla frase pronunciata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante il fuori onda delle polemiche).
«ATTESE ECCESSIVE» - In precedenza, prima dell'avvio dell'udienza, aveva parlato il Pg della Corte d'Appello di Palermo, Antonino Gatto, secondo il quale «si sta enfatizzando troppo qualcosa che ha un certo rilievo ma non così eccessivo». «Tutto questo toglie serenità» aveva aggiunto il magistrato.
DELL'UTRI - Durante una pausa del processo, Dell'Utri ha affermato che «la mafia ha interesse a buttare giù un governo che lotta contro» i clan. «Sono dati oggettivi - ha aggiunto - c'è stato il massimo dei latitanti catturati, il massimo dei beni sequestrati, il massimo delle pene severe contro i condannati per mafia. Spatuzza è un pentito della mafia, non dell'antimafia. Ma io sono sereno. L'unica cosa che è incredibile e assurda è che mi sento come a teatro dove c'è un protagonista 'povero Marcello' ma non sono io, è un altro. Di fronte a queste accuse una persona normale o impazzisce o si spara. Io non sono normale, e non mi sparo». «I Graviano? Non li ho mai conosciuti, io non conosco nessuno» ha ribadito Dell'Utri. «Provenzano? Sta scherzando. Io conoscevo Vittorio Mangano, punto e basta». Il senatore del Pdl ha negato di avere ricevuto messaggi mafiosi: «Ma quali messaggi? Le dichiarazioni di Ciancimino mi fanno ridere...». E poi: «La mafia ha votato per noi? Che ne so, può essere; d'altronde in passato aveva votato anche per Orlando. Purtroppo non gli hanno ancora tolto il diritto di voto. Fino a quando qualcuno non gli impedisce di votare, ciò che fanno non è controllabile».
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29/11/2009
«Berlusconi e Dell'Utri non indagati» Il premier: «Mafia? Voci infamanti»
«Berlusconi e Dell'Utri non indagati» Il premier: «Mafia? Voci infamanti»
La procura di firenze: «La nuova inchiesta riguarda uno degli esecutori»Lo sfogo del Cavaliere davanti ai giovani del Pdl: «Strozzerei chi fa libri e film come "La Piovra"»
| Silvio Berlusconi (Fotogramma) |
FIRENZE - «Berlusconi e Dell'Utri non sono indagati per mafia». I pm di Firenze smentiscono le indiscrezioni pubblicate da Il Giornale e Libero e soprattutto le voci di un imminente avviso di garanzia nei confronti del presidente del Consiglio. «Non è vero» ha dichiarato ai cronisti il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi. Lo stesso Cavaliere bolla come «infondate e infamanti» le accuse di un suo presunto coinvolgimento nelle stragi di mafia. «Non capisco - ha detto Berlusconi davanti ai giovani del Pdl - come si fanno a pensare cose del genere e quali sarebbero state le mie motivazioni». Poi ha aggiunto: «Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo giuro che lo strozzo». E poco dopo, nel suo intervento all'aeroporto di Olbia: «Tu, Vito (Riggio, presidente dell'Enac, ndr), hai parlato prima dei problemi con la mafia. E che problema c'è? Ci sono io. Nella vita bisogna sorridere, ci vuole ottimismo...» (Berlusconi ha anche ironizzato sulle richieste economiche avanzate dalla moglie Veronica Lario per il divorzio. Rivolgendosi dal palco al presidente di Assaeroporti Fabrizio Palenzona, il premier ha detto: «Non inviterò più a cena Palenzona perché dopo le richieste per il divorzio della mia signora non so se potrò permettermi un menù adatto a lui...»).
FIRENZE - A proposito delle inchieste sulle stragi del '93-'93, secondo quanto spiegato dalla procura la nuova indagine di Firenze riguarda uno degli esecutori. «C'è un modello 21 - ha dichiarato Quattrocchi - che riguarda residue posizioni di soggetti che, secondo noi, non sono stati raggiunti a suo tempo da quanto giovava per la pronuncia di una sentenza. Era rimasto fuori qualcuno, stiamo cercando di individuarlo, e abbiamo buonissime speranze di farlo». Quattrocchi ha precisato che si tratta di «fatti passati in giudicato, che non precludono la rivisitazione di altre responsabilità», ed ha aggiunto: «Stiamo rivedendo tutto il contesto perché emergono responsabilità su uno degli esecutori».
PALERMO - E alla procura di Palermo? «Capisco perché da Firenze abbiano smentito la notizia: era stato scritto che li avevano iscritti loro. Su di noi nessuno l'ha scritto e quindi non diciamo niente»: è quanto afferma ad Apcom il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia.
L'INCHIESTA - Venerdì il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti aveva smentito categoricamente che Berlusconi fosse indagato. Un intervento che si era reso necessario dopo gli ultimi boatoas riguardanti presunte iniziative giudiziarie nei confronti del premier dopo le affermazioni di Gaspare Patuzza. Il pentito, davanti ai magistrati della procura di Firenze che hanno riaperto l'indagine, archiviata nel 1998, sulle stragi di mafia del 1993 - l'attentato agli Uffizi a Firenze, le bombe a Roma e in via Palestro a Milano, il fallito attentato allo stadio Olimpico della capitale --, ha parlato in una serie di verbali di contatti fra i suoi capi e la politica. In particolare, in un verbale del giugno 2009 - stralci del quale sono stati pubblicati in questi giorni da diversi quotidiani - il pentito racconta di un incontro con il suo capo, il boss condannato all'ergastolo Giuseppe Graviano, in un bar di via Veneto a Roma nel gennaio 1994, nel quale gli venne detto che «tutto è chiuso bene con i politici, abbiamo ottenuto quello che cercavamo» e che la loro controparte era rappresentata da Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. I verbali di Spatuzza sono stati trasmessi dalla procura di Firenze a quella di Palermo, dove si sta svolgendo il processo d'appello a Dell'Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, che in primo grado è stato condannato dal Tribunale a nove anni di carcere. Il p entito deporrà il prossimo 4 dicembre nell'aula bunker di Torino dove, per motivi di sicurezza, si trasferirà la Corte d'Appello palermitana.
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25/09/2009
Procuratore generale: «Mangano in casa di Berlusconi per gli interessi dei boss»
Procuratore generale: «Mangano in casa di Berlusconi per gli interessi dei boss»
Antonino Gatto Al processo Dell'Utri. «Mangano di cavalli non sapeva nulla: coltivava interessi che erano di tutt'altra natura rispetto a quelli agricoli»
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| Il senatore Dell' Utri davanti ai giudici di Palermo in una foto d'archivio del 29 novembre 2004 (Ansa) |
PALERMO - «Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino in Brianza». Così il procuratore generale Antonino Gatto entra subito nel vivo della requisitoria del processo al senatore Marcello dell'Utri (Pdl) per concorso esterno in associazione mafiosa. Il parlamentare è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere.
IL PROCESSO - Stamani davanti alla seconda sezione della Corte di appello di Palermo, Gatto ha affrontato subito il tema dello «stalliere di Arcore». L'assunzione di Mangano ad Arcore fu legata, secondo il pg, alla necessità che all'epoca avevano tanti imprenditori, tra i quali c'era lo stesso Berlusconi, di «proteggersi» dal pericolo di sequestri. «Ma davvero - si è chiesto il Pg - non fu possibile trovare in Brianza persone capaci di sovrintendere alla tenuta di Arcore? Davvero dall'estremo nord ci si dovette spostare a Palermo per trovare una persona che non conosceva la zona e le coltivazioni brianzole? In realtà - ha proseguito Gatto - non solo Mangano di cavalli e di coltivazioni non sapeva nulla: ma se guardiamo i suoi numerosissimi precedenti penali, gli interessi che coltivava erano di tutt'altra natura rispetto a quelli agricoli». Dell'Utri non è presente in aula. Ad ascoltare l'atto d'accusa del pg ci sono i difensori dell'imputato, gli avvocati Nino Mormino, Giuseppe Di Peri e Pietro Federico.
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10/02/2009
RAPINANO BANCA CON MASCHERE DI BERLUSCONI E DELL'UTRI
RAPINANO BANCA CON MASCHERE DI BERLUSCONI E DELL'UTRI
E' accaduto intorno alle 16.30 nella filiale Unicredit in via Pollenzo. A dare l'allarme al 112 è stata un'impiegata che era andata in bagno. Quando la prima pattuglia di militari è arrivata, si è trovata di fronte i fratelli, uno dei quali, Matteo, aveva uno zaino. Un carabiniere ha appoggiato la mitraglietta M12 ed ha ingaggiato una colluttazione con il rapinatore che all'improvviso ha estratto una pistola e l'ha puntata alla testa del militare: "se non mi lasci ti sparo" gli ha detto. Ma il carabiniere ha avuto coraggio e, dopo avergli strappato l'arma, lo ha bloccato.
Nel frattempo Michele Manganaro ha cercato di scappare, ma il secondo militare è riuscito ad interrompere la sua corsa e ad ammanettarlo. I rapinatori erano entrati nella banca dal lato posteriore dopo avere segato alcune sbarre. "Bravi carabinieri, ecco le foto dei vostri arresti" ha poi detto un abitante della zona consegnando ai militari un cd con le immagini dei due movimentati arresti.
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