26/01/2011
Khodorkovskij: «Uscirò dal carcere Il futuro della Russia è la democrazia»
Khodorkovskij: «Uscirò dal carcere Il futuro della Russia è la democrazia»Il detenuto più celebre e imbarazzante della Russia. Il magnate prigioniero: «Putin sa quanto è debole il suo potere e cosa potrebbe farlo cadere»
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27/05/2010
Caso Claps, disposto l'arresto per Restivo «Elisa pugnalata e morta dissanguata»
Caso Claps, disposto l'arresto per Restivo «Elisa pugnalata e morta dissanguata»Indiscrezioni sul risultato dell'autopsia. L'uomo è attualmente detenuto in Inghilterra per un altro omicidio, quello della sarta Heather Barnett
| Danilo Restivo |
SALERNO - Svolta nel caso Claps: la magistratura di Salerno ha disposto l'arresto di Danilo Restivo per l'omicidio della studentessa potentina scomparsa il 12 settembre 1993, il cui cadavere è stato ritrovato il 17 marzo scorso nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza. La richiesta, avanzata dalla Procura generale di Salerno, è stata firmata dal gip. Il provvedimento è in corso di notifica a Restivo in Inghilterra, dove l'uomo è detenuto per un altro omicidio, quello della sarta Heather Barnett. L'accelerazione nelle indagini potrebbe essere stata impressa dalla comparazione tra il dna di Restivo e le tracce trovate nel sottotetto della chiesa.
L'AUTOPSIA - Nel frattempo, emergono anche alcune indiscrezioni sull'autopsia effettuata sul corpo della ragazza. A quanto riferisce l'Adnkronos, Elisa Claps è stata pugnalata più volte con un'arma da taglio e a punta ed è morta dissanguata. I risultati sono emersi nell'autopsia svolta presso l'istituto di medicina legale di Bari. Non sono emersi, invece, elementi per sostenere che Elisa sia stata finita per soffocamento. Secondo gli inquirenti, inoltre, Elisa è stata uccisa nel luogo in cui è stato ritrovato il corpo e l'omicidio è avvenuto nel giorno stesso della sua scomparsa.
L'ULTIMO INCONTRO - Danilo Restivo, per sua stessa ammissione, è stato l'ultimo ad aver visto in vita Elisa Claps, la mattina del 12 settembre '93. I due si incontrarono nella chiesa della Trinità, dove Restivo voleva consegnarle - secondo quanto ha dichiarato lui stesso - un regalo. Restivo ha poi raccontato che Elisa si allontanò dalla chiesa, mentre lui si trattenne alcuni minuti in preghiera. Sulla vicenda ha lungamente indagato prima la Procura di Potenza, e poi quella di Salerno. Per fatti legati alla scomparsa di Elisa Claps, Restivo ha già subito una condanna definitiva per false dichiarazioni al pubblico ministero.
L'AVVOCATO - Il legale della famiglia Claps, Giuliana Scarpetta, rimanda ogni commento. «Sono 17 anni che si aspetta questo momento», dice soltanto, facendo trasparire una profonda soddisfazione. «Voglio attendere di leggere il provvedimento prima di commentare, anche per una forma di rispetto nei confronti degli inquirenti. Aspetto con ansia di poter leggere anche la perizia autoptica, e domani (venerdì, ndr) chiederò di poterne avere visione». «Esprimiamo soddisfazione per un atto che invano avevamo elemosinato per 17 anni» dice invece il fratello di Elisa, Gildo Claps. La famiglia «auspica» che l'arresto «sia il primo tassello di una verità attesa da un tempo interminabile».
IL RITROVAMENTO - L'ordine di arresto arriva a 72 giorni dal ritrovamento, nel sottotetto della canonica della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dei resti (scheletrizzati e mummificati) della studentessa di cui si erano perse le tracce quando aveva 16 anni. Il cadavere fu scoperto la mattina del 17 marzo da un operaio romeno che stava facendo un sopralluogo in vista di alcuni lavori per riparare i danni causati da un'infiltrazione di acqua piovana. La certezza che il cadavere fosse quello di Elisa arrivò già nel pomeriggio del 17 marzo, in seguito al riconoscimento di alcuni oggetti della ragazza (gli occhiali, i sandali, una maglia che la madre aveva tessuto per lei e l'orologio Swatch). I resti furono rimossi il pomeriggio del 18 marzo e trasportati al Policlinico di Bari dove il 23 marzo è cominciata l'autopsia eseguita dal professor Francesco Introna. La chiesa della Trinità fu chiusa il 17 marzo, riaprì per alcune ore la mattina del 18 e poi venne definitivamente sbarrata per consentire il lavoro degli agenti della Polizia scientifica. Giovedì 25 marzo emerse, inoltre, la notizia del ritrovamento precedente a quello «ufficiale» del 17 marzo: tra fine gennaio e inizio febbraio, il cadavere fu visto dal viceparroco della chiesa, il brasiliano don Vagno, e da due donne delle pulizie, che, però, hanno sempre smentito.
PROCESSO INGLESE - Sul fronte inglese, il giudice del Tribunale della Corona (Crown Court) di Winchester, Guy Boney, ha stabilito durante l'udienza preliminare che Restivo rimarrà in custodia fino al 24 settembre: giorno in cui sarà avviato il processo per l'omicidio della Barnett con la presentazione in aula del documento che rileva i capi di imputazione. Il nome di Restivo è stato associato anche ad un altro delitto, quello della studentessa coreana Oki Shin. Secondo l’avvocato Giovanni Di Stefano, legale dell’uomo condannato all'ergastolo per quell’omicidio, nel caso di Oki ci sarebbero «elementi in comune con gli omicidi di Elisa Claps e di Heather Barnett». L’avvocato Di Stefano ha presentato al Tribunale inglese una richiesta di incriminazione nei confronti di Restivo per l’omicidio della ragazza coreana, uccisa a Bournemouth il 12 luglio del 2002.
Redazione online
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08/09/2009
Detenuto fa sciopero della fame e muore
Detenuto fa sciopero della fame e muore
Pavia, l'uomo si proclamava innocente. Sull'accaduto avviata un'inchiesta. Estrema protesta di un tunisino di 42 anni: ha smesso di nutrirsi dopo una condanna per violenza sessuale
MILANO - È morto dopo un lungo sciopero della fame, iniziato oltre un mese fa, un detenuto tunisino di 42 anni, che era rinchiuso nel carcere di Torre del Gallo a Pavia. L'uomo è deceduto due giorni fa al policlinico San Matteo, dove era stato ricoverato per l'aggravarsi delle sue condizioni.
PROTESTA ESTREMA - Il tunisino aveva deciso di intraprendere lo sciopero della fame dopo che aveva saputo di una nuova condanna emessa contro di lui per un'accusa di violenza sessuale. Una sentenza che il nordafricano ha contestato, sino a decidere di interrompere l'assunzione di cibo e bevande. Sono stati inutili i tentativi del responsabile del carcere di convincerlo a mangiare. Sulla vicenda sono ora in corso accertamenti da parte dell'autorità giudiziaria.
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05/09/2009
Killer transessuale trasferito in un carcere femminile
Killer transessuale trasferito in un carcere femminile
Polemiche in Inghilterra per la decisione dell'Alta Corte. Per aver ucciso un uomo e tentato di stuprare una donna finora scontava la pena in una prigione maschile
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| Phillippa Kaufmann, avvocato difensore dell'imputata (da Dailymail.co.uk) |
LONDRA - Fa discutere in Inghilterra la decisione dell’Alta Corte di permettere a un killer transessuale, in cella per aver tentato di violentare una donna, di scontare la propria condanna in un carcere femminile anziché in uno maschile (dove, invece, era detenuto finora) perché tale imposizione ledeva i suoi diritti come essere umano. A quanto è emerso, le sue nuove compagne non conosceranno né la sua identità né, tanto meno, il motivo per cui il 27enne transessuale è finito dietro alle sbarre, mentre il contestato trasferimento (il ministro della Giustizia, Jack Straw, si era già opposto strenuamente alla richiesta) costerà ai contribuenti oltre 100 mila euro in più all’anno.
STORIA - Arrestato nel 2001 per omicidio colposo, dopo aver ammesso di aver strangolato il suo compagno con un paio di calze quando questi gli aveva rifiutato i soldi per il cambio di sesso, l’uomo era stato condannato a cinque anni di reclusione, ma alla fine del 2002 venne rilasciato in permesso e cinque giorni dopo tentò di stuprare una commessa di Manchester. Tornato nuovamente in carcere, pare abbia deciso di iniziare lì il trattamento ormonale da 230 euro al mese per diventare donna e farsi crescere il seno, anche se il ministro si è rifiutato di specificare se la cura sia stata pagata con denaro pubblico. Non solo. Da quel momento in poi l’uomo ha iniziato anche a farsi chiamare con un nome femminile e a indossare abiti da donna (ma solo quando era da solo in cella), convinto più che mai, come hanno puntualizzato i suoi avvocati durante il ricorso all’Alta Corte, di essere «una donna intrappolata in un corpo maschile». Ecco perché l’essere rinchiuso in una cella con altri uomini non era affatto giusto per lui, a maggior ragione dopo che i dottori gli avevano rifiutato l’operazione per il cambio del sesso, sostenendo che per poter essere sottoposto all’intervento il detenuto doveva vivere «come donna» per almeno due anni, cosa però impossibile, hanno sottolineato i suoi legali, in un carcere maschile.
IDENTITÀ - «Tutti i crimini compiuti dalla mia assistita sono legati alla sua disperazione di diventare donna», ha spiegato alla Corte l’avvocato Phillippa Kaufmann, che ha sempre parlato dell’imputato usando una terminologia femminile. «Perché lei vive come una donna in mezzo agli uomini, ma non può indossare ciò che vuole né truccarsi». In una precedente udienza era stato lo stesso transessuale a spiegare la sua situazione: «Il servizio penitenziario nazionale è confuso su questa storia», si legge sul Daily Mail, «perché non mi considereranno come donna fino a quando non avrò rimosso il mio pene, ma al tempo stesso non mi consentono di cambiare sesso, mettendomi nelle condizioni di fare l’operazione. Nessuno può cambiare il mio essere donna e sarò una donna fino al giorno in cui morirò». Stando al giudice Elvin, l’imputato «avrebbe mostrato una preoccupazione ossessiva di cambiare sesso, sostenendo che la detenzione in un carcere maschile violava l’articolo 8 della convenzione europea sui diritti umani». Da qui, la decisione favorevole al trasferimento, anche se un portavoce del servizio penitenziario nazionale ha già annunciato un possibile ricorso, mentre la Commissione per i servizi legali si è rifiutata di rendere pubblico il costo delle spese processuali.
Simona Marchetti
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27/07/2009
Ottantenne non vuole uscire dal carcere
Ottantenne non vuole uscire dal carcere
Antonio Dessì, si rifiuta di lasciare la sua cella a Lanusei, in Sardegna. Il detenuto sarebbe disposto a tornare in libertà solo per rientrare a casa sua, che non è più agibile
CAGLIARI - Carcere a vita, ma per scelta. Un «fine pena mai», chiesto da Antonio Dessì, 82 anni, probabilmente il più vecchio detenuto d'Italia, che non intende lasciare la casa circondariale di Lanusei, in Ogliastra, nonostante abbia la possibilità di usufruire di una sistemazione alternativa. «Una vicenda assurda e paradossale», commenta la presidente dell'associazione Socialismo diritti e riforme, Maria Grazia Caligaris, che sta seguendo il caso. «L'uomo, attualmente piantonato in cella per le precarie condizioni di salute, è soltanto disposto a tornare nella sua abitazione, benché sia fatiscente e pericolante», sottolinea Caligaris.
IN CELLA A VITA - Inutilmente il magistrato, gli operatori sociali del Provveditorato regionale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e un nipote hanno tentato di convincerlo, ma Dessì - che finirà di scontare la pena a marzo del prossimo anno - è irremovibile. «L'incompatibilità con il carcere - sottolinea Caligaris - è evidente ed è riconosciuta, tuttavia la volontà dell'interessato è prevalente al punto da impedire qualsiasi provvedimento da parte del magistrato di sorveglianza. La determinazione del detenuto appare incredibile anche perch é la casa circondariale di Lanusei, dove sono ristretti i detenuti responsabili di reati sessuali, è sovraffollata». I diversi sopralluoghi effettuati dai tecnici nella catapecchia dove Dessì viveva prima dell'arresto, hanno inoltre confermato che non può essere abitata, andrà invece demolita.
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19/03/2009
Usa: detenuto si mangia un occhio per evitare la pena capitale, ma non basta
Usa: detenuto si mangia un occhio per evitare la pena capitale, ma non basta
La corte del Texas non ritiene di dover sospendere l'esecuzione «per via della sua manifesta pazzia» è stato condannato per aver ucciso moglie e figli e aver strappato loro il cuore
HOUSTON - Per evitare la pena capitale Andre Thomas le ha provate tutte: anche togliersi e mangiarsi l'unico occhio buone che ancora aveva. Ma non gli è bastato. Una sentenza di colpevolezza nel 2005 e una successiva condanna a morte. La Corte del Texas non aveva avuto dubbi quando, quasi 4 anni fa, si era dovuta pronunciare sul suo caso, quello dell"l’uomo con un occhio solo" che aveva ucciso la moglie e i suoi due bambini e poi aveva strappato loro il cuore: una strage familiare efferata, meritevole, secondo gli organi giudiziari Usa, della pena capitale.
SQUILIBRIO MENTALE - In carcere Thomas ha continuato a manifestare segni di chiaro squilibrio mentale: al punto di arrivare a strappare il suo unico occhio dal bulbo oculare e mangiarlo come fosse una nocciolina. E’ "chiaramente pazzo", ha precisato il giudice Cathy Cochran. Ma non per la legge texana. I nove membri di una corte d’appello chiamata a decidere se doveva essergli evitata la pena capitale per via della sua manifesta pazzia, ha confermato verdetto e sentenza. Per la legge del Texas, infatti, è assolutamente "sano", avendo agito sotto l’effetto di alcol e droga. "E’ un caso straordinariamente tragico", ha provato a giustificarsi il giudice Cochran.
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