04/11/2010

Anna, una storia che sta in piedi

Anna, una storia che sta in piedi

Dalla nascita difficile alla conquista di un pezzo dimondo. Anna, una storia che sta in piedi. Un libro racconta le vicende di una donna di 42 anni malata di cerebro paralisi spastica, una vita difficile ma ricca e assolutamente degna di essere vissuta

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19/08/2010

Il Sudoku più difficile del mondo

Il Sudoku più difficile del mondo

LOGICA MATEMATICA. Bisogna "pensare" otto o nove mosse in anticipo. Ha 23 caselle già riempite. E una sola soluzione. Ha richiesto tre mesi per compilarlo. Ci vorrà molto di più per risolverlo

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13/08/2010

Il Colle ferma la corsa al voto «Basta con attacchi a Fini»

Il Colle ferma la corsa al voto «Basta con attacchi a Fini»

L'Unità anticipa alcuni passaggi di una intervista a Giorgio Napolitano: «Occorre consolidare e rafforzare i segni di ripresa e far fronte alle tante difficoltà e incognite...»

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20/06/2010

Donne fatali brave nella scelta del partner

Donne fatali brave nella scelta del partner

STUDIO USA. Hanno scarse prospettive di carriera e cercano uomini che garantiscono un futuro finanziario stabile

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NEW YORK - Diciamoci la verità: quando un uomo guarda la foto di qualche bellezza tutta curve, meglio se generosamente esposte, l’ultima cosa ai cui pensa è che un simile schianto possa avere anche un cervello. E, invece, questo luogo comune tanto caro ai maschietti (ma sposato in pieno pure da qualche donna, soprattutto se sul piano estetico non c’è match che tenga con la sirena in questione) non potrebbe essere più sbagliato. Perché le fatalone con un QI magari non da Premio Nobel sarebbero in realtà più brave nello scegliere il partner giusto (ovviamente, ricco sfondato) e nel farsi sposare, rispetto a quelle più intelligenti. E la spiegazione di tale successo non avrebbe nulla a che fare con l’avidità quanto, piuttosto, con l’istinto di sopravvivenza nei confronti dell'eventuale prole, così da assicurarle un futuro finanziariamente solido.

IL CASO NICOLE SMITH - Un esempio su tutte, preso non a caso come modello dagli studiosi della Michigan University per confermare la loro teoria, è Anna Nicole Smith, la modella di Playboy tragicamente scomparsa nel febbraio del 2007 a causa di un collasso da overdose di farmaci e bollata con l’assai poco lusinghiera etichetta di “bimbos”, che nello slang inglese indica le “bionde sceme”. Nel giugno del 1994, a soli 26 anni, la Smith (vero nome, Vickie Lynn Hogan) sposò l’89enne miliardario J.Howard Marshall, dopo che questi la vide in un topless bar. Un matrimonio chiaramente di interesse che, stante i 63 anni di differenza fra i consorti, divenne ben presto oggetto di commenti e battute al limite del buon gusto in tutti gli show tv degli Stati Uniti, ma che permise alla lungimirante ragazzona del Texas di intascare un cospicuo assegno quando il povero marito passò a miglior vita, un anno dopo le nozze, sebbene i figli del magnate abbiano impugnato il testamento dando vita ad una battaglia legale finita poi davanti alla Corte Suprema.

ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA - «E’ assolutamente naturale per le donne con poca educazione e scarse prospettive di carriera cercare di corteggiare uomini che possano garantire loro un futuro finanziario stabile» – ha spiegato al londinese Mail on Sunday la dottoressa Christine Stanik che ha condotto la ricerca americana – «e così è sempre stato anche nelle epoche passate, perché le donne sapevano che un compagno con queste caratteristiche rappresentava una sicurezza per la sopravvivenza dei figli. Indubbiamente, si tratta di un istinto fortissimo ed innato nella specie, che è difficile scrollarsi di dosso, a maggior ragione per quelle donne che non possono contare su una carriera propria e che, quindi, non hanno una loro indipendenza economica». Lo studio universitario avrebbe inoltre evidenziato come le donne indipendenti e con un QI di tutto rispetto siano anche quelle più propense ai legami di breve durata. E se tale comportamento, a detta ancora della dottoressa Stanik, sarebbe una conseguenza «dell’aumento di autostima e della ritrovata fiducia delle donne in loro stesse», per la terapista e sessuologa Simone Bienne, famosissima in Inghilterra per i suoi programmi su sesso e amore su GMTV, andrebbe spiegato con la vita frenetica che svolgono oggi le donne in carriera e che mal si adatta con l’idea di una relazione duratura.

Simona Marchetti


12/11/2009

Economia:«Mutui, 230 mila famiglie a rischio. Ora attenzione al tasso variabile»

Economia:«Mutui, 230 mila famiglie a rischio. Ora attenzione al tasso variabile»

 

Bankitalia: la rata può raggiungere anche il 32% del reddito. Bankitalia: la rata può raggiungere anche il 32% del reddito

 

Dietro il semaforo, palazzo Koch sede della Banca d'Italia (La Presse)
Dietro il semaforo, palazzo Koch sede della Banca d'Italia (La Presse)

ROMA - La crisi finanziaria «ha accentuato i timori per la capacità delle famiglie, in parti­colare quelle a basso reddito, di ripagare prestiti, mutui e cre­dito al consumo». E ad essere più in difficoltà sono certamen­te le 230 mila famiglie meno abbienti, già alle prese con una rata del mutuo che ha raggiun­to il 32% del reddito disponibi­le contro una media del 17%. A dirlo sono i dati della Banca d’Italia illustrati ieri alla Came­ra da Roberto Rinaldi, capo del servizio di supervisione degli intermediari specializzati. La valutazione sulle famiglie in difficoltà per le rate di mu­tuo, risulta dall’indagine con­dotta da Bankitalia tra il 2004 e il 2006, prima quindi della cri­si.

Oggi la situazione (i risultati della nuova indagine non sono ancora pronti) potrebbe però essere ancora più grave. Nel settore dei prestiti per l’acqui­sto di una casa si stanno ripe­tendo, in qualche modo, pro­prio le condizioni del 2004 quando la stragrande maggio­ranza dei contratti veniva sti­pulata a tasso variabile per co­gliere le opportunità offerte dai bassi tassi di interesse. Con la conseguenza di trovarsi a pa­gare rate troppo onerose, e lo dicono appunto i dati di fine 2006, al momento del successi­vo rialzo. Allora rappresentava­no il 90% del totale, oggi, nel primo trimestre del 2009, il 70%. È tornata la corsa al variabi­le, più conveniente grazie ai bassi tassi, rispetto alla scelta della rata fissa, che di solito presenta una rata mensile o se­mestrale più elevata anche se costante nel tempo e quindi immune dall’andamento del costo del denaro (attualmente il tasso di riferimento della Bce è pari all’1%). Ed è tornato il ri­schio di un aggravio della rata legato all’inasprimento delle condizioni di mercato.

Tanto che Bankitalia avverte le ban­che: «È essenziale che gli inter­mediari forniscano alla cliente­la una corretta e sostanziale in­formazione sui rischi connessi alla stipula di mutui il cui one­re finanziario può lievitare si­gnificativamente in presenza di aumenti dei tassi di interes­se » ha detto Rinaldi. Proprio poche settimane fa l’Abi ha sot­toscritto un avviso comune per una moratoria sui mutui a favore delle famiglie in difficol­tà. Lasciando da parte i mutui, il credito al consumo nel suo complesso, dice Bankitalia, è più costoso che altrove: circa il 10% più elevato rispetto al da­to medio dell'area dell'euro. I tassi più alti si riscontrano nel­le carte di credito revolving (ol­tre il 17%), seguono i prestiti personali (11%) e la cessione del quinto, con un tasso del 9% senza le spese accessorie.

Stefania Tamburello


21/10/2009

Da gennaio la moratoria dei mutui

Da gennaio la moratoria dei mutui

 

La possibilità di sospendere le rate varrà per dodici mesi. Piano famiglie dell'associazione bancaria: i destinatari sono le persone che hanno perso il lavoro o in cassa integrazione

 

MILANO - Per le famiglie che hanno difficoltà a far quadrare i bilanci mensili arriva una moratoria dei mutui, ovvero la possibilità di sospendere le rate fino a un massimo di un anno. L'opzione, deliberata dall'esecutivo dell'Abi (associazione bancaria italiana), partirà dal 1° gennaio 2010.

PIANO FAMIGLIE - «Il comitato esecutivo ha deliberato di realizzare un progetto relativo a un piano di sostegno alle famiglie che tende a rendere più generali e omogenei i diversi interventi sul territorio delle associate» ha annunciato il presidente Corrado Faissola, sottolineando che il progetto prevederà la dilazione delle rate del mutuo e che la sospensione varrà per un anno. Dopo il piano per le imprese varato a inizio agosto con il governo e le associazioni imprenditoriali, l'Abi lancia quindi un piano famiglie che, spiega Faissola, partirà da gennaio.

SENZA LAVORO - Destinatari dell'iniziativa sono quelli già indicati per gli altri accordi varati dalle singole banche e quindi chi ha perso il posto di lavoro o chi è entrato in cassa integrazione, chi ha visto la cessazione dell'attività di lavoro autonomo e chi ha avuto la morte di uno dei componenti del nucleo familiare percettore del reddito di sostegno della famiglia. L'Abi ha dunque incaricato il presidente Faissola e il direttore generale Giovanni Sabatini di seguire la fase di messa a punto e di approfondimento delle caratteristiche tecniche del piano. Inoltre è in arrivo, ha aggiunto Faissola, «un'interlocuzione con le altre realtà coinvolte, tra cui la presidenza del Consiglio dei ministri e le associazioni dei consumatori che avevano sollecitato l'iniziativa».


24/09/2009

La paura di insegnare dei nuovi professori

La paura di insegnare dei nuovi professori

 

Temono il rapporto con gli alunni stranieri e con i genitori. Elementari, il 66,9% dei maestri non è laureato


Hanno appena firmato un con­tratto di assunzione a tempo indeterminato, il che — so­prattutto di questi tempi — dovreb­be aiutare a mettere da parte una buo­na dose di pensieri e preoccupazioni. Hanno detto definitivamente addio agli anni di precariato, all’ansia da graduatorie, ai contratti che scadono con il suono dell’ultima campanella.

Eppure, gli insegnanti italiani non sono tranquilli. Li mette in ansia la difficoltà nel gestire classi dove è in aumento la presenza di bimbi e ragaz­zi stranieri, sfida affascinante ma complicata da gestire senza un’ade­guata preparazione. Li destabilizza la comunicazione sempre più zoppican­te con le famiglie, e non va granché meglio nel match con le nuove tecno­logie: alle scuole superiori, addirittu­ra il 49% riconosce di avere un rap­porto non facile con computer e Web.

E più di 2 su 5, tra le new entries che ce l’hanno (finalmente) fatta, non possiedono un titolo di laurea.

Ritratto di insegnanti in un inter­no, quello della scuola italiana ai tem­pi delle riforme che si accavallano e dei fondi che non bastano mai. Ritrat­to accurato, perché le pennellate so­no davvero molte, e fittissime: 15.071, per la precisione, pari al nu­mero dei maestri e prof che hanno (volontariamente) risposto al que­stionario di 223 domande diffuso dal­la Fondazione Agnelli in otto regioni italiane. Piemonte, Emilia-Romagna, Puglia (che avevano già preso parte a una prima indagine, nel 2008); e an­cora, Lombardia, Veneto, Liguria, Marche e Campania. Otto gli Uffici scolastici regionali coinvolti. Com­plessivamente, 16.000 insegnanti ne­oassunti nell’anno scolastico 2008-2009 (il 64% del totale italiano). E quasi tutti, appunto, hanno voluto contribuire con il proprio personalis­simo tocco di pennello.

Le indagini precedenti, per dare l’idea, si aggiravano di norma intor­no alle cinquemila interviste. «Aver superato i 15 mila questionari compi­lati — ammette con un certo orgo­glio Stefano Molina, dirigente di ricer­ca della Fondazione e tra i coordinato­ri del lavoro — significa di gran lun­ga ottenere la più ampia analisi sugli insegnanti mai realizzata in Italia». Non solo: «In questi anni di vacche magre, di assunzioni a tempo indeter­minato se ne sentono poche. Qui, in­vece, parliamo di 50 mila ingressi in ruolo nel 2008, 25 mila nel 2009: stia­mo parlando del più grande fenome­no italiano di immissione a tempo in­determinato nel mondo del lavoro. E il paradosso è che finora non si sape­va bene chi fossero, queste persone: il meccanismo di reclutamento è un po’ opaco, lo stesso ministero ne co­nosce la classe di abilitazione, non i titoli di studio...».

I titoli di studio, ecco. Quella lau­rea che manca, ancora, al 40,7% degli intervistati. I picchi sono, ovviamen­te, nei primi ordini di scuola: nessun «pezzo di carta» per il 75,6% dei «nuo­vi » maestri d’asilo e per il 66,9% degli insegnanti delle primarie. Il motivo? Presto detto: «Si sta raschiando il fon­do del barile delle graduatorie — è la sintesi efficace di Molina —. I neoas­sunti arrivano, per la metà, dalle gra­duatorie di concorso: ma l’ultimo è del 1999, e queste sono persone che si trovavano in una posizione così bassa da vedersi passare davanti, ne­gli anni, moltissimi altri colleghi. L’al­tra metà, invece, viene dalle gradua­torie ad esaurimento, in questo mo­mento chiuse: supplenti che hanno avuto l’abilitazione in stagioni diver­se, con regolamenti diversi». Inse­gnanti del futuro, ma già da rottama­re? Certo che no, anzi: «Stiamo par­lando di professionisti che in media hanno superato i 40 anni di età, di cui quasi 11 di precariato. E se i titoli non sono sempre brillantissimi, han­no una buona esperienza e un’anzia­nità di servizio che sopperiscono in parte alla formazione iniziale inade­guata ».

Perché poi, in questo quadro a for­ti chiaroscuri che ritrae l’ultimo batta­glione schierato nelle aule italiane, spiccano dei dati incontestabilmente positivi. «Nel corso degli anni — con­ferma Laura Gianferrari, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per l’Emilia-Romagna e coordinatrice in­sieme a Molina — abbiamo avuto la sorpresa di trovare sempre più la rap­presentazione di un lavoro che ha un’attrattività forte, che dà soddisfa­zione agli insegnanti. Nonostante al­cuni aspetti ben noti: la retribuzione bassa, il riconoscimento sociale che non viene avvertito, gli anni di preca­riato ».

E in effetti, se l’80% dei neoassunti ribadisce di aver fatto una scelta «per passione», ben il 95% — un dato in crescita rispetto al 2008 — rifarebbe la stessa scelta. I motivi di soddisfa­zione: il lavoro con i ragazzi (93%), l’interesse per la disciplina (89%), la consapevolezza della propria utilità sociale (84%). Il livello retributivo, per contro, è ritenuto soddisfacente solo nell’11,7% dei casi, mentre il rico­noscimento sociale si ferma al 31,1% — con picchi positivi al Sud: oltre il 40% in Campania, poco sotto in Pu­glia.

Il problema vero, però, è un altro.

Le nuove tecnologie

Nelle superiori il 49% dei docenti appena assunti ammette di non conoscere a sufficienza computer e Web Il giudizio «Per la prima volta chi sta in cattedra si sente fortemente inadeguato, soprattutto nel rapporto con gli allievi»

E va sotto il nome di «difficoltà nel­l’insegnare ». Una sensazione «in au­mento » e «fortemente trasversale», commenta l’economista Andrea Ga­vosto, direttore della Fondazione Agnelli. «L’impressione è che forse per la prima volta gli insegnanti italia­ni inizino a sentirsi fortemente inade­guati, soprattutto nel rapporto con gli allievi: c’è la percezione di un diva­rio generazionale, tecnologico, di vi­ta e di apprendimento, e loro non sen­tono di avere tutti gli strumenti per affrontarlo». Soprattutto, dati (nuova­mente) alla mano, nelle scuole supe­riori: il 63% degli intervistati confes­sa problemi nel gestire la multicultu­ralità in classe, il 55% non sa interagi­re come vorrebbe con i genitori. Per­sino lavorare in équipe, per il 48% dei neodocenti, è complesso.

«Il punto — prosegue Gavosto — è che il meccanismo di formazione produce una tipologia di insegnante sempre uguale a se stessa, che però inizia a rendersi conto di non essere più quello che serve ai ragazzi di og­gi ». E in questo senso, la programma­zione diventa fondamentale: «Più che annunciare tante riforme, l’obiet­tivo per il Paese dovrebbe essere inve­stire in una scuola di qualità. Sulla formazione iniziale, ad esempio: la bozza di regolamento del ministero punta molto su una preparazione di tipo disciplinare, mentre quella peda­gogica è ritenuta sovradimensionata. Bene, gli insegnanti ci stanno dicen­do esattamente l’opposto». Sarebbe il caso di prenderne atto.

Gabriela Jacomella


25/06/2009

Funzionario cambia sesso: «Sono fortunata, nessuna discriminazione»

Funzionario cambia sesso: «Sono fortunata, nessuna discriminazione»

 

HA PUBBLICATO UN LIBRO, «La dolce attesa di Eufrasia». La storia di Federico, che oggi si chiama Vittoria: ha mantenuto il posto in banca e ha avuto incentivi

 

 

Com'è oggi Vittoria Casamassima (foto Emmevì)
Com'è oggi Vittoria Casamassima (foto Emmevì)

MILANO - «Vado in Brasile: o mi sposo o torno donna». Federico, 45 anni, in banca aveva la fama dello sciupafemmine. Quando il 27 dicembre di cinque anni fa, prima di partire, disse queste parole alla segretaria del suo capo, la donna si mise a ridere. E invece. Federico il rubacuori, assistente al vicedirettore generale in una filiale della Banca Regionale Europea, è tornato con i lineamenti più gentili e un seno generoso. In giacca, camicia e pantaloni però, perché gli amici sindacalisti della Camera del Lavoro di Milano, che sono stati i suoi angeli custodi nella metamorfosi, avevano consigliato un «approccio morbido coi colleghi».

«ALTRI FINISCONO IN STRADA» - Vittoria Casamassima, oggi una bella donna in abito lungo scuro e collana di perle, racconta in una conferenza stampa la sua storia «per dare coraggio a chi è come me», anche se, aggiunge, «io sono stata fortunata a trovare un ambiente di lavoro come il mio, altri sono costretti per sopravvivere ad andare sulla strada». Accanto a lei, Pierluigi Marabelli, responsabile della risorse umane dell'istituto di credito, ricorda i giorni dello shock. «All'inizio non fu affatto facile - ammette - soprattutto per chi stava seduto nelle scrivanie vicine. C'erano problemi che oggi fanno sorridere, ma all'epoca no, come l'utilizzo del bagno. Ma ho sempre pensato che Vittoria fosse una persona con una sua dignità e il diritto a essere rispettata per com'era. E come lavoratrice, beh, era in gamba prima e lo è adesso».

GLI INCENTIVI SUL LAVORO - Le difficoltà dei primi giorni, Vittoria le rievoca sorridendo. «A darmi coraggio fu una collega in ascensore, non mi aveva mai parlato. Mi disse '"Tieni duro, siamo con te". Ricordo anche chi diceva che saremmo diventati la banca dei gay, ma in generale il clima era positivo e ora non ho nessun problema». Dopo le operazioni che le hanno regalato un corpo nuovo, ha ottenuto un paio di gratifiche economiche e un viaggio premio. Ha continuato a essere valutata per quel che era, un'ottima professionista, laureata in Economia e Commercio. «Sono innamorata del lavoro in banca, da sempre, e da quando sono donna cerco di tenere ancora di più la barra dritta in ufficio: per chi non è donna biologica come me è giusto così, non essere sopra le righe». «Non sempre queste storie vanno a finire bene - commenta Massimo Mariotti, responsabile del centro Gay della Camera del Lavoro, che ha seguito ogni passo di Vittoria - spesso i transessuali vanno a finire in strada o sono discriminati nelle aziende». Per dare una speranza di successo a chi è come lei, Vittoria ha pubblicato un libro, «La dolce attesa di Eufrasia», disponibile online.


22/05/2009

Crisi, terzo suicidio in Veneto

Crisi, terzo suicidio in Veneto

 

DA OTTOBRE A OGGI TRE IMPRENDITORI SI SONO TOLTI LA VITA NELLA REGIONE. Morto dirigente d'azienda di 43 anni del Trevigiano: la sua ditta era in procinto di avviare la cassa integrazione

 

TREVISO - Un dirigente d'azienda di 43 anni di Villorba (Treviso) si è ucciso giovedì gettandosi contro un convoglio ferroviario in viaggio sulla linea Venezia - Bassano del Grappa, a Castello di Godego, in provincia di Treviso. L'uomo, dirigente di un'azienda del luogo in procinto di avviare un'operazione di cassa integrazione per una parte del personale, da alcuni tempi era incaricato di mantenere le relazioni con le organizzazioni sindacali. Il dirigente non avrebbe lasciato alcuno scritto per spiegare il suo gesto. Sull'episodio indaga la Polizia Ferroviaria.

È IL TERZO SUICIDIO DA OTTOBRE - Mercoledì, sempre nel trevigiano, si è ucciso invece il titolare di una piccola azienda del legno in forte difficoltà finanziaria a causa della crisi. L'uomo, 58 anni, si è tolto la vita impiccandosi a Fontanelle (Treviso), all'interno della ditta. Il 58enne era ossessionato dall'idea che la crisi che aveva colpito anche il suo settore di attività lo costringesse a dover lasciare a casa alcuni dei suoi otto dipendenti. La depressione per motivi familiari sommata alla crisi economica aveva gettato nel baratro anche l'imprenditore edile padovano di 60 anni che si è ucciso il 13 ottobre scorso con un colpo di pistola al petto. Era preoccupato che qualcuno, con cui aveva contratto debiti, potesse far del male ai suoi familiari.


15/05/2009

Lo scienziato italiano che guarderà l’origine dell’universo

Lo scienziato italiano che guarderà l’origine dell’universo

 

Remo Mandolesi 64 anni, da 17 lavora a questo progetto, seguirà il telescopio lanciato dall’Esa in Guyana

 

Remo Mendolesi
Remo Mendolesi


KOUROU (Guyana France­se) — A volte i sogni si realiz­zano. «Sì, è vero, e ci ho sem­pre creduto, nonostante le difficoltà. Adesso finisce una storia durata diciassette anni e ne inizia un’altra per la quale mi preparo da una vita». Reno Mandolesi, 64 anni, capelli bianchi e sguardo tor­nato sorridente dopo la ten­sione per il lancio, ha appe­na visto alzarsi nel cielo del­la foresta amazzonica e vola­re nello spazio il grande raz­zo Ariane-5 con nascosti nel­la punta i due telescopi co­smici Herschel e Planck del­l’Agenzia spaziale europea Esa. Mandolesi, direttore del­l’Istituto di fisica cosmica dell’Istituto nazionale di astrofisica a Bologna, è l’ita­liano che viaggerà nel tem­po perché sotto la sua guida è nato uno dei due strumen­ti imbarcati su Planck con i quali scrutare nelle nostre origini. L’altro è il francese Jean-Loup Puget dell’Insti­tut d’Astrophysique Spatiale di Orsay. Alle loro spalle ci sono 400 scienziati in tutta Europa. «In realtà — precisa Man­dolesi — si tratta di due par­ti di uno stesso occhio, che permetteranno di raccoglie­re una precisa fotografia del­l’universo 380 mi­la anni dopo il Big Bang, quando era appe­na grande come un’arancia, formato da atomi di idroge­no, particelle varie e molta radiazione».

LA SCELTA - L’impresa non è stata faci­le. «Proposi l’idea all’Esa an­cora nel 1992. Quando ven­ne scelta quattro anni dopo, fra 55 giunte da tut­ti i Paesi, brin­dai: è stato uno dei momenti più belli. Non tutto, però, è filato liscio». Vedere che cosa è succes­so poco più di 13 miliardi di anni fa, perché tanto ha im­piegato la luce ad arrivare si­no a noi, è stato, innanzitut­to, una sfida tecnologica. «Mi ero innamorato dell’ar­gomento sentendo che negli Stati Uniti Penzias e Wilson avevano ottenuto, per caso, a metà degli anni Sessanta una grande scoperta: l’uni­verso era permeato della ra­diazione fossile rimasta do­po il Big Bang. Vi dedicai la tesi di laurea e da allora di­venne la ragione della mia esistenza». Ma era solo l’inizio. «Ave­vo stretto un buon rapporto di collaborazione con l’ameri­cano George Smoot. Le cose, però, cambiavano quando lui decideva di costruire con la Nasa il satellite Cobe per ottenere un’im­magine di quel mon­do primordiale di cui la radiazione fossile era la trama. Ci riusci­va e nel 2006 conqui­stava il Premio Nobel».

LA SFIDA - La sfida era solo alle pri­me battute; il risultato servi­va soprattutto a confermare un’idea. Bisognava dunque andare oltre. A questo (dopo un secondo piccolo passo compiuto da Wilkinson, un altro satellite Nasa) rispon­de Planck, costato 700 milio­ni di euro, costruito dalle in­dustrie europee guidate da Thales Alenia Space e inte­grato anche nelle camere bianche di Torino. Lassù, in un punto lontano 1,5 milio­ni di chilometri dalla Terra il telescopio misurerà variazio­ni di temperatura di un mi­lionesimo di grado. «Così— aggiunge Mandolesi — riu­scirà a mostrare in dettaglio la struttura dell’Universo con l’obiettivo di spiegare pure la natura della materia e dell’energia chiamate 'oscure', perché se ne igno­rano le caratteristiche».

LE DIFFICOLTÀ - Ma in 17 anni ci sono sta­te anche sorprese spiacevoli. «Purtroppo ad ogni cambio di amministrazione dell’Asi che sosteneva la partecipa­zione al progetto europeo con 29 milioni di euro, tutto vacillava ed era rimesso in discussione. Intorno al Due­mila ho temuto il peggio. I fi­nanziamenti venivano bloc­cati per due anni: ero terro­rizzato di dover chiudere. Venne in soccorso Thales Alenia Space che, proseguen­do comunque il lavoro, ci permise di sperimentare lo strumento nei suoi laborato­ri di Milano. Ciò consentì di rispettare gli impegni euro­pei e quando venne installa­to sul satellite funzionò alla perfezione. Ho un ricordo di grande felicità: dallo spettro del baratro alla vittoria. Po­co dopo, purtroppo, venni sconfitto — prosegue Man­dolesi —. Si doveva aggiun­gere all’apparato una nuova parte ad altissima tecnologia e doveva essere italiana. In­vece l’Asi lo impediva la­sciando che la fornissero gli americani. Il rifiuto mi fece molto male». Superati gli ostacoli, ora è il momento della scienza e nel team europeo di Planck ci sono anche Marco Bersa­nelli dell’Università di Mila­no e Andrea Zacchei che al­l’Osservatorio di Trieste co­ordinerà il centro dove sa­ranno raccolti i risultati. Si aspettano scoperte.

Giovanni Caprara