27/08/2010

Il Vaticano: «No alle espulsioni dei rom, la Chiesa non è di destra né di sinistra»

Il Vaticano: «No alle espulsioni dei rom, la Chiesa non è di destra né di sinistra»

Marchetto: «Non possiamo rallegrarci per le sofferenze di persone che furono vittime anch'esse di un Olocausto», «Difendiamo solo i diritti umani e la dignità delle persone»

Continua...


06/05/2010

«Niente cibo a chi non lavora» Manifesti anti-rom in Slovacchia

«Niente cibo a chi non lavora» Manifesti anti-rom in Slovacchia

I gruppi di attivisti per i diritti umani: «Vogliono solo alimentare l'odio». Polemica per l'iniziativa del partito ultra-nazionalista: i cartelloni raffigurano un uomo seminudo e tatuato

 

I manifesti anti-rom
I manifesti anti-rom

È polemica in Slovacchia dopo la comparsa di alcuni manifesti elettorali a sfondo razzista fatti affiggere dal Partito Nazionale Slovacco, noto per il suo atteggiamento xenofobo e ultranazionalista, in vista delle elezioni generali del prossimo 12 giugno. I cartelloni raffigurano un uomo di etnia rom, seminudo, tatuato e con una vistosa catena d'oro al collo, accompagnato dalla scritta «Non diamo da mangiare a chi non vuole lavorare».

LE REAZIONI
- I rom, una delle minoranze etniche più povere ed emarginate dell'Europa centrale, sono spesso bersaglio dei partiti ultranazionalisti di estrema destra. I manifesti oggetto della polemica sono stati portati all'attenzione pubblica da alcuni gruppi di attivisti per i diritti umani, che ora pensano di intraprendere azioni legali contro il partito. «Non fanno che diffondere luoghi comuni sui rom», è l'accusa di Irena Biharova, avvocato del movimento Persone contro il razzismo. «Questo manifesto non ha nulla a che vedere con la libertà di espressione, punta solo ad alimentare l'odio contro i rom». Il Partito Nazionale Slovacco, il cui leader Jan Slota non fa mistero delle sue idee xenofobe, è attualmente al governo nella coalizione guidata dal primo ministro Robert Fico. L'ingresso del partito nel governo formato nel 2006 ha contribuito a inasprire i rapporti con l'Ungheria, «nemico» storico della Slovacchia (fonte: Adnkronos).


11/10/2009

Iran, tre dimostranti condannati a morte

Iran, tre dimostranti condannati a morte

 

Avevano preso parte alle proteste per le elezioni presidenziali

 

In questa immagine del 21 giugno 2009 la morte di Neda, la giovane donna rimasta uccisa a Teheran negli scontri tra la polizia del regime e i sostenitori del governo (Ansa)
In questa immagine del 21 giugno 2009 la morte di Neda, la giovane donna rimasta uccisa a Teheran negli scontri tra la polizia del regime e i sostenitori del governo (Ansa)

TEHERAN - Tre manifestanti, incriminati per la partecipazione alle dimostrazioni antigovernative, sono stati condannati a morte in Iran. Lo riferisce l'agenzia Isna. I tre avevano preso parte alle proteste scoppiate in occasione delle elezioni presidenziali che hanno sancito la riconferma di Mahmoud Ahmadinejad.

IL MINISTRO - Il capo dell'ufficio pubbliche relazioni del dipartimento di Giustizia della provincia di Teheran, Bashiri Rad, parlando con l'Isna, ha reso note solo le iniziali dei nomi dei tre condannati al patibolo. Si tratta di M.Z., A.P. e M.E. I primi due, ha precisato Bashiri Rad, sono stati riconosciuti colpevoli di legami con un'organizzazione monarchica e il terzo con i Mujaheddin del Popolo, la più importante organizzazione di opposizione armata al regime. Giovedì, il sito riformista Mowjcamp aveva reso nota la condanna a morte di un manifestante, Mohammad-Reza Ali-Zamani, riconosciuto come militante filo-monarchico. Non è escluso che possa trattarsi di uno dei tre di cui si è avuta notizia oggi.

DIRITTI UMANI - Proprio il giorno che ha portato da Teheran pessime notizie, per Amnesty International è una data di riflessione e lotta. Il 10 ottobre, da sette anni, è indetta la giornata mondiale contro la pena di morte, considerata la maggiore delle violazioni dei diritti umani. In particolare quest'anno l'impegno di Amnesty International è volto a educare i giovanissimi alla conoscenza dei fondamentali diritti dell'uomo, con dibattiti e incontri nelle scuole. I dati forniti dall'associazione sottolineano come nel 2009, il Burundi e il Togo sono diventati abolizionisti della pena di morte e negli Usa, anche lo Stato del New Mexico ha posto fine alle esecuzioni.


19/08/2009

«Non ho tempo per l'appello» Non fermò il boia: giudice a processo

«Non ho tempo per l'appello» Non fermò il boia: giudice a processo

 

Il 25 settembre del 2007 l'inizezione letale a Michael Wayne Richard. Sharon Keller, detta "Killer" rifiutò l'ultimo appello di un condannato rispettando alla lettera l'orario d'ufficio

 

Il giudice Sharon Keller
Il giudice Sharon Keller

«Non c'è tempo. Chiudiamo alle cinque». Il giudice texano Sharon Keller (ora soprannominata «Sharon Killer» dai suoi detrattori) non ci pensò due volte. Era il settembre del 2007 quando rifiutò l'appello in extremis di un condannato a morte per far rispettare alla lettera l'orario di ufficio. Per questo è ora sotto processo in uno dei casi più gravi di «giustizia sbagliata» nella storia del suo Stato. La donna è accusata di cattiva condotta per aver deliberatamente ordinato la chiusura degli uffici pur sapendo che gli avvocati dell’imputato attendevano impazientemente di sottoporre i documenti per avviare il ricorso.

RISCHIA DI ESSERE RADIATA - Lunedì la Keller è comparsa davanti a una commissione statale incaricata di valutare la condotta dei giudici. Rischia di essere radiata dalla magistratura per non aver rispettato i diritti di un condannato a morte. Il caso risale al settembre del 2007. E riguarda Michael Wayne Richard, 49enne condannato per stupro e omicidio. I legali dell'uomo cercarono la mattina stessa del giorno in cui era stata fissata l’esecuzione, il 25 settembre del 2007, di fermare la condanna appellandosi alla procedura con cui è condotta l’iniezione letale. Quella stessa mattina infatti la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva deciso di valutare se quel metodo di esecuzione rappresentasse una forma di punizione inusuale e crudele e fosse pertanto incostituzionale. La Keller quel giorno aveva gli operai in casa e lasciò il lavoro prima della fine dell'orario prestabilito. Gli avvocati di Richard, approfittando della finestra aperta dalla Corte Suprema, si affrettarono a fare ricorso ma ebbero problemi al computer. Quando finalmente alle 16:45 riuscirono a far arrivare la pratica in tribunale chiedendo il rinvio dell'esecuzione, non ci fu nulla da fare. «Si chiude alle 17», si sentirono rispondere.

ESECUZIONE E PROTESTE - Alle 20:23 di quella stessa sera fu eseguita la condanna a morte di Richard. Di lì a poco lo stato del Texas dichiarò una moratoria delle esecuzioni: il 49enne fu l'ultimo condannato messo a morte prima dell'inizio della moratoria. La vicenda all'epoca suscitò proteste negli Usa e titoli sui giornali di mezzo mondo. Nonostante abbia sempre respinto le accuse la giudice è da allora al centro di violentissime critiche e le associazioni che si battono contro la pena di morte l’hanno soprannominata «Sharon Killer», storpiando il suo cognome. «Se avessi saputo che avevano chiesto più tempo lo avrei concesso - ha detto più volte la donna -. Si tratta di un’esecuzione». La donna è considerata uno dei giudici più inclini alla pena capitale ed è il più alto magistrato messo sotto accusa da 15 anni a questa parte. Il Texas registra ancora oggi il più affollato braccio della morte di tutti gli Stati Uniti.

IL CASO DAVIS - In parallelo al caso Keller, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accordato un rinvio all'esecuzione di Troy Davis, detenuto afroamericano della Georgia, da 18 anni in carcere dopo essere stato condannato a morte per l'omicidio di un poliziotto. Davis, che si è sempre proclamato estraneo al delitto, aveva chiesto più tempo per raccogliere prove della sua innocenza. Il giudice della Corte Suprema Paul Stevens ha accolto la sua richiesta, stabilendo che un giudice federale «indaghi sulla possibilità che esistano prove non considerate ai tempi del processo in grado di dimostrare l'innocenza del prigioniero».


13/05/2009

Sicurezza, avanza il ddl Nuovo duello tra Fini e Lega

Sicurezza, avanza il ddl Nuovo duello tra Fini e Lega

 

E Maroni: una panzana la norma sui bimbi invisibili. Sì anche alla seconda fiducia. Il presidente della Camera: «Basta propaganda». E Bossi: «Chi la dura la vince»

 

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini (Lapresse)
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini (Lapresse)

ROMA - La Camera ha votato la fiducia al governo a due dei tre maxiemendamenti del governo al disegno di legge in materia di sicurezza. Il voto di fiducia sull'altro maxiemendamento è previsto in giornata. La votazione finale sul testo è invece in programma giovedì alle 12,30. Proseguono dunque i lavori dell'aula di Montecitorio, mentre continua a tenere banco la polemica sui respingimenti di immigrati. Che registra ancora tensioni tra Fini e la Lega. «Chi la dura la vince» dice Bossi nel commentare il voto di fiducia. E replica a Gianfranco Fini, che in mattinata ha invitato nuovamente «a non fare propaganda elettorale su questi temi»: «Se la propaganda non la fai quando ci sono le elezioni, quando la fai?» chiede il Senatùr.

MARONI E L'UNHCR - Sugli immigrati e i respingimenti, il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, annuncia che la linea del governo non cambia. Tuttavia il titolare del Viminale incontrerà i vertici nazionali dell'agenzia Onu per i rifugiati per spiegare la posizione dell'esecutivo. «Venerdì avrò un incontro con il commissario Jolls, che è il responsabile italiano dell'Unhcr - ha detto Maroni parlando con i cronisti nel Transatlantico della Camera -. Lo vedo perché le preoccupazioni che vengono sollevate le teniamo in conto ma la proposta che facciamo non è quella che hanno avanzato loro di accoglierli tutti e poi valutare, ma quella di creare una struttura in Libia per valutare là se qualcuno ha i requisiti per lo status». Maroni ha poi parlato della norma, su cui le opposizioni hanno lanciato l’allarme, che creerebbe dei «bambini-fantasma» per quel che riguarda i figli dei clandestini: «E’ un’altra panzana - ha tagliato corto il ministro - inventata da non so chi».

FINI: «BASTA PROPAGANDA» - Secondo il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha a sua volta scambiato qualche battuta con i cronisti a margine dei lavori dell'Aula a Montecitorio, il problema esiste e si può trovare la soluzione in diversi modi, coinvolgendo anche Onu e Ue, ma «bisogna evitare eccessi propagandistici». A Fini i giornalisti hanno fatto notare come siano state condivise anche dall'Onu alcune sue riflessioni sul respingimento dei migranti. E sull'argomento il presidente della Camera ha continuato a pungere la Lega: il dibattito che si è aperto tra l'Onu il ministro Maroni - gli è stato chiesto -ha un fondamento, forse si potevano evitare gli eccessi polemici? «Bisognerebbe evitare eccessi propagandistici» è stata la risposta del presidente della Camera. Da tutte due le parti in causa? «Beh, non mi pare che l'Onu sia in campagna elettorale...» ha aggiunto Fini.

«VERIFICHE AL DIRITTO D'ASILO» - «Non è un problema di punti di vista - ha precisato il presidente della Camera - ci sono le norme di diritto internazionale. Esiste il problema del respingimento dei migranti ed esiste il diritto all'asilo. Solo che va verificato. Se si verifica sul territorio nazionale esistono i Cie, se si verifica durante il trasferimento deve essere certo che sia fatto in modo esaustivo e completo. Forse bisognerebbe pensare a istituire dei centri anche nei paesi notoriamente di transito, coinvolgendo le organizzazioni internazionali come l'Onu e la Ue». Quanto alla proposta di Maroni di far verificare le richieste di asilo in Libia, Fini non ha dubbi: «E' una ipotesi tra le tante, non peregrina».

«COMINCIAMO A RESPINGERE» - Un monito indiretto alla Lega, quello del presidente della Camera, di cui non sembra tener conto il numero uno del Carroccio Umberto Bossi. «Cominciamo a respingere, poi si vede» ha dichiarato il ministro per le Riforme. Anche sulle perplessità di Fini, il leader della Lega ha tagliato corto: «Io non esprimo perplessità, mi interessa il voto. Basta che il ddl sicurezza passi» ha concluso il Senatùr.


Immigrati, non si placa la tensione tra l'Italia e l'Onu

Immigrati, non si placa la tensione tra l'Italia e l'Onu

 

Franceschini: «Sta trasformando i disperati in uno spot elettorale». Berlusconi: «Sui barconi gente reclutata dai criminali». Unhcr e il segretario generale: «Riammettere i respinti»

 

(Reuters)
(Reuters)

MILANO - Non si ferma il braccio di ferro tra il governo italiano e l'Onu (ora anche nella persona del segretario generale, Ban Ki-moon) sulla questione del respingimento dei migranti in arrivo in Italia. Da Sharm El Sheik il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è tornato a parlare della questione immigrazione. I barconi che salpano verso l'Italia, ha detto il premier, «non sono fatti, occasionali ma il frutto di una organizzazione criminale». «A bordo - ha aggiunto - vi sono persone che vengono reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali». I migranti, secondo il premier, «sono persone che hanno pagato un biglietto, non sono persone spinte da una loro speciale situazione all'interno di Paesi dove sarebbero vittime di ingiustizie, ma sono reclutate dal mondo del lavoro o del non lavoro in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali». «Non credo che ci sia nessuno che, avendo i requisiti per chiedere di essere accolto in Italia, possa dire di non essere stato accettato. Ci sentiamo in dovere di dare accoglienza a chi fugge da una situazione pericolosa per la sua vita e la sua libertà» ha sottolineato Berlusconi

LA RISPOSTA DELL'ONU - Non si è fatta attendere la replica dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che ha annunciato a Ginevra di aver scritto al governo italiano esprimendo «grave preoccupazione» per il rinvio in Libia di migranti intercettati o soccorsi in mare e per chiedere alle autorità italiane di «riammettere quelle persone rinviate dall'Italia e identificate dall'Unhcr quali individui che cercano protezione internazionale». Anche il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, «appoggia» le richieste dell'Unhcr. Per l'Onu il principio del non respingimento non conosce limitazione geografica. «L'Unhcr-Roma - ha detto a Ginevra il portavoce Ron Redmond - ha mandato una lettera al governo italiano per affermare che l'Unhcr, pur essendo cosciente del problema che l'immigrazione irregolare pone all'Italia e agli altri Paesi dell'Ue, resta gravemente preoccupato che la politica ora applicata dall'Italia mina l'accesso all'asilo nell'Unione europea e comporta il rischio di violare il principio fondamentale di non respingimento» (non refoulement) previsto dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati. Il portavoce ha ricordato che la Libia non ha firmato la Convenzione e che non vi sono quindi garanzie che le persone bisognose di protezione internazionale possano trovarla in Libia. Secondo i dati dell'Unhcr, nel 2008 oltre il 75% di coloro giunti in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione internazionale. Più del 70% delle circa 31mila domande d'asilo nel 2008 in Italia provenivano da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese.

BAN KI-MOON - L'Onu «appoggia la richiesta dell'Unhcr», ha assicurato Farhan Haq, portavoce del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Il portavoce ha spiegato che l'Unhcr è la «voce guida dell'Onu per quanto concerne i rifugiati, e i rapporti con Roma su questo tema saranno gestiti dallo stesso commissariato, nella persona del suo alto rappresentante, Antonio Guterres». Haq ha precisato che il Palazzo di Vetro di New York, che è in contatto quotidiano con l'agenzia dei rifugiati, «rispetta la richiesta contenuta nella lettera dell'Unhcr al governo italiano».

«MARONI ESEGUE ACCORDI PRESI DA ME» - Gli «accordi con la Libia» per il rimpatrio degli immigrati clandestini, ha voluto poi sottolineare dall'Egitto il presidente del Consiglio, «li ho gestiti io, li ho sottoscritti io, Maroni esegue quelli che sono gli accordi presi direttamente tra me ed il leader libico Gheddafì». Quanto al rapporto con la Lega, il Cavaliere ha voluto precisare che «certamente il Carroccio esagera» ma «sono esagerazioni più di facciata che di sostanza perché poi i signori della Lega sono delle persone perbene, anche nelle amministrazioni locali sono coloro che danno di più per aiutare chi ha bisogno di una mano». «Cerchiamo di non offrire all’opposizione pretesti di polemiche e di campagna elettorale, per esempio il fatto delle ronde - è stato l'invito del premier - che sono tutt’altro rispetto a quello che dice l’opposizione: per questo noi abbiamo detto che era sbagliato dare all’opposizione un pretesto del genere». E riguardo alle critiche ricevute da alcuni settori della componente del Pdl che proviene da Alleanza nazionale, Berlusconi ha preferito tagliare corto: «Non credo che si possa parlare ancora di polemiche, An è un partito che non esiste nominalmente perché è confluito nel Pdl». Un plauso da Berlusconi ai due esponenti del Pd Piero Fassino e Francesco Rutelli, che si sono espressi a favore della politica dei respingimenti nei confronti degli immigrati clandestini. «Mi fa piacere - ha detto il Cavaliere - che anche nell'opposizione ci sia qualche persona di buonsenso che non segue fino in fondo l'ideologia»

NO COMMENT SU FINI - Le parole del premier lasciano presagire nuove tensioni con il presidente della Camera, Gianfranco Fini. L'ex leader di An aveva detto lunedì che «respingere l'immigrato clandestino non viola il diritto internazionale» ma aveva puntualizzato che «anche noi abbiamo come tutti gli altri il dovere di verificare se tra quelli che vengono respinti ci siano persone che hanno il diritto di richiedere asilo». E Berlusconi, incalzato dai cronisti proprio sulla posizione di Fini, ha preferito glissare: «Non mi va di entrare in questo discorso».

MARONI E L'EUROPA - In serata è intervenuto sul tema anche Roberto Maroni. «La Libia fa parte dell'Onu - ha dichiarato il ministro dell'Interno - e in Libia è presente l'alto commissariato per i rifugiati della Nazione Unite (Unhcr), che può fare gli accertamenti delle persone che chiedono asilo». E per questi, ha sostenuto Maroni, «non vedo perché dovrebbero essere mandati in Italia come dice l'Unhcr: l'Europa se ne faccia carico, è questa la proposta che ho fatto al commissario europeo per la giustizia, Jacques Barrot».

«SPOT ELETTORALE» - «I barconi pieni di disperati sono stati trasformati in uno spot elettorale per le prossime elezioni, come se fossero un manifesto per raccogliere voti e questa è la cosa più immorale» è stato il commento del segretario del Pd, Dario Franceschini, che a Panorama del giorno ha commentato le ultime dichiarazioni di Berlusconi. «Sui respingimenti vanno rispettate le norme internazionali, oltre che il buon senso - ha aggiunto -. Non lo diciamo solo noi faziosi dell'opposizione, ma anche il Consiglio d'Europa, le Nazioni Unite, i vescovi italiani. Si tratta di rispettare la dignità dell'uomo e le leggi italiane e internazionali».

LE ALTRE REAZIONI - «Sono perfettamente convinto del fatto che l'Italia in questo momento sta esercitando un proprio diritto, quello del respingimento in acque internazionali così come lo eserciterebbero altri paesi europei. È un diritto previsto dalle norme nelle intese europee» ha dichiarato il presidente del Senato, Renato Schifani, difendendo l'operato del governo in tema di contrasto dell'immigrazione clandestina. Secondo il numero uno di Palazzo Madama, riguardo al diritto d'asilo «occorre che l'Europa si faccia carico della soluzione del problema, individuando meccanismi, procedure per poter garantire anche l'attuazione di questo sacrosanto diritto». Sulla questione immigrazione è intervenuto anche Luca Cordero di Montezemolo. Intervistato a Ballarò (in onda martedì sera), il presidente Fiat ha spiegato di essere favorevole «ai diritti e ai doveri» dei migranti ma contrario «alla tolleranza e ad un paese che sembra una groviera per cui tutti possono entrare». «Io vorrei anche capire - ha detto - come si fa a difendersi da una eccessiva entrata non controllata, non coordinata e quindi bisogna uscire dall'ipocrisia, dalla poca chiarezza e, fermo restando il diritto di asilo io credo che sia giusto porre dei limiti e valutare bene l'entrata di stranieri in Italia perché in questi ultimi anni questo non è avvenuto».


04/05/2009

Vanguard indaga tra le celle di Guantanamo

Vanguard indaga tra le celle di Guantanamo

 

Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 5 Maggio alle 23:00 su Current TV.
Mentre le famiglie delle vittime dell'11 Settembre chiedono che Guantamo resti aperta, il presidente Obama e molti cittadini credono che Guantanamo sia un fallimento. Dall'interno di Guantanamo tutto quello che avreste voluto sapere sulla prigione piu' controversa del mondo. Un'anteprima del documentario "DENTRO GUANTANAMO"



02/05/2009

Delara, l'ultimo sms ai genitori: «Mi impiccano fra poco, aiutatemi»

Delara, l'ultimo sms ai genitori: «Mi impiccano fra poco, aiutatemi»

 

IL PAPA' DELLA GIOVANE E' ORA RICOVERATO IN STATO DI CHOC. La ragazza pittrice, giustiziata venerdì, ha scritto al padre e alla madre prima dell'esecuzione

 

(Afp)
(Afp)

 

 

 

TEHERAN - Un'ultima disperata richiesta di aiuto alle persone più care. «Mi impiccano fra pochi secondi, aiutatemi!»: così, alle 06.00 di venerdì mattina Delara Darabi, la 23enne pittrice iraniana condannata a morte per un omicidio commesso a 17 anni, ha informato per telefono i genitori che la stavano portando sul patibolo. Poco dopo, è stata giustiziata. Ora, come ha raccontato il suo avvocato, Abdolsamad Khorramshahi, il padre della ragazza è ricoverato in ospedale in stato di choc.

NIENTE PERDONO - A mettere personalmente la corda intorno al collo di Delara, scrive il quotidiano Etemad, è stato un figlio della donna per la cui uccisione la pittrice è stata condannata, nonostante avesse accettato le condizioni poste dalla famiglia della vittima per concedere il perdono che le avrebbe salvato la vita: dichiararsi colpevole e cambiare avvocato. L'esecuzione è avvenuta a sorpresa venerdì nel carcere di Rasht, nel nord dell'Iran, anche se il capo dell'apparato giudiziario, ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi, aveva annunciato il 19 aprile scorso un rinvio di due mesi dell'impiccagione. La ragazza è stata messa a morte senza che nemmeno il suo avvocato venisse informato, come invece vorrebbe la legge.


01/05/2009

Niente perdono, Delara giustiziata

Niente perdono, Delara giustiziata

 

Inutile la mobilitazione delle associazioni internazionali per i diritti umani. La ragazza-pittrice condannata per un omicidio avvenuto quando aveva 17 anni è stata impiccata all'alba

 

Delara Darabi
Delara Darabi

TEHERAN - La condanna è stata eseguita. Delara Darabi, la pittrice di 23 anni condannata al patibolo per la complicità in un omicidio commesso nel 2003, quando aveva solo 17 anni, è stata giustiziata nella prigione di Rasht, in Iran. E' stata uccisa di mattina presto, di venerdì, giorno sacro per gli islamici. E senza che ne fosse data notizia al suo avvocato né alla sua famiglia, secondo quanto spiega Mohammad Mostafaei, un avvocato attivo nel campo dei diritti umani, citato dal sito di Iran Human Rights. E' stata impiccata nonostante un movimento di pressione internazionale che raccoglie attivisti per i diritti umani di varia provenienza avesse ottenuto un rinvio dell'impiccagione. Si era parlato di una dilazione di due mesi, rispetto alla data del 20 aprile nella quale era stata fissata inizialmente l'esecuzione. Invece il boia ha atteso solamente dieci giorni, poi ha calato il cappio.

IL RINVIO - Il provvedimento di rinvio era stato certificato dal capo della magistratura di Teheran, l'ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi, che aveva parlato di una sospensione «per un breve periodo di tempo» per dare modo alla famiglia della vittima di riflettere sulla richiesta di perdono avanzata dai genitori di Delara. Shahrudi non aveva però annullato l’esecuzione, come richiesto invece dalle associazioni dei diritti umani e dagli attivisti iraniani. Iran Human Rights, Amnesty International e le altre associazioni che si erano battute per la sua salvezza - puntando soprattutto sulla minore età della ragazza all'epoca dei fatti - avevano parlato di possibili violazioni della legge internazionale. L'Iran ha ratificato la Convenzione Onu per i diritti dell'infanzia, che per l'appunto vieta la pena di morte per i minorenni. Ma di fatto ancora non ne segue le indicazioni: un'ipotesi di normativa per dare applicazione concreta alla Convenzione è stata redatta dalle autorità giudiziarie iraniane e trasformata in un progetto di legge che stabilisce pene più leggere per i minori. Ma il provvedimento è ancora fermo in parlamento.

«PREZZO DEL SANGUE» - La legge iraniana è basata su una interpretazione della Sharia e prevede che un condannato a morte per omicidio possa avere salva la vita se i familiari della vittima concedono il perdono. Di solito ciò avviene in cambio di un risarcimento in denaro. Questo però non è avvenuto. Già in passato i parenti della donna uccisa - una cugina del padre di Delara, che nel 2003 aveva 58 anni -, avevano rifiutato questa opzione. Una posizione che non è cambiata, nonostante i giudici abbiano concesso loro qualche giorno in più di riflessione. Delara proviene da una famiglia benestante e i suoi genitori si erano offerti di pagare il cosiddetto «prezzo del sangue», l'indennizzo ai parenti della vittima, primo passo per arrivare a quel perdono formale che avrebbe permesso di fermare l'esecuzione. Ma la famiglia della donna uccisa non ne ha voluto sapere.

«ERRORI DEI GIUDICI» - L'avvocato di Delara, Abdolsamad Khoramshahi, dal quotidiano Etemad aveva parlato di errori nella gestione del caso da parte dei giudici. Il legale avrebbe anche raccontato di come la donna sarebbe stata anche drogata dal suo compagno di allora. Delara si era infatti inizialmente addossata le responsabilità per quanto accaduto. Dopo il processo di primo grado, aveva ritrattato la sua confessione e aveva raccontato una nuova verità. Aveva parlato di come, con il suo gesto, avesse cercato di coprire l'allora compagno, di due anni più vecchio di lei, autore materiale dell'omicidio. Ma non è riuscita a convincere i magistrati della sua innocenza e nel febbraio del 2007 la Corte suprema di Teheran, ritenendola comunque coinvolta attivamente nell'assassinio e non accettando l'idea che fosse stata una semplice testimone, aveva confermato la sentenza.

«L'ONU INTERVENGA» - «L'esecuzione di Delara è stata possibile perché l'Iran continua a pensare di poter agire da sola e che le reazioni internazionali siano solo parole e non abbiano conseguenze - dice Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights -. Delara è il simbolo di tutti i minorenni in carcere ed è ora che Teheran paghi le conseguenze per una violazione della convenzione sui diritti dell'infanzia che pure ha sottoscritto. L'Onu deve fare in modo che quei principi trovino attuazione e non siano semplicemente un pezzo di carta». In Iran ci sono attualmente 150 minorenni in attesa di condanna a morte.

Carlotta De Leo

 

Alcune opere realizzate in carcere da Delara Darabi (foto di Javad Montazeri)

Alcune opere realizzate in carcere da Delara Darabi (foto di Javad Montazeri)

(Foto di Javad Montazeri)

(Foto di Javad Montazeri)

(Foto di Javad Montazeri)