16/07/2010

Nozze nella Reggia proibita. Il trucco della star di X Factor

Nozze nella Reggia proibita. Il trucco della star di X Factor

Party nella residenza dei Borbone. La sovrintendente: ci vediamo in tribunale. «Promozione del disco». Ma era la copertura per la festa

 

 

Silvia Aprile (Olycom)
Silvia Aprile (Olycom)

CASERTA - Per Silvia Aprile sarà stato come il sogno di una notte di mezza estate. Un matrimonio con scherzetto ai danni però della soprintendenza di Caserta e Benevento. La cantante campana, che nel 2009 ha duettato a Sanremo con Pino Daniele ed ha partecipato a una edizione di X Factor, lo scorso 13 luglio è riuscita ad organizzare con un espediente il suo pranzo nuziale all’interno del palazzo reale. Un evento che le autorità competenti dicono di non aver mai autorizzato.

Il palazzo disegnato da Vanvitelli fu negato, una decina di anni fa, anche ai discendenti dei Borbone che pure avrebbero voluto festeggiare uno dei loro matrimoni in un palazzo reale che era stato, in passato, un bene di famiglia. Un veto è stato messo anche alla richiesta di un gruppo di ricchissimi uomini d’affari sovietici che in primavera si sarebbero messi in contatto con la soprintendenza. Volevano noleggiare a carissimo prezzo giardini e saloni per organizzare banchetti matrimoniali per coppie e invitati in trasferta dalla Russia. L’espediente di Silvia Aprile è stato quello di presentare la domanda per effettuare uno «showcase» per stampa e discografici di un suo nuovo cd il un giorno in cui la reggia sarebbe stata chiusa al pubblico. Un evento culturale organizzato in un monumento che è patrimonio dell’Unesco. Nella richiesta alla soprintendenza e all’Ept, e resa nota dal sindacato dei custodi, non si parla di banchetti nuziali, ma di cena di gala destinata a discografici, giornalisti, operatori tv e critici. Forse un po’ troppo per il nuovo cd singolo «Falando de amor».

«Siamo molto amareggiati — dice la soprintendente Paola Raffaella David — anche perché si è alzato un polverone inutile. Già il 5 luglio concedemmo l’utilizzo dello spazio alla Cassa Edile di Caserta per una visita guidata privata che si trasformò in un banchetto non autorizzato e che dovemmo interrompere. Ora c’è stata questa festa nuziale. In entrambi i casi passeremo alle vie legali, come è normale che si faccia e come avevamo già deciso di fare. Inoltre, mi pare ovvio che un luogo come la reggia non possa essere utilizzato per scopi di questo tipo. Nel caso dell’offerta degli imprenditori russi, abbiamo rinunciato a molti soldi, ma non sembra che possa essere messa in discussione la destinazione d’uso del sito». Evidentemente Davide e Silvia, che volevano la reggia per la loro festa, non sono neanche superstiziosi perché se si dice che «di Venere e di Marte, non ci si sposa e non si parte» hanno fatto stampare lo stesso le partecipazioni per «martedì 13 luglio, ore 16.30», con foto fatta con una delle fontane come sfondo e l’indirizzo del party, quello della Reggia di Caserta, appunto. E se la Cassa Edile di Caserta aveva impiantato buffet e tavoli sotto la fontana monumentale di Diana e Atteone, la cantante e il suo novello sposo avevano pensato all’elegante giardino, con relativo casino, voluto dalla Regina Maria Carolina d’Austria, che seguendo la moda in voga in Europa dei giardini di stile inglese ideati da William Kent se lo fece realizzare su misura con tanto di serre riscaldate. Canti, balli e festeggiamenti sarebbero durati fino all’alba generando il «fortissimo malumore» dei dipendenti che hanno fatto una denuncia inoltrata dai sindacati al ministero. All’incartamento hanno allegato una copia di un invito consegnato agli ospiti, con l’indicazione della Reggia quale luogo del ricevimento. Un giorno che, comunque vada, per Silvia e Davide sarà indimenticabile.

Biagio Coscia


30/09/2009

Il nuovo Cd di Emily Howell: la compositrice «virtuale»

Il nuovo Cd di Emily Howell: la compositrice «virtuale»

 

MUSICA DIGITALE. La musica dagli algoritmi, in un esperimento di intelligenza artificiale durato 30 anni

 

MILANO – Dopo anni di lavoro intenso, il primo disco di Emily Howell sta per essere pubblicato. Non si tratta di un’artista emergente in carne e ossa, ma di un software in grado di comporre musiche originali messo a punto presso l'Università della California.

IL PROGETTO – La paternità di Emily è del professor David Cope, che da circa un trentennio è impegnato nello studio di un algoritmo che consenta di creare musica di qualità tramite l’intelligenza artificiale. Ciò che Cope ha realizzato non è un programma qualsiasi per l’elaborazione dei suoni: Emily è infatti in grado di produrre composizioni originali partendo dall’analisi delle melodie contenute in un database di musica creato dallo scienziato. Si tratta quindi di brani nuovi ispirati a musica già esistente, che però è stata a sua volta prodotta dalla prima versione del programma, nome in codice EMI.

DA EMI A EMILY – I risultati ottenuti da Cope con EMI (che si ispirava invece a un archivio di opere dei grandi della musica classica) hanno da subito suscitato grande interesse nel mondo scientifico. Tra musicisti e compositori, invece, il software ha più che altro generato scetticismo, se non addirittura ostilità da parte degli agenti dei (pochi) interpreti che invece avevano dimostrato interesse per le melodie di EMI dicendosi addirittura disposti a eseguirle in concerto. Per i professionisti del settore – ha spiegato il professore – «la creazione della musica è una capacità innata negli esseri umani» e una macchina non può essere all’altezza. Tuttavia, nonostante l’iniziale delusione, Cope non si è arreso e dalle ceneri di EMI (nonché dal database di melodie da lei create) è nata Emily Howell, caratterizzata da uno stile tutto suo, che nulla ha da invidiare ai grandi musicisti. E mentre l’etichetta discografica Centaur Records si appresta a produrre il primo Cd del talentuoso compositore virtuale, Cope fa sapere di non aver ancora finito e di essere già al lavoro su un nuovo progetto. Perché per lui la musica è una scienza matematica e la composizione non è solo una questione di ispirazione, ma anche di programmazione.

Alessandra Carboni

Fonte: Corriere della Sera


01/08/2009

La bidella che mi ha cambiato la vita

La bidella che mi ha cambiato la vita

 

IL CANTAUTORE DELLE «STORIE TESE». Elio: «Condannato al flauto dalle mamme (degli altri). A scuola volevo il piano, ma il corso era pieno»

 

Festa grande, quest’anno per Elio e le Storie Tese. A ottobre festeggia­no i vent’anni dal primo album: «Avevamo cominciato a fare concerti nell’81-’82, per il disco abbiamo aspetta­to un po’» racconta Elio. Ma intanto era­no già famosi, canzoni come «Cara ti amo», «Silos», «John Holmes» le cono­scevano tutti. Ci sarà un concerto solen­ne agli Arcimboldi (22 ottobre) con un’orchestra di 55 elementi, pochi gior­ni dopo esce un cofanetto edizione spe­ciale, tutti i cavalli di battaglia riarrangia­ti con l’apporto di un’orchestra classica. Si fanno le cose in grande, insomma. «Sì, il modello è Céline Dion, è quello il nostro obiettivo».

Elio e basta — il vero nome non tiene a dirlo — nasce a Milano 47 anni fa e pre­stissimo trova la persona che gli cambia la vita. «Andavo alle elementari alla scuola di via Wolf Ferrari, ero in quinta quando un giorno entra la bidella e chie­de chi voleva seguire i corsi di musica della Scuola civica di Milano. Io dissi su­bito di sì. Solo che quando ci fu la riunio­ne per scegliere lo strumento — piano­forte, violino, flauto — io ero da solo mentre gli altri ragazzi erano venuti con le mamme. Volevo il pianoforte, però le mamme degli altri si erano già fatte avanti, non c’erano più posti disponibi­li. Mi fu assegnato il flauto». Sette anni di studi («un po’ di più, in realtà»), poi il diploma del conservatorio, ed Elio di­venta maestro di flauto. Si iscrive all’uni­versità, ingegneria al Politecnico, e «con calma» (nel 2002) prende la laurea. Ma intanto è la musica che lo appassiona. «Sono sempre stato convinto che se vo­levo fare qualcosa di nuovo, di mio, di originale, sarebbe stato grazie alla musi­ca ». Musica nella sua totalità, visti gli studi classici («la Scuola civica era ed è una grande scuola») ma anche la musi­ca che girava intorno in quegli anni. «I Deep Purple, naturalmente, Frank Zap­pa. Sono stati, i Settanta, anni di grande creatività anche in Italia: la PFM, gli Area con Demetrio Stratos, cose impor­tantissime che hanno avuto la sfortuna di nascere in Italia».

E la musica classi­ca? «Sono d’accordo con Berio: ci sono solo due tipi di musica, quella bella e quella brutta». Alla fine degli Anni 70, così, nasce il gruppo: amici, compagni di studi, amici degli amici. «L’idea era di fare cose che in Italia non si facevano. Unire grande preparazione tecnica con testi dissacranti, comici, irriverenti. Un po’ come Zappa, appunto. In Italia in quegli anni c’era Sanremo in playback, una cosa da tv ucraina dell’era Breznev. Noi volevamo tornare alla giovinezza del rock, musica onesta e generosa, libe­ratoria anche nell’uso del turpiloquio. Sapevamo bene che il rock era morto da tempo, si era trasformato in una litur­gia ». Per questo gli Elii preferiscono il contatto diretto con il pubblico, all’ini­zio nei locali di Milano. «Mi ricordo che nell’88 Leo Waechter, l’uomo che aveva portato i Beatles a Milano, ci propose una settimana al Ciak di via San Gallo. Impaurito, dissi: facciamo solo tre sera­te. Furono tre esauriti, e dovemmo con­cedere altri due date». 

Come funziona il gruppo? Chi scrive i testi, chi la musica? «Per essere nati in un Paese di individualisti, noi lavoriamo come un vero gruppo. Alla fine, visto che io canto, dedico un po’ più di atten­zione alla parte vocale, ma le canzoni na­scono in collettivo, un po’ come la crea­tura di Frankenstein, un pezzo di qua uno di là. Ci sono solo tre versi di cui è certa la mia paternità: 'Ditemi perché/se la mucca fa mu/il merlo non fa me'. Mi erano venuti mentre facevo il servizio ci­vile ». E «John Holmes», chi l’ha scritta? «Rocco Tanica era un appassionato dei film porno. Da qui l’idea di fare una can­zone su un protagonista del cinema hard, poi insieme abbiamo lavorato sul­le strofe». Con i gio­chi di parole come «il pene mi dà pane». E il ritornello: «John Hol­mes una vita per il ci­nema, una vita per la moto». Non ci furono problemi con la censura? «No, di censure ne ho avute po­chissime » (l’episodio più grave fu nel ’91, al Concerto del 1˚ maggio, quando cantarono «Cassonetto differenziato per il frutto del peccato» con nomi e cogno­mi dei politici corrotti, tanto che i fun­zionari Rai coprirono il tutto). «Sono for­tunato, fossi nato in Iran mi avrebbero già impiccato da tempo». Ma anche con le parodie avete avuto qualche proble­ma: ci doveva essere un album, inizio Anni 90, mai uscito. «C’erano parodie delle canzoni di Sanremo. 'Verso l’igno­to' di Gianni Bella e Mogol con noi era diventato un poetico viaggio intestinale. Si offesero, quindi niente disco. Ma an­che 'La terra dei cachi', con cui siamo andati al Festival nel ’96, nasce come pa­rodia del genere 'canzone sanremese im­pegnata' che appunto non dev’essere molto impegnata, una cosa insomma ti­po 'Chi non lavora non fa l’amore'. L’en­tourage di Baudo ci aveva chiesto una canzone per il Festival, all’inizio dicia­mo no, poi loro insistono ed eccoci al Te­atro Ariston. Contenti di fare ogni serata a tema: una volta con il terzo braccio, la finale tutti d’argento, extraterrestri co­me i Rockets».

Un successone. Ma poi ar­riva il verdetto: gli Elii secondi dopo To­sca- Ron. Un risultato truccato? «Chi lo sa, mesi dopo siamo stati interrogati da un carabiniere. Che a un certo punto ci dice: la vostra canzone era arrivata pri­ma, però non potete dir­lo. Qualche anno più tardi, Giorgia mi ha rac­contato che le era capi­tata la stessa cosa: l’in­terrogatorio e il carabi­niere che dice che era lei la vincitrice». Nel 2008 Baudo li richiama a Sanremo, gli Elii conducono il Dopofestival: «Ave­vo delle parrucche meravigliose».

Da tempo, Elio sperimenta felice vari tipi di contaminazione: l’opera contem­poranea e i due spettacoli in tournée dal­la metà di agosto, «Figaro il barbiere» («ammiro Rossini, uno che ha fatto gran­dissima musica su libretti di grande co­micità ») e «Fu…turisti», rivisitazione musicale del Futurismo. «Sono anche tre modi per potermi travestire, per in­dossare bellissime parrucche. Essere di­ventato un musicista dà diritto anche a questo. Grazie dunque alla bidella della mia scuola. E ora devo preparami per il progetto Céline Dion».

Ranieri Polese