16/01/2011
Licenziato per 5 euro, si impicca in Sicilia
Licenziato per 5 euro, si impicca in SiciliaL'uomo Aveva 30 anni sposato e lavorava in un supermercato di Ragusa. Biglietto alla moglie per chiedere scusa. Il sindacalista: «Era disperato»
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30/09/2010
Castellammare, s'impicca un operaio Lavorava nell'indotto della Fincantieri
Castellammare, s'impicca un operaio Lavorava nell'indotto della FincantieriSposato con figli, si è tolto la vita per la disperazione di non trovare un posto: era stato licenziato un anno fa
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09/03/2010
Call center anti suicidi Uno squillo ogni venti minuti
Call center anti suicidi Uno squillo ogni venti minuti
La partita iva pentita, il consulente senza clienti, l’operaio licenziato che non sa dov’è il centro per l’impiego. Padova, via al centro d’ascolto: la disperazione corre sul filo
PADOVA—La vita per molti imprenditori e liberi professionisti del Nord Est è appesa a un filo, in equilibrio sull’orlo di un incubo. Il filo è quello del telefono, l’incubo quello di perdere il lavoro e con questo la casa e gli affetti. In quindici, uomini sul ciglio del precipizio fatto di disperazione per il fallimento professionale, hanno chiamato ieri nelle prime cinque ore al numero verde anticrisi istituito dalla Camera di commercio di Padova nell’ambito di un progetto voluto dalle istituzioni padovane, in prima fila Provincia e Comune. Un patto che unisce l’amministrazione di Zanonato, sponda Pd, con quella di Palazzo Santo Stefano, retta dal Pdl. Concordi su un punto: la crisi rischia di portarsi via decine di persone, uccise dall’ansia di un’economia che stenta a ripartire. Un barlume di speranza da ieri mattina alle 8 provano a darlo sei operatori del call center che risponde al numero 800-510052. Sono un gruppo di giovani consulenti laureati in psicologia del lavoro.
Formati nel dialogare con le persone in difficoltà, con davanti un pc con tutto lo scibile sulle opportunità finanziarie, assistenziali e di primo «soccorso» per chi le chiama cercando di capire come uscire dalle sabbie mobili dell’asfissia creditizia, della cassa integrazione che sta finendo o che non è mai iniziata. Venti minuti dopo l’attivazione della linea nell’ufficio dove opera provvisoriamente il pool di esperti arriva la prima telefonata. E’ un consulente aziendale, 42 anni, residente in periferia di Padova. «Ho sempre lavorato duro e tanto - racconta al passato al telefono - poi da un anno a questa parte è iniziato l’effetto domino. Prima un’azienda mi ha detto che si rivolgeva ad un altro professionista, una seconda ha iniziato a ritardare i pagamenti delle mie prestazioni personali, una terza ed una quarta hanno chiuso. Altre due hanno mandato una raccomandata con cui non rinnovavano il contratto di consulenza biennale. In dodici mesi mi sono trovato disoccupato per mancanza di clienti. Sono passato dal lavorare 12 ore a zero. Ho provato a passare dalle consulenze organizzative e di mercato a quelle fiscali, ma non è cambiato nulla».
Il 42 enne con una laurea di Cà Foscari in tasca ed una professionalità diventata obsoleta di colpo chiede un aiuto, «per ricominciare a lavorare, per rimanere nel giro» spiega alla signorina al telefono. Ancora prima di parlare di soldi, quello che lo terrorizza è rimanere tagliato fuori dal circuito produttivo, con la giacca e la cravatta nell’armadio e la valigetta 24 ore vuota. Di casi come i suoi ce ne sono un terzo sulle quindici chiamate ricevute nelle prime cinque ore dal call center. Vengono indirizzati allo sportello provinciale del lavoro. Viene suggerito ai neo disoccupati della consulenza aziendale e delle professioni immateriali di rivolgersi anche alle agenzie di lavoro interinale. Forse lì domanda ed offerta di conoscenza torneranno ad incontrarsi. I più angosciati sono due operai: un lattoniere che nel 2008 si era messo in proprio aprendo nel garage dietro casa una piccola azienda assieme al cognato-collega e ad un dipendente romeno. La piccola azienda che lo ha convinto a mettersi in proprio è saltata. «Sono dell’Alta padovana - spiega l’uomo - il mio ex datore di lavoro mi aveva promesso ordinativi per due anni. Ho lavorato appena sei mesi a pieno regime, e sono arrivati puntuali i pagamenti solo del primo trimestre. Mi trovo con i debiti dell’avviamento da pagare e con zero prospettive per il futuro».
Per lui forse una risposta può averla uno dei consorzi di confidi delle associazioni di categoria artigiane. Numeri di telefono dati dalla operatrice vengono ripetuti dall’altro capo del filo come se fossero quelli di una schedina vincente del Superenalotto. A chi è rimasto «sotto padrone » come si dice ancora nella Bassa padovana non è andata meglio: «Ho ancora un mese di cassa integrazione, e poi non so cosa fare» spiega un operaio metalmeccanico della zona di Monselice. Lo indirizzano al centro provinciale dell’impiego. «Cos’è?» risponde stupito. «L’ex ufficio collocamento». «Dov’è? Ancora lì in zona industriale? » chiede. La sede si è trasferita da una decina d’anni in zona Stanga ma chi non ha mai dovuto cercare impiego non lo sa. «E' la prima azione di questo genere a tutela degli imprenditori, dei lavoratori in difficoltà e quindi delle loro famiglie che viene attivata nel Veneto e l'obiettivo è quello di aiutare gli utenti a trovare risposte concrete - spiega il presidente della Camera di commercio di Padova Roberto Furlan - Le istituzioni di Padova hanno dato vita ad una rete istituzionale, frutto di un patto anticrisi: è la dimostrazione che a Padova sappiamo lavorare in una logica di squadra». Per vincere la partita più importante: quella di rimanere aggrappati al lavoro, alla casa, a tutto quello che riempie l’esistenza materiale di senso nell’ex miracolo del Nord Est.
Alberto Gottardo
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29/01/2010
Porto mio fratello a morire in Belgio
Porto mio fratello a morire in Belgio
La denuncia per mancanza di aiuto e assistenza. Salvatore Crisafulli e il dramma di Pietro: «La politica promette ma non mantiene». La commissione d'inchiesta sul servizio sanitario ordina un'ispezione dei Nas
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| Pietro e Salvatore Crisafulli (dal web) |
CATANIA - «Siamo rimasti soli e non possiamo più aiutarlo, perché Salvatore ha bisogno di aiuto 24 ore su 24. Non possiamo fare altro, ci hanno abbandonati al nostro destino, allora meglio farlo morire: lui è al corrente di questa nostra decisione ed è d'accordo». Così Pietro Crisafulli annuncia «un viaggio della morte per suo fratello», paraplegico di 45 anni, entrato in coma nel settembre del 2003 in seguito a un incidente stradale e risvegliatosi nell'ottobre del 2005, che, dice, porterà in Belgio per fargli praticare l'eutanasia visto che «da sette anni mi promettono un piano ospedaliero personalizzato a casa, che non è stato mai realizzato».
ELUANA - Già in passato Pietro Crisafulli aveva annunciato di «staccare la spina» degli strumenti che tenevano in vita sua fratello Salvatore anche se si era schierato «per tenere in vita Eluana Englaro». Un paragone che però l'uomo respinge: «La mia non è una battaglia per la morte - afferma - ma per la vita». «Io farò tutto questo - aggiunge - e camminerò con la testa alta perché ho combattuto per la vita di mio fratello. Lui non morirà di stenti, ma se ne andrà via dormendo». Pietro Crisafulli accusa «la politica, dal premier al presidente della Regione Siciliana, di avere promesso senza mantenere». «Adesso - aggiunge - quando porterò mio fratello in Belgio con un camper il governo dovrà intervenire in extremis, come ha fatto con Eluana Englaro, per salvare la vita di Salvatore». Crisafulli accusa anche «la Chiesa di non avere fatto alcunché» per suo fratello.
INCHIESTA - Nel frattempo la Commissione parlamentare d'inchiesta sul Sistema sanitario nazionale ha avviato un'istruttoria sulle condizioni di assistenza di Salvatore Crisafulli, attivando in queste ore un'ispezione dei Nas dei Carabinieri. Ad annunciarlo è il presidente della Commissione d'inchiesta del Senato, Ignazio Marino. «Ho sempre sostenuto - afferma Marino - che la libertà di scelta rispetto alle terapie, sulla base dell'articolo 32 della Costituzione, deve essere garantita sempre ad ogni individuo nel nostro Paese. Questo significa che ognuno di noi deve avere a disposizione tutte le risorse sanitarie necessarie. A tal fine ho disposto un'istruttoria per verificare che queste condizioni esistano». «Rispetto all'annunciata intenzione dei familiari di Salvatore Crisafulli di portarlo in Belgio perché gli sia praticata l'eutanasia, posto che la scelta di quest'ultima mi trova fermamente contrario, mi chiedo - rileva Marino - se sia stato effettivamente lui a comunicare tale scelta o se non sia frutto solo della disperazione ed esasperazione della famiglia per l'assenza di assistenza che denunciano». Marino ribadisce quindi la propria contrarietà all'eutanasia: «Ho sempre affermato il diritto di autodeterminazione e l'opportunità di una legge su testamento biologico in Italia, ma sono altrettanto saldamente contrario all'eutanasia. Inoltre - conclude il presidente della commissione d'inchiesta sul Ssn - credo che se la morte è decisa da qualcun altro non si possa chiamare eutanasia ma piuttosto omicidio».
Redazione online
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29/07/2009
Strangola la figlia neonata e confessa «Ero stanca di sentirla piangere»
Strangola la figlia neonata e confessa «Ero stanca di sentirla piangere»
La donna ha precedenti per reati contro il patrimonio e il convivente è in carcere. Una 23enne, che ha anche un altro bimbo di 13 mesi, ha ucciso la figlia di un mese soffocandola con un cuscino
CATANIA - Una giovane di 23 anni, Claudia Barbera, ha strangolato la figlia di appena un mese soffocandola con un cuscino. È successo nel popolare rione Librino di Catania. La donna, che ha un altro figlio di 13 mesi, ha reso ampia confessione. «Piangeva sempre, ero stanca non lo sopportavo più», così la giovane Claudia avrebbe spiegato il suo folle gesto ai carabinieri, che l'hanno scoperta, e poi al procuratore aggiunto Giuseppe Toscano e al sostituto Miriam Cantone. I magistrati stanno valutando l'ipotesi di disporre una perizia psichiatrica sulla donna che è ricoverata nell'ospedale Vittorio Emanuele di Catania, in stato di arresto per omicidio volontario piantonata da militari dell'Arma. Il dramma, hanno accertato gli investigatori, è maturato in un ambiente familiare non sereno: l'infanticida in passato è stata denunciata per reati contro il patrimonio e il padre della piccola è detenuto in carcere a Catania e non ha mai conosciuto la figlia. La donna ha anche un altro figlio di 13 mesi, che è per il momento dai nonni, di cui si stanno occupando i servizi sociali del Comune e la Procura della Repubblica del Tribunale per i minorenni.
I SOCCORSI E LA CONFESSIONE - Le indagini per la morte della neonata erano state avviate dopo il trasferimento della stessa neonata, da parte del personale del 118, nel pronto soccorso dell'ospedale Garibaldi. Per i medici si poteva trattare di una morte per soffocamento dovuta a motivi naturali. I carabinieri invece, insospettiti dall'atteggiamento della madre della piccola, hanno avviato accertamenti ricostruendo la personalità della donna, molto fragile psicologicamente e vissuta in un ambiente familiare non sereno. Investigatori dell'Arma l'hanno interrogata e dopo prime confuse risposte ha ammesso le proprie responsabilità. La donna ha confessato di avere agito perchè straziata dai pianti continui della figlia. In preda a un raptus ha quindi prima cercato di farla smettere tappandole naso e bocca con le mani, quindi ponendole un cuscino sul viso soffocandola. Poi, in una continua escalation di rabbia, l'ha anche strangolata e picchiata, colpendola ripetutamente all'addome. Quando si è ripresa e si è accorta di cosa aveva commesso, ha detto ai carabinieri, ha chiamato il 118 cercando soccorsi per la sua bambina, che però era già morta.
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17/03/2009
Teramano, uccide il figlio invalido
Teramano, uccide il figlio invalido
La vittima abitava a Campli e aveva 35 anni. Un pensionato di 70 anni ha imbracciato il fucile, forse in preda alla disperazione e ha fatto fuoco al petto
TERAMO - Forse in preda ad un raptus di disperazione ha imbracciato il fucile che aveva in casa e ha sparato un solo colpo mortale al petto del figlio, invalido psichico. L'omicidio è stato compiuto stamane a Campli (Teramo), nell'abitazione di Vincenzo Raimondo, pensionato 70enne arrestato dai carabinieri.
I militari lo hanno bloccato mentre camminava per le strade del paese. La vittima si chiamava Giuseppe ed aveva 35 anni. A far scattare l'allarme, intorno alle 8 di stamani, sono stati i familiari dell'uomo. In casa Raimondo c'erano la moglie e un altro figlio.
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