19/12/2011
Bonanni: «Articolo 18? Pagare di più il lavoro flessibile». Camusso: «Venite nel paese reale»
Bonanni: «Articolo 18? Pagare di più il lavoro flessibile». Camusso: «Venite nel paese reale»IN TANTI NEL GIORNO DELLO SCIOPERO PER PUBBLICO IMPIEGO. Protesta a Roma contro la manovra, Piazza Montecitorio piena. Bonanni (Cisl): Fornero fa la maestrina, metta incentivi per precari
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15/09/2010
L'Ateneo: docenti a contratto per rimpiazzare i ricercatori in protesta
L'Ateneo: docenti a contratto per rimpiazzare i ricercatori in protestaLA LOTTA AI TAGLI. La reazione:una mossa grave, ma andremo avanti
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28/10/2009
Conti affidati ai manager e meritocrazia Cambia il volto dell'Università in Italia
Conti affidati ai manager e meritocrazia Cambia il volto dell'Università in Italia
Norme più rigide anche sul reclutamento. I rettori in carica non più di 8 anni. Docenti giudicati dagli studenti e contributi parametrati alla qualità degli insegnamenti. Stop ai ricercatori a vita

ROMA - Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di legge sull'università del ministro Mariastella Gelmini. La figura del ricercatore diventa a tempo determinato, cambiano le modalità di elezione dei rettori, arrivano il fondo per il merito degli studenti più bravi e anche i codici etici anti-parentopoli.
Quando la riforma sarà approvata le università avranno 180 giorni per rivedere i loro statuti, snellire consigli di amministrazione e senato accademici, ridurre le facoltà, inserire personale esterno nei nuclei di valutazione.
Tremonti. I finanziamenti della riforma, ha assicurato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ''saranno disponibili con la Finanziaria, e dentro la sua meccanica sarà fondamentale la priorità nei fondi del rimpatrio dei capitali'', cioè dall'utilizzio prioritario delle risorse dello scudo fiscale a favore della riforma degli atenei.
Entro sei mesi dall'approvazione della legge le università dovranno approvare statuti con queste caratteristiche.
Adozione di un codice etico. Ci sarà un codice etico per evitare incompatibilità, conflitti di interessi legati a parentele. Alle università che assumeranno o gestiranno le risorse in maniera non trasparente saranno ridotti i finanziamenti del ministero.
Mandato rettori. Limite massimo complessivo di 8 anni al mandato dei rettori, con valenza retroattiva.
Senato e Consiglio d'Amministrazione. Il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il cda ad avere la responsabilità chiara delle spese, delle assunzioni e delle spese di gestione anche delle sedi distaccate. Il cda non sarà elettivo, ma fortemente responsabilizzato e competente, con il 40% di membri esterni. Il presidente del cda potrà essere esterno. Il direttore generale avrà compiti di grande responsabilità e dovrà rispondere delle sue scelte, come vero e proprio manager dell'ateneo.
Nucleo di valutazione d'ateneo. Il nucleo di valutazione dovrà avere una maggiore presenza di membri esterni per garantire una valutazione oggettiva e imparziale.
Gli studenti valuteranno i professori. Questa valutazione sarà determinante per l'attribuzione dei fondi alle università da parte del ministero
Possibilità per gli atenei di fondersi o aggregarsi.
Ci sarà la possibilità di unire o federare università vicine, anche in relazione a singoli settori di attività, di norma in ambito regionale, per abbattere costi e aumentare la qualità di didattica e ricerca.
Riduzione dei settori scientifico-disciplinari. Dagli attuali 370 alla metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore), i settori scientifico-disciplinari saranno ridotti per evitare che si formino micro-settori, che danneggiano la circolazione delle idee e danno troppo potere a cordate ristrette.
Riorganizzazione interna degli atenei. Riduzione molto forte delle facoltà che potranno essere al massimo 12 per ateneo.
Abilitazione nazionale. Il ddl introduce l'abilitazione nazionale come condizione per l'accesso all'associazione e all'ordinariato. L'abilitazione è attribuita da una commissione nazionale sulla base di specifici parametri di qualità. I posti saranno poi attribuiti a seguito di procedure pubbliche di selezione bandite dalle singole università, cui potranno accedere solo gli abilitati.
Questi i punti salienti: commissioni di abilitazione nazionale autorevoli con membri italiani e, per la prima volta, anche stranieri; cadenza regolare annuale dell'abilitazione a professore al fine di evitare lunghe attese e incertezze; attribuzione dell'abilitazione, a numero aperto, sulla base di rigorosi criteri di qualità stabiliti con decreto ministeriale, sulla base di pareri dell'Anvur e del Cun; distinzione tra reclutamento e progressione di carriera.
Entro una quota prefissata (1/3), i migliori docenti interni all'ateneo che conseguono la necessaria abilitazione nazionale al ruolo superiore potranno essere promossi alla luce del sole con meccanismi chiari e meritocratici; messa a bando pubblico per la selezione esterna di una quota importante (2/3) delle posizioni di ordinario e associato per ricreare una vera mobilità tra sedi, oggi quasi azzerata; procedure semplificate per i docenti di università straniere che vogliono partecipare alle selezioni per posti in Italia.
Accesso di giovani studiosi. Il ddl introduce interventi volti a favorire la formazione e l'accesso dei giovani studiosi alla carriera accademica.
Questi i punti salienti: revisione e semplificazione della struttura stipendiale del personale accademico per eliminare le penalizzazioni a danno dei docenti più giovani; revisione degli assegni di ricerca per introdurre maggiori tutele con aumento degli importi; abolizione delle borse post-dottorali; nuova normativa sulla docenza a contratto, con abolizione della possibilità di docenza gratuita se non per figure professionali di alto livello; riforma del reclutamento con l'introduzione di un sistema di tenure-track: contratti a tempo determinato di 6 anni (3+3).
Al termine dei sei anni se il ricercatore sarà ritenuto valido dall'ateneo sarà confermato a tempo indeterminato come associato. In caso contrario terminerà il rapporto con l'università maturando però dei titoli utili per i concorsi pubblici. Questo provvedimento si rende indispensabile per evitare il fenomeno dei ricercatori a vita e determina situazioni di chiarezza fondate sul merito.
Inoltre il provvedimento abbassa l'età in cui si entra di ruolo in università da 36 a 30 anni con uno stipendi che passa da 1300 euro a 2100; chiarificazione delle norme sul collocamento a riposo dei docenti; valutazione complessiva delle politiche di reclutamento degli atenei ai fini della distribuzione del Fondo di finanziamento ordinario.
Gestione finanziaria. I bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza. Debiti e crediti saranno resi più chiari nel bilancio. Commissariamento e tolleranza zero per gli atenei in dissesto finanziario
Valutazione degli atenei. Le risorse saranno trasferite dal ministero in base alla qualità della ricerca e della didattica. Fine della distribuzione dei fondi a pioggia. Obbligo di accreditamento, quindi di verifica da parte del ministero, di tutti i corsi di laurea e di tutte le sedi distaccate per evitare che si creino insegnamenti e strutture non necessarie. Valutazione dell'efficienza dei risultati conseguiti da parte dell'Anvur.
I docenti avranno l'obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Viene per la prima volta stabilito un riferimento uniforme per l'impegno dei professori a tempo pieno per il complesso delle attività didattiche, di ricerca e di gestione, fissato in 1500 ore annue di cui almeno 350 destinate ad attività di docenza e servizio per gli studenti.
Scatti di stipendio solo ai professori migliori.
In caso di valutazione negativa si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi.
Diritto alla studio e aiuti agli studenti meritevoli. Delega al governo per riformare organicamente la legge 390/1991, in accordo con le Regioni. Obiettivo: spostare il sostegno direttamente agli studenti per favorire accesso agli studi universitari e mobilità. Inoltre sarà costituito un fondo nazionale per il merito al fine di erogare borse di merito e di gestire su base uniforme, con tassi bassissimi, i prestiti d'onore.
Mobilità personale. Sarà favorita la mobilità all'interno degli atenei. Possibilità per chi lavora in università di prendere 5 anni di aspettativa per andare nel privato senza perdere il posto.
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24/09/2009
La paura di insegnare dei nuovi professori
La paura di insegnare dei nuovi professori
Temono il rapporto con gli alunni stranieri e con i genitori. Elementari, il 66,9% dei maestri non è laureato
Hanno appena firmato un contratto di assunzione a tempo indeterminato, il che — soprattutto di questi tempi — dovrebbe aiutare a mettere da parte una buona dose di pensieri e preoccupazioni. Hanno detto definitivamente addio agli anni di precariato, all’ansia da graduatorie, ai contratti che scadono con il suono dell’ultima campanella.
Eppure, gli insegnanti italiani non sono tranquilli. Li mette in ansia la difficoltà nel gestire classi dove è in aumento la presenza di bimbi e ragazzi stranieri, sfida affascinante ma complicata da gestire senza un’adeguata preparazione. Li destabilizza la comunicazione sempre più zoppicante con le famiglie, e non va granché meglio nel match con le nuove tecnologie: alle scuole superiori, addirittura il 49% riconosce di avere un rapporto non facile con computer e Web.
E più di 2 su 5, tra le new entries che ce l’hanno (finalmente) fatta, non possiedono un titolo di laurea.
Ritratto di insegnanti in un interno, quello della scuola italiana ai tempi delle riforme che si accavallano e dei fondi che non bastano mai. Ritratto accurato, perché le pennellate sono davvero molte, e fittissime: 15.071, per la precisione, pari al numero dei maestri e prof che hanno (volontariamente) risposto al questionario di 223 domande diffuso dalla Fondazione Agnelli in otto regioni italiane. Piemonte, Emilia-Romagna, Puglia (che avevano già preso parte a una prima indagine, nel 2008); e ancora, Lombardia, Veneto, Liguria, Marche e Campania. Otto gli Uffici scolastici regionali coinvolti. Complessivamente, 16.000 insegnanti neoassunti nell’anno scolastico 2008-2009 (il 64% del totale italiano). E quasi tutti, appunto, hanno voluto contribuire con il proprio personalissimo tocco di pennello.
Le indagini precedenti, per dare l’idea, si aggiravano di norma intorno alle cinquemila interviste. «Aver superato i 15 mila questionari compilati — ammette con un certo orgoglio Stefano Molina, dirigente di ricerca della Fondazione e tra i coordinatori del lavoro — significa di gran lunga ottenere la più ampia analisi sugli insegnanti mai realizzata in Italia». Non solo: «In questi anni di vacche magre, di assunzioni a tempo indeterminato se ne sentono poche. Qui, invece, parliamo di 50 mila ingressi in ruolo nel 2008, 25 mila nel 2009: stiamo parlando del più grande fenomeno italiano di immissione a tempo indeterminato nel mondo del lavoro. E il paradosso è che finora non si sapeva bene chi fossero, queste persone: il meccanismo di reclutamento è un po’ opaco, lo stesso ministero ne conosce la classe di abilitazione, non i titoli di studio...».
I titoli di studio, ecco. Quella laurea che manca, ancora, al 40,7% degli intervistati. I picchi sono, ovviamente, nei primi ordini di scuola: nessun «pezzo di carta» per il 75,6% dei «nuovi » maestri d’asilo e per il 66,9% degli insegnanti delle primarie. Il motivo? Presto detto: «Si sta raschiando il fondo del barile delle graduatorie — è la sintesi efficace di Molina —. I neoassunti arrivano, per la metà, dalle graduatorie di concorso: ma l’ultimo è del 1999, e queste sono persone che si trovavano in una posizione così bassa da vedersi passare davanti, negli anni, moltissimi altri colleghi. L’altra metà, invece, viene dalle graduatorie ad esaurimento, in questo momento chiuse: supplenti che hanno avuto l’abilitazione in stagioni diverse, con regolamenti diversi». Insegnanti del futuro, ma già da rottamare? Certo che no, anzi: «Stiamo parlando di professionisti che in media hanno superato i 40 anni di età, di cui quasi 11 di precariato. E se i titoli non sono sempre brillantissimi, hanno una buona esperienza e un’anzianità di servizio che sopperiscono in parte alla formazione iniziale inadeguata ».
Perché poi, in questo quadro a forti chiaroscuri che ritrae l’ultimo battaglione schierato nelle aule italiane, spiccano dei dati incontestabilmente positivi. «Nel corso degli anni — conferma Laura Gianferrari, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per l’Emilia-Romagna e coordinatrice insieme a Molina — abbiamo avuto la sorpresa di trovare sempre più la rappresentazione di un lavoro che ha un’attrattività forte, che dà soddisfazione agli insegnanti. Nonostante alcuni aspetti ben noti: la retribuzione bassa, il riconoscimento sociale che non viene avvertito, gli anni di precariato ».
E in effetti, se l’80% dei neoassunti ribadisce di aver fatto una scelta «per passione», ben il 95% — un dato in crescita rispetto al 2008 — rifarebbe la stessa scelta. I motivi di soddisfazione: il lavoro con i ragazzi (93%), l’interesse per la disciplina (89%), la consapevolezza della propria utilità sociale (84%). Il livello retributivo, per contro, è ritenuto soddisfacente solo nell’11,7% dei casi, mentre il riconoscimento sociale si ferma al 31,1% — con picchi positivi al Sud: oltre il 40% in Campania, poco sotto in Puglia.
Il problema vero, però, è un altro.
Le nuove tecnologie
Nelle superiori il 49% dei docenti appena assunti ammette di non conoscere a sufficienza computer e Web Il giudizio «Per la prima volta chi sta in cattedra si sente fortemente inadeguato, soprattutto nel rapporto con gli allievi»
E va sotto il nome di «difficoltà nell’insegnare ». Una sensazione «in aumento » e «fortemente trasversale», commenta l’economista Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. «L’impressione è che forse per la prima volta gli insegnanti italiani inizino a sentirsi fortemente inadeguati, soprattutto nel rapporto con gli allievi: c’è la percezione di un divario generazionale, tecnologico, di vita e di apprendimento, e loro non sentono di avere tutti gli strumenti per affrontarlo». Soprattutto, dati (nuovamente) alla mano, nelle scuole superiori: il 63% degli intervistati confessa problemi nel gestire la multiculturalità in classe, il 55% non sa interagire come vorrebbe con i genitori. Persino lavorare in équipe, per il 48% dei neodocenti, è complesso.
«Il punto — prosegue Gavosto — è che il meccanismo di formazione produce una tipologia di insegnante sempre uguale a se stessa, che però inizia a rendersi conto di non essere più quello che serve ai ragazzi di oggi ». E in questo senso, la programmazione diventa fondamentale: «Più che annunciare tante riforme, l’obiettivo per il Paese dovrebbe essere investire in una scuola di qualità. Sulla formazione iniziale, ad esempio: la bozza di regolamento del ministero punta molto su una preparazione di tipo disciplinare, mentre quella pedagogica è ritenuta sovradimensionata. Bene, gli insegnanti ci stanno dicendo esattamente l’opposto». Sarebbe il caso di prenderne atto.
Gabriela Jacomella
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14/09/2009
Via dalla scuola i prof che fanno politica
Via dalla scuola i prof che fanno politica
INTERVISTA AL MINISTRO. Gelmini: «Ci sono docenti e dirigenti che non applicano la riforma. Dal prossimo anno solo 30% di immigrati per classe»
ROMA — «Ci sono alcuni dirigenti scolastici e insegnanti, una minoranza, che disattendono l’attuazione delle riforme». In che senso disattendono? «Ad esempio vogliono mantenere il modulo anche se il modulo è stato abolito con il passaggio al maestro unico prevalente». Alcuni docenti, come sa, non condividono la riforma. «Criticare è legittimo ma comportarsi così significa far politica a scuola e questo non è corretto. Se un insegnante vuol far politica deve uscire dalla scuola e farsi eleggere. Quella è la sede per le sue battaglie, non la cattedra ». Comincia l’anno scolastico, il ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini ha appena fatto gli auguri («in bocca al lupo») agli 8 milioni di studenti che da oggi torneranno in classe. Ma, con la protesta dei precari e la manifestazione annunciata dal Pd, questo primo giorno di scuola sembra portare con sé nuove tensioni.
Ieri, sul Corriere, Ernesto Galli della Loggia ha paragonato il ruolo del ministro dell’Istruzione a San Sebastiano, bersagliato da ogni parte e destinato quasi sempre a scontentare tutti. Lei è su quella poltrona da un anno e mezzo, si trova d’accordo?
«È vero, è un ruolo complicato ma non mi sento un ministro particolarmente contestato. Tempo fa, ricordo, ne parlai con il mio predecessore Luigi Berlinguer».
Anche lui ebbe qualche guaio.
«Con un certo senso dell’umorismo mi disse che ero molto fortunata perché il vero inferno l’aveva vissuto lui, criticato anche dalla sua stessa maggioranza».
Lei non ha questo problema ma oggi ci saranno manifestazioni di protesta in tante città. «Rispetto chi contesta ma sono convinta che si tratti di un numero molto limitato di persone».
Limitato?
«Limitato rispetto ai tanti genitori e studenti che non si vogliono più accontentare di una scuola mediocre. E che non vogliono sentir parlare solo di organici e di curriculum ma di scuola come luogo di educazione, di un servizio che dovrebbe stare a cuore a tutti. Come gli ospedali».
| Il ministro Mariastella Gelmini (Olympia) |
Per rimettere ordine nel campo dell’istruzione Galli della Loggia si augura proprio uno sforzo congiunto di tutte le forze politiche interessate al bene del Paese. Lei ci crede?
«No. Nella mia prima audizione in Parlamento avevo auspicato che tutte le riforme venissero affrontate con uno spirito bipartisan. Dopo un anno, dalla sinistra non ho sentito proposte ma solo invettive contro il governo: se necessario, quindi, andremo avanti da soli. Su questo punto sono delusa dal mio predecessore, Giuseppe Fioroni ».
Alcune riforme del ministro Pd, ad esempio sull’istruzione tecnica e sulla formazione, lei però le ha confermate.
«Sì, perché sono decisioni che condivido. Ma credo che ormai Fioroni debba scegliere se fare il responsabile istruzione del Pd, e quindi lavorare per il bene della scuola italiana, oppure fare politica punto e basta. Nessuna sorpresa se lui gioca una partita in vista del congresso del suo partito ma non usi la scuola come strumento della contesa tra Franceschini e Bersani. La scuola non può essere il luogo della protesta della sinistra e della Cgil».
Intende dire che la protesta dei precari è strumentalizzata dalla sinistra?
«La protesta esprime un disagio reale che va rispettato. Ma la sinistra preferisce salire sui tetti per esprimere la solidarietà ai professori e cavalcare il disagio sociale senza assumersi responsabilità per il passato».
Sono solo loro le responsabilità? In questi anni ha governato anche il centrodestra.
«Sono responsabilità che vengono da lontano. Per anni, complici i sindacati, si è data la sensazione che ci fosse spazio per tutti quelli che volevano fare gli insegnanti, per poi lasciarli in graduatoria anni ed anni. Sono state vendute illusioni che si sono trasformate in cocenti disillusioni».
Ma chi aspetta un posto da 20 anni ed è ancora precario ha forse torto a scendere in piazza e chiedere una cattedra, uno stipendio?
«No, certo. Credo che nei prossimi cinque anni, grazie ai prepensionamenti, la gran parte di questi precari verrà assorbita negli organici. Ma è fondamentale impedire che nel frattempo si allunghi di nuovo la coda. Per questo abbiamo chiuso le sis, le scuole di specializzazione per l’insegnamento, e introdotto il numero programmato ».
È vero che il Quirinale ha espresso dubbi sull’inserimento della norma salva precari nel decreto Ronchi sulle violazioni comunitarie? Servirà un decreto ad hoc?
«Dal Colle non ci è arrivata nessuna comunicazione ufficiale. Se arriverà la rispetteremo anche se resto convinta della nostra scelta. In ogni caso sarebbe uno slittamento di pochi giorni ».
Ministro, gli stranieri sono sempre più numerosi nelle nostri classi. In alcuni casi si arriva al 97 per cento degli studenti: va bene così?
«No, rischiamo di creare delle classi ghetto. Dall’anno prossimo ci sarà un limite del 30 per cento. Volevamo introdurlo già quest’anno ma non c’erano i tempi tecnici per procedere ».
L’inglese alla scuola media. La possibilità di aggiungere due ore alle tre già previste si è scontrata con le ordinanze del Tar del Lazio. Ci riproverà l’anno prossimo?
«È vero che ci sono delle difficoltà applicative. Ma, compatibilmente con gli organici, è una strada percorribile già quest’anno. È stata chiesta dal 15 per cento delle famiglie».
E per l’università? Quando crede che arriverà in porto la riforma?
«Tra ottobre e novembre partirà l’esame in Parlamento, spero che il prossimo anno sia operativa».
Anche quest’anno ci sono stati errori nei test d’ingresso. È un modello da modificare?
«Per medicina c’era solo un errore sul sito internet, l’abbiamo corretto e il quesito sarà conteggiato. Mentre per architettura stiamo valutando se non tener conto di una domanda che forse non era chiara. In futuro i test non saranno più gestiti dalle singole università ma nazionali, per ogni facoltà. Così sarà possibile indirizzare ogni ragazzo verso la facoltà più adatta al suo talento ed al suo merito».
Lorenzo Salvia
Fonte: Corriere della Sera
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18/08/2009
Prendi il posto e scappa
Prendi il posto e scappa
Sei presidi su dieci già trasferiti in Meridione
Cambia stagione ma la canzone è sempre la stessa, si ripete come un disco rotto. L’anno scorso di questi tempi venivano nominati 80 presidi di ruolo per altrettante scuole di Milano e Lombardia. Dopo un anno, però, ben 50, cioè oltre il 60%, se ne sono già tornati a casa. Tutti al Sud.
E ora la storia si ripresenta uguale: stanno arrivando altri 103 nuovi presidi, sempre provenienti dal Sud: Campania, soprattutto, ma anche Calabria, Puglia, Sicilia. Occuperanno sedi rimaste prive di titolare. E se tutto va come (tristemente) previsto, tra un anno buona parte di questi 103 presidi chiederà, ottenendolo, il trasferimento a casa loro, cioè al Sud. In questo modo si riattiva un «vecchio» e perverso fenomeno, difficile da fermare: il noto giochino della serie «Prendi il posto e scappa».
Abbiamo citato il caso lombardo, ma nel complesso, in tutto il Nord Italia, attualmente sono 250 i posti da dirigente scolastico liberi, e tutti saranno occupati da personale proveniente dalle regioni del Sud. Stando alla percentuale-media del 60 per cento, facile calcolare quanti tra un anno di questi tempi avranno già fatto le valigie per tornarsene nella loro regione...
Ma quella dei presidi in fondo non è che la punta dell’iceberg di un «sistema» che rischia, se non di affondare, di fare grossi danni alla scuola italiana. Infatti il meccanismo che regola il viavai tra le cattedre italiane degli insegnanti - molto più numerosi dei presidi - è il medesimo. Stesso andazzo, stesso scandalo. E che il viavai sia parecchio frenetico lo dimostra questo dato: di 150mila domande di trasferimento presentate dagli insegnanti in tutta Italia nell’anno scolastico 2008/09, quelle accolte sono state ben 90mila (a confermare invece il carattere «meridionale» della nostra scuola sono le graduatorie che raggruppano gli aspiranti-docenti, dove due neolaureati su tre sono meridionali: circa il 67%).
Ma torniamo ai «nostri» presidi. Perché avviene tutto questo? Ciò avviene perché le graduatorie del Nord, sia quelle dei concorsi ordinari che quelle dei concorsi riservati, sono ormai esaurite. Come è possibile? I concorsi si svolsero nel 2004 e 2006 su base regionale. Concorsi banditi per un numero di posti ben definito. «Noi – dice Antonio Lupacchino, dirigente scolastico provinciale di Milano – abbiamo rigorosamente rispettato le disposizioni. In altre regioni invece hanno messo a concorso più posti del dovuto e sono stati dichiarati idonei personaggi che credo non siano migliori dei nostri bocciati. Così le graduatorie non finiscono mai». Insomma, per Lupacchino si doveva trovare un’altra soluzione: «Indire un nuovo concorso per coprire le sedi che in questi ultimi anni si sono liberate. Così si evitava di ricorrere agli idonei delle graduatorie riservate dove c’è di tutto». Un problema che da tempo sta sollevando polemiche. Basti ricordare la recente vicenda al consiglio provinciale di Vicenza dove era stata approvata una mozione in cui in sostanza si chiedeva che a capo delle scuole vicentine venissero scelti presidi locali. Una mozione bipartisan, col voto favorevole anche di esponenti del Pd. Perché la polemica, sia pur tra differenze e precisazioni, è ormai trasversale.
Il “triste” valzer che sta per riprendere nelle nomine dei presidi rappresenta indiscutibilmente un gravissimo handicap per la scuola italiana. Lo sa bene per esperienza Antonio Lupacchino che dal suo osservatorio privilegiato ha modo di verificare come l’introduzione dei nuovi presidi provenienti dal Sud stia diventando troppo spesso un problema per gli istituti scolastici. «Abbiamo dovuto intervenire ripetutamente – dice – per arginare molte disfunzioni in questo settore. In alcuni casi il fatto che dopo un anno le persone nominate se ne vadano, per noi è un sollievo. Speriamo che la prossima tornata di presidi ci porti gente migliore: la scuola milanese non merita certe presenze»
I presidi del Sud potranno scegliere la sede soltanto il prossimo 25 agosto. Solo qualche giorno prima di rendersi conto della realtà che dovranno affrontare. Ma paradossalmente la vicenda non sarà ancora finita perché altre scuole si troveranno a non avere ancora un preside. E allora saranno affidate in reggenza a un preside già in servizio che in tal modo dovrà dividersi tra due istituti. A meno che non si ripieghi su qualche preside «incaricato», docenti che da anno svolgono questa funzione magari anche dopo essere stati bocciati al concorso riservato. Ma comunque hanno già dimostrato di essere migliori di molti che sono rimasti per un anno e se ne sono andati. Quasi sempre - come ama sottolineare con perfidia la Lega - al Sud.
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12/08/2009
Prof di religione e scrutini, la Cei contro il Tar : «Sentenza vergognosa»
Prof di religione e scrutini, la Cei contro il Tar : «Sentenza vergognosa»
«L'Ora di religione parte integrante della cultura italiana». I vescovi: «Dai giudici decisione che danneggia la laicità dello stato e alimenta diffidenza verso le toghe»
MILANO - Affondo della Cei sulla sentenza del Tar. Il tribunale del Lazio ha stabilito che i crediti scolastici aggiuntivi concessi a chi segue le lezioni di religione sono illegittimi e che i docenti di religione, non avendo diritto a concorrere con il proprio insegnamento alla formazione del voto finale, non possono partecipare a pieno titolo agli scrutini. E i vescovi parlano di «decisione vergognosa» e «pretestuosa». Per monsignor Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l'educazione cattolica, la scuola e l'Università, la decisione dei giudici è «povera di motivazioni» e «danneggia la laicità dello stato». Monsignor Michele Pennisi, commissario Cei annuncia inoltre che appena i vescovi si riuniranno «a settembre per la commissione episcopale dell'Educazione e della Scuola», il problema sarà «analizzato» e «certamente da parte della Cei ci sarà una netta presa di posizione».
«ORA DI RELIGIONE PARTE DELLA NOSTRA CULTURA» - Per Coletti, dietro la sentenza del Tar c'è «un atteggiamento pregiudiziale anche se non del tutto ideologico», che rischia di «incrementare il sospetto e la diffidenza verso la magistratura». Non solo: il presidente della Commissione episcopale per l'educazione cattolica ritiene, spiegandolo ai microfoni di Radio Vaticana, che l'ora di religione non va «a sostenere scelte religiose individuali», ma «è una componente importante di conoscenza della cultura di questo Paese, con buona pace degli irriducibili laicisti e purtroppo dobbiamo dire con buona pace anche dei nostri fratelli nella fede di altre confessioni cristiane». Coletti parla poi di «bieco illuminismo». «Se per laicità si intende l'esclusione dall'orizzonte culturale formativo civile di ogni identità si cade nel più bieco e negativo risvolto dell'illuminismo che prevede che la pace sociale sia garantita dalla cancellazione delle diversità e delle identità».
«NON TOCCA A NOI FARE RICORSO» - «Non credo - afferma poi l’esponente della Conferenza episcopale italiana - che tocchi alla Chiesa come tale fare un ricorso. Tocca a cittadini italiani, più o meno organizzati in partiti o in associazioni culturali, esprimere il loro parere, il loro dissenso, di fronte ad una sentenza così povera di motivazioni. Credo che lo stesso Ministero dovrà fare un ricorso, perché ciò che è stato messo sotto accusa non è un’opinione della Chiesa o dei vescovi, ma è una circolare del Ministero e qualcosa che attiene all’organizzazione della scuola di Stato».
LE CRITICHE DI AVVENIRE - «La decisione del Tar laziale ha già suscitato la legittima protesta dei docenti, per l'evidente tentativo, già per altro portato avanti anche nel recente passato, di emarginare l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche italiane», scrive da parte sua il quotidiano cattolico Avvenire. Per il giornale della Cei, siamo davanti a «un tentativo alquanto maldestro. La sentenza del Tar, infatti, arriva dopo la conclusione dei lavori della commissione paritetica Ministero dell'Istruzione-Cei, che ha deciso all'unanimità di passare dalla votazione con gli 'aggettivì (sufficiente, buono...) ai voti numerici. Quando la decisione sarà avallata dal Consiglio di Stato, anche il voto di religione - sottolinea il quotidiano cattolico - farà media e il problema dei crediti sarà quindi superato una volta per tutte».
REAZIONI - La sentenza continua dunque ad alimentare polemiche. Da una parte, le chiese evangeliche e i Valdesi esprimono viva soddisfazione per la decisione del Tar. Ed esulta Marco Rizzo, dei Comunisti Sinistra Popolare: «Finalmente si riconosce agli studenti il diritto a essere esaminati da docenti scelti con pubblici concorsi e non dal giudizio insindacabile delle curie vescovili». «Il Tar del Lazio ha ragione, la Cei ha torto: abolire l'ora di religione» afferma Franco Grillini, presidente di Gaynet. Dall'altra parte non mancano le critiche alla sentenza, giudizi negativi che arrivano in particolare modo dal Pdl. «Siamo di fronte ad una deriva anticattolica che non ha precedenti nella storia e nella tradizione del nostro paese» ha detto in una nota il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. «La Gelmini dia mandato e impugni subito quella incivile sentenza» è la richiesta che viene dal deputato dell'Udc Luca Volontè.
L'ANM - E non è piaciuta all'Anm la presa di posizione della Cei contro la sentenza del Tar. Per il numero uno del sindacato dell toghe Luca Palamara «è legittimo che i provvedimenti giudiziari possano essere criticati e noi non possiamo che ribadirlo, purché - sottolinea - le critiche siano espresse nel rispetto di chi emette i provvedimenti. Colpiscono, nel giudizio espresso da monsignor Diego Coletti, quelle critiche che suonano solo come affermazioni generiche nei confronti di tutta la magistratura, e questa è una cosa che sentiamo molto».
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10/07/2009
L'Università censura le «Fantastiche 4»
L'Università censura le «Fantastiche 4»
BOLOGNA. Rettore e docenti fanno oscurare il manifesto che pubblicizza le sedi distaccate dell'Ateneo
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| Le «Fantastiche 4» |
BOLOGNA — Dotta sì. Velina mai. Ma che ci fa il simbolo dell'Alma Mater, la più antica università del mondo occidentale, severa, austera, rispettata, sul seno di quattro sventole (due bionde e due more) intubate in sottilissime tutine, sotto una scritta che è un capolavoro di originalità («Le fantastiche 4, il massimo per i tuoi studi»), il tutto spalmato su manifesti di 6 metri per 3? Prima ancora di darsi una risposta, una fetta consistente del corpo docente dell'ateneo bolognese, con in testa il rettore Pier Ugo Calzolari, è andata su tutte le furie e, tra mitragliate di email e comunicati infuocati, ha intimato ai promotori dell'inedita campagna di oscurare tutto, «perché questa è una struttura di formazione, non una birra o una fabbrica di veline».
I contestati manifesti sono comparsi giorni fa a Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini, che ospitano alcune facoltà distaccate dell’ateneo bolognese. L'idea dei promotori (alcuni degli enti che sostengono l’attività delle sedi romagnole) era quella di attirare nuove matricole, offrendo, non si sa quanto consapevolmente, una sorta di «lato B» della cultura: quello, appunto, delle «Fantastiche 4». La cosa non poteva passare inosservata e, come ha ricostruito sul Corriere di Bologna Marina Amaduzzi, la protesta è subito montata tra docenti e addetti ai lavori. Fino ad approdare, con tutto il suo carico di ufficialità, al Senato accademico, che ha chiesto all’unanimità la soppressione della pubblicità: «È un messaggio che svilisce il lavoro che si fa in Romagna — dice la giurista Carla Faralli, portavoce della protesta —, con l'aggravante che sfrutta il prototipo delle veline, particolarmente negativo in questo momento». «Un incidente di percorso», lo definisce il rettore Calzolari, che individua in «un deficit di consultazione con l'Università» la causa del corto circuito. Incidente chiuso? Macché. La questione planerà in consiglio d'amministrazione. E si annuncia tempesta. I promotori delle «Fantastiche 4» respingono le accuse: «Non c'è nulla di sessista o volgare, si rappresentano le quattro città». Malissimo, secondo un creativo anticonformista come Oliviero Toscani: «Idea provinciale: quelle mutande nere, i cinturoni... ». Bocciati.
Francesco Alberti
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17/06/2009
«Scuola italiana, risultati modesti. E la metà degli insegnanti è over 50»
«Scuola italiana, risultati modesti. E la metà degli insegnanti è over 50»
«Misurare performance di presidi e docenti». Ocse: «Bene riforma, ora realizzarla in pacchetto onnicomprensivo». Gelmini: «Il rapporto ci dà ragione»
| Il ministro Mariastella Gelmini (Calzari) |
ROMA - La scuola italiana è in coda nella classifica dei Paesi Ocse: il nostro sistema educativo, secondo il rapporto sull'Italia stilato dall'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, produce risultati «fra i più modesti» dell'area, «nonostante la spesa per studente sia molto elevata». Non solo. Esistono «forti differenze regionali che non possono essere semplicemente spiegate con la diversa quantità di risorse disponibili» e che rappresentano un fardello per l'intera economia nazionale.
SERVE RIFORMA ORGANICA - Nel documento, l'Ocse riconosce al governo Berlusconi di aver messo in cantiere una riforma della scuola volta a «razionalizzare le spese e migliorare il sistema di valutazione e di reclutamento degli insegnanti». Viene sottolineata, tuttavia, la mancanza di un quadro complessivo e definitivo. E, in proposito, il rapporto suggerisce all'esecutivo un approccio più organico: «Considerando la natura di queste riforme - si legge - sarebbe preferibile realizzarle con un pacchetto onnicomprensivo, piuttosto che in modo parcellizzato» «L'Ocse ci dà ragione. Molte delle osservazioni poste dai sindacati e dall'opposizione vengono smentite clamorosamente da questa indagine» ha detto il ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, presentando il rapporto.
IL RAPPORTO - Il rapporto si basa su un'indagine internazionale sull'insegnamento e l'apprendimento (Talis), realizzato in 23 Paesi del mondo, tra cui Belgio, Spagna e altri, ma non, ad esempio, Francia e Germania. In particolare, vengono prese in esame le condizioni in cui gli insegnanti si trovano ad operare. L'Italia, conferma il rapporto, è il Paese con la più alta percentuale (52%) d'insegnanti che superano i 50 anni, mentre solo il 3% ha invece un'età inferiore ai 30 anni. Il 95% degli insegnanti italiani si dice comunque soddisfatto del proprio lavoro e il 98% - la più alta percentuale dopo la Slovenia - giudica positivamente il proprio livello di efficienza nell'attività svolta.
«MISURARE LA PERFORMANCE DI INSEGNANTI E PRESIDI» - L'Ocse parte dalla constatazione che «l'assenza di chiare informazioni sulla valutazione degli studenti e dell'intero sistema, dai docenti all'amministrazione centrale, è stata la causa principale delle cattive performance». E suggerisce il principio della responsabilità che «va introdotta a diversi livelli, in primi luogo per i presidi e i direttori scolastici, ma anche per gli insegnanti, in modo tale che la scelta degli insegnanti stessi, la formazione delle classi e i metodi educativi abbiano un'adeguata informazione consentendo il giudizio sui risultati formativi e sul sistema di incentivi». Ma per realizzare questi obiettivi, i presidi dovranno «ottenere un'adeguata autonomia dei poteri di gestione, al contrario dell'attuale quasi completa assenza di autonomia». Secondo l'Ocse, «elevare la performance del sistema educativo è una delle maggiori sfide» per l'Italia. La riuscita di una riforma complessiva del sistema educativo è anche una chiave per ridurre le differenze regionali: «Contenere il gap educativo fra Nord e Sud è una della vie per ridurre le differenze economiche e sociali complessive. Di conseguenza, andrebbero incoraggiate misure volte a recuperare le scuole e gli studenti più deboli, specialmente quelli a rischio abbandono».
CATTIVA CONDOTTA - Il 70% degli insegnanti italiani delle scuole medie inferiori, secondo il rapporto, considera la cattiva condotta degli studenti come un ostacolo al processo d'insegnamento. Le principali cause di disturbo alle lezioni sarebbero le intimidazioni o le aggressioni verbali verso altri studenti (30%), seguono le aggressioni fisiche tra studenti (12,7%), le aggressioni agli insegnanti (10,4%), ma anche i furti (9,1%) e per ultimo il problema della diffusione di droghe e alcol (4,5%).
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15/06/2009
Scuola, il ministro Gelmini contestato da docenti e genitori: salta l'incontro
Scuola, il ministro Gelmini contestato da docenti e genitori: salta l'incontro
Slogan, striscioni e finte pagelle di bocciatura contro la riforma durante la presentazione di un libro
MILANO - Contestazione di docenti e genitori per Maria Stella Gelmini. Il ministro dell'Istruzione doveva partecipare alla presentazione del libro del direttore de Il Giornale, Mario Giordano, "Cinque in condotta". Ma un gruppo di manifestanti di Rete Scuola e delle Assemblee delle scuole del milanese all'ingresso di Giordano, Gelmini e Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, si è alzato in piedi mostrando bandiere con scritto «Vogliono distruggere la scuola pubblica, io non ci sto», e urlando di voler consegnare al ministro la pagella che le è stata data da insegnanti e studenti di tutta Italia. Il volantino che riproduce la pagella della Gelmini attesta che «non è stata ammessa alla seconda classe primaria» e le attribuisce un voto pari a zero in ogni disciplina; pertanto la valutazione dei contestatori recita: «Nonostante ripetuti interventi delle strutture di supporto psicologico, l'alunna mantiene un atteggiamento di assoluta chiusura nei confronti dell'intero Paese».
CONTESTAZIONE - La finta pagella è firmata dai «docenti dell'equipe pedagogica, le maestre e i maestri, le professoresse e i professori, le mamme e i papà dell'intera Italia». Durante la contestazione ci sono stati momenti di confusione e anche di liti fra i presenti: scambi di battute animati sono avvenuti tra chi protestava al grido di «vergogna» e chi voleva assistere alla presentazione del libro che ha risposto con «viva la Gelmini», «brava». Il direttore del Giornale, Giordano, ha tentato di riportare la calma, ma è stata la stessa Gelmini ad intervenire: «Complimenti - ha detto - siete veramente democratici e avete veramente a cuore la scuola pubblica». A questo punto la Gelmini, Confalonieri e lo stesso direttore del Giornale hanno abbandonato la sala con Giordano che ha ringraziato quelli che ha definito «fascisti presenti che sono il male pubblico».
BATTAGLIE STRUMENTALI - La Gelmini, dal canto suo, assicura: «Nessuno mi impedirà di raccontare all'Italia com'è questa scuola. La scuola non è proprietà privata di un gruppo organizzato e rumoroso di sinistra, ma appartiene al Paese». «Impedire, in un Paese democratico, che si svolga la presentazione di un libro dà il senso dell'intolleranza e della prepotenza di chi vuole lasciare la scuola così com`è, opponendosi al cambiamento», prosegue. «E "5 in condotta" di Mario Giordano - afferma il ministro - contiene scomode verità su una scuola agli ultimi posti nelle classifiche internazionali, diventata nel tempo un ammortizzatore sociale dove si è badato ad aumentare il numero dei dipendenti invece che alla qualità». Le persone che contestano «difendono una scuola indifendibile. Queste proteste sono solo battaglie strumentali di chi non ha a cuore la qualità dell'istruzione».
CONTRO LA RIFORMA - Ma gli esponenti dell'assemblea delle scuole del milanese sono pronti a contestare il ministro dell'Istruzione ogni volta che verrà a Milano in futuro. «Ci facciamo un punto d'onore - ha detto uno degli insegnanti presenti - di accogliere la Gelmini ogni volta che viene a Milano per dire che non ci stancheremo di protestare. Faremo di tutto per sventare la riforma e fare in modo che non sia applicata. Saremo dappertutto».
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