27/05/2010
Quattro morti sul lavoro solo oggi e altri cinque negli ultimi tre giorni
Quattro morti sul lavoro solo oggi e altri cinque negli ultimi tre giorni"MORTI BIANCHE". Una media quotidiana di 3,1 decessi, ma c'è un'inversione di tendenza.
ROMA - Con quattro persone morte sul lavoro, oggi è un'altra giornata da annoverare fra quelle che mantengono stabile la media delle cosiddette "morti bianche", che è di 3,1 al giorno. Le sciagure sono avvenute in diverse città, e si vanno ad aggiungere ad altri cinque decessi avvenuti da tre giorni a questa parte. Nel 2008 ci furono 1120 vittime, una media di 3,1 al giorno. Nel 2009 e nei primi 5 mesi di quest'anno, l'Inail sta registrando un calo degli infortuni e dei decessi. Ecco dunque, qui di seguito, le sciagure di oggi.
Su Gologone, Sardegna. Paolo Costa, medico di 60 anni si era immerso per fare delle riprese che sarebbero servite per un servizio da mandare in onda durante la popolare trasmissione pomeridiana di Rai3 "Geo & Geo". Il subacqueo, originario di Iglesias, che lavorava come freelance, si era tuffato nei pressi della sorgente carsica di Su Gologone, nel comune di Oliena (Nuoro).
L'immersione è avvenuta fino a 107 metri di profondità, dove - stando ad una prima ricostruzione - Costa avrebbe avuto un malore durante la risalita, ma sarebbe stato sostenuto da una sua compagna di immersione durante l'indispensabile fase di decompressione.
Secondo il primo esame dei medici del 118, la morte sarebbe stata provocata da un infarto. Per la donna, che nel tentativo di aiutare il collega ha abbreviato i propri tempi di decompressione, è stata allertata la camera iperbarica dell'ospedale di La Maddalena.
Giovane folgorato a Teramo. Si chiamava Andrea Karem, aveva 22 anni ed abitava a Faraone di Sant'Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo ed era d'origine romena. E' morto folgorato - stando ad alcune testimonianze - mentre il suo futuro suocero armeggiava con una saldatrice mentre lui reggeva un palo di ferro, che ha fatto da conduttore di una scarica elettrica da 200 volts, che lo ha fulminato all'istante. Oltre alla presa elettrica non a norma, pare che la saldatrice non fosse dotata dello scarico a terra. Andrea Kasem, era nato a Teramo e risiedeva nella vicina Villa Lempa di Civitella del Tronto
Inutili sono risultati tutti i tentativi di rianimarlo, da parte dell'equipaggio di un'ambulanza del 118. La saldatrice e il contatore elettrico sono stati posti sotto sequestro, mentre non si sa ancora se la Procura disporrà l'autopsia sul corpo del ventiduenne, che resta a disposizione nel reparto di anatomia patologica dell'ospedale di Sant'Omero.
Cuneo . E' accaduto stamattina a Festiona, lungo la statale per il Colle della Maddalena, poco prima di Demonte, nella cava di via 1° Maggio. La vittima si chiamava Gianluigi Laugero, di 53 anni di Perdioni, frazione di Demonte. Secondo le prime verifiche dei carabinieri, l'uomo sarebbe stato travolto da un camion che stava facendo manovra, restando ucciso sul colpo. Il collega che era alla guida del mezzo pesante non si sarebbe infatti accorto che dietro il camion stava passando l'operaio. Immediato l'intervento del 118, dei carabinieri e dei vigili del fuoco, che con una autogrù hanno sollevato il mezzo pesante, nel vano tentativo di soccorrere l'uomo.
Udine. Un giovane operaio, Rudi De Infanti, 24 anni, è morto in un bosco a Ravascletto (Udine) dopo essere stato colpito da un tronco precipitato da una teleferica. Il giovane stava caricando alcuni tronchi d'abete sulla teleferica a verricello quando - per cause ancora non chiare - uno di essi si è sfilato dal carico colpendolo in pieno. Il corpo di De Infanti è stato notato da un passante che ha avvertito il 118, ma gli operatori sanitari non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.
La vittima era il figlio di uno dei titolari della segheria "De Infanti" di Ravascletto. Il tronco di abete che lo ha ucciso pesava circa 10 quintali, e doveva essere trasportato verso la strada a monte di un pendio scosceso, dove altri due operai della ditta lo avevano da poco segato.
I Carabinieri di Comeglians (Udine) stanno compiendo accertamenti per chiarire le cause dell'improvvisa caduta del tronco. Secondo le prime ipotesi potrebbe essersi staccato dal verricello che lo sosteneva, perchè vi era stato agganciato male, per uno sfilacciamento del cavo o per un'eccessiva velocità della manovra.
Altre 5 vittime in tre giorni . Negli ultimi due giorni, altre cinque persone sono state vittime di incidenti mortali mentre lavoravano. E' accaduto a Siracusa, Carrara, Mantova, Padova e Pavia.
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08/05/2010
Il computer e le analisi del dna riscrivono la vita di Tutankhamon
Il computer e le analisi del dna riscrivono la vita di TutankhamonLe nuove rivelazioni emerse dalle indagini condotte dal noto egittologo Zahi Hawass. La ricerca in un documentario in onda su Discovery Channel in due puntate, sabato 8 e sabato 15 maggio
MILANO - Il mitico re Tut, il faraone Tutankhamon, non è figlio della bellissima Nefertiti, bensì della assai meno leggendaria Mummia KV35YL. Inoltre, ha avuto due figlie, nate morte dalla sorellastra Ankhesenamon, i cui feti sono stati trovati in una tomba nella Valle dei Re. E ancora: il faraone morì di una forma di malaria associata alla Malattia di Kohler, una patologia rara che distrugge il tessuto osseo, in particolare quello del piede. Sono queste alcune delle più recenti rivelazioni sulla vita e la morte di Tutankhamon, emerse dalle indagini condotte dal noto egittologo Zahi Hawass. Indagini che hanno lasciato il terreno dell’archeologia classica per abbracciare le moderne tecniche di indagini forensi, le stesse che vengono utilizzate dalle polizie scientifiche di tutto il mondo e rese celebri da serie tv tipo Csi, che prevedono l’utilizzo di computer e analisi genetiche. E proprio dai campioni del dna del faraone sono giunte molte delle risposte che la storia attendeva da secoli. Questa lunga e intesa fase di ricerca è ora un documentario che va in onda per la prima volta in Italia su Discovery Channel (canali 401 e 420 di Sky) in due puntate, sabato 8 e sabato 15 maggio.
IL DOCU-FILM - Un documentario che porta la firma di Brando Quilici (INTERVISTA VIRTUANS), regista documentarista italiano, figlio del grande Folco Quilici, che ha trascorso lungo tempo al fianco di Hawass documentando minuziosamente ogni momento saliente, dall’apertura del sarcofago ai prelievi dei campioni organici per le analisi genetiche. «Tutankhamon, la verità svelata», così si intitola il docu-film, è dunque una testimonianza in presa diretta di una ricerca su un personaggio che ancora oggi appassiona il mondo. Il viaggio del dr Hawass è stato ripreso passo dopo passo, dai polverosi e imprevedibili scavi sul campo all’incontaminato laboratorio del dna. La ricerca ha visto la partecipazione di un team internazionale di esperti del settore ed è stata pubblicata in dettaglio su Jama (The Journal of the American Medical Association). Non è la prima volta che Brando Quilici lavora al fianco di Zahi Hawass. Già nella precedente produzione il documentarista italiano e lo studioso egiziano avevano collaborato nel progetto che ha portato a identificare la cosiddetta «regina perduta», Hatshesput, la più grande regina dell’antico Egitto. Nella prima parte del nuovo documentario, viene seguita la fase dell’estrazione del Dna, mai effettuata prima d’ora, sulla mummia di Tutankhamon, con la messa in moto di tutti gli studi trasversali per determinare la famiglia del «re bambino». La seconda parte è invece incentrata sulle ricerche che hanno portato a scoprire le cause della morte del faraone e su come le nuove informazioni sono in grado di dare una nuova visione sul suo regno e sulle sue gesta da leader politico, religioso e militare. Insomma, un deciso balzo in avanti da quando nel 1922 la tomba di re Tut venne scoperta nel 1922 da Howard Carter e nessuno si sarebbe mai immaginato che la scienza e l’archeologia avrebbero potuto insieme dare le risposte alle domande della storia.
Fonte> Corriere della sera
11:01 Scritto in ARCHEOLOGIA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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02/05/2010
Erasing David, si può scomparire nell'era di Internet?
Erasing David, si può scomparire nell'era di Internet?Dall’Inghilterra arriva un docu-film che parte da un esperimento: è possibile sfuggire ai sistemi di controllo elettronici che incontriamo ogni giorno? Il protagonista ci ha provato, ma senza successo
Non si fa altro che parlare di privacy, ma è davvero possibile difendere la propria identità e sfuggire allo “stato di sorveglianza”, evitando che chiunque venga a conoscenza delle informazioni che ci riguardano?
Da questo presupposto è partito l’esperimento del giovane regista inglese David Bond, che ha voluto esplorare i confini della nostra libertà nell'era delle telecamere a circuito chiuso e dei social network, chiedendosi quanto siano accessibili i nostri dati. Per scoprirlo ha provato a scomparire ai tanti “occhi elettronici” che ci circondano. Invano.
A raccontare come sia andata è il documentario Erasing David, per ora programmato solo nelle sale di Danimarca, Regno Unito e Usa: David è partito da Londra con destinazione ignota e ha sfidato i due migliori investigatori privati del mondo a trovarlo nel giro di trenta giorni. I mezzi a disposizione per riuscirci? Internet, telefoni, carte di credito e telecamere di sicurezza, in perfetto stile cinematografico.
Ecco così che la caccia all’uomo prende il via. In pochi click gli investigatori erano già a metà dell’opera: sapevano dove David viveva, il nome di sua madre e dei suoi amici. Il tutto solo attraverso Facebook, Twitter e Vimeo.
David mette in guardia dai social network : “Se li usi bene sono davvero utili ma bisogna sapere e capire cosa sono davvero. Per usarli non paghiamo soldi e per questo pensiamo che siano gratis, ma il costo c'è e sono tutte le informazioni su noi stessi che gli regaliamo”. D’accordo anche l’esperto di privacy informatica Toon Vanagt, che David ha incontrato durante la sua fuga. Vanagt ha fatto riferimento alle bande criminali che usano Facebook e Twitter per capire dove poter effettuare un furto indisturbati, e ha ricordato il sito PleaseRobMe.
E che dire delle telecamere a circuito chiuso? La Gran Bretagna è il terzo paese più sorvegliato dopo Russia e Cina, basta una semplice ricerca per conoscere tutti i posti dove siamo stati (anche se siamo normali persone, né ricercate, né schedate), insomma, un vero Grande Fratello. Erasing David vuole essere proprio un grido d’allarme nei confronti della tendenza crescente della Gran Bretagna a immagazzinare informazioni su tutti e tutto.
La dimostrazione arriva proprio dall’epilogo del docu-film: l’esperimento non è riuscito, David è stato scovato in pochi giorni, esattamente come lui stesso temeva. Grazie a questa esperienza ha però individuato alcune regole per tutelarsi, almeno nel mondo virtuale: usare nomi falsi in rete, stare attenti alle informazioni pubblicate in passato e di cui magari non ci si ricorda neppure, occhio all’uso che si fa del cellulare ed evitare le applicazioni per identificare gli amici via GPS, una vera trappola.
Floriana Ferrando
18:24 Scritto in CINEMA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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25/04/2010
Hawking: «Gli alieni? Esistono, ma sarebbe molto meglio evitarli»
Hawking: «Gli alieni? Esistono, ma sarebbe molto meglio evitarli»La posizione dello scienziato in un documentario. L'astrofisico britannico: «Il contatto con la vita extraterrestre potrebbe essere disastroso»
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| Stephen Hawking |
Gli alieni? Certo che esistono, è quasi sicuro. Parola di Stephen Hawking, l'astrofisico britannico famoso per le sue tesi spesso anticonformiste. Lo scienziato però avverte: l'umanità non deve in nessun caso entrare in contatto con loro - ciò potrebbe essere devastante. La star della fisica presenta in un nuovo documentario tv i suoi pensieri sull'universo e le forme di vita extraterrestri.
RAZIONALE - In un universo con cento miliardi di galassie, ciascuna contenente centinaia di milioni di stelle, è improbabile che la Terra sia l'unico luogo dove si sia evoluta la vita. È ciò che sostiene Stephen Hawking, 68 anni, matematico e fisico con un quoziente intellettivo di 160, fino all'anno scorso titolare a Cambridge della cattedra lucasiana di Matematica e Fisica, carica ricoperta anche da Isaac Newton. Hawking, che soffre di atrofia muscolare progressiva - costretto a vivere su una sedia a rotelle e a comunicare con un sintetizzatore vocale - è uno dei cosmologi più noti. Ebbene, da ricercatore qual è ha spiegato che «per il mio cervello matematico i numeri da soli fanno pensare che è perfettamente razionale l'esistenza di alieni», riporta il Sunday Times. Le teorie del ricercatore verranno presentate in una serie di documentari che dai prossimi giorni andranno in onda sull'emittente britannica Discovery Channel.
RISORSE DELLA TERRA - La vita extraterrestre, spiega lo studioso, è concepibile nei modi come la conosciamo - dal microbo al bipede intelligente. Le forme più probabili di vita potrebbero essere microrganismi e animali semplici; in fin dei conti, queste specie avrebbero dominato anche la Terra per milioni di anni. Ciò nonostante, Hawking mette in guardia l'umanità dal possibile incontro con forme di vita intelligente: «Il contatto con la vita aliena potrebbe essere disastroso per la razza umana». Il motivo? Gli alieni potrebbero tentare di sfruttare la nostra Terra per le sue risorse, per poi proseguire. Lo scienziato paragona tale situazione con la quella della scoperta dell'America nel 1492: «Quando Colombo sbarcò in America, le cose non sono più andate così bene per gli indigeni». Hawking ha in mente degli alieni-nomadi che, dopo aver esaurito tutte le risorse del proprio pianeta, vanno a caccia attraverso le galassie di altri pianeti da sfruttare. Oltretutto, immagina l'esperto: «Questi esseri potrebbero sottomettere e colonizzare i pianeti a bordo di navi giganti». E sottolinea: «Basta guardare a noi stessi per vedere come potrebbe svilupparsi la vita intelligente in qualcosa che non vorremmo incontrare».
PRUDENZA - Già in precedenza l'astrofisico aveva messo in guardia dagli incontri ravvicinati con gli altri inquilini dello spazio. «Se mai vi dovesse capitare di incontrare un alieno, state attenti: potreste essere contagiati da un virus contro il quale non possedete alcun anticorpo», aveva sostenuto Hawking in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo della Nasa.
Elmar Burchia
17:49 Scritto in FANTASCIENZA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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10/02/2010
Gli Obama, i più glamour e della politica
Gli Obama, i più glamour e della politica
SU «LEI TV». Il documentario sul presidente americano e la moglie: un grande amore all'ombra del potere
Come si sono conosciuti? Dove si sono dati il primo bacio? E come hanno vissuto la passione per la politica che li ha portati a diventare il presidente e la first lady d'America? Giovedì sera, pochi giorni dopo l’anteprima mondiale e in contemporanea con l'uscita negli States, Lei Tv (sul canale 125 di Sky) trasmetterà il documentario su Michelle e Barack Obama. La coppia più unita, glamour e potente della politica si racconta attraverso immagini, testimonianze e filmati della loro vita pubblica e privata.
RIFLETTORI SEMPRE ACCESI - I riflettori accesi su Michelle e Barack Obama durante la campagna presidenziale non si sono mai spenti. L'ormai ex senatore dell'Illinois si è da subito presentato come un uomo assai innamorato della moglie e delle sue figlie. E proprio su Michelle gli esperti d’immagine dello staff di Obama hanno lavorato, senza comunque dover faticare molto, per renderla la moglie in cui tutte le donne d’America possono identificarsi. Quasi una first lady acqua e sapone, Michelle, capace di raccontare nei talk show gli aspetti più quotidiani della sua vita accanto al presidente degli Stati Uniti, rivelando per esempio, come, allo stesso modo di una "qualsiasi" moglie, debba raccogliere i calzini sporchi che il marito abbandona in casa. Prevale la sincerità o la strategia comunicativa? Dare una risposta non è semplice. Certo è, e lo dimostra il documentario che sarà trasmesso su Lei Tv, che era dai tempi dei Kennedy che una coppia presidenziale non catturava tanto l’attenzione del mondo.
Fonte: corriere.it
17:35 Scritto in ESTERI | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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03/07/2009
«Così Leonardo creò la Sindone»
«Così Leonardo creò la Sindone»
«il primo negativo "fotografico" della storia che ha come matrice un'immagine mentale». La tesi della scrittrice Vittoria Haziel: «Il maestro usò un ferro arroventato e disegnò sulla tela il suo autoritratto»

La copertina del libro su Leonardo e la Sindone scritto da Vittoria Haziel: l'immagine dell'edizione2005 è rimasta la stessa dal 1998 e riassume in un colpo solo la tesi del libro. Nota i segni tratteggiati e il cerchio che registrano i punti di corrispondenza tra le due icone più note al mondo: quella del genio da Vinci e quella di Cristo
«A cavallo del Cinquecento, su commissione di Bayazet II, un sultano ottomano, Leonardo da Vinci creò la Sacra Sindone». Vittoria Haziel, autrice nel 1998 del libro La passione secondo Leonardo, non ha dubbi a riguardo. Il genio della Gioconda e della Vergine delle Rocce realizzò in pratica un falso storico, secondo la Haziel: «Prese una tela antica e servendosi di un ferro arroventato sul fuoco disegnò sulla tela l'immagine di un uomo che portava sul corpo i segni della tortura e della crocifissione. Per disegnare l'impronta del volto, Leonardo usò se stesso come modello, realizzando dunque un autoritratto». Non è tutto: «La maestria di Leonardo fu tale da riuscire a creare il primo negativo "fotografico" della storia avendo come matrice solo un'immagine mentale. Non solo: l'artista inoltre riprodusse un'immagine che non si vede sul retro della tela e che ha in sè le caratteristiche di quello che più in là sarà definito lo "sfumato leonardesco", appunto».

La Haziel con la sua riproduzione unica al mondo della Sindone, ulteriore elemento di attribuzione a Leonardo. Trasformatasi da scrittrice ad artista concettuale,la Haziel è accanto alla "Sindone d'Irene", che prende il nome dall'artista pirografa alla quale l'ha commissionata, Irene Corgiat (foto Giovanni Maria Lolli)
Una teoria affascinante quella della Haziel: «Leonardo fece Dio a sua immagine e somiglianza credendo fortemente nella divinità dell'uomo», sostiene la scrittrice toscana. Provando a fare luce, come tanti prima di lei, sui misteri e le controversie che avvolgono la tela custodita oggi nel Duomo di Torino. Sacra reliquia per i credenti, (nella tradizione è il sudario che avvolse il corpo di Cristo deposto dalla croce), la Sindone di Torino, in realtà, non ha retto alla prova della scienza. Gli esami del carbonio 14 effettuati nei laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo hanno portato tutti allo stesso risultato: il lenzuolo-sudario è di epoca medioevale.
«La data della tela non è necessariamente la data dell'immagine impressa» insiste però la Haziel. La tesi della scrittrice che attribuisce a Leonardo la paternità della Sindone conservata a Torino non è nuova. Non più tardi di qualche giorno fa è stato infatti diffuso lo studio di Lillian Schwartz, in cui la specialista in grafica della School of Visual Arts di New York, sostiene che il volto della Sindone è un autoritratto del maestro. «Al contrario della Schwartz però - spiega la Haziel - io sono riuscita a riprodurre la Sindone usando la pirografia, la stessa tecnica alla quale ricorse Leonardo, e ho ottenuto un risultato molto simile all'originale». «Impossibile - secondo la scrittrice toscana - sostenere - come ha fatto la Schwartz - che una tela, cosparsa di una emulsione fotosensibile, posta in una stanza buia e sigillata, una sorta di camera oscura ante-litteram, venga impressa grazie al sole. Quale sole è duraturo come un lampada?».

La Sindone d'Irene negativa è la stessa immagine che apparve al fotografo Secondo Pia nel 1898: un positivo, cioè la matrice del volto (foto Giovanni Maria Lolli)
Nel 2010 è in programma una nuova ostensione della Sindone custodita a Torino. Certamente per quella data, si moltiplicheranno studi, teorie o solo semplici supposizioni sul lenzuolo-reliquia che nei secoli ha affascinato e sedotto credenti e non. Anche la Haziel ha nel cassetto una nuova edizione de La passione secondo Leonardo. Laureata in legge, la scrittrice si è accostata per puro caso allo studio della Sindone, o meglio, come sostiene la diretta interessata, per una serie di «coincidenze straordinarie» che, negli anni, l'hanno portata fino a Leonardo. E alla «creazione consapevole» da parte dell'artista di un'«opera» che poi sarebbe diventata l'«icona per eccellenza». La Haziel ci crede. E non a caso sostiene: «La vera Sindone c'è e io l'ho vista, ma non è quella di Torino. Quello è un capolavoro dell'arte».

La Sindone d'Irene positiva (foto Giovanni Maria Lolli)
Cristina Argento
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01/07/2009
Sacra Sindone, secondo uno studio Usa il volto è quello di Leonardo Da Vinci
Sacra Sindone, secondo uno studio Usa il volto è quello di Leonardo Da Vinci
La scoperta in un documentario in onda su una rete televisiva britannica. La tesi di una specialista in grafica: «Sembra che l'immagine sia proprio un autoritratto del maestro»
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| La Sacra Sindone (Ap) |
LONDRA - Sulla Sindone di Torino potrebbe essere impresso il volto di Leonardo Da Vinci e non quello di Gesù. A sostenerlo è stata Lillian Schwartz, specialista in grafica della School of Visual Arts di New York, che presenterà la sua scoperta in un documentario che racconta che sarà trasmesso mercoledì su una rete televisiva britannica.
LA SCOPERTA - «Sospettavamo già che Leonardo Da Vinci avesse falsificato l'immagine di Cristo sulla sindone utilizzando tecniche fotografiche d'avanguardia. Ma dai nostri studi sembra che l'immagine sulla Sindone sia proprio un autoritratto del maestro italiano», ha detto al The Sun Schwartz, che nel passato aveva anche suggerito che Da Vinci avesse usato il suo volto come modello per dipingere la Monna Lisa. «Abbiamo utilizzato delle scansioni computerizzate e delle sostanze chimiche ad alta sensibilità alla luce, bombardandole con dei raggi solari», ha detto la Schwartz. «Il volto corrisponde con quello di Da Vinci», ha aggiunto. Lynn Picknett, studioso delle Sindone di Torino, ha detto che «la scoperta è sinistra, sconvolgente: la cosa più interessante che sia mai successa».
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17/05/2009
Usa: commuove in tv il documentario sulla malattia di Farrah Fawcett
Usa: commuove in tv il documentario sulla malattia di Farrah Fawcett
Trasmesso dalla Nbc «Farrah's Story» in cui l'attrice fa vedere la sua lotta contro il cancro e dallo schermo accusa: «Perché non si fa più ricerca su alcuni tipi di tumore?»
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| La Fawcett in ospedale (Reuters) |
LOS ANGELES (USA) - Lo hanno seguito più di nove milioni di persone, un ascolto quasi da record per la Nbc. Venerdì scorso è stato trasmesso dal network americano «Farrah's Story», (la storia di Farrah), un documentario di due ore e mezza che narra l'agonia e i dolori vissuti da Farrah Fawcett, sex symbol degli anni '70 (celebre la sua interpretazione in Charlie's Angels), a cui circa tre anni fa fu diagnosticato un cancro al retto. Il documentario, girato e prodotto da Alana Stewart, migliore amica dell'attrice sessantaduenne, racconta spezzoni degli ultimi due anni di vita della Fawcett, che adesso è in fin di vita dopo che il cancro si è propagato anche al fegato. Ad assistere l'attrice c'è sempre il compagno Ryan O'Neal, che negli anni '70 divenne celebre in tutto il mondo per i ruoli di protagonista nei film "Love Story" e "Barry Lyndon".
CHEMIOTERAPIE - Nel 2006 l'attrice, dopo che le era stata diagnostica la terribile malattia, aveva pensato di filmare una sorta di diario personale che poi sarebbe stato visto solo dalle persone più intime. Più tardi invece la Fawcett ha deciso di trasformare il progetto in un documentario. L’attrice spera che queste immagini di sofferenza e dolore spingano gli Usa ad aumentare i fondi per la ricerca sul cancro. Il documentario si apre con la Fawcett che dice: «Nel settembre del 2006 ho sentito tre parole - maligno, tumore e anale - che non avrei mai voluto sentire». L'attrice si sottopose a un ciclo di chemioterapie e radioterapie in una clinica di Los Angeles e nel febbraio del 2007 i dottori le annunciarono che il cancro era stato sconfitto. Purtroppo dopo appena tre mesi la malattia ricomparve: «Tutto cambiò quando io sentii una quarta parola - ricomparsa - che io non avrei mai voluto sentire» dichiara la Fawcett in una scena del documentario.
SOFFERENZA E DIGNITA’ - La Fawcett non si dà per vinta e si sottopone anche a nuove cure in Germania. Nelle riprese l'attrice appare spesso di buon umore, affronta con dignità il dolore e spera sempre in un miracolo. I dottori le danno di nuovo speranza e il documentario racconta la felice vacanza in Messico di un anno fa quando sembrava che la donna avesse di nuovo sconfitto la malattia. L’illusione dura pochi giorni ed è la stessa attrice che singhiozzando annuncia che le nuove analisi dimostrano che il cancro non solo non è scomparso, ma si è propagato fino al fegato. «Mi sento come un cane che è stato dal veterinario troppo volte» dichiara sconsolata l'attrice, che negli ultimi mesi ha anche cominciato a perdere i suoi splendidi capelli biondi. Negli ultimi minuti del documentario compaiono le persone più vicine alla Fawcett che l'assistono mentre la malattia diventa sempre più dolorosa. Compare anche Redmond, figlio ventiquattrenne della Fawcett, che ha ottenuto un permesso dal carcere dove sta scontando una pena per detenzione di eroina. Il documentario termina con una sofferente Fawcett che guarda dritto nella telecamera e chiede: «Perché non si fa più ricerca su alcuni tipi di cancro? Perché il nostro sistema sanitario non sperimenta cure alternative che in altri paesi hanno prodotto successi? Io ho avuto il cancro, ma sono viva. Voi per che cosa state lottando?».
COMMENTI - Alcuni personaggi famosi e amici della Fawcett che hanno assistito ad una proiezione del documentario si dichiarano commossi. «E' davvero intenso» dichiara l'attrice Melanie Griffith. «Tutti dovrebbero vedere questo film». Ma le parole più toccanti sono quelle del compagno della Fawcett, Ryan O'Neal, che ha commentato: «In questi due anni l'ho amata ancora di più...E' davvero coraggiosa, è senza paura».
Francesco Tortora
16:09 Scritto in CRONACA ESTERA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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04/05/2009
Vanguard indaga tra le celle di Guantanamo
Vanguard indaga tra le celle di Guantanamo
Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 5 Maggio alle 23:00 su Current TV.
Mentre le famiglie delle vittime dell'11 Settembre chiedono che Guantamo resti aperta, il presidente Obama e molti cittadini credono che Guantanamo sia un fallimento. Dall'interno di Guantanamo tutto quello che avreste voluto sapere sulla prigione piu' controversa del mondo. Un'anteprima del documentario "DENTRO GUANTANAMO"
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28/04/2009
Giochi proibiti a Wall Street
Giochi proibiti a Wall Street
In fila Per vedere «American Casino» la gente si mette in fila. Vite rovinate dai mutui e broker come mafiosi pentiti nel docu-film sulla crisi che emoziona tutti al Tribeca
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| L'ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan |
NEW YORK - Ci sono facce note - l’ex capo della Federal Reserve, Alan Greenspan, che balbetta davanti al Congresso, ammettendo i suoi errori, l’ex presidente Bush che nel 2002 promette alle minoranze povere, neri e ispanici, di farli divenire proprietari di case, come i bianchi benestanti - e facce meno note: quelle della borghesia nera di Baltimora che gli ha creduto, si è caricata sulle spalle un mutuo e ora è «homeless». Ma la faccia che colpisce di più è quella del banchiere che racconta la follia di un’era in cui tutti rischiavano grosso coi soldi degli altri: inquadrato in penombra, senza nome, la voce distorta per renderla irriconoscibile, come un pentito di mafia.
Al Tribeca Film Festival di New York, il pubblico della prima di American Casino, primo documentario sulla crisi finanziaria girato dalla giornalista tv Leslie Cockburn, si spella spesso le mani, sghignazza quando l’ex capo di AIG, Martin Sullivan, nega che la sua assicurazione abbia fatto scelte scriteriate mentre un sottotitolo avverte che la compagnia, nazionalizzata, è già costata oltre 150 miliardi di dollari al contribuente Usa. C’è anche tempo per la commozione quando, alla fine della proiezione, la regista e i produttori, mentre dialogano col pubblico, chiedono ai personaggi che compaiono nel film di alzarsi. Non sono attori ma «broker» pentiti, il giornalista di Bloomberg che ha spiegato agli spettatori i segreti dei mutui «subprime», e, soprattutto, donne e uomini neri di Baltimora che hanno perso la loro casa. Sheila, che voleva pagare per un po’ di tempo rate ridotte, ma ha trovato solo porte chiuse; Almalene, che adesso dorme in un’auto, con la figlia; e Denzel, il mite professore che ci ha appena mostrato l’appartamento, l’«american dream» conquistato col lavoro suo e della moglie, che gli è scivolato via dalle mani: le cataste di libri da portare via, i giocattoli della bambina, abbandonati nel fango in giardino.
La sala di proiezione è a un chilometro, in linea d’aria, da Wall Street, ma non si vedono in giro banchieri. Una folla colorita di giovani e intellettuali fa un’ora di fila sul marciapiede dell’Undicesima strada per conquistare gli ultimi biglietti disponibili. Se tra loro c’è qualche «broker», si è travestito bene. Un distinto signore con una bella chioma grigia, dopo mezz’ora di coda, comincia un andirivieni «sospetto » con l’ingresso del cinema. Ancora un po’ e ricompare con alcuni tagliandi che distribuisce agli amici in fila con lui. Favoritismi? Bagarinaggio? Nessuno protesta. Meglio così, perché a fine proiezione scopriremo che quel signore è Andrew Cockburn: marito della regista e produttore egli stesso del lungometraggio. Evita la coda - ma solo perché aveva acquistato il biglietto «on line» - il Nobel per l’Economia Joe Stiglitz. Gli chiedono un commento. Lui elogia gli autori ma non riesce a scaldare la platea: si infila in una disquisizione sulla necessità di far pagare il risanamento delle banche non ai contribuenti ma agli obbligazionisti.
Creato otto anni fa da Robert De Niro per rivitalizzare la parte sud di Manhattan dopo lo shock dell’ 11 settembre, era inevitabile che il Tribeca Festival si occupasse di un altro disastro, stavolta finanziario, che ha il suo epicentro a pochi metri dal sito delle Torri gemelle. Michael Douglas sta pensando di interpretare di nuovo l’avido Gordon Gekko in un seguito di Wall Street, il film dell’ 87. Michael Moore cerca finanzieri disposti a raccontare malefatte proprie o altrui davanti a una cinepresa. Ma a New York (dove anche Soderbergh porta, con The Girlfriend Experience, una storia di prostituzione in un mondo di banchieri in crisi) il traguardo è stato tagliato per prima dalla Cockburn con un documentario un po’ prolisso nel descrivere le vite degli americani rovinati dai mutui, ma che ha due meriti. Intanto mostra in modo efficace come alcune scelte finanziarie spregiudicate hanno prodotto effetti sociali devastanti: sobborghi spopolati, comunità disintegrate, bimbi che abbandonano le scuole, perfino nuove specie di zanzare aggressive che proliferano in California nelle vasche di plexiglas piantate nel terreno per trasformare casette a schiera in ville con piscina. E poi denuncia il ruolo determinante delle «fee», provvigioni incassate dai procacciatori d’affari: la proliferazione dei mutui non nasce da scelte d’investimento errate ma dall’ingordigia per le commissioni: il 4 per cento su ogni affare, anche se folle. Infine il giornalista. Nel film è il «buono», il saggio che denuncia, ma nella vita reale è lambito anche lui dallo scetticismo. A fine proiezione le gente non chiede dei banchieri (la cui condanna è, per tutti, scontata), ma del ritardo col quale i «media» hanno capito quello che stava accadendo.
Massimo Gaggi
11:49 Scritto in CINEMA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: cinema, crisi, finanza, wall street, giochi di potere, mutui, racconto, documentario, banche, usa, tribeca film festival | OKNOtizie |
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