12/04/2012

Rinnovabili, si cambia: incentivi solo agli impianti più moderni

Rinnovabili, si cambia: incentivi solo agli impianti più moderni

Tre miliardi di euro all'anno di risparmi. L'obiettivo sale al 35% di energia «verde» entro il 2020, oltre il limite Ue, per diminuire i costi sulla bolletta elettrica

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27/03/2012

Italia, patria della sindrome Nimby

Italia, patria della sindrome Nimby

«Non nel mio cortile». Nel 2011 più di 330 cantieri di nuovi impianti legati per energie rinnovabili sono rimasti bloccati

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04/05/2009

Maree e acque salate, la nuova energia

Maree e acque salate, la nuova energia

 

Così aumentano le alternative a gas e petrolio. Sono già 60 i progetti messi in campo in Europa

 

Mulini ad acqua
Mulini ad acqua


BRUXELLES — Allacciare le cinture. Se, come pensano molti, la ripresa dopo la crisi comincerà dalla Cina, quel giorno accadrà laggiù quel che ac­cadde in America, negli anni Cinquanta: una clas­se media appena consolidatasi, in un Paese che già è il primo produttore al mondo di auto, si met­terà al volante, sulla via della motorizzazione di massa. Il mito «on the road» ri-raccontato in man­darino, i motel e i rifornitori scintillanti lungo le autostrade che porteranno da Canton alla Mongo­­lia: forse non è fantascienza. Ma senza i rifornito­ri, niente 4 ruote: il primo effetto della ripresa eco­nomica sarà appunto un'impennata della doman­da di energia. Nella recessione attuale, è «del tut­to possibile» un calo di 1,5 milioni di barili di pe­trolio al giorno, pari al 7% del consumo totale, so­lo nei consumi energetici degli Usa; e un calo pa­rallelo della domanda: così la pensa Steven Kopi­ts, direttore della Douglas-Westwood, una socie­tà americana che analizza i mercati energetici. E lascia capire: il resto del mondo seguirà a ruota.

Ma se la Cina si metterà poi al volante, scatterà il meccanismo opposto, come ai tempi del «boom» in Occidente: quando dal 1960 al 1972, ricorda an­cora Kopits, «la domanda globale di petrolio au­mentò di 30 milioni di barili al giorno, quasi 4 vol­te l'odierna produzione dell'Arabia Saudita». Su, giù, di nuovo su: ci attende un grafico da monta­gne russe. E la Cina ha la più grande forza-lavoro al mondo, 800 milioni di persone, il doppio di Usa, Giappone e Unione Europea messi insieme: quanto produrrà, una volta lanciata «on the road»? Gli esperti tacciono. Ma una cosa, la dan­no per scontata: in una situazione così incerta, con petrolio e gas che già scarseggiano, bisogne­rà ricorrere sempre più alle energie rinnovabili. È anche per questo, che la Ue si è data per il 2020 un obiettivo molto ambizioso: almeno il 20% del­l’energia dovrà essere tratta da fonti rinnovabili. Il vento, il sole, il calore geotermico nascosto sot­to la crosta terrestre. E il mare. Gli oceani, che co­prono il 75% della terra. E che di energia trabocca­no, ma sono anche custodi gelosi ed esosi, giac­ché i loro segreti costano. Già nel 1607, nella Nuo­va Scozia canadese, un mulino azionato dalle ma­ree produceva 25-75 Kilowatt/ora. Nel 1799, ci si provò anche in Europa. Nel 1909, un porto della California fu illuminato dall'energia «rubata» alle onde. Poi, un lungo silenzio. Fino a pochi anni an­ni fa, quando partirono le prime turbine sottoma­rine, i «mulini a vento degli oceani» che con le loro eliche trasformano l'energia idraulica in mec­canica e poi — attraverso un convertitore — in energia elettrica.

Principio semplice: il volume, la densità dell'acqua, sono 800-850 volte maggiori di quelli dell'aria, e perciò — almeno in teoria — con minor «sforzo» le eliche producono di più. Grazie a queste e ad altre diavolerie, oggi, per la prima volta il mare fornisce regolarmente energia a molti Paesi. Poca, ma buona. Sfruttando le sue 5 «forze»: le maree (cioè il potenziale energetico ri­cavabile dalla differenza in altezza fra l'alta e la bassa marea); le correnti prodotte dalle maree o dai venti (energia cinetica ricavabile dal movi­mento orizzontale dell'acqua); il gradiente di sali­nità (là dove un fiume si getta in mare, le acque dolci si mescolano a quelle salate e la diversa sali­nità crea una differenza di pressione, cioè una po­tenziale fonte di energia); infine, la differenza di temperatura fra la superficie dell'oceano e le sue acque profonde, da cui scaturisce energia termi­ca. La parola «differenza» ricorre ovunque perché il mare è per sua natura mutevole, incostante, ge­neratore di contrasti fisico-chimici: e perciò ap­punto, sorgente di energia. Per esempio: da solo, il gradiente di salinità avrebbe nel mondo un po­tenziale sfruttabile da 2000 Terawatt/ora per an­no (un Terawatt/ora equivale a un miliardo di kilowatt all'ora, ndr).

Nei calcoli dell'Iea, l'Agenzia inter­nazionale dell'Energia, l'uomo di oggi consuma in elettricità circa 15.400 Terawatt/ora per anno, e il 13% potrebbe essere «coperto» proprio dalle onde. La realtà è ov­viamente più modesta: i mari eu­ropei, nel 2006, hanno prodotto «appena» 550 Gigawatt/ora di elettricità (un Gigawatt equivale a un milione di kilowatt). Ma è mol­to, se comparato al niente di po­chi anni fa. Spiega Nathalie Rous­seau dell'«Agenzia Ocean Ener­gy», che a Bruxelles affianca la Ue in questi studi: «Secondo certe sti­me le correnti possono produrre nel mondo oltre 800 Terawatt/ora per anno; e il gradiente termico, 10 mila; e le maree, oltre 300... Insomma, un teso­ro da esplorare. E fra i Paesi con un potenziale molto alto di energia marina, c'è anche la vostra Italia con lo Stretto di Scilla». Se si considerano i progressi delle energie rinnovabili nei Paesi Ue, alla voce «oceano» appare per decenni uno zero, mentre la voce «vento» cresce del 19,9% all'anno. Ma nella proiezione 2010-2020, le voci si inverto­no: «vento», 8,5%, «oceano» 17,5%.

In America, si progetta di ancorare dei «muli­ni » in mare davanti alle coste della Florida, o vici­no al ponte Golden Gate di San Francisco. E sono stati stanziati 3 milioni di dollari per calare verso la foce dell'East River di New York, in 10 anni, 300 turbine che riscalderanno migliaia di case, sfruttando le correnti del fiume e del mare. Nella Ue, invece, si contano 60 progetti attivi o pianifi­cati: boe gigantesche, dighe galleggianti, rotori computerizzati, c'è un po’ di tutto. E tutto nell'ac­qua. Francia e Inghilterra, che hanno maree di 10 metri, sono in testa. Ma c'è anche il portoghese «Pelamis», che fornirà energia a duemila fami­glie: un serpentone composto da cilindri, che bal­lando sulle onde attivano dei generatori. O il cen­tro sperimentale «Billia Croo», in Scozia, dove si studiano cavalloni alti 12 metri e correnti da 4 me­tri al secondo. C'è la «Fattoria delle Onde» in Cor­novaglia. E «SeaGen», in Irlanda del Nord, siste­ma di turbine che riscalda mille case. E il «Drago­ne delle onde», in Danimarca. Ancora in Danimar­ca, si sperimenta una centrale galleggiante chia­mata «Poseidon». Come il dio greco del mare: cui venivano attribuite 42 amanti, proprio per la sua energia inesausta. Anzi, rinnovabile.

Luigi Offeddu