06/04/2011

Ozono, perdita record sull'Artico

Ozono, perdita record sull'Artico

Diminuzione del 40% nella zona sotto osservazione. È stata registrata dal satellite Envisat dell'Agenzia spaziale europea. La causa: venti forti e inquinamento

Continua...


05/10/2010

Traccia il tuo percorso per Giove

Traccia il tuo percorso per Giove

SETTIMANA MONDIALE DELLO SPAZIO. L'Agenzia spaziale europea ha lanciato un gioco online che permette di disegnare percorsi interplanetari

Continua...


11/07/2010

La sonda Rosetta sfiora l’asteroide

La sonda Rosetta sfiora l’asteroide

Il robot dell’Esa europea a 450 milioni di chilometri dalla terra

 

L'asteroide Lutetia
L'asteroide Lutetia

Rosetta ha incontrato Lutetia, il più grande asteroide che un robot cosmico abbia finora avvicinato. Alla velocità di 15 chilometri al secondo la sonda dell’Esa europea è passata a 3.126 chilometri dalla superficie grigia del corpo celeste con il diametro presunto di circa cento chilometri e simile ad una patata. Presunto perché le ricognizioni da Terra con i radar e i telescopi ottici lasciano un margine di incertezza data la lontananza a cui orbita 21-Lutetia, questo il suo nome completo dato dagli astronomi. E stabilire la sua taglia è proprio uno dei motivi per cui si è scelta la distanza dell’incontro: a tre chilometri si riesce bene a coglierne l’insieme e a valutarne le caratteristiche naturali che la superficie mostra.

L'AVVICINAMENTO - Il momento del maggiore avvicinamento è avvenuto alle 18.10 ma la conferma che tutto è andato per il meglio è avvenuta alle 18.45 quando la sonda ha ripreso a trasmettere con l’antenna ad alto guadagno, la parabola orientata verso la Terra. Alle 18.05 queste comunicazioni erano state interrotte perché la sonda doveva iniziare una manovra di rotazione continua per inseguire con i suoi strumenti l’asteroide. Dalle 15.10, tra l’altro Rosetta aveva iniziato una navigazione completamente autonoma governata dai computer di bordo. Tutte le operazioni sono state governate dal centro Esoc di Darmstadt, in Germania, che è il centro di controllo delle missioni spaziali dell’agenzia spaziale europea. A gestire l’incontro ci ha pensato Paolo Ferri, responsabile di tutte le missioni interplanetarie. Lutetia pur essendo il più grande asteroide incontrato da una sonda spaziale è considerato il più piccolo della fascia di asteroidi presente tra Marte e Giove. Lo scoprì il 15 novembre 1852 Hermann Goldschmidt dall’Osservatorio di Parigi e il suo nome è il termine latino della capitale francese scelto da Francois Arago direttore dell’Osservatorio. Da allora è rimasto un corpo tutto sommato misterioso ma ora sono gli strumenti di Rosetta a rivelarcelo nei dettagli. Per arrivare a Darmstadt i segnali impiegano 25 minuti perché il meeting cosmico è avvenuto ad una distanza di 450 milioni di chilometri dalla Terra. Nella notte la sonda trasmetterà le foto e i dati scientifici raccolti e dunque Lutetia avrà finalmente un volto. Uno degli strumenti, il sistema di imaging Osiris, è stato progettato e costruito con il contributo dei ricercatori dell'Università di Padova nei vari dipartimenti (Astronomia, Dim, Dei, Fisica, Geoscienze) e dell'Osservatorio Astronomico riuniti nel Cisas Per questo l’incontro è stato seguito anche dall’università patavina dall’Aula Rosino del Dipartimento di astronomia. I dati inviati saranno analizzati anche dal gruppo di scienziati veneti diretti dal professor Cesare Barbieri. Ora Rosetta continuerà il suo viaggio verso l’obiettivo per cui è stata costruita. Nel 2014 infatti dovrà incontrare la cometa 67P/Churyomov-Gersimenko lasciando cadere sulla sua superficie un lander dal quale uscirà una trivella costruita sotto la supervisione di Amalia Ercole Finzi del Politecnico di Milano e capace di analizzare per la prima volta direttamente un nucleo cometario. L’avventura, dunque, continua.

Giovanni Caprara


05/07/2010

Dal satellite Planck la prima mappa dettagliata delle origini dell'Universo

Dal satellite Planck la prima mappa dettagliata delle origini dell'Universo

Verrà mostrato un affresco celeste senza precedenti. Maldolesi (Inaf-Iasf): «Preciseremo uno dei grandi misteri cosmici, cioè l’esistenza dell’energia oscura»

 

Il satellite Planck in fase di costruzione (Afp)
Il satellite Planck in fase di costruzione (Afp)

E’ una mappa delle origini come non si era mai vista finora e offre uno sguardo d’insieme che gli astronomi sognano da secoli. A realizzarla c’è riuscito il satellite Planck dell’ESA europea lanciato in orbita il 14 maggio 2009. La sua importanza è presto detta raccontando qualche tappa degli ultimi decenni.

LE OSSERVAZIONI - Per capire e vedere i primi momenti della nascita dell’Universo, appena dopo il Big Bang, il grande scoppio da cui tutto ha avuto origine, alla fine degli anni Ottanta (1989) la Nasa lanciava il satellite Cobe. Il suo scopo era raccogliere le anomalie del fondo di radiazione cosmica le quali avrebbero mostrato i semi dai quali si sarebbero poi sviluppate le galassie. Cobe (Cosmic Background Explorer) misurava variazioni minime delle microonde che permeano l’universo la cui esistenza era stata individuata accidentalmente ancora nel 1964 dagli astronomi americani Penzias e Wilson. Il risultato fu straordinario tanto che George Smoot e John Mather i due protagonisti delle osservazioni con Cobe (il primo come astrofisico, il secondo come coordinatore del progetto) ricevettero nel 2006 il premio Nobel per la Fisica. Nel 2001 il primo affresco celeste a radioonde era perfezionato da un altro satellite della Nasa battezzato Wmap-Wilkinson. Ma intanto l’Esa europea aveva messo in cantiere un veicolo spaziale ben più potente capace con i suoi strumenti di compiere un balzo significativo rispetto ai due predecessori americani e cercare risposte più precise sulle origini dell’universo. Gli scienziati italiani partecipavano all’impresa attraverso l’Agenzia spaziale ASI. Così nasceva il satellite Planck di cui è project scientist Jan Tauber, e che ora offre la sua prima dettagliata mappa cosmica. A bordo ci sono due strumenti fondamentali per le osservazioni uno dei quali, il Low Frequency Instrument (LFI) è diretto da Reno Mandolesi alla guida dell’Inaf-Iasf di Bologna. «Mai si era realizzato un quadro del cosmo con nove frequenze diverse, da 30 Ghz a 857 Ghz, raccogliendo indizi e aspetti che prima erano mostrati sono come piccole tessere del grande puzzle celeste – spiega Mandolesi - . I rilevatori di Planck ci mostrano ora in dettaglio regioni importanti come la nebulosa di Orione dove nascono stelle in continuazione, estesi ammassi galattici, evidenzia i particolari della vicina galassia di Andromeda cara alla fantascienza oppure le nubi di Magellano: insomma scrutiamo un insieme di panorami mai scandagliati con queste frequenze. Così abbiamo visto, ad esempio, come dal piano della nostra isola stellare Via Lattea si estendano polveri ben oltre quanto immaginavamo».

GLI OBIETTIVI - Al di là di queste zoomate, però, il satellite Planck punta verso obiettivi e scoperte che potrebbero cambiare l’astronomia delle origini e decifrare meglio la natura che ci circonda. «Vogliamo – aggiunge Mandolesi – capire se il campo di energia che ha creato dopo il Big Bang l’inflazione, cioè quell’espansione durante la quale sarebbero nate le particelle atomiche elementari tra cui il famoso bosone di Higgs, cioè la cosiddetta particella di Dio, da cui dipende la massa delle altre particelle e dunque delle cose. Nell’ipotesi che il campo di energia sia lo stesso, Planck potrà definire con grande accuratezza la massa del bosone a cui i fisici del CERN danno la caccia utilizzando il nuovo super acceleratore LHC. In secondo luogo misureremo con una accuratezza molto superiore a WMAP il livello della radiazione del fondo cosmico, soprattutto nella sua componente polarizzata, e ciò consentirà di vedere in dettaglio ciò che finora era solo una fotografia offuscata. Di sicuro, ciò permetterà scoperte inaspettate addentrandoci bene nelle profondità. Infine preciseremo uno dei grandi misteri cosmici, cioè l’esistenza dell’energia oscura che costituisce il 73% dell’Universo. Non riusciremo a identificarne la natura ma saremo in grado di valutare la sua presenza e i suoi effetti di accelerazione come mai era stato possibile prima». Se il lontano Cobe aveva portato, pur con la sua semplicità, a scoperte da Nobel, la straordinaria potenza di Planck non sarà certo da meno.

Giovanni Caprara


23/03/2010

Missione "simulata" su Marte Un italiano tra i 4 candidati

Missione "simulata" su Marte Un italiano tra i 4 candidati

 

L'Esa ha presentato il quartetto di "finalisti" europei al grande progetto "Mars 500", che partirà a maggio, in collaborazione con la Russia:  520 giorni in un'astronave virtuale. L'ingegnere ventiseienne Diego Urbina: "E' un sogno che si avvera"

 

 

Missione "simulata" su Marte Un italiano tra i 4 candidati

I quattro candidati: l'ultimo a destra è Diego Urbina

 

NOORDWIJK (Olanda) - C'è anche un nostro connazionale - l'ingenere ventiseienne Diego Urbina, di madre italiana e padre colombiano - tra i quattro candidati finali dell'Agenzia spaziale europea per Mars 500, il programma frutto della collaborazione tra Russia e Ue che simulerà una missione spaziale su Marte.

I quattro candidati sono stati presentati in un incontro con la stampa che si è tenuto all'Estec, il Centro di ricerca scientifica e tecnologica dell'Esa a Noordwijk, in Olanda. Gli altri candidati, anche loro ingegneri, sono due francesi e un belga. All'interno di questo quartetto, a inizio maggio, saranno scelti i due partecipanti dell'area Ue alla missione sperimentale, in un equipaggio che comprenderà anche tre russi - uno dei quali sarà il comandante - e un cinese.


Dopo circa 15 giorni inizierà a Mosca l'esperimento vero e proprio. I sei vivranno in un'astronave virtuale per 520 giorni: i primi 250 saranno quelli necessari per il viaggio dalla Terra a Marte, i successivi 30 quelli in cui simuleranno la fase di esplorazione della superficie del Pianeta rosso, per poi passare gli ultimi 240 giorni nel viaggio di ritorno verso la Terra.


Nella presentazione che si è tenuta oggi Simonetta Di Pippo, a capo della Direzione per il volo umano dell'Agenzia spaziale europea, ha sottolineato "i due aspetti fondamentali" di questa missione simulata su Marte, in cui "l'equipaggio sarà sottoposto a una situazione davvero estrema, vivendo in totale isolamento per quasi un anno e mezzo". Primo: "Ci permetterà di effettuare degli esperimenti di natura fisica, psicologica e anche sociologica che possono avere un impatto sulla vita del cittadino. Anche per questo all'Agenzia spaziale europea abbiamo creato un dipartimento di medicina spaziale" che, forte dei risultati di questi e altri esperimenti, potrà fornire indicazioni utili anche per la vita di tutti i cittadini. Il secondo aspetto è legato all'idea di arrivare con una vera e propria missione su Marte, cosa che realisticamente si potrà fare "non prima del 2035-2040". In questo senso, ha spiegato Di Pippo, tutti gli esperimenti che saranno effettuati durante la missione Mars 500 saranno di fondamentale utilità.


Su questo programma sperimentale l'Agenzia spaziale europea ha investito 1,5 milioni di euro, mentre ai due europei prescelti andrà una cifra tra "i 55mila e i 75mila euro". "Abbastanza per pagare le bollette", ha commentato con una battuta l'ingegnere italiano "finalista": "E' un sogno che si avvera - ha dichiarato - visto che, come tanti ragazzi, vorrei fare l'astronauta. Vorrei poter dire, il giorno che l'uomo mettesse davvero piede su Marte, che io ho contribuito a tutto questo".


09/12/2009

Davanti alle coste australiane spunta un iceberg gigantesco

Davanti alle coste australiane spunta un iceberg gigantesco

 

Secondo un ricercatore è parte di un lastrone che si è staccato dieci anni fa dall'Antartide

 

Le immagini satellitari della Nasa e dell'agenzia europea Esa mostrano il colosso bianco, chiamato «B17B», che si trova a circa 1700 chilometri a sud del continente australiano

 

Diciannove per sette chilometri: una montagna di ghiaccio, grande come Bologna, è stata scoperta davanti alle coste a sud dell'Australia. «È un iceberg molto, molto grosso», ha spiegato il ricercatore australiano Neal Young. Come evidenziano le immagini satellitari della Nasa e dell'agenzia europea Esa, il colosso bianco si trova a circa 1700 chilometri a sud del continente australiano.

Il ricercatore ha spiegato ai media del Paese che l'iceberg, chiamato «B17B», fa parte di un lastrone di ghiaccio con una superfice di 400 chilometri quadrati, staccatosi dieci anni fa dall'Antartide, più precisamente dalla piattaforma di Ross. L'iceberg è alla deriva in mare aperto da circa un anno. Per gli scienziati si tratta di un avvenimento sensazionale.

IL FENOMENO - Appena poche settimane fa due giganti di ghiaccio sono stati avvistati navigare per il Pacifico, in corrispondenza tra il Circolo polare antartico e l'Australia. Più esattamente al largo dell'isola di Macquarie, una zona in cui, gli iceberg, sono più unici che rari. Oltre un centinaio di frammenti, invece, si sono diretti verso la Nuova Zelanda. È un fenomeno molto particolare, ha aggiunto Young. Tuttavia, ha sottolineato il ricercatore, fatti come questo saranno sempre meno isolati: «Se l'andamento dei cambiamenti climatici continua a questa velocità, finiremmo col trovarci iceberg in zone in cui non dovrebbero assolutamente esserci».

 

 

 

Immagine dal satellite (Gsfc)

Immagine dal satellite (Gsfc)

 

Elmar Burchia

 

 


15/05/2009

Lo scienziato italiano che guarderà l’origine dell’universo

Lo scienziato italiano che guarderà l’origine dell’universo

 

Remo Mandolesi 64 anni, da 17 lavora a questo progetto, seguirà il telescopio lanciato dall’Esa in Guyana

 

Remo Mendolesi
Remo Mendolesi


KOUROU (Guyana France­se) — A volte i sogni si realiz­zano. «Sì, è vero, e ci ho sem­pre creduto, nonostante le difficoltà. Adesso finisce una storia durata diciassette anni e ne inizia un’altra per la quale mi preparo da una vita». Reno Mandolesi, 64 anni, capelli bianchi e sguardo tor­nato sorridente dopo la ten­sione per il lancio, ha appe­na visto alzarsi nel cielo del­la foresta amazzonica e vola­re nello spazio il grande raz­zo Ariane-5 con nascosti nel­la punta i due telescopi co­smici Herschel e Planck del­l’Agenzia spaziale europea Esa. Mandolesi, direttore del­l’Istituto di fisica cosmica dell’Istituto nazionale di astrofisica a Bologna, è l’ita­liano che viaggerà nel tem­po perché sotto la sua guida è nato uno dei due strumen­ti imbarcati su Planck con i quali scrutare nelle nostre origini. L’altro è il francese Jean-Loup Puget dell’Insti­tut d’Astrophysique Spatiale di Orsay. Alle loro spalle ci sono 400 scienziati in tutta Europa. «In realtà — precisa Man­dolesi — si tratta di due par­ti di uno stesso occhio, che permetteranno di raccoglie­re una precisa fotografia del­l’universo 380 mi­la anni dopo il Big Bang, quando era appe­na grande come un’arancia, formato da atomi di idroge­no, particelle varie e molta radiazione».

LA SCELTA - L’impresa non è stata faci­le. «Proposi l’idea all’Esa an­cora nel 1992. Quando ven­ne scelta quattro anni dopo, fra 55 giunte da tut­ti i Paesi, brin­dai: è stato uno dei momenti più belli. Non tutto, però, è filato liscio». Vedere che cosa è succes­so poco più di 13 miliardi di anni fa, perché tanto ha im­piegato la luce ad arrivare si­no a noi, è stato, innanzitut­to, una sfida tecnologica. «Mi ero innamorato dell’ar­gomento sentendo che negli Stati Uniti Penzias e Wilson avevano ottenuto, per caso, a metà degli anni Sessanta una grande scoperta: l’uni­verso era permeato della ra­diazione fossile rimasta do­po il Big Bang. Vi dedicai la tesi di laurea e da allora di­venne la ragione della mia esistenza». Ma era solo l’inizio. «Ave­vo stretto un buon rapporto di collaborazione con l’ameri­cano George Smoot. Le cose, però, cambiavano quando lui decideva di costruire con la Nasa il satellite Cobe per ottenere un’im­magine di quel mon­do primordiale di cui la radiazione fossile era la trama. Ci riusci­va e nel 2006 conqui­stava il Premio Nobel».

LA SFIDA - La sfida era solo alle pri­me battute; il risultato servi­va soprattutto a confermare un’idea. Bisognava dunque andare oltre. A questo (dopo un secondo piccolo passo compiuto da Wilkinson, un altro satellite Nasa) rispon­de Planck, costato 700 milio­ni di euro, costruito dalle in­dustrie europee guidate da Thales Alenia Space e inte­grato anche nelle camere bianche di Torino. Lassù, in un punto lontano 1,5 milio­ni di chilometri dalla Terra il telescopio misurerà variazio­ni di temperatura di un mi­lionesimo di grado. «Così— aggiunge Mandolesi — riu­scirà a mostrare in dettaglio la struttura dell’Universo con l’obiettivo di spiegare pure la natura della materia e dell’energia chiamate 'oscure', perché se ne igno­rano le caratteristiche».

LE DIFFICOLTÀ - Ma in 17 anni ci sono sta­te anche sorprese spiacevoli. «Purtroppo ad ogni cambio di amministrazione dell’Asi che sosteneva la partecipa­zione al progetto europeo con 29 milioni di euro, tutto vacillava ed era rimesso in discussione. Intorno al Due­mila ho temuto il peggio. I fi­nanziamenti venivano bloc­cati per due anni: ero terro­rizzato di dover chiudere. Venne in soccorso Thales Alenia Space che, proseguen­do comunque il lavoro, ci permise di sperimentare lo strumento nei suoi laborato­ri di Milano. Ciò consentì di rispettare gli impegni euro­pei e quando venne installa­to sul satellite funzionò alla perfezione. Ho un ricordo di grande felicità: dallo spettro del baratro alla vittoria. Po­co dopo, purtroppo, venni sconfitto — prosegue Man­dolesi —. Si doveva aggiun­gere all’apparato una nuova parte ad altissima tecnologia e doveva essere italiana. In­vece l’Asi lo impediva la­sciando che la fornissero gli americani. Il rifiuto mi fece molto male». Superati gli ostacoli, ora è il momento della scienza e nel team europeo di Planck ci sono anche Marco Bersa­nelli dell’Università di Mila­no e Andrea Zacchei che al­l’Osservatorio di Trieste co­ordinerà il centro dove sa­ranno raccolti i risultati. Si aspettano scoperte.

Giovanni Caprara