06/05/2011

Gli aerei voleranno con il grasso di pollo

Gli aerei voleranno con il grasso di pollo

Emissioni di nerofumo fino al 90% inferiori del carburante avio normale. Il biocarburante sperimentato dalla Nasa su un Dc-8

Continua...


02/05/2010

Erasing David, si può scomparire nell'era di Internet?

Erasing David, si può scomparire nell'era di Internet?

Dall’Inghilterra arriva un docu-film che parte da un esperimento: è possibile sfuggire ai sistemi di controllo elettronici che incontriamo ogni giorno? Il protagonista ci ha provato, ma senza successo

 

 



Non si fa altro che parlare di privacy, ma è davvero possibile difendere la propria identità e sfuggire allo “stato di sorveglianza”, evitando che chiunque venga a conoscenza delle informazioni che ci riguardano?

Da questo presupposto è partito l’esperimento del giovane regista inglese David Bond, che ha voluto esplorare i confini della nostra libertà nell'era delle telecamere a circuito chiuso e dei social network, chiedendosi quanto siano accessibili i nostri dati. Per scoprirlo ha provato a scomparire ai tanti “occhi elettronici” che ci circondano. Invano.


A raccontare come sia andata è il documentario
Erasing David, per ora programmato solo nelle sale di Danimarca, Regno Unito e Usa: David è partito da Londra con destinazione ignota e ha sfidato i due migliori investigatori privati del mondo a trovarlo nel giro di trenta giorni. I mezzi a disposizione per riuscirci? Internet, telefoni, carte di credito e telecamere di sicurezza, in perfetto stile cinematografico.

Ecco così che la caccia all’uomo prende il via. In pochi click gli investigatori erano già a metà dell’opera: sapevano dove David viveva, il nome di sua madre e dei suoi amici. Il tutto solo attraverso Facebook, Twitter e Vimeo.

David mette in guardia dai social network
: “Se li usi bene sono davvero utili ma bisogna sapere e capire cosa sono davvero. Per usarli non paghiamo soldi e per questo pensiamo che siano gratis, ma il costo c'è e sono tutte le informazioni su noi stessi che gli regaliamo”. D’accordo anche  l’esperto di privacy informatica Toon Vanagt, che David ha incontrato durante la sua fuga. Vanagt ha fatto riferimento alle bande criminali che usano Facebook e Twitter per capire dove poter effettuare un furto indisturbati, e ha ricordato il sito PleaseRobMe

E che dire delle telecamere a circuito chiuso? La Gran Bretagna è il terzo paese più sorvegliato dopo Russia e Cina, basta una semplice ricerca per conoscere tutti i posti dove siamo stati (anche se siamo normali persone, né ricercate, né schedate), insomma, un vero Grande Fratello.  Erasing David vuole essere proprio un grido d’allarme nei confronti della tendenza crescente della Gran Bretagna a immagazzinare informazioni su tutti e tutto.


La dimostrazione arriva proprio dall’epilogo del docu-film: l’esperimento non è riuscito, David è stato scovato in pochi giorni, esattamente come lui stesso temeva. Grazie a questa esperienza ha però individuato alcune regole per tutelarsi, almeno nel mondo virtuale: usare nomi falsi in rete, stare attenti alle informazioni pubblicate in passato e di cui magari non ci si ricorda neppure, occhio all’uso che si fa del cellulare ed evitare le applicazioni per identificare gli amici via GPS, una vera trappola.

Floriana Ferrando


30/03/2010

Riuscito l'esperimento delle collisioni di particelle a velocità record

Riuscito l'esperimento delle collisioni di particelle a velocità record

 

AL CERN DI GINEVRA - «NUOVA ERA DELLA FISICA». I protoni si sono scontrati all'energia di 7.000 miliardi di elettronvolt (7 TeV) nell'anello da 27 chilometri dell'Lhc

 

(Foto Cern - Ginevra)
(Foto Cern - Ginevra)

GINEVRA – Dopo oltre vent’anni di lavoro, il settembre nero 2008 in cui il più grande acceleratore del mondo LHC del Cern veniva acceso e cadeva vittima di un incidente che lo paralizzava per oltre un anno, oggi alle 12.39 le prime collisioni tra nuvole di protoni avvenute nel tunnel sotterraneo hanno segnato l’avvio di «una nuova era della fisica», come ha ricordato Rolf Hewer, direttore generale del centro ginevrino. Che aggiungeva saggiamente: «Con la fisica bisogna avere pazienza».

VERSO LA VELOCITA' RECORD - In effetti la grande macchina che corre nell’anello sotterraneo lungo 27 chilometri è un concentrato di nuovissime tecnologie mai sperimentate. Quando toccherà la potenza massima di 14 TeV grazie ai magneti superconduttori che funzionano a 271 gradi sotto zero, raggiungerà un’energia mai raggiunta sulla Terra generando una realtà fantastica: quella dell’universo appena nato quando aveva appena una frazione di secondo. Questo permetterà di vedere un mondo nuovo teorizzato dagli scienziati ma finora mai verificato.


La gioia degli scienziati alla conclusione dell'esperimento (Afp)
La gioia degli scienziati alla conclusione dell'esperimento (Afp)

LE PRIME COLLISIONI - Oggi, oltre, alle prime collisioni si è arrivati a 7 Tev e si è superato di quasi quattro volte l’acceleratore finora più potente, il Tevatron americano di Chicago. Ora i seimila scienziati coinvolti dall’LHC (Large Hadron Collider) incominciano a lavorare con i quattro esperimenti posti lungo l’anello. E tre sono diretti da italiani dell’Istituto nazionale di fisica nucleare: Fabiola Gianotti, Guido Tonelli e Paolo Giubellino. La supermacchina mostrerà se esistono mondi in altre dimensioni come la fantascienza ci ha raccontato ma i ricercatori cercheranno in particolare la famosa “particella di Dio”, il bosone di Higgs, che spiega perché tutti i corpi hanno una massa. Intanto i primi scontri tra i protoni hanno nello stesso tempo sconfitto coloro che credevano che al Cern si creavano buchi neri capaci di distruggere la Terra. La scienza ha vinto.

Giovanni Caprara


02/03/2010

Primo sguardo al centro della Terra dalle viscere del Gran Sasso

Primo sguardo al centro della Terra dalle viscere del Gran Sasso

 

L'ESPERIMENTO «BOREXINO». Fisici italiani hanno visto per la prima volta i «geoneutrini», cioè gli antineutrini provenienti dall’interno del nostro pianeta

 

MILANO - L’esperimento Borexino al Laboratorio sotterraneo del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha visto in modo certo, per la prima volta al mondo, particelle provenienti dall’interno della Terra, là dove si forma il calore del nostro pianeta. Lo studio viene pubblicato dal sito scientifico online arXiv.org. I ricercatori di Borexino guidati dal professor Gianpaolo Bellini, dell’INFN di Milano, hanno visto per la prima volta con l’esperimento situato nel Laboratorio del Gran Sasso, i «geoneutrini», cioè gli antineutrini (la più piccola e elusiva particella di antimateria) provenienti dall’interno del nostro pianeta. Queste leggerissime particelle ci dicono che migliaia di chilometri sotto la crosta terrestre, degli elementi radioattivi come l’uranio si trasmutano (decadono) e producono enormi quantità di quel calore che muove i continenti, scioglie le rocce e le trasforma in magma e lava per i vulcani. Tramite i geoneutrini, gli scienziati dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare hanno la prova che questa radioattività sia una delle principali fonti di energia del pianeta, anche se probabilmente non l’unico combustibile della fucina che produce le decine di migliaia di miliardi di Watt che scaldano la Terra.

NON C'È IL REATTORE AL CENTRO DELLA TERRA - Viene tra l’altro smentita la teoria secondo la quale al centro della Terra vi sarebbe un enorme reattore nucleare che da solo scalda il pianeta. Con esperimenti come Borexino si potrà determinare la quantità di Uranio presente sulla Terra, e magari identificare preziosi giacimenti di combustibili nucleari.. In precedenza, ricercatori giapponesi avevano intravisto dei segnali che, forse, erano dovuti ai geoneutrini, ma i loro rivelatori, troppo vicini alle centrali nucleari, erano accecati dagli antineutrini provenienti da queste. Solo al Laboratorio del Gran Sasso, distante almeno 500 km dalla più vicina centrale nucleare, si è potuto avere un segnale genuino della radioattività naturale della Terra. Inoltre il livello di radiopurezza di Borexino, mai ottenuto da nessuno fino ad ora, ha fortemente contribuito a questo successo.

NUOVA ERA PER LA RICERCA SULLA TERRA - Per il professor Gianpaolo Bellini «Questa scoperta apre una nuova era nello studio dei meccanismi che governano l’interno della Terra. Uno studio esteso dei geoneutrini in vari punti della terra- continua Bellini - darà la possibilità di avere informazioni più precise sul calore prodotto nel mantello terrestre, e quindi sui moti convettivi che sono alla base dei fenomeni vulcanici e dei movimenti tettonici. Il successo di questo studio è stato reso possibile dalle nuove tecnologie da noi sviluppate al Laboratorio del Gran Sasso, che ci hanno permesso di raggiungere in Borexino livelli di purezza da elementi radioattivi mai raggiunti prima da nessuno, in aggiunta alla lontananza del sito del Gran Sasso da reattori nucleari». «Gli straordinari risultati dell'esperimento Borexino – afferma Lucia Votano, direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso - premiano anni di intenso lavoro e sono stati possibili grazie alle caratteristiche uniche al mondo del nostro Laboratorio sotterraneo e alla estrema radiopurezza dei materiali utilizzati per l'apparato sperimentale. L'esperimento stava già dando importanti informazioni sul funzionamento interno del sole e adesso ha prodotto la prima misura mondiale dei geoneutrini provenienti dalle profondità del nostro pianeta. Ancora una volta il Laboratorio del Gran Sasso dimostra di essere un centro di ricerca di eccellenza nel campo della fisica astro particellare». «Borexino apre una nuova finestra che ci permette di guardare direttamente all’interno della Terra fino a migliaia di chilometri di profondità. – dice Giovanni Fiorentini coordinatore di un gruppo ricerca dell’INFN e dell’Università di Ferrara che ha sviluppato i primi modelli teorici per i geoneutrini - Il confronto tra i dati sperimentali e i modelli teorici getterà luce sulla composizione chimica e le origini della Terra». Inoltre il livello di radiopurezza di Borexino, mai ottenuto da nessuno fino ad ore, ha fortemente contribuito a questo successo.


19/02/2010

Riparare la cartilagine con un gel

Riparare la cartilagine con un gel

 

Esperimento sugli animali. Allo studio due preparati «ricostruttivi» che stimolerebbero la crescita del tessuto articolare

 

MILANO - Al solito, ci sarà un po' da aspettare prima che le novità raccontate sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences possano arrivare in clinica. Ma se le due strade (molto simili) percorse da studiosi statunitensi ed europei dovessero rivelarsi percorribili, riparare le cartilagini delle articolazioni potrebbe diventare più semplice e sicuro.

NANOMATERIALE – In entrambi i casi gli esperimenti sono stati condotti sui topolini, per cui saranno necessarie parecchie verifiche prima di arrivare all'uomo; in entrambi i casi si tratta di promuovere la ricostruzione della cartilagine mediante due procedimenti che prevedono l'uso di gel stimolanti locali. La prima ricerca, che arriva dalla Northwestern University di Chicago, ha previsto l'uso di un gel di nanofibre: in pratica, piccoli peptidi lipofili e idrofili che dopo essere stati iniettati sotto forma di gel nell'articolazione, dove c'è la cartilagine danneggiata, riescono ad autoassemblarsi formando una matrice più solida. «Questa matrice è molto simile a quello che normalmente la cartilagine “vede” nell'articolazione; soprattutto, la matrice riesce a legare un fattore di crescita, TGF-beta1 – racconta Ramille Shah, l'esperto di scienza dei materiali che ha messo a punto il gel –. Mantenendo alta e molto localizzata la concentrazione di TGF-beta1 si riesce a stimolare la formazione di nuova cartilagine a partire dalle cellule del midollo osseo. Tra l'altro la nostra nano-matrice lega i fattori di crescita già presenti nell'organismo, rendendo inutile l'inoculazione di costosi fattori di crescita sintetici». Nel giro di un mese, stando agli esperimenti sugli animali, la cartilagine si rigenera. Con risultati migliori rispetto all'altra tecnica a oggi disponibile per stimolare la formazione di nuova cartilagine, la produzione di microfratture (ovvero minuscoli forellini praticati nell'osso sottostante la parte danneggiata per richiamare sangue e facilitare la sintesi di cartilagine). La nuova cartilagine prodotta grazie al nanogel, inoltre, è più simile a quella normale, perché è ricca di fibre di collagene di tipo due; quella generata a seguito di microfratture, invece, è più simile a una «cicatrice», ricca di collagene di tipo uno.

GEL – Il secondo studio racconta gli esperimenti di un gruppo di ricercatori dell'università di Friburgo, in Germania, che hanno invece sfruttato un gel di agarosio, una sostanza molto usata nei laboratori per far crescere le colture cellulari. Iniettandolo nei topolini nello spazio che sta fra l'osso e il periostio (la membrana ossea esterna), nel giro di tre settimane ha consentito la formazione di nuova cartilagine: succede perché, spiegano gli autori, in questa sorta di bioreattore che si viene a creare all'interno dell'osso il gel “soffoca” le cellule e la mancanza di ossigeno è uno dei segnali che fanno partire la sintesi di nuova cartilagine. Questa, una volta prodotta in quantità, è stata quindi estratta e trapiantata dove serviva, a livello articolare. Con un buon successo, visto che si è adattata bene al nuovo ambiente e anche dopo nove mesi era ancora lì, senza dare segni di degenerazione. «Il metodo è veloce, non costoso e consente di ottenere buone quantità di cartilagine a partire dalle proprie cellule – osserva l'autore dello studio, Prasad Shastri –. Con l'ingegneria genetica e la biologia molecolare oggi riusciamo a togliere parti di cartilagine sana e farla ricrescere in vitro per poi reimpiantarla: il procedimento però è complicato, lungo e costoso, inoltre occorre tempo perché l'impianto sia di nuovo perfettamente funzionale. Il nostro metodo potrebbe superare queste difficoltà, usando le cellule del nostro organismo per produrre nuova cartilagine».

CONFERME – Per capire se una delle due strade potrà avere successo nell'uomo occorrono nuove verifiche; di certo si tratterebbe di una novità parecchio utile, perché come spiega Samuel Stupp, che ha collaborato alla ricerca statunitense e dirige l'Istituto sulle Bionanotecnologie in Medicina di Chicago, «la cartilagine non cresce più, una volta diventati adulti. Ma i danni alle cartilagini articolari riguardano tantissime persone e provocano dolori, artrosi e perdita delle capacità funzionali, con un impatto economico enorme e in crescita, visto l'invecchiamento della popolazione generale. Ben vengano quindi metodi alternativi per rigenerare la cartilagine», conclude Stupp.

Elena Meli


17/02/2010

Laser contro missile, guerre stellari negli Usa

Laser contro missile, guerre stellari negli Usa

 

L’esperimento. È la prima volta che un raggio viene utilizzato come arma da un aereo. Un Jumbo 747 dell’US Air Force ha sparato dalla sua punta un raggio laser contro un missile balistico lanciato da una base mobile in California, distruggendolo

 

Le Guerre stellari di George Lucas sono uscite dagli schermi e si sono materializzate per la prima volta nei cieli dell’Oceano Pacifico. Un Jumbo 747 dell’US Air Force ha sparato dalla sua punta un raggio laser contro un missile balistico lanciato da una base mobile davanti alle coste californiane, distruggendolo. Il test, dopo il decollo del jet Boeing dalla base di Edwards nel deserto di Mojave, è stato effettuato nelle prime ore della notte di giovedì scorso senza che uscissero molte notizie. lavorava a questo dal ’96 nell’ambito del piano delle guerre stellari, la Strategic Defence Initiative varata dal presidente Reagan nel decennio precedente. Non è stato facile arrivare al volo tanto atteso perché lo sviluppo del Laser Coil (Chemical Oxygen Iodine Laser), a elevata potenza, si è rivelata un’impresa ardua. Installare e far funzionare il tutto a bordo di un aereo che mentre si muove deve concentrare stabilmente il suo fascio di luce del diametro di un pallone da calcio su un bersaglio che si sposta ad alta velocità, ha richiesto sensori e sistemi di elaborazione davvero stellari.

LA «RIVINCITA» - Da qui la soddisfazione dell’Air Force che nelle parole dell’annuncio suonava come una rivincita nei confronti del segretario alla Difesa Robert Gates. Infatti Gates ha, di fatto, cancellato il programma iniziale ridimensionandolo a progetto di ricerca. Il piano dell’Airborne Laser Testbed destinato a dimostrare la possibilità di annientare missili a corto raggio con un raggio di grande energia, aveva accumulato anni di ritardo sulla tabella di marcia generando un aumento dei costi di miliardi di dollari. Ancora l’anno scorso Gates aveva mostrato l’intenzione di disporre di una flotta di questi jet, da 10 a 20, ciascuno del costo di 1,5 miliardi di dollari. La revisione dei programmi militari, soprattutto quelli sfuggiti ai budget iniziali, ha invece imposto una direzione diversa. Tuttavia, consapevole che si tratta di un’arma del futuro su cui si può giocare la superiorità, la Casa Bianca l’ha sostenuta per uno sviluppo tecnologico.
Nell’idea originale delle Guerre Stellari di Reagan, assieme agli aerei a laser c’erano satelliti «a particelle neutre» che dovevano annientare le testate atomiche ancora nello spazio prima di scendere nell’atmosfera e dopo averle distinte da quelle false spedite per ingannare. Ma anche questo cannone spaziale è rimasto nei laboratori di Los Alamos, dove lo abbiamo visto alla fine degli anni Ottanta.

L'aereo usato per il test

 

L'immagine del test effettuato il 10 gennaio 2010

Giovanni Caprara


23/12/2009

Prove di teletrasporto alla Star Trek

Prove di teletrasporto alla Star Trek

 

SCIENZA E FANTASCIENZA. Al Politecnico della California si tenterà di «spostare» sferette di silicio

 

Nei fantascientifici esperimenti di teletrasporto che Star Trek ci ha già fatto conoscere nella dimensione fantastica ora gli scienziati tentano il colpo grosso. Finora avevano compiuto la prodezza di teletrasportare le caratteristiche di un atomo da un luogo all’altro. Adesso cercheranno di fare altrettanto con qualcosa di più consistente: delle sferette di silicio. L’impresa è ardua ma già è sulla carta preparata dai ricercatori del Caltech americano, il politecnico della California. Il tutto è stato ufficializzato sui Proceedings of the National Academy of Sciences statunitense.

LASER- Il temerario della meccanica quantistica su cui si basa l’esperimento è Darrik Chang il quale propone di utilizzare fasci di luce laser già predisposti nella loro caratteristiche per essere teletrasportati, proiettandoli su sferette di silicio del diametro di cento nanometri (milionesimi di millimetro) equivalenti a un centesimo del capello umano. In questo modo il fascio di luce compie due operazioni: isola le sferette facendole levitare, eliminando tutti i disturbi ambientali circostanti che potrebbero «impedire» il viaggio, in secondo luogo trasmette le sue proprietà di teletrasporto alle sferette stesse realizzando l’operazione. Se riesce siamo passati dal teletrasporto di singoli atomi al teletrasporto di sferette con 10 milioni di atomi, quindi un oggetto che si avvicina al mondo reale. In altre parole, l’esperimento mira a rendere evidenti a livello di un sistema meccanico di dimensioni vicine a quelle normali i comportamenti strani previsti dalla meccanica quantistica che Einstein bollava come spettrali azioni a distanza. Aspettiamo e vediamo se l’artificio funziona.

Giovanni Caprara


05/04/2009

La Corea lancia il missile, l'Onu si mobilita L'esercito americano: «Test fallito»

La Corea lancia il missile, l'Onu si mobilita L'esercito americano: «Test fallito»

 

Convocato d'urgenza il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il razzo è finito nel Pacifico, al largo del Giappone. Gli Usa: «Ci saranno conseguenze». Critica la Farnesina

 

Un soldato sudcoreano osserva da uno schermo tv a Seul le operazioni di preparazione al lancio del missile della Nord Corea (Reuters)
Un soldato sudcoreano osserva da uno schermo tv a Seul le operazioni di preparazione al lancio del missile della Nord Corea (Reuters)

La Corea del Nord ha lanciato il controverso missile a lunga gittata che da giorni teneva sul chi vive le autorità del Giappone, il Paese che più direttamente si sente minacciato dalla potenza militare del regime di Pyongyang. Proprio dal Giappone sono arrivate le prime informazioni sul test effettuato.

VOLO NEL PACIFICO - Il missile-satellite nordcoreano è finito nell'oceano Pacifico dopo 13 minuti di volo, in base a calcoli ancora approssimativi e secondo quanto riferisce il portavoce del governo nipponico, Takeo Kawamura. Il lancio è avvenuto intorno ore 11.30 ora locale, le 4,30 in Italia. Il primo modulo del vettore sarebbe finito nel mar del Giappone (il tratto di mare fra la penisola coreana e l'arcipelago nipponico), come previsto, mentre il secondo sarebbe caduto nel Pacifico, ma soltanto a 1.200 chilometri di distanza dalla costa nipponica, invece degli oltre 2.000 stimati da Pyongyang. Il razzo avrebbe superato il Giappone 7 minuti dopo l'accensione e sarebbe finito nell'oceano dopo 13 minuti. «È un episodio disdicevole», commenta Kawamura, per il quale, a prescindere dall'effettivo lancio di un satellite o di un missile, la Corea del Nord «ha comunque violato le risoluzioni dell'Onu. Faremo di tutto per riportare la questione in seno al Consiglio di sicurezza». Le forze armate giapponesi, in ogni caso, pur essendo state messa in allerta, non hanno effettuato tentativi per intercettare il razzo.

GLI USA: «AVRA' CONSEGUENZE» - Le reazioni, a livello internazionale, sono state immediate. Non c'è infatti solo il Giappone a criticare la decisione della Corea del Nord di procedere con l'esperimento nonostante la comunità internazionale avesse formalmente chiesto di soprassedere. Un portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Fred Lash ha affermato che gli Stati Uniti lo considerano «un atto di provocazione», che spingerà gli Stati Uniti a compiere i «passi appropriati» affinché Pyongyang «sappia che non può minacciare la sicurezza altrui impunemente». Lo stesso presidente americano Barack Obama, da Praga dove partecipa al vertice Ue-Usa, ha detto che il lancio è «una chiara violazione delle norme dell'Onu» e che Pyongyang «si è ulteriormente isolata dalla comunità delle nazioni». «Oggi, il lancio di un missile Taepodong-2 è stata una chiara violazione della risoluzione 1718 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite - ha precisato un comunicato diffuso dalla delegazione statunitense a Praga - , che vieta espressamente alla Corea del Nord di condurre attività legate al lancio di missili balistici di qualsiasi tipo».

ESERCITO DEGLI STATI UNITI «TEST FALLITO» - Dall'esercito degli Stati Uniti arriva la notizia invece che la Corea del Nord non è riuscita a mettere in orbita il suo satellite. Pyongyang sostiene invece di essere riuscita a «mettere in orbita un satellite».

CONDANNA DELLA FARNESINA - Anche il ministero degli Esteri italiano condanna il lancio. L'azione di Pyongyang - si legge in una nota del ministero degli Esteri - complica ulteriormente la soluzione della questione nucleare nordcoreana ed ostacola il raggiungimento di un clima di fiducia e distensione che possa favorire la stabilità nella regione. L'Italia, anche in qualità di presidente del G8 e alla luce del suo impegno a favore della non proliferazione e del disarmo, chiede alla Corea del Nord di rispettare le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e di sospendere tutte le attività collegate al suo programma missilistico, nonchè di rinunciare alle armi ed ai programmi nucleari. Condanne sono arrivate anche dalla Ue e dal segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon.

CINA E RUSSIA: «PRUDENZA» - La Cina, ha invece fatto sapere la portavoce del ministero degli esteri di Pechino Jiang Yu, ha «preso atto» della «attività di lancio» intrapresa oggi dalla Corea del Nord e «spera che tutte le parti interessate rimangano calme ed esercitino la moderazione, gestiscano la situazione in modo appropriato e lavorino insieme per salvaguardare la pace e la stabilità nella regione». La Cina è alleata della Corea del Nord e non ha finora chiarito quale posizione intenda prendere nel Consiglio di sicurezza dell'Onu. Pechino ha promosso e ospitato i colloqui a sei con le due Coree, gli Usa, il Giappone e la Russia iniziati nel 2003. I colloqui, che hanno prodotto un accordo di massima sul disarmo nucleare di Pyongyang, sono bloccati dall' anno scorso. Anche la Russia, stando a quanto afferma un responsabile del ministero degli Affari esteri citato dall'agenzia Ria Novosti, fa appello alla prudenza nella regione e dice di esaminare la questione della violazione delle violazioni da parte di Pyongyang delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu: «Noi cerchiamo di sapere se si tratti di una violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e chiamiamo tutte le parti interessate a guardarsi da ogni azione che possa innescare un aumento delle tensioni nella penisola coreana».

IL CONSIGLIO DI SICUREZZA - Questa mattina Barack Obama pronuncerà un atteso discorso sulla proliferazione nucleare. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, sollecitato da Tokyo, è già stato convocato per una riunione d’emergenza dei suoi 15 membri. La richiesta è stata avanzata in primo luogo dal Giappone e poi rilanciata dal presidente americano Obama. L'incontro avrà luogo attorno alle 15, ora di New York (le 21 in Italia).


03/04/2009

Cervello: il sonno lo «ripulisce»

Cervello: il sonno lo «ripulisce»

 

SCOPERTA DI RICERCATORI ITALIANI PUBBLICATA SU SCIENCE. Svelato a livello molecolare il meccanismo che permette di liberare la testa delle informazioni inutili accumulate

 

(Contrasto)

Se si dorme male la testa diventa «pesante», nel vero senso della parola. La mancanza di sonno, infatti, favorisce l'accumulo di proteine a livello delle sinapsi, cioè i punti di congiunzione fra i neuroni, fondamentali per il passaggio delle informazioni fra una cellula nervosa e l'altra. A scoprirlo sono stati Chiara Cirelli e Giulio Tononi scienziati italiani della University of Wisconsin-Madison School of Medicine, la cui ricerca è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica «Science».

L'ESPERIMENTO - L'osservazione rappresenta una prova della teoria secondo cui il sonno è il momento in cui il cervello mette in ordine tutte le informazioni accumulate il giorno precedente ed elimina quelle superflue. Negli ultimi anni vari studi a firma di Tononi, neuropsichiatra italiano trasferitosi all'estero da oltre 15 anni dopo una laurea in medicina a Pisa, hanno lasciato intravedere la concreta possibilità che la pulizia cerebrale avvenisse ogni notte mentre dormiamo. Nel nuovo studio arriva una dimostrazione diretta di ciò: gli esperti hanno impedito ai moscerini di dormire per 24 ore e osservato con un potente microscopio che ciò causava l'aumento di concentrazione di cinque proteine nelle sinapsi. Permettendo ai moscerini di dormire, dopo il sonno il contenuto proteico delle sinapsi si riduce del 30-40%. Il sonno fa pulizia, dunque, serve a far ripartire in quarta il cervello ogni giorno che viene, consentendogli di lavorare al meglio.


27/05/2012

La «terra nera» degli indios ci salverà dall’effetto serra?

La «terra nera» degli indios ci salverà dall’effetto serra?

 

Un’antica pratica precolombiana per inghiottire l'anidride carbonica. Sperimentata anche in Italia all’Istituto di biometeorologia del CNR con promettenti risultati

 

 

La terra preta de los indios (www.yesmagazine.org)
La terra preta de los indios (www.yesmagazine.org)

ROMA - Sarà la riproposizione, in chiave moderna, di un’antica tecnica agricola precolombiana a salvare il pianeta dall’effetto serra? L’ipotesi è suggestiva ma non peregrina: ci stanno lavorando in diversi centri di ricerca scientifica in tutto il mondo, compreso l’Istituto di biometeorologia del CNR (Ibimet) di Firenze, dove un’equipe di studiosi coordinata dal dottor Franco Miglietta ha ottenuto già risultati molto incoraggianti.

LA SCOPERTA - Tutto parte dalla scoperta, fatta in Brasile anni fa, che esistono dei terreni caratterizzati da un alto contenuto di materiale carbonioso, fino a 70 volte di più dei suoli circostanti: scaglie scure e friabili, del tutto simili alla carbonella che si adopera per accendere i barbecue. «Sembra che questo carbone sia stato prodotto dalla combustione incompleta di parti vegetali introdotte volontariamente nel terreno dalle popolazioni locali, nel corso di migliaia di anni. Insomma, in alternativa al "taglia e brucia", si praticava il "taglia e carbonifica" a scopo di fertilizzazione», spiega Miglietta. Sennonché, studiandoci sopra e facendo un po’ di calcoli, si è scoperto che l’antica pratica agricola, applicata soprattutto dagli indios della regione amazzonica, non solo renderebbe i terreni più fertili ma, se applicata su vasta scala, farebbe quadrare i conti dell’effetto serra, rimuovendo dall’atmosfera una gran parte della CO2 che vi si è accumulata. «E' noto –aggiunge Miglietta- che le piante assorbono CO2 dall'atmosfera, per poi rilasciarla quando terminano il loro ciclo di vita. Invece, interrandole, la CO2 viene trattenuta nel terreno per migliaia di anni e così si possono ridurre le emissioni di questo inquinante nell'atmosfera».

I VANTAGGI - Ribattezzata col nome di biochar, quella che un tempo si chiamava terra preta de los indios (la terra nera degli indio) è diventata oggetto di studi ed esperimenti. All’Ibimet hanno avviato uno specifico progetto, denominato ITABI (Italian Biochar iniziative) nel corso del quale sono state effettuate verifiche sperimentali su alcuni terreni della Toscana, arrivando alla conclusione che aggiungendo 10 tonnellate per ettaro di biochar, si sottraggono all’atmosfera 30 tonnellate di CO2, aumentando nello stesso tempo la produzione di frumento duro del 15%. «Ma, oltre al sequestro della CO2, i vantaggi sono molteplici», sottolinea Miglietta. «Immettere biochar nel terreno significa innanzitutto sbarazzarsi di residui organici di origine agricola o alimentare che oggi vengono bruciati; poi ridurre l’uso di fertilizzanti; e ancora generare energia grazie ai gas che vengono liberati nel corso della carbonizzazione del biochar interrato».

DA DOVE SI OTTIENE - In termini pratici, il biochar può essere ottenuto a partire da numerosi tipi di residui: scarti di potatura e lavorazione del legno, stocchi di mais, paglia, gusci di noce, pula di riso, ma anche da biomasse appositamente coltivate. Il processo di carbonizzazione si realizza accatastando i residui, ricoprendoli di terra e avviando una lenta combustione in assenza di ossigeno, a temperature di poco superiori a 300 gradi, secondo una tecnica di decomposizione termochimica chiamata pirolisi. A conferma dell’interesse della comunità scientifica internazionale, negli ultimi mesi le pubblicazioni relative al biochar si sono moltiplicate e l’argomento è diventato oggetto di confronto nel corso delle conferenze scientifiche sulla mitigazione dell’effetto serra. Secondo alcuni studiosi, la produzione su larga scala del biochar sarebbe molto più economica e vantaggiosa della sequestrazione geologica della CO2 prodotta dagli impianti energetici.