21/04/2011

Fermato Massimo Ciancimino «Ha calunniato De Gennaro»

Fermato Massimo Ciancimino «Ha calunniato De Gennaro»

Il figlio di don Vito: «Mi accusano ma sono sereno». L'ordine della procura di Palermo. I pizzini che accusano l'ex capo della Polizia sarebbero falsi.

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28/09/2010

False Lacoste al centro commerciale: la Coop condannata a pagare i danni

False Lacoste al centro commerciale: la Coop condannata a pagare i danni

«CONTRAFFAZIONE E CONCORRENZA SLEALE». Le polo erano in vendita sottocosto all'Ipercoop di Perugia, ma erano «taroccate»: 30mila euro di risarcimento per la griffe francese

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04/06/2010

Lo strano paradosso del Parmigiano Quando la qualità non aiuta i conti

Lo strano paradosso del Parmigiano Quando la qualità non aiuta i conti

Made in Italy | Chiudono i piccoli caseifici. Derby con il Grana. «Modello superato». E ora punta sulla Cina

 

Il 'caveau' del credito emiliano dove si depositano le forme di Parmigiano (Ap)
Il "caveau" del credito emiliano dove si depositano le forme di Parmigiano (Ap)

Protagonisti del racconto un giovane storico e un coetaneo avvocato, entrambi di Parma, che si recano negli States per sventare una manovra degli yankee per appropriarsi del prestigioso marchio del Parmigiano Reggiano. I nostri eroi riescono nell’intento replicando quanto realmente accaduto nel 1896, quando i lodigiani volevano appropriarsi della preziosa denominazione e furono sconfitti grazie a un tal Carlo Rognoni che vergò un inoppugnabile «Per la storia del formaggio grana». I dilemmi del made in Italy sono dunque sbarcati nella letteratura di tendenza, autore del racconto è infatti Wu Ming, il collettivo di giovani che agisce sotto pseudonimo e che è riuscito a rendere l’atmosfera di un microcosmo, quello del Parmigiano, in bilico tra tradizione e modernità. Non è un caso, infatti, che nonostante le vendite abbiano retto alla Grande Crisi, si susseguano in Emilia convegni e tavole rotonde sul futuro del prezioso formaggio. Il Parmigiano è diventato materia da think tank perché c’è la sensazione di essere arrivati al capolinea, «alla fine di un modello produttivo basato su una realtà che nel frattempo è profondamente mutata» spiega Filippo Arfini, professore all’università di Parma e studioso del settore agro-alimentare.

La leggenda che si tramanda tra Reggio e Parma narra di agricoltori, casari e stagionatori che si passano religiosamente le regole del gioco e che si attengono scrupolosamente agli standard di qualità. Ma ora i piccoli caseifici chiudono, in 15 anni infatti sono passati da 600 a 400 e le previsioni dicono che potranno fermarsene a breve altri 70 nella sola provincia di Parma. In zona anche gli agricoltori che producono il latte per il formaggio segnano il passo, tra il 2006 e il 2008 hanno chiuso in 150. I casari, in alcune realtà, continuano ad essere lavoratori cottimisti e spesso gli stessi caseifici di tipo cooperativo seguono la sola strategia di trasformazione del latte «da liquido a solido» perdendo il valore aggiunto della qualità e non seguendo il formaggio nel percorso commerciale. Produrre Parmigiano Reggiano, nonostante prestigio e notorietà del marchio, non equivale a usufruire di una rendita di posizione, tutt’altro. Sarà perché i caseifici sono mono-prodotto e perché devono affrontare una stagionatura di 24 mesi che comporta pesanti oneri finanziari, non è un Bengodi. In tanti preferiscono vendere a metà percorso a grossisti-stagionatori che a loro volta non potrebbero vivere solo di questo lavoro e quindi in diversi casi sono produttori anche di Grana Padano, il formaggio diretto concorrente. I critici parlano di un evidente conflitto di interesse perché i padanisti giocano con una doppia casacca e non sono votati alla religione del Parmigiano. Altri sostengono invece che bisogna lasciarsi il passato alle spalle e guardare più che alla sopravvivenza delle singole aziende a una nuova organizzazione della filiera. Per Corrado Giacomini, docente a Parma e relatore di molti convegni, la ristrutturazione in corso è tutt’altro che negativa e ha già permesso la nascita di aziende più strutturate. È il caso di Parmareggio - che fa capo alle Coop rosse - arrivata a controllare il 20% del mercato del Parmigiano e abile al punto da sviluppare un suo brand da abbinare a quello collettivo del Consorzio.

La rivalità tra Parmigiano e Grana Padano è crescente e assume i toni del derby. Da una parte c’è una tradizione di 900 anni, dall’altra la spregiudicatezza e l’innovazione di un prodotto meno blasonato che però ha saputo in pochi anni rubare spazio ai più titolati cugini. Il Grana - che alla produzione costa all’incirca 3 euro in meno al kilo - occupa il 57,7% del mercato dei formaggi duri lasciando il Parmigiano a quota 31,4% (dati 2009). Ce n’è abbastanza perché a Parma suonino le trombe contro la padanizzazione e in questo caso non è l’avanzata della Lega Nord in Emilia a preoccupare i big del Consorzio, bensì l’aggressività commerciale del Grana Padano. «Noi diamo alle mucche solo foraggio locale mentre loro usano additivi» dicono a mezza bocca i signori del Parmigiano. E si spingono fino a dotte disquisizioni sulla biologia del rumine, che vista da qui appare una scienza esatta. I caseifici del Grana, in verità, hanno il vantaggio di non essere mono-prodotto, producono provolone se operano in Lombardia e Asiago se lavorano in Veneto e il mix permette loro di mettersi al riparo dalle fluttuazioni dei prezzi e compensarle tra un prodotto e l’altro. A questo punto l’idea che il modello di business del Parmigiano debba essere rivisitato si sta facendo strada. Del resto è come avere a disposizione una Ferrari, obbligarla a viaggiare a 100 chilometri all’ora e magari venderla accanto a delle utilitarie. Il rischio, che esperti come Giacomini sottolineano, è di trattare il Parmigiano non come un prodotto di eccellenza ma come una commodity a qualità indifferenziata, insomma una merce qualsiasi. E stiamo comunque parlando di uno dei mercati meno trasparenti del mondo, il formaggio si vende a partita e il primo che compra fa il prezzo per tutti.

Per reagire gli uomini del Consorzio hanno alzato l’asticella della qualità dando la possibilità ai produttori di riconoscere un prodotto ancor più stagionato, da 24 a 30 mesi, segnalato con un bollino colorato. La novità ovviamente è stata salutata con grande favore dagli aficionados emiliani ma non è detto che consenta lo sfondamento commerciale, tutt’al più fidelizzerà chi già crede. Così si battono altre strade. Quando si cominciarono a vendere nei supermarket le confezioni di Parmigiano grattugiato (e non intero) in tanti la considerarono una bestemmia, ma poi la novità è stata ruminata e le mosse successive sono state altrettanto innovative. Si è arrivati persino a un accordo con Mc Donald’s per mettere Parmigiano nell’insalata, una scelta che per i tradizionalisti è come per gli americani andare a braccetto con Bin Laden. Altri accordi sono previsti con singoli produttori per sfornare tortelli al Parmigiano Reggiano o creme al sapore del Re dei formaggi. Che in zona la dialettica tra modernisti e tradizionalisti sia destinata a perpetuarsi lo testimoniano le parole di Andrea Zanlari, presidente della Camera di Commercio di Parma. «Da un lato è bene sondare nuove strategie e nuovi canali di vendita, dall’altro occorre rivolgere lo sguardo alla grande tradizione millenaria: è veramente il caso di svenderla?». L’avversario comunque è la grande distribuzione che, lamenta Zanlari, tratta il Parmigiano come «un prodotto civetta, basato su un rapporto quantità-prezzo che finisce per richiedere quantitativi sempre maggiori e costringe i produttori a una corsa al ribasso».

L’arma segreta per sconfiggere concorrenti e commercianti infedeli sarebbe la pubblicità comparativa, i parmigianisti sognano uno spot in cui poter dimostrare le differenze con il Grana, ma purtroppo non si può, la comparativa tra prodotti Dop è vietata. È vero che nei primi mesi del 2010 le vendite negli Usa - forse per l’euro in calo e i sussidi all’esportazione targati Ue - sono segnalate in crescita e già il 27% dei ricavi del Parmigiano sono fatti all’estero ma visto che assai difficile che i consumi interni salgano, la scommessa è di guadagnare punti ancora sulle esportazioni e insieme allo Studio Ambrosetti «stiamo valutando un progetto Cina, uno studio sulle potenzialità del mercato e le caratteristiche del consumatore cinese, uno studio da mettere a disposizione degli esportatori» anticipa Paolo Bandini, presidente della sezione di Parma del Consorzio. Del resto a tutti piacerebbe un Parmigiano poco industrializzato e molto naturale, ma come si fa a reggere l’urto della concorrenza e non perdere la primogenitura? La ricetta di Arfini sa di buon senso: «Bisognerebbe fare uno scatto in avanti e segmentare il prodotto in maniera da raggiungere target diversi di consumatori, ognuno con la formula giusta. Del resto quella che esistano 3 milioni di forme tutte, proprio tutte uguali è una favola».

Dario Di Vico


13/02/2010

Scoperta e bloccata la «banca dei falsi» nei capannoni migliaia di capi di moda

Scoperta e bloccata la «banca dei falsi» nei capannoni migliaia di capi di moda

 

CONTRAFFAZIONI. Sequestrati abiti, pellicce, scarpe pronti per essere con i marchi di note griffe: 500 mila tonnellate di merce

 

ROMA - Scoperta e neutralizzata la «banca» delle false griffe: migliaia di capi d'abbigliamento pronti per essere etichettati con i marchi di note griffe italiane sono stati bloccati a Roma. Otto capannoni industriali che si trovano in un quartiere periferico della Capitale sono stati posti sotto sequestro dalla polizia che ha recuperato 500mila tonnellate di merce importata clandestinamente, per un valore di 5 milioni di euro. Due commercianti cinesi saranno espulsi, altri due sono finiti in manette per contrabbando.

TRENTA MAGAZZINI - Negli otto capannoni erano stati allestiti una trentina di magazzini nei quali erano contenuti abiti, pellicce e scarpe ed altri accessori realizzati con colori e design identici a quelli di alcuni grandi marchi della moda made in Italy. La merfce, una volta immessa sul mercato, avrebbe generato un giro d'affari per alcuni milioni di euro. L'operazione è stata condotta dall'ufficio immigrazione della Questura romana insieme alla squadra mobile, alla polizia amministrativa alla Asl e ai vigili del fuoco.

Scatoloni di vestiti con false griffe (foto Proto)
Scatoloni di vestiti con false griffe (foto Proto)

CITTADELLA FORTIFICATA - Per compiere il blitz le forze dell'ordine hanno dovuto scavalcare mille ostacoli. Il gigantesco super deposito era una vera e propria cittadella fortificata, con tanto di filo spinato e vedette cinesi per dare l'allarme: 10mila metri quadrati con 8 capannoni, 30 magazzini e 500 centomila tonnellate di merci varie, per un valore commerciale di 5 milioni di euro.
La merce e gli immobili sono stati sequestrati dalla polizia nella di zona di San Basilio, in via Casale dei Cavallari 35. Qui due cinesi avevano importato illegalmente la merce prodotta in Cina e ancora senza targhette identificative, per questo l'accusa è contrabbando aggravato e non contraffazione di merce. Si tratta di giocattoli senza autorizzazione Ue, scarpe, abiti, occhiali, pellicce di marchi italiani molto conosciuti. Probabilmente il più grande sequestro di merci mai avvenuto a Roma.

FERMATI IN 35 - La Squadra Mobile e l'ufficio Immigrazione delle Questura di Roma ha denunciato i due cinesi regolari titolari di due ditte, fermato altri 35 cinesi che andavano a prendere le merci, 18 uomini e 17 donne. Due di questi, senza permesso di soggiorno, riceveranno il decreto di espulsione dall'Italia. A quanto pare l'attività era in corso da più di un anno e la polizia sta ora cercando i proprietari dell'immobile che sono italiani. Tutta la merce - ha spiegato Maurizio Improta, dirigente dell'ufficio Immigrazione della Questura - sarà ora venduta all'asta e il ricavato sarà a disposizione del ministero delle Finanze.

Redazione online


06/02/2010

L'Italia dei finti assunti e del lavoro nero

L'Italia dei finti assunti e del lavoro nero

 

«I furbetti del poderino»: in Calabria le truffe sono 32 mila volte quelle della Lombardia. Dall’agricoltura all’edilizia, l’Inps recupera un miliardo e mezzo di euro

 

Ricordate l'antico adagio? La madre degli stolti è sempre incinta. Va rivisto: è sempre incinta anche quella dei falsi braccianti agricoli. Anche perché, oltre al resto, frega gli assegni di maternità. Con i 98.376 smascherati nel 2009, dice l’Inps, i «furbetti del poderino» (finto) salgono negli ultimi 7 anni a 569.841. Pari alla popolazione di Genova. Con differenze tra regione e regione abissali: un imbroglione ogni 4.890.841 abitanti in Lombardia, uno ogni 151 in Calabria. Trentaduemila volte di più.

Sia chiaro: gli ispettori dell’Istituto nazionale di previdenza sociale presieduto da Antonio Mastrapasqua non hanno dovuto occuparsi solo della truffa sui braccianti. Anzi, su un miliardo e 253 milioni di euro accertati di contributi evasi, quelli che riguardano l’agricoltura sono solo 295. E fanno impressione anche gli altri numeri. Secondo i quali non solo il 79% delle aziende visitate avevano dei dipendenti non in regola (con punte del 90% in Sardegna, dell’88% nelle Marche e nel Molise ma anche dell’ 84% in Emilia-Romagna) ma le stesse regioni meno disinvolte col sommerso fanno segnare cifre da capogiro.C'era un’impresa su sei in nero tra quelle controllate in Piemonte, una su 9 in Lombardia e Veneto, una su 6 in Emilia...

Per non dire dei lavoratori in nero trovati in giro per le fabbriche, i laboratori e soprattutto i cantieri edili: oltre 2 mila in Liguria, oltre 5 mila in Emilia e in Lombardia, oltre 3 mila in Veneto, oltre 6 mila in Piemonte. E stiamo parlando solo di quelli scoperti, probabilmente pochi rispetto al totale. Prova provata di come abbia ragione il professor Marzio Barbagli, il massimo studioso della criminalità in Italia, quando spiega che non sono i «vescovoni», i buonisti o le anime belle della Caritas ad attirare gli immigrati in Italia. Sono anche, se non soprattutto, tutti quelli italiani che offrono una quantità di lavoro nero impensabile negli Stati più seri: «La nostra è un’economia che ha caratteristiche strutturali che favoriscono l’immigrazione irregolare. Si basa sul lavoro nero e non esistono controlli. Le norme ci sono, ma nessuno le fa rispettare». Soluzione? «Moltiplicare per mille i controlli. Rendere più severe le pene per gli imprenditori che sfruttano i lavoratori».

Ma chi dovrebbe fare, questi controlli? Non c’è dipendente pubblico che frutti quanto gli ispettori dell’Inps: fatti i conti, nel 2009 hanno recuperato tra evasioni accertate e sanzioni alle casse statali (almeno sulla carta: si sa come poi vanno le cose...) un miliardo e 502 milioni di euro. Vale a dire 1 milione e 88 mila euro a testa. Al punto che lo Stato dovrebbe volerne sempre di più, di più, di più. Invece, come denuncia Antonio Mastrapasqua, l’esodo verso la pensione e il blocco delle assunzioni anche per i concorsi già fatti nel lontano 2006 fa sì che gli ispettori sono scesi nel 2009 da 1.588 al 1.380. E quest’anno se ne andranno almeno altri 200. Col risultato che dal 2011, a tentare di arginare il «nero» di un Paese con oltre quattro milioni di imprese, un’economia sommersa valutata tra il 17% ed il 25% del Pil e una gran massa di furbi, ci saranno poco più di un migliaio di «Poirot » previdenziali. Auguri.

Auguri soprattutto sul fronte dei falsi braccianti agricoli. Che sono concentrati per il 99,1 % in 5 regioni: Campania (35.556 furbetti scovati nel 2009), Puglia (25.896), Sicilia (20.790), Calabria (13.262) e Basilicata (2004) per un totale di 97.508 imbroglioni su un totale nazionale di 98.376. Una sproporzione assurda. Basti dire che è stato scovato un truffatore ogni 294 abitanti in Basilicata, uno ogni 242 in Sicilia, uno ogni 163 in Campania, uno ogni 157 in Puglia, uno ogni 151 in Calabria.

Contro una media nazionale di uno ogni 611 che in realtà, tolte quelle 5 regioni, precipita a un falso bracciante agricolo ogni 49.133 abitanti. E parliamo del solo 2009: in totale, come dicevamo, negli ultimi 7 anni i falsi assunti da false imprese che coltivano false tenute risultanti su false carte catastali sono stati 569.841.

Un’illegalità di massa inaccettabile. Tanto più che, come dimostrano le inchieste, in larga parte dei casi non si tratta di un fenomeno di sopravvivenza dovuto a disperati che non sanno come tirare avanti ma di un sistema gestito dalla criminalità. Un sistema scientifico. Che muove una quantità enorme di soldi. Basti ricordare che i soli accertamenti da 2003 a oggi (e chissà quante truffe sono sfuggite al setaccio...) hanno consentito all’Inps risparmi per 1 miliardo e 331 milioni di euro.

Si è visto di tutto, in questi anni. Di tutto. Valga ad esempio una relazione interna sull’area salernitana nella quale Ferdinando Rossi, un dirigente della polizia poi promosso a Bologna, scrive di avere «scoperto la presenza a Battipaglia di una sorta di ufficio di collocamento parallelo», in cui venivano gestite le false assunzioni per una molteplicità di aziende, condotto senza alcuna precauzione alla luce del sole e tra l’altro distante poche decine dimetri da quello legale. Una sfida o forse piuttosto la sicurezza di impunità in un settore, in cui le truffe all’Inps da tempo sembrano essere diventate la regola

Dalle indagini è emerso che privati cittadini, ma anche rappresentanti di patronati e di sindacati portavano quotidianamente in quell’ufficio di collocamento illegale la documentazione necessaria per far figurare centinaia di soggetti assunti in una delle tante aziende agricole esistenti solo sulla carta oppure presso realtà produttive reali, che si prestavano a effettuare false assunzioni.

Un «imprenditore» che risultava avere una grande azienda agricola e assumeva a tutto spiano si rivelò essere un barbone «che dormiva nella stazione di Battipaglia e che, avvicinato dagli organizzatori della truffa, si era prestato a dare il nome a una azienda con circa 500 falsi assunti, in cambio di una vecchia auto dove dormire»

C’è poco da sorridere. Lo spiega un’altra relazione interna, firmata dalla Responsabile del Centro per l’impiego di Battipaglia, Antonietta Barone. Dove si legge che «la malavita, che gestisce il circuito illecito, ha imposto un vero e proprio tariffario che i braccianti fittizi devono rispettare per risultare falsamente assunti». Che sempre più spesso «gli extracomunitari irregolari siano stati utilizzati in nero per coltivare i suoli sui quali risultava poi fittiziamente assunta manodopera italiana».

Che «non sono mancate neppure le aziende costituite ad hoc per assumere fittiziamente gli stranieri, che in realtà sono risultate una sorta di scatole vuote, costituite solo sulla carta per poter presentare le istanze per le assunzioni in occasione degli ingressi annuali». Fino al capolavoro: molti neocomunitarie arrivate come badanti, «fittiziamente assunte in agricoltura», diventano beneficiarie «delle indebite prestazioni previdenziali di disoccupazione, maternità e malattia» continuando «a lavorare in nero presso le famiglie come colf o badanti»... Una truffa. Ma chi sono i veri truffatori: loro o i loro datori di lavoro italiani?

Gian Antonio Stella


16/10/2009

Diplomi facili: chiuse 12 scuole in Sicilia e Calabria, 7 arrestati, 200 denunciati

Diplomi facili: chiuse 12 scuole in Sicilia e Calabria, 7 arrestati, 200 denunciati

 

Gli istituti si facevano pagare da 3000 a 5000 euro per un diploma, ma creavano anche false carriere scolastiche, coinvolte scuole di gela, Licata e Catania


GELA (CALTANISSETTA) - Dodici scuole chiuse fra la Sicilia e la Calabria, sette arresti, duecento denunce. È il bilancio dell'operazione Atena che ha messo a segno la Guardia di finanza. Gli indagati devono rispondere tra l'altro di associazione per delinquere finalizzata al rilascio di «diplomi facili».

COME FUNZIONAVA - L'organizzazione aveva base prevalentemente a Gela, Licata e Catania , ma con ramificazioni nel resto dell'Isola e in Calabria. Grazie ad un complesso sistema si facevano apparire come effettivamente realizzate attività scolastiche (frequenza, didattica, esami e così via) in realtà mai realizzate. Ne avrebbero usufruito studenti di tutta Italia che pagavano da 3000 a 5000 euro per un diploma di scuola secondaria. A seconda del prezzo pagato veniva concesso anche di «costruire false carriere scolastiche ad hoc sostenendo esami, anch'essi pilotati, per saltare qualche anno». Una truffa messa in atto, sottolineano le Fiamme gialle, «anche attraverso il coinvolgimento dei docenti i quali si prestavano alle falsificazioni dei registri e dei vari atti d'esame, coscienti della scarsissima preparazione degli studenti. Alla redazione di atti falsi partecipava anche personale amministrativo in servizio presso gli istituti scolastici, consentendo l'iscrizione di alunni anche se privi dei requisiti necessari, ed addirittura, in alcuni casi, effettuando iscrizioni al quinto anno pochi giorni prima di sostenere l'esame di Stato».

ATTIVITA' ILLEGALE - L'attività illegale si realizzava anche attraverso il coinvolgimento dei docenti i quali si prestavano alle falsificazioni dei registri e dei vari atti d'esame, coscienti della scarsissima preparazione degli studenti. Alla redazione di atti falsi partecipava anche personale amministrativo in servizio presso gli istituti scolastici, consentendo l'iscrizione degli alunni anche se privi dei necessari requisiti previsti e addirittura, in alcuni casi, effettuando iscrizioni al quinto anno pochi giorni prima di sostenere l'esame di Stato. Le indagini, condotte attraverso la meticolosa analisi degli atti e dei registri, nonchè attraverso attività tecniche, hanno permesso di individuare oltre quattrocento diplomi rilasciati illegittimamente ovvero sulla scorta di false attestazioni. Si è appurato che gli studenti, oltre a non frequentare, sostenevano esami farsa in quanto dall'esito del tutto scontato. La predisposizione di un vero e proprio sistema collaudato ha permesso il progressivo espandersi dell'area d'azione dell'organizzazione, che si è ramificata in territorio siciliano e calabrese, anche grazie a centri studi affiliati, istituiti al fine di procacciare gli studenti cui rilasciare diplomi facili.

LE ACCUSE - Le persone denunciate sono oltre duecento e i reati contestati, oltre all'associazione per delinquere finalizzata a ottenere ingenti profitti attraverso la produzione di carriere scolastiche falsate con la corruzione di dirigenti e ispettori, vanno dal falso in atto pubblico alla rivelazione di segreti d'ufficio, dall'omissione di atti d'ufficio all'attestazione di false identità, dal favoreggiamento personale alla truffa perpetrata con false attestazioni mediche. Non manca la frode fiscale a cui si sarebbero dedicati alcuni gestori di società  cui facevano capo gli istituti sequestrati.


13/10/2009

Tangenti sanitarie, il pm chiede il giudizio per il ministro Fitto e l'editore Angelucci

Tangenti sanitarie, il pm chiede il giudizio per il ministro Fitto e l'editore Angelucci

 

Le richieste al gup. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 1999 e il 2005, quando Fitto era presidente della Regione

 

 

Fitto nel suo ufficio di presidente della Regione Puglia

 

 

BARI - Si è conclusa con la richiesta di rinvio a giudizio per 78 dei 90 indagati la discussione dell’udienza preliminare a carico, tra gli altri, del ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto (Pdl), e dell’editore e imprenditore romano Giampaolo Angelucci. La richiesta è stata fatta dalla pubblica accusa al termine dell’udienza del procedimento «La Fiorita», che si celebra dinanzi al gup Rosa Calia di Pinto. All’udienza, che si concluderà il 30 novembre prossimo, è costituita parte civile la Regione Puglia.

I fatti contestati fanno riferimento al periodo compreso tra il 1999 e il 2005, quando Fitto era presidente della Regione Puglia, e si prescriveranno tutti entro il 2012. A Fitto, all’epoca dei fatti presidente della Regione Puglia, si contestano i reati di associazione per delinquere, peculato, concussione, corruzione, falso, abuso d’ufficio e illecito finanziamento ai partiti.

Il reato di corruzione contestato a Fitto ed Angelucci riguarda una presunta tangente di 500.000 euro pagata - secondo i pm - da Angelucci al movimento politico creato da Fitto per le regionali dell’aprile 2005, «La Puglia prima di tutto». Il danaro fu elargito - sostiene la procura - per ottenere dalla giunta regionale pugliese, nel 2004, l’aggiudicazione dell’appalto settennale da 198 milioni di euro per la gestione di undici Residenze sanitarie assistite (Rsa). Per questi fatti Angelucci, il 20 giugno 2006, fu posto agli arresti domiciliari per alcuni giorni; per Fitto, essendo frattanto divenuto parlamentare di Forza Italia, la magistratura barese chiese alla Camera l’autorizzazione a procedere all’arresto, richiesta che fu negata dall’aula di Montecitorio.

Secondo la difesa di Fitto, i reati contestati sono insussistenti, anche perchè il finanziamento elettorale ricevuto fu regolarmente registrato. «Gli atti documentano l’assoluta infondatezza delle accuse, come la difesa dimostrerà dinanzi allo stesso gup», afferma il difensore del ministro, Francesco Paolo Sisto. «Da circa 4 anni sulle vicende giudiziarie dell’onorevole Raffaele Fitto continuano ciclicamente ad essere date delle "non notizie". Ogni passaggio meramente formale - lamenta Sisto - costituisce pretesto per intonare una cantilena che ricorda l’impianto accusatorio nei minimi dettagli». «Ecco quindi che la discussione di oggi, normale passaggio dell’udienza preliminare che si concluderà solo il 30 novembre prossimo, diviene, come in precedenza, occasione - secondo il legale - per ribadire che la Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio di Fitto. Se siamo in udienza preliminare è ovvio che in precedenza c’è stata una richiesta di rinvio a giudizio: ciò nonostante gli atti documentano l’assoluta infondatezza delle accuse, come la difesa dimostrerà dinanzi allo stesso gup». «Rimane quindi ferma la fiducia - conclude Sisto - nella serena valutazione del giudice, sia pure nell’amarezza suscitata da questa ingiusta e sterile cantilena».

Prima della discussione il gup ha ammesso sette imputati al giudizio con rito abbreviato e per altri cinque, tra cui l’imprenditore campano Alfredo Romeo (accusato di turbativa d’asta e di concorso in rivelazione del segreto d’ufficio), ha disposto l’invio degli atti alla procura di Roma per competenza territoriale. Ha inoltre respinto tutte le eccezioni del difensore di Fitto, l'onorevole Francesco Paolo Sisto (Pdl), relative alla inutilizzabilità delle intercettazioni e di alcuni atti d’indagine.

L'inchiesta fu un ciclone che si abbattè su direttori generali di Ausl pugliesi, funzionari pubblici e vertici del gruppo della cooperativa barese «La Fiorita» per l’assegnazione di gare d’appalto per i servizi di pulizia, guardiania, ausiliariato e smaltimento di rifiuti speciali in alcune Ausl. e portò nell’aprile del 2005 all’arresto di 14 persone.

Ad aprile scorso nella Procura di Bari arrivarono quattro ispettori inviati dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per accertare eventuali comportamenti irregolari nella conduzione delle due inchieste, a carico delle società «La Fiorita» e «Cedis», che vedono coinvolto il ministro Fitto. Contro l’ispezione ministeriale si scagliarono nove senatori del Pd, che in una interrogazione parlamentare firmata anche dai magistrati in aspettativa, Gianrico Carofiglio e Alberto Maritati, denunciarono «una interferenza nell’attività giurisdizionale, interferenza munita di un’oggettiva forza di intimidazione nei confronti dei pubblici ministeri, e soprattutto dei giudici che si occupano delle vicende che vedono come imputato il ministro Raffaele Fitto». Parole che suscitarono la dura replica dell’ex governatore pugliese che parlò di «casta togata che siede pro tempore sui banchi del Senato».


20/09/2009

Il mistero dei bond falsi Miliardi verso la Svizzera

Il mistero dei bond falsi Miliardi verso la Svizzera

 

Titoli di Stato Usa. «Risalgono agli anni ’30». Fermati giapponesi e filippini: forse tentavano una truffa

 

MALPENSA (Varese) — Già la prima volta sembrava impossibile: 131 miliardi (miliar­di!) di dollari Usa in titoli di Stato sequestra­ti in un colpo solo a due giapponesi. Accade­va all’inizio di giugno alla frontiera ferrovia­ria italo-svizzera di Chiasso. Mistero sulla lo­ro provenienza e sulla loro destinazione. Adesso il mistero si moltiplica per due per­ché lo scorso agosto uno stock quasi identi­co di bond americani è stato intercettato al­l’aeroporto di Malpensa nel bagaglio di due filippini diretti in Svizzera: stavolta addirittu­ra 180 miliardi di dollari, l’equivalente del de­bito di un Paese come il Brasile, roba in gra­do di terremotare l’intero mercato finanzia­rio del pianeta.

Chi sta cercando di piazzare una quantità di bond e obbligazioni per un valore pari a due punti di pil americano? E cosa sarebbe successo se a Chiasso e a Malpensa non fos­sero intervenuti gli uomini in divisa? A far rientrare parzialmente l’allarme c’è una noti­zia dell’ultima ora che trapela dagli ambienti investigativi: i titoli bloccati a Malpensa so­no quasi certamente delle patacche. E quasi certamente lo sono anche quelli di Chiasso perché i due carichi appartenevano quasi in­teramente alla stessa partita: titoli — in appa­renza — emessi dal governo americano ne­gli anni ’30, all’indomani della Grande De­pressione. La Guardia di Finanza di Malpen­sa attende nelle prossime ore una mail dagli Stati Uniti: sarebbe la conferma che quella trasportata dai due filippini è in realtà solo carta straccia.

«Ma di certo nessuno ha interesse a dire che i bond di Malpensa e Chiasso sono ve­ri... » si lascia maliziosamente sfuggire uno degli inquirenti. Senza dubbio: se i titoli ve­nissero messi tutti all’incasso, le finanze Usa andrebbero a fondo in un battibaleno e lo Stato dovrebbe dichiarare bancarotta. Ma il giallo finanziario resta tutto. L’ultimo capito­lo lo hanno scritto a Ferragosto i finanzieri all’aeroporto milanese, controllando il conte­nuto di due valigette 24 ore in mano a una coppia di viaggiatori con passaporto filippi­no: 180 miliardi di dollari, seppur non in contanti, una cifra comunque sbalorditiva e senza precedenti. I due fanno scena muta di fronte alle do­mande degli inquirenti e per loro scatta (e perdura) l’arresto, anche perché la Finanza ha ben presente quanto accaduto due mesi prima ai loro colleghi di Chiasso. Ai primi di giugno, su un treno diretto a Basilea ci sono due distinti signori giapponesi, Akihiro Yamaguchi e Mitsuyoshi Watanabe: in un doppio fondo delle loro valigie ci sono bond americani per 131 miliardi di dollari. Una pic­cola parte del carico è costituita da «Kenne­dy bonds» emessi fino agli anni ’90 e così chiamati perché riportano l’effigie del presi­dente ucciso a Dallas; la maggior parte, inve­ce, sono titoli antecedenti la Seconda Guerra mondiale. «Ai finanzieri i due dissero che si trattava di reperti storici senza valore», ricor­da l’avvocato comasco Massimo Scopelliti che fu chiamato come difensore d’ufficio. Sa­rà, ma perché nascondere dei souvenir in un doppio fondo?

Yamaguchi e Mitsuyoshi vengono subito rilasciati dalle autorità italiane e da allora so­no spariti. La notizia fa quasi subito il giro del mondo scatenando specie negli Usa rea­zioni ufficiali e fantasiose congetture. Una fo­to dei titoli sequestrati viene inviata via mail a Washington e il 19 giugno Stephen Meye­rhardt, portavoce del Tesoro americano di­chiara: «Quei titoli sono falsi». Ma il giudizio si basa solo su una immagine scannerizzata e su una considerazione: di quelle obbligazio­ni negli anni ’30 ne risultano emesse per un valore di 105 miliardi, molto meno dunque di quanto sequestrato a Chiasso. Si aggiunge al coro anche Darrin Blackford, «spokeman» della Cia che il 25 giugno dichiara: «Quei tito­li non sono stati emessi dal governo Usa». Ma le fonti, benché ufficiali, non rassicura­no la stampa americana: il Financial Times arriva a ipotizzare lo zampino della mafia nel traffico dei bond, ma è solo una ipotesi che appare più dettata dal folclore (se quei titoli vengono dall’Italia, deve esserci per forza di mezzo il Padrino). Il «carico da 11» ce lo mettono invece qual­che giorno dopo l’agenzia Asia News e il gior­nalista americano Hal Turner: i titoli sono ve­ri e il governo giapponese sta tentando di li­quidarli perché non crede più nelle possibili­tà del governo Usa di far fronte al suo debito pubblico; a supporto della tesi viene aggiun­to un particolare suggestivo: uno dei due bu­sinessmen giapponesi transitati da Chiasso è imparentato con un alto dirigente del Teso­ro giapponese. Ma Turner non è in grado di citare le fonti del suo scoop e la sparata si riduce a un semplice fuoco d’artificio.

Su Internet a questo punto circola una nuova versione: durante la Seconda guerra, diversi Paesi belligeranti hanno stampato e messo in circolazione moneta e titoli dei Pae­si nemici perfettamente contraffatta. Ecco perché dei giapponesi (o dei filippini) sono in possesso di titoli americani degli anni '30, ecco perché quanto sequestrato a Chiasso e Malpensa può essere gettato nel cestino. Se anche così fosse, resta in piedi un interroga­tivo: quale era lo scopo dei corrieri dei bond? Secondo fonti della Finanza italiana l’obietti­vo era depositarne una piccola parte in ban­che svizzere a mo’ di garanzia e sperare in questo modo di ottenere denaro contante. Nessun terremoto finanziario planetario, in­somma, ma solo una versione di Totò e Pep­pino con gli occhi a mandorla. Una risposta definitiva è attesa nei prossi­mi giorni: a Como si riunirà una commissio­ne di esperti Usa che esaminerà «de visu» i bond di Chiasso, la Finanza di Malpensa an­nuncia la chiusura delle indagini per i prossi­mi giorni.

Claudio Del Frate

Fonte: Corriere della Sera


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18/09/2009

Fermato l'imprenditore Tarantini

Fermato l'imprenditore Tarantini

 

Il procuratore: «Spaccio di stupefacenti e pericolo di fuga». È al centro delle inchieste sulla sanità in Puglia e su un giro di escort che sarebbero state alle feste del premier

 

Tarantini (Ap)
Tarantini (Ap)

BARI - La Guardia di Finanza ha sottoposto a fermo l'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, al centro delle inchieste sulla sanità in Puglia e su un giro di escort che sarebbero state portate anche nelle residenze del premier, Silvio Berlusconi. Il procuratore della Repubblica, Antonio Laudati, ha spiegato che Tarantini è stato fermato per spaccio di stupefacenti e perché, secondo informazioni investigative, «c'era un pericolo di fuga e un forte inquinamento delle prove».

LA CONFERMA - La notizia del fermo è stata confermata da uno degli avvocati difensori di Tarantini, Nico D'Ascola. Il provvedimento cautelare è del pubblico ministero Giuseppe Scelsi, controfirmato da Laudati.


04/09/2009

Bari, indagini su fondi illeciti a politici del centrosinistra

Bari, indagini su fondi illeciti a politici del centrosinistra

 

In corso verifiche su presunti finanziamenti illeciti a esponenti locali e nazionali. Dopo le intercettazioni, partiti gli accertamenti contabili

 

 

Desiree Digeronimo.jpg

Bari - La Procura antimafia di Bari ha in corso accertamenti per verificare se vi siano stati finanziamenti illeciti da parte di imprenditori locali non solo verso politici del centrosinistra pugliese ma anche nei confronti di esponenti di partiti politici del centrosinistra nazionale. Gli accertamenti vengono compiuti nell'ambito dell'inchiesta del pm inquirente della Dda Desireé Digeronimo sulla gestione politica e amministrativa dell'assessorato regionale alla Sanità e su una parte dell'attività, nel settore sanitario, svolta della giunta regionale pugliese guidata da Nichi Vendola.

A quanto si è saputo, le verifiche sui presunti finanziamenti illeciti ai politici non sarebbero frutto di un'indagine conoscitiva ma sarebbero verifiche contabili avviate dopo l'ascolto di intercettazioni telefoniche ed ambientali compiute nei confronti di imprenditori e dell'allora assessore pugliese alla Sanità e ora senatore del Pd Alberto Tedesco, dimessosi il 6 febbraio scorso dopo aver appreso di essere indagato. Dalle intercettazioni emergerebbero infatti i nomi di politici regionali e nazionali del centrosinistra.

L'indagine, nell'ambito della quale sono in corso gli accertamenti sui presunti illeciti finanziamenti, è a carico di una quindicina di persone e riguarda una presunta associazione per delinquere capeggiata - secondo l'accusa - da Tedesco, finalizzata alla corruzione, concussione, abuso di ufficio, voto di scambio, illecito finanziamento ai partiti e truffa. Per alcuni reati, e nei confronti di alcune persone, si ipotizza l'aggravante di aver favorito una associazione mafiosa. Proprio per verificare la presunta esistenza di illeciti finanziamenti ai partiti, alla fine del luglio scorso il pm acquisì i bilanci e la documentazione bancaria dalle sedi baresi di cinque partiti: Pd, Prc, Sinistra e Libertà, Socialisti Autonomisti, e Lista Emiliano.

Intanto si è appreso che martedì 8 settembre la commissione parlamentare sulla Sanità ascolterà il procuratore della Repubblica di Bari, Emilio Marzano, e alcuni dei sostituti che indagano sulle vicende sanitarie regionali. L’incontro avverrà presso la prefettura di Bari in mattinata. Questa mattina, invece, il sostituto procuratore della Dda, Desiree Digeronimo (nella foto), sta continuando gli interrogatori e tra questi ci sarebbe anche quello di un medico chirurgo della provincia di Bari.