24/09/2009

La paura di insegnare dei nuovi professori

La paura di insegnare dei nuovi professori

 

Temono il rapporto con gli alunni stranieri e con i genitori. Elementari, il 66,9% dei maestri non è laureato


Hanno appena firmato un con­tratto di assunzione a tempo indeterminato, il che — so­prattutto di questi tempi — dovreb­be aiutare a mettere da parte una buo­na dose di pensieri e preoccupazioni. Hanno detto definitivamente addio agli anni di precariato, all’ansia da graduatorie, ai contratti che scadono con il suono dell’ultima campanella.

Eppure, gli insegnanti italiani non sono tranquilli. Li mette in ansia la difficoltà nel gestire classi dove è in aumento la presenza di bimbi e ragaz­zi stranieri, sfida affascinante ma complicata da gestire senza un’ade­guata preparazione. Li destabilizza la comunicazione sempre più zoppican­te con le famiglie, e non va granché meglio nel match con le nuove tecno­logie: alle scuole superiori, addirittu­ra il 49% riconosce di avere un rap­porto non facile con computer e Web.

E più di 2 su 5, tra le new entries che ce l’hanno (finalmente) fatta, non possiedono un titolo di laurea.

Ritratto di insegnanti in un inter­no, quello della scuola italiana ai tem­pi delle riforme che si accavallano e dei fondi che non bastano mai. Ritrat­to accurato, perché le pennellate so­no davvero molte, e fittissime: 15.071, per la precisione, pari al nu­mero dei maestri e prof che hanno (volontariamente) risposto al que­stionario di 223 domande diffuso dal­la Fondazione Agnelli in otto regioni italiane. Piemonte, Emilia-Romagna, Puglia (che avevano già preso parte a una prima indagine, nel 2008); e an­cora, Lombardia, Veneto, Liguria, Marche e Campania. Otto gli Uffici scolastici regionali coinvolti. Com­plessivamente, 16.000 insegnanti ne­oassunti nell’anno scolastico 2008-2009 (il 64% del totale italiano). E quasi tutti, appunto, hanno voluto contribuire con il proprio personalis­simo tocco di pennello.

Le indagini precedenti, per dare l’idea, si aggiravano di norma intor­no alle cinquemila interviste. «Aver superato i 15 mila questionari compi­lati — ammette con un certo orgo­glio Stefano Molina, dirigente di ricer­ca della Fondazione e tra i coordinato­ri del lavoro — significa di gran lun­ga ottenere la più ampia analisi sugli insegnanti mai realizzata in Italia». Non solo: «In questi anni di vacche magre, di assunzioni a tempo indeter­minato se ne sentono poche. Qui, in­vece, parliamo di 50 mila ingressi in ruolo nel 2008, 25 mila nel 2009: stia­mo parlando del più grande fenome­no italiano di immissione a tempo in­determinato nel mondo del lavoro. E il paradosso è che finora non si sape­va bene chi fossero, queste persone: il meccanismo di reclutamento è un po’ opaco, lo stesso ministero ne co­nosce la classe di abilitazione, non i titoli di studio...».

I titoli di studio, ecco. Quella lau­rea che manca, ancora, al 40,7% degli intervistati. I picchi sono, ovviamen­te, nei primi ordini di scuola: nessun «pezzo di carta» per il 75,6% dei «nuo­vi » maestri d’asilo e per il 66,9% degli insegnanti delle primarie. Il motivo? Presto detto: «Si sta raschiando il fon­do del barile delle graduatorie — è la sintesi efficace di Molina —. I neoas­sunti arrivano, per la metà, dalle gra­duatorie di concorso: ma l’ultimo è del 1999, e queste sono persone che si trovavano in una posizione così bassa da vedersi passare davanti, ne­gli anni, moltissimi altri colleghi. L’al­tra metà, invece, viene dalle gradua­torie ad esaurimento, in questo mo­mento chiuse: supplenti che hanno avuto l’abilitazione in stagioni diver­se, con regolamenti diversi». Inse­gnanti del futuro, ma già da rottama­re? Certo che no, anzi: «Stiamo par­lando di professionisti che in media hanno superato i 40 anni di età, di cui quasi 11 di precariato. E se i titoli non sono sempre brillantissimi, han­no una buona esperienza e un’anzia­nità di servizio che sopperiscono in parte alla formazione iniziale inade­guata ».

Perché poi, in questo quadro a for­ti chiaroscuri che ritrae l’ultimo batta­glione schierato nelle aule italiane, spiccano dei dati incontestabilmente positivi. «Nel corso degli anni — con­ferma Laura Gianferrari, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per l’Emilia-Romagna e coordinatrice in­sieme a Molina — abbiamo avuto la sorpresa di trovare sempre più la rap­presentazione di un lavoro che ha un’attrattività forte, che dà soddisfa­zione agli insegnanti. Nonostante al­cuni aspetti ben noti: la retribuzione bassa, il riconoscimento sociale che non viene avvertito, gli anni di preca­riato ».

E in effetti, se l’80% dei neoassunti ribadisce di aver fatto una scelta «per passione», ben il 95% — un dato in crescita rispetto al 2008 — rifarebbe la stessa scelta. I motivi di soddisfa­zione: il lavoro con i ragazzi (93%), l’interesse per la disciplina (89%), la consapevolezza della propria utilità sociale (84%). Il livello retributivo, per contro, è ritenuto soddisfacente solo nell’11,7% dei casi, mentre il rico­noscimento sociale si ferma al 31,1% — con picchi positivi al Sud: oltre il 40% in Campania, poco sotto in Pu­glia.

Il problema vero, però, è un altro.

Le nuove tecnologie

Nelle superiori il 49% dei docenti appena assunti ammette di non conoscere a sufficienza computer e Web Il giudizio «Per la prima volta chi sta in cattedra si sente fortemente inadeguato, soprattutto nel rapporto con gli allievi»

E va sotto il nome di «difficoltà nel­l’insegnare ». Una sensazione «in au­mento » e «fortemente trasversale», commenta l’economista Andrea Ga­vosto, direttore della Fondazione Agnelli. «L’impressione è che forse per la prima volta gli insegnanti italia­ni inizino a sentirsi fortemente inade­guati, soprattutto nel rapporto con gli allievi: c’è la percezione di un diva­rio generazionale, tecnologico, di vi­ta e di apprendimento, e loro non sen­tono di avere tutti gli strumenti per affrontarlo». Soprattutto, dati (nuova­mente) alla mano, nelle scuole supe­riori: il 63% degli intervistati confes­sa problemi nel gestire la multicultu­ralità in classe, il 55% non sa interagi­re come vorrebbe con i genitori. Per­sino lavorare in équipe, per il 48% dei neodocenti, è complesso.

«Il punto — prosegue Gavosto — è che il meccanismo di formazione produce una tipologia di insegnante sempre uguale a se stessa, che però inizia a rendersi conto di non essere più quello che serve ai ragazzi di og­gi ». E in questo senso, la programma­zione diventa fondamentale: «Più che annunciare tante riforme, l’obiet­tivo per il Paese dovrebbe essere inve­stire in una scuola di qualità. Sulla formazione iniziale, ad esempio: la bozza di regolamento del ministero punta molto su una preparazione di tipo disciplinare, mentre quella peda­gogica è ritenuta sovradimensionata. Bene, gli insegnanti ci stanno dicen­do esattamente l’opposto». Sarebbe il caso di prenderne atto.

Gabriela Jacomella


20/08/2009

I 30 mila posti di lavoro che nessuno vuole

I 30 mila posti di lavoro che nessuno vuole

 

Focus Occupazione e aziende. Si cercano falegnami, meccanici, parrucchieri, elettricisti Senza risposta un terzo delle ricerche delle piccole imprese

 

Va bene che molti giovani, dicono studi e sondaggi di ogni genere, sognano ancora il posto fisso. Meglio ancora se nella pubblica amministrazione. E va bene che quasi metà degli italiani, come afferma una recente ricerca dell’Eurobarometro, sono talmente restii all’idea del cambiamento da non riuscire nemmeno a scrollarsi di dosso l’idea che quel posto debba durare tutta la vita.

Ma con la produzione industriale che arranca, la disoccupazione che galoppa, la cassa integrazione che non dà tregua, tutto ci si potrebbe aspettare tranne che le piccole imprese, proprio quelle che dovrebbero rappresentare il cuore pulsante dell’economia italiana, fossero a corto di braccia. Eppure, a giudicare almeno dai risultati di una inchiesta della Confartigianato sul fabbisogno di manodopera condotta in base ai dati dei primi sei mesi dell’anno, è proprio quello che sta accadendo. L’organizzazione presieduta da Giorgio Guerrini stima che nel 2009, nonostante la crisi, il sistema delle piccole imprese e dell’artigianato potrà creare 94.670 posti di lavoro.

Quasi un terzo di questi, tuttavia, rischia di restare vacante: per quanto si cerchino persone in grado di occuparli, semplicemente non si trovano. Una emergenza al contrario, tanto più paradossale perché con l’imminenza dell’autunno si addensano nubi sempre più minacciose sul mondo del lavoro. Da Nord a Sud. In Piemonte ci sono 512 aziende in crisi, con 25 mila dipendenti in cassa integrazione. Anche in Emilia-Romagna i cassintegrati sono più di 20 mila nelle sole aziende metalmeccaniche. La Sicilia è in apprensione per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese. Nel Lazio i posti a rischio sarebbero 70 mila.

E nelle Marche sono quasi 8 mila i lavoratori messi in mobilità nei primi sei mesi di quest’anno. Soprattutto, però, le conclusioni dell’indagine sembrano stridere apertamente con i timori di quanti sono convinti che gli immigrati tolgano il lavoro agli italiani. Un luogo comune che trova conforto prevalentemente negli ambienti politici di fede leghista, ma che i risultati di uno studio della Banca d’Italia reso noto martedì sembrano invece smentire categoricamente. All’appello, secondo la Confartigianato, mancano 30.750 persone. Per avere un’idea della dimensione di questo fenomeno basta considerare che si tratta di un numero addirittura superiore a quello dei lavoratori (circa 30 mila) che al giugno scorso in tutta la Lombardia, prendendo per buoni i dati della Cgil, avevano avuto accesso alla cassa integrazione in deroga. I dati elaborati dall’ufficio studi dell’organizzazione degli artigiani informano che la carenza maggiore è quella dei falegnami o comunque di persone esperte nella lavorazione del legno.

A fronte di un fabbisogno di 2.690 addetti, le piccole imprese ne cercano inutilmente 1.390, ovvero quasi il 52% del totale. Per non parlare poi dei parrucchieri e degli estetisti. In questo caso i posti di lavoro destinati con ogni probabilità a restare vuoti sono il 49% circa: ben 3.210. È in assoluto il buco numericamente maggiore fra tutti i comparti presi in esame dall’indagine. Ancora più grosso di quello che la Confartigianato denuncia per gli elettricisti. Rispetto alle esigenze dichiarate (9.850) ne mancherebbero infatti 2.840, pari al 28,8% del totale. Pesante risulterebbe anche la situazione delle officine per la riparazione delle auto, con un deficit di 1.640 meccanici. Problema di dimensioni più o meno simili a quello che viene accusato dalle piccole imprese informatiche (1.740) e dagli idraulici (ne mancano 1.560): mestiere, quest’ultimo, che ha fama di essere anche particolarmente redditizio una volta superata la fase dell’apprendistato. Soffre perfino l’edilizia, in assoluto il regno della flessibilità. Stando sempre ai dati della Confartigianato le piccole imprese sono riuscite a reclutare 3.160 carpentieri sui 4.500 che sarebbero necessari. Degli altri 1.340 ancora nessuna traccia.

Ma anche il numero dei disegnatori industriali disponibili è inferiore al fabbisogno di ben 1.110 unità. La medaglia della crisi economica ha tuttavia una doppia faccia. Se nelle piccole imprese un posto su tre rimane vuoto perché non si trova chi lo possa (o voglia) occupare, e nonostante sopravviva ancora il mito del posto fisso, nell’ultimo anno c’è pure chi ha reagito alle difficoltà economiche con una scelta opposta: mettendosi in proprio. Sintomo del fatto che, trovandosi di fronte all’alternativa fra andare a lavorare alle dipendenze in una piccola impresa, magari con un contratto da precario, e rischiare invece in prima persona, qualcuno sceglie questa seconda strada. Non moltissimi, per la verità: nell’annus horribilis per il Prodotto interno lordo la stessa Confartigianato ne ha censiti 8.134.

Ma con situazioni davvero curiose. Mentre infatti i parrucchieri cercavano inutilmente 3.210 dipendenti da avviare al lavoro, nei dodici mesi compresi fra la fine di giugno 2008 e la fine di giugno 2009 il numero dei barbieri e degli estetisti aumentava di 1.696 unità. Una crescita inferiore soltanto a quella del numero di quanti si sono buttati nella cosiddetta green economy (2.559) nonché del numero dei gelatai, dei panettieri e dei pasticcieri (2.082). Il bello è che alle gelaterie, alle pasticcerie e ai panifici artigianali mancano 1.140 dipendenti. C’è poi chi ha tentato l’avventura nell’informatica (462) o nei servizi di trasporto (800), oppure nelle piccole attività di restauro (104), o ancora nella tinteggiatura (681). I più creativi hanno scelto invece la strada della pubblicità e del design (119). E un pugno di temerari (39) ha messo la propria passione per gli animali al servizio del prossimo. Del resto, con questi chiari di luna tutto fa brodo.

Sergio Rizzo

Fonte Corriere della Sera


18/05/2009

Il nuovo mercato dei farmaci contraffatti

Il nuovo mercato dei farmaci contraffatti

 

Focus Sanità ed economia. Voglia di spendere meno, immigrati che comprano online Così aumentano le truffe e i sequestri record di pillole

 

Oltre 4.900 confezioni di steroidi, 100 mila compresse di Pramil contraffatto (medicinale con caratteristiche simili al Viagra), farmaci salvavita senza principio attivo, mercato illecito di Talidomide (cura un tumore, il mieloma multiplo, ma nonostante le rigide norme di farmaco-vigilanza, arriva come generico da India e Brasile). E farmaci off label, a carico del servizio sanitario per le indicazioni approvate, ma non per altre cure anche se funzionano: in attesa di approvazione, per risparmiare, fiorisce la loro vendita parallela. Molto pericolosa. Nas e Guardia di Finanza sono all’erta: il mercato dei farmaci risente della crisi globale e oltre alle contraffazioni sono in aumento le «truffe ».

L’ultima settimana è stata ricca di sequestri, soprattutto di carichi provenienti dall’Est e dal Medio Oriente. Ma a rischio vi sono anche gli acquisti online. Incidono sul mercato parallelo anche la povertà e gli immigrati che preferiscono i «loro» farmaci. E la politica fin qui adottata in Italia sui cosiddetti farmaci generici, meno costosi perché ormai fuori brevetto ma anche poco promossi (siamo al penultimo posto tra i 25 Paesi dell’Unione europea per incidenza sul mercato complessivo). O meglio, tutti ne parlano, ma nessuno li compra. Almeno in farmacia, perché poi il «falso Viagra » sequestrato alla dogana di Fiumicino non è altro che un generico prodotto in India. In tempi di nuova influenza, infine, circolano «finti » farmaci anti-virali. Effetti perversi della paura pandemica. Non si mangia carne di maiale, ma poi ci si avvelena con falsi farmaci che mercanti senza scrupoli propongono quali salvavita. La contraffazione farmaceutica è un fenomeno in aumento in tutto il mondo e, mentre sino a qualche anno fa era considerato limitato ai Paesi in via di sviluppo, oggi è in crescita anche in Europa.

Purtroppo a volte le emergenze sanitarie, come l’influenza A/H1N1, possono divenire occasione per sfruttare l’ondata emotiva e immettere sul mercato, attraverso canali non controllati come Internet, prodotti contraffatti simili ai farmaci maggiormente richiesti che nella migliore delle ipotesi non hanno effetti ma, più spesso, sono tossici. Le nostre farmacie, e i negozi autorizzati, sono invece sicure poiché vendono solo farmaci protetti da un sistema di tracciatura all’avanguardia, e i controlli degli ispettorati sanitari pubblici sulla filiera produttiva rappresentano un’importante barriera contro le attività dei contraffattori: fuori da questi canali, i pazienti rischiano di perdere soldi (oltre il 50% dei siti di un recente studio Impact Italia era dedito al phishing, la truffa informatica), o peggio la salute. La nuova Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, guidata da Guido Rasi punta sulla promozione dei generici e sul progetto «tracciabilità del farmaco ». Che prevede una Banca dati centrale, finalizzata a monitorare le confezioni dei medicinali all’interno del sistema distributivo. Un sistema che nelle intenzioni consentirà la prevenzione e la repressione di eventuali attività illegali e il monitoraggio degli approvvigionamenti di farmaci, sia negli ospedali, sia nelle farmacie territoriali, sia per la distribuzione diretta.

Ovviamente, i truffatori seguono altri canali. E tocca alle forze dell’ordine intercettarli. Così le 4.900 confezioni di steroidi sequestrate ad Ancona dalla Guardia di finanza erano nascoste in mezzo ai colli del carico di un autoarticolato, sbarcato da un traghetto proveniente da Patrasso. E attenzione agli integratori per sportivi: alcuni cocktail contengono ormoni, della crescita o Epo, che dovrebbero essere in vendita solo in farmacia. Anzi, non dovrebbero proprio entrare negli integratori. Privi di scrupoli anche i «santoni» della dieta, che fanno preparare prodotti galenici brucia grassi a base di anfetamine assolutamente vietate. Qualche tempo fa, negli Stati Uniti, circolavano via Internet capsule dimagranti che contenevano le spore della tenia: il verme solitario. Alcune adolescenti sono finite ricoverate in rianimazione. Per fortuna in Italia non c’è traccia di queste compresse letali. Frode nelle pubbliche forniture, commercio di medicinali guasti e truffa al servizio sanitario nazionale sono i reati scoperti dai Nas di Livorno e Cagliari impegnati nell’inchiesta «Ubidex» fra la Toscana e la Sardegna sulla fornitura all’Asl 8 di Cagliari di un farmaco privo di principi attivi ma venduto come «salvavita » per la cura di gravi patologie cardiache. Sono finiti agli arresti domiciliari quattro dirigenti di un’industria farmaceutica toscana, la «Off» (Officina farmaceutica fiorentina) di Viareggio (Lucca).

È indagata in stato di libertà la responsabile del Servizio farmaceutico dell’Asl di Cagliari per omessa denuncia delle irregolarità. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, fra il 2007 e l’anno scorso, all’azienda sanitaria locale sarda sono state vendute confezioni del farmaco «Ubidex» con gravi imperfezioni: blister completamente vuoti, capsule vuote oppure contenenti sostanza solidificate. Il principio attivo indicato nelle scatole, ubidecarenone, è impiegato per la cura di malattie genetiche rare, come l’encefalopatia mitocondriale. Pochi giorni fa, il Servizio antifrode delle Dogane di Roma 2 e la Guardia di finanza, con la consulenza dell’Istituto superiore di Sanità, ha scoperto e sequestrato 100 mila blister contenenti compresse di pramil contraffatto, un farmaco con lo stesso principio attivo del Viagra. La merce è stata rinvenuta all’interno di alcuni colli provenienti dalla Siria che, secondo quanto riportato nei documenti di trasporto aereo, dovevano contenere comuni integratori dietetici.

Il «Viagra dei poveri », posto in commercio anche via Internet, avrebbe reso oltre 5 milioni di euro. «Evasione fiscale e importazione illecita di principi attivi»: sono le ipotesi di reato che hanno fatto scattare le perquisizioni in diverse sedi italiane del gruppo farmaceutico Menarini da parte dei Nas nell’ambito di un’inchiesta della procura di Firenze. Gli indagati sarebbero nove, fra cui i vertici dell’azienda. La procura contesta allaMenarini l’importazione illecita di principi attivi anche dalla Cina, grazie a triangolazioni con Paesi off-shore. Questo, secondo gli investigatori, avrebbe comportato un’evasione fiscale di diversi milioni di euro, oltre all’elusione dei diritti di brevetto farmaceutico. È stato anche scoperto un giro di farmaci che ruota tra Italia, Hong Kong, Svizzera e Norvegia. Infine il caso Cytotec, nome di un farmaco a base di misoprostol, spesso usato per provocare un aborto. Fu introdotto nel 1985 come gastroprotettore ed è registrato in 80 paesi. In Brasile e in Egitto è registrato per l’induzione del travaglio di parto. Il suo uso è ampiamente diffuso nei Paesi ove l’aborto è vietato. In Italia è utilizzato da donne straniere per provocare l’interruzione di gravidanza. Di solito si tratta di donne che non sanno a chi rivolgersi, che temono di andare ai consultori e agli ospedali, che vogliono evitare iter lunghi per loro incomprensibili o che semplicemente non vogliono far sapere dell’aborto. Un’inchiesta del procuratore di Torino Raffaele Guariniello è in corso per scoprire chi tira le fila di questo lucroso e illecito mercato parallelo.

Mario Pappagallo