18/03/2010
La condanna beffa nel Paese degli insulti
La condanna beffa nel Paese degli insulti
Membri della lega invocano metodi da SS contro gli immigrati, Senza strascichi giudiziari. Sentenza (e appello) da record per aver detto "vergogna" a una giunta leghista. Accade in provincia di Treviso
Su col morale: la giustizia sa essere velocissima. In una regione come il Veneto in cui la prima udienza di 44 processi civili è stata fissata dalla Corte d’Appello di Venezia nel 2017 (pazienza, pazienza...) un pubblico ministero di Treviso ci ha messo tre-giorni-tre a presentare appello contro l’assoluzione di una signora che aveva osato dire agli assessori comunali di Vittorio Veneto la parola «Vergognatevi!». Ai milioni di processi che impantanano i tribunali si aggiungerà anche lo strascico di questo. Quali siano gli esempi arrivati in questi anni dall’alto, li ricordiamo tutti. Una rinfrescatina? Oscar Luigi Scalfaro, all’epoca capo dello Stato, fu liquidato da Vittorio Sgarbi in piazza Montecitorio come «una scorreggia fritta». Roberto Maroni spiegò che «Bossi ce l’ha duro, Berlusconi ce l’ha d’oro, Fini ce l’ha nero, Occhetto ce l’ha in (censura) ».
Gianni Baget Bozzo tuonò in diretta televisiva che «il popolo deve molto a Berlusconi. E col cazzo che questa è adulazione». Il leghista Enrico Cavaliere si avventurò dai banchi della Camera a dire: «C’è puzza di merda in questo posto». Alessandra Mussolini mandò una lettera pubblica al Senatur in cui diceva: «Si’ proprio nu chiachiello e nun tien’ manch’e palle p’ffa na vera rivoluzione». Massimo D’Alema bacchettò Carlo Ripa di Meana con il suo tipico garbo: «Dice solo cazzate». Romano Prodi sibilò a Enrichetto La Loggia, in pieno dibattito parlamentare, l’invito «Ma vaffan... » seguito da un’interrogazione parlamentare dell’offeso: «Risponde al vero che lei mi ha mandato fanculo?». Quanto ai tempi più recenti, va ricordato almeno Silvio Berlusconi, che dopo aver precisato di avere «troppa stima per l’intelligenza degli italiani per pensare che ci possano essere in giro così tanti coglioni che possano votare a sinistra», se l’è presa con chi «sputtanando il premier sputtana anche l’Italia». E poi Antonio Di Pietro, che ad Annozero ha detto «col massimo rispetto, Berlusconi è un delinquente » per incitare successivamente a «buttar fuori Minzolini a calci in culo ». E ancora Gianfranco Fini («Chi dice che gli stranieri sono diversi è uno stronzo...») e Roberto Calderoli: «È stronzo anche chi li illude».
Per non dire di Tommaso Barbato e Nino Strano che, il giorno della caduta del governo Prodi, urlarono al Senato contro Nuccio Cusumano: «Pezzo di merda, traditore, cornuto, frocio!» e «Sei una checca squallida!». E via così: potremmo andare avanti per ore. Bene: in questo contesto, in cui una parte del Paese accusa l’altra d’avere le mani lorde di sangue dei crimini staliniani e l’altra metà risponde imputando agli avversari di essere golpisti e goebbelsiani, la signora Ada Stefan si è spericolatamente spinta a contestare una decisione urbanistica della giunta comunale leghista di Vittorio Veneto. La scelta di non demolire un complesso edilizio che avrebbe dovuto diventare un «polo sportivo d’interesse nazionale » con due campi di calcio, un impianto di pattinaggio a rotelle, tribune, foresterie, palestre, parcheggi e un sacco di altre cose compresi un po’ di «spazi commerciali accessori». Una cosa grossa. Edificata su un terreno per il quale il piano regolatore prevedeva fossero «ammessi solo gli impianti per il gioco, gli spettacoli all’aperto e le attrezzature sportive».
Scelta giusta o sbagliata? Non ci vogliamo manco entrare: non è questo il punto. Il fatto è che, essendo state costruite solo le strutture commerciali e non quelle sportive, un gruppo di abitanti della zona aveva chiesto alla giunta di smetterla con le deroghe e, dato che il progetto originale era stato stravolto e dunque risultava tutto abusivo, di procedere con le ruspe. Al che l’amministrazione aveva risposto che «l’esigenza del ripristino della legalità non è sufficiente a giustificare la demolizione richiesta, occorrendo comparare l’interesse pubblico alla rimozione con l’entità del sacrificio imposto al privato». Parole discutibili. Tanto più alla luce di una serie di sentenze di sette o otto Tar (veneto compreso) e del Consiglio di Stato presentate dal legale degli abitanti della zona, Daniele Bellot, tutte molto chiare: in casi del genere l’abuso va abbattuto. Ma neppure questo è il punto. Il punto è che, durante un consiglio comunale, esasperata dalle resistenze della maggioranza all’idea di demolire il complesso, la signora Ada Stefan sbottò: «Vergognatevi! ».
Un’offesa gravissima, secondo Mario Rosset, già segretario e consigliere della Lega. Al punto di meritare una denuncia. Denuncia finita sul tavolo di un magistrato trevisano. Il quale, incredibile ma vero, decise di emettere un decreto penale che condannava la signora «per avere offeso l’onore e il prestigio del consiglio comunale di Vittorio Veneto dicendo ad alta voce, rivolta al loro indirizzo, "Vergognatevi"». Un verdetto sconcertante. Che Ada Stefan decise di non accettare chiedendo di andare a processo. Processo aperto e chiuso giorni fa nel giro di pochi minuti: per il giudice Angelo Mascolo la signora andava assolta «perché il fatto non costituisce reato, ai sensi dell’art. 129 c.p.p.». Faccenda chiusa? Macché: tre giorni dopo (tre giorni: in un Veneto in cui i magistrati sono sommersi di arretrati e, stando alla relazione della stessa presidente Manuela Romei Pasetti, «trascorrono mediamente 272 giorni tra la sentenza di 1˚ grado e l’arrivo alla Corte d’Appello») il sostituto procuratore Giovanni Cicero impugnava l’assoluzione. Il processo andrà avanti: la signora Stefan, secondo lui, va castigata. Il tutto in una provincia come Treviso.
Dove il sindaco leghista Giancarlo Gentilini ha ordinato «la pulizia etnica contro i culattoni» ed è arrivato a invocare «il linciaggio in piazza». Dove il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni si è spinto a dire: «Gli immigrati? Peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto» aggiungendo che «l’immigrato non è mio fratello, ha un colore della pelle diverso». Dove il consigliere comunale leghista della città capoluogo Pierantonio Fanton ha teorizzato che «gli immigrati sono animali da tenere in un ghetto chiuso con la sbarra e lasciare che si ammazzino tra loro». Dove un altro consigliere leghista, Giorgio Bettio, è sbottato tempo fa urlando che occorreva «usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Il tutto senza particolari strascichi giudiziari. E sarebbe un reato dire «vergognatevi»? Messa così lo diciamo anche noi: vergognatevi.
Gian Antonio Stella
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03/10/2009
Sì allo scudo fiscale, domani la firma di Napolitano
Sì allo scudo fiscale, domani la firma di Napolitano
La Camera ha approvato il decreto anticrisi con 270 sì contro 250 no. Molti gli assenti, bagarre in Aula. Il Capo dello Stato promulgherà il provvedimento al suo rientro a Roma, intanto il Quirinale spiega: non è un'amnistia
Passa solo con 20 voti di scarto in Aula alla Camera il decreto correttivo che contiene lo scudo fiscale (270 i sì, 250 i no, 2 gli astenuti): significa che se l'opposizione fosse stata al completo, la norma tanto contestata da Pd, Idv e Udc e su cui il governo ha ottenuto la fiducia non sarebbe passata. Domani, al suo rientro a Roma, il presidente della Repubblica, firmerà la legge promulgandola. Per il capo dello Stato, le norme sullo scudo fiscale sarebbero state più consone all'interno del decreto anticrisi. Ma, in ogni caso, non si configurerebbero come una amnistia secondo quanto precisa un comunicato del Quirinale. «La previsione di ipotesi di non punibilità subordinata a condotte dirette ad ottenere la sanatoria di precedenti comportamenti - si legge nella nota -, non è ritenuta qualificabile come amnistia in base a ripetute pronunce della Corte costituzionale, da ultimo con ordinanza 9 aprile 2009, n. 109».
GLI ASSENTI DELLA MINORANZA - Quanto al voto, continuano le polemiche soprattutto all'interno della minoranza che ora recrimina sull'occasione sfumata di far naufragare il provvedimento. Sono 279 infatti i deputati dell'opposizione. La maggior parte delle assenze non giustificate si registrano nel Pdl (213 presenti su 269 appartenenti al gruppo), ma subito dietro è il Partito democratico che "guadagna" la maglia nera: sono 23 i deputati che non hanno partecipato al voto (su un gruppo che al completo conta 216 componenti); 6 su 37 sono i deputati dell'Udc assenti, uno solo tra le file dell'Idv (qui la lista completa).
Tolti i deputati in missione, nel gruppo Idv c'era un assente (pari al 3,8%), nel gruppo Pd 22 (10,6%) e nel gruppo Udc 6 (16,2%). Nel Pdl gli assenti erano 31 (11,5%) , nella Lega 4 (6,6%). Nel voto finale i sì sono stati 270, i no 250.
LA LISTA - Tra gli assenti, l'Idv Aurelio Misiti, i Pd Ileana Argentin, Paola Binetti, Gino Bucchino, Angelo Capodicasa, Enzo Carra, Lucia Coldurelli, Stefano Esposito, Giuseppe Fioroni, Antonio Gaglioni, Dario Ginefra, Oriano Giovanelli, Gero Grassi, Antonio La Forgia, Marianna Madia (assente perché si è dovuta sottoporre ad un importante accertamento medico), Margherita Mastromauro, Massimo Pompili, Fabio Porta, Giamomo Portas, Sergio D'Antoni (quest'ultimo ha reso noto che la sua assenza era dovuta alla necessità di sottoporsi a ricovero urgente per accertamenti medici presso la clinica universitaria Sant'Orsola Malpighi di Bologna) e Linda Lanzillotta, Giovanna Melandri, Lapo Pistelli (tutti e tre impegnati a Madrid per seguire, per conto del Partito Democratico e del gruppo parlamentare che aveva autorizzato la missione, i lavori del Convegno «Global Progress Conference» promosso dal Center of American Progress e dalla Fundacion Ideas para el progreso. Furio Colombo, che sul tabulato distribuito ai deputati, risultava assente, è intervenuto in aula per annunciare che era presente ed aveva votato contro. Nell'Udc gli assenti erano Francesco Bosi, Amedeo Ciccanti, Giuseppe Drago, Mauro Libè, Michele Pisacane, Salvatore Ruggeri. Nelle fila della maggioranza tra gli assenti Luca Barbareschi, Giulia Bongiorno, Manlio Contento, Manuela Di Centa, Elvira Savino, Maurizio Scelli, Denis Verdini.
PD E UDC: «SANZIONI» - Immediata scoppia la polemica sui non presenti. La presidenza del gruppo del Pd alla Camera annuncia «immediate sanzioni» per i deputati che erano assenti ingiustificati al momento del voto finale sul decreto. Undici parlamentari erano assenti per malattia e due in missione per la Camera, ma «per gli assenti ingiustificati, che comunque non sarebbero stati determinanti ai fini del voto, la presidenza del gruppo prenderà immediate sanzioni» Pier Ferdinando Casini, dal canto suo, ha inviato una dura lettera ai deputati centristi che non erano presenti: «La tua assenza, in alcun modo giustificata né preannunciata, rappresenta una grave mancanza di responsabilità nell'esercizio del mandato parlamentare e nella disciplina di gruppo. Casini annuncia che sottoporrà «agli organi del gruppo la questione per l'eventuale applicazione di sanzioni pecuniarie per le assenze ingiustificate e ti richiamo per il futuro -si legge nella lettera - ad un maggior rispetto dei tuoi doveri».
BAGARRE IN AULA - Assenze a parte, le operazioni di voto sono state piuttosto tumultuose. E l'intera seduta è stata caratterizzata dalla bagarre tra le varie forze politiche. A un certo punto il vicepresidente di turno, Rosy Bindi, è stata costretta a sospendere la seduta dopo che i deputati dell’Italia dei Valori hanno esposto in Assemblea le "agende rosse" di Paolo Borsellino usate sabato scorso durante la manifestazione antimafia organizzata da Salvatore, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia. Ma sono state le parole di Francesco Barbato, deputato dell'Idv, a scatenare la ressa.
SEDUTA SOSPESA - L'esponente dipietrista ha accusato la maggioranza e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di essere dei «mafiosi». Secondo il vicepresidente del gruppo del Pdl Italo Bocchino questo «è reato: siamo nell’aula della Camera e chiedo al vicepresidente di intervenire usando il Regolamento. Bindi ha il dovere di espellere Barbato dall’Aula. Ha fatto affermazioni gravi che violano le elementari norme comportamentali. Non possiamo accettare che si possa dire in un’Aula del Parlamento che il premier è mafioso, che la maggioranza è mafiosa». Il vicepresidente della Camera ha sottolineato di aver «espressamente richiamato all’ordine Barbato». Quindi la bagarre: l’Idv ha protestato mostrando le agende rosse e la Bindi si è vista costretta a sospendere la seduta.
FINI INTERVIENE - Poco dopo è intervenuto in aula il presidente della Camera, Gianfranco Fini, spiegando che le affermazioni di Barbato sono «oggettivamente gravi» e «saranno oggetto di valutazione da parte dell'Ufficio di presidenza» che «deciderà gli eventuali provvedimenti disciplinari da prendere».
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01/10/2009
Scudo fiscale, la Camera vota la fiducia
Scudo fiscale, la Camera vota la fiducia
Ma Fini: anomalie nell’iter, oggi si chiude. Berlusconi in aula. La Cgil: in piazza a novembre
ROMA — Dopo un aspro dibattito la Camera ha votato la fiducia richiesta dal governo sul decreto che estende l’applicabilità dello scudo fiscale. I sì sono stati 309 (Pdl, Lega, Mpa), i no 247 (Pd, Idv, Udc). L’iter parlamentare si concluderà oggi entro le 15 con il voto finale sul provvedimento. Il termine è stato fissato ieri dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha annunciato il ricorso, se necessario, allo strumento regolamentare della «ghigliottina». Con la ghigliottina, finora mai utilizzata, il presidente può in ogni momento sospendere il dibattito e passare al voto. Fini, pur riconoscendo «oggettive anomalie procedurali nella complessiva vicenda dell’iter del decreto, trasmesso dal Senato a 10 giorni dalla sua scadenza », ha motivato la decisione di chiudere la partita entro le 15 di oggi con la necessità di dare al presidente della Repubblica un tempo sufficiente a valutare il testo prima della promulgazione. Il decreto deve infatti essere convertito in legge entro sabato, altrimenti decade.
Per le dichiarazioni di voto, trasmesse in diretta dalla Rai, si sono mobilitati i big dei partiti e il presidente del Consiglio è arrivato ieri sera in aula per votare. In mattinata Silvio Berlusconi aveva difeso lo scudo per regolarizzare i capitali nascosti all’estero dietro il pagamento di un’aliquota del 5% e facendo salvi tutta una serie di reati, compreso il falso in bilancio: «Bisogna essere realisti questi soldi sono sfuggiti al controllo dell’erario». Con lo scudo, ha aggiunto, entreranno nelle casse dello Stato, «alcuni miliardi da spendere per lo sviluppo».
Ma secondo Antonello Soro, che ha annunciato ieri sera il voto contrario del Pd, si tratta dell’ «ennesimo condono», che sta «trasformando l’Italia in un vero e proprio paradiso fiscale». Soro si è quindi appellato a Fini perché non usi la ghigliottina. Ma il presidente della Camera ha ribadito in serata la sua posizione: «Ho il dovere di rendere possibile l’esercizio di voto», col quale «ogni deputato si assumerà la sua responsabilità». Nel pomeriggio quindi il testo arriverà al Quirinale.
Assolutamente contrario allo scudo anche il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, che ha parlato di «vergognosa sanatoria di reati odiosi perpetrati alle spalle dei lavoratori onesti». Il capo dell’Idv, Antonio Di Pietro, si è nuovamente appellato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affinché «rimandi indietro questa norma incostituzionale, fatta per i criminali». Parole che hanno scatenato la reazione del capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto: «Le deprecazioni di Di Pietro sono spazzatura verbale». Per l’esponente del Pdl il decreto si inquadra in una politica più ampia che vede «la lotta decisa ai paradisi fiscali ». Contro lo scudo si mobilita la Cgil, che ieri ha annunciato una manifestazione nazionale a Roma per il 14 novembre contro tutta la politica economica del governo.
Enrico Marro
Fonte: Corriere della Sera
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29/09/2009
Scudo fiscale: «Potrebbero essere rimpatriati 300 miliardi di euro»
Scudo fiscale: «Potrebbero essere rimpatriati 300 miliardi di euro»
La stima in base ai dati ocse. Di pietro: «e' riciclaggio di stato». Lo rivelano Guardia di Finanza e Agenzia delle entrate. Tremonti: «I capitali criminali non rientreranno»
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| Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti (Ansa) |
MILANO - La consistenza dei patrimoni degli italiani detenuti all'estero «che potrebbero essere rimpatriati aderendo allo scudo fiscale è di quasi 300 miliardi di euro». Lo rilevano, citando dati Ocse, la Guardia di finanza e l'Agenzia delle entrate in un convegno sui paradisi fiscali. Dei 300 miliardi di euro di tesori italiani oltre confine, 125 miliardi si troverebbero in Svizzera e 86 in Lussemburgo.
LA STIMA - Guardia di finanza e Agenzia delle entrate ricordano che l'Ocse stima come cifra di denaro che orbita nei paradisi fiscali 7.000 miliardi di dollari, di questi 1.600 sono riconducibili ad attività criminali. Lo scudo fiscale è «l'ultima opportunità di mettersi in regola» sottolineano in una nota congiunta la Guardia di finanza e l'Agenzia delle entrate durante il convegno.
CIRCOLARE - L'Agenzia delle entrate sta «esaminando in questi giorni le osservazioni che sono state inviate valutandone il recepimento nella circolare che contiamo di diffondere la prossima settimana» ha detto il direttore, Attilio Befera, intervenendo al convegno.
TREMONTI - Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, è convinto da parte sua che «i capitali criminali non saranno rimpatriati». «Non credo che la criminalità si servirà di questo strumento - afferma. - I capitali criminali o sono in Italia perfettamente sbiancati o continueranno la loro attività all'estero». Sulle cifre che riguardano i capitali detenuti illegalmente all'estero ci vuole «una valutazione estremamente cautelativa» spiega ancora Tremonti. «La stampa italiana e internazionale- continua Tremonti- riferisce di quote importanti di capitali detenuti nei paradisi fiscali ma il 60% del pil del mondo mi sembra una cifra eccessiva». Tremonti crede che in queste stime «ci sia un grande caveat perchè quelle cifre comprendono anche i capitali frutto della criminalità che non credo usufruiranno del rimpatrio».
DI PIETRO - Non si placano però le polemiche sul provvedimento che dovrebbe essere approvato nei prossimi giorni e che introdurrà, per l'appunto lo «scudo fiscale». Il più critico verso la norma è il il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro per il quale «lo scudo fiscale è riciclaggio di Stato. Fino ad oggi i proventi di reati nascosti all'estero costituivano riciclaggio, come era previsto dalla legge. Da domani, da parte di questa maggioranza, di questo Parlamento e di questo governo ci sarà un lavaggio industriale e si renderanno responsabili di un vero e proprio riciclaggio di Stato».
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15/01/2009
THYSSEN: SI' A TELECAMERE IN AULA, RINVIO AL 22 GENNAIO
THYSSEN: SI' A TELECAMERE IN AULA, RINVIO AL 22 GENNAIO 
I giudici hanno dato il via libera alle telecamere perche' - come si legge nell'ordinanza - il processo ha ''oggettive caratteristiche di rilevante interesse sociale'' sia per la materia trattata sia per la gravita' dei reati contestati (l'omicidio volontario all'amministratore delegato e l'omicidio con colpa cosciente per altri cinque dirigenti).
E' ''doveroso'' permettere ai cittadini di conoscere e vedere lo svolgimento delle udienze ma - ha aggiunto la Corte - per evitare che le telecamere creino inconvenienti verranno collocate tutte insieme in un punto preciso dell'aula. A favore delle telecamere si era pronunciata la pubblica accusa: la pm Francesca Traverso, citando tra l'altro il processo Cusani e il processo Andreotti e facendo riferimento a casi di cronaca piu' recenti, aveva fatto presente che ''l'autorizzazione e' stata concessa in passato per vicende in cui l'attenzione del pubblico aveva connotazioni morbose, non come in questo caso, dove l'interesse e' concentrato sui reati e non sugli imputati''.
Anche le parti civili si sono dette d'accordo con una unica nota leggermente dissonante, quella dell'avvocato Alberto Mittone, patrono della Provincia di Torino, autore alcuni anni fa di un libro con una analisi sull'invadenza dei media nelle vicende giudiziarie, che al parere favorevole ha accompagnato una precisazione: ''Le telecamere non devono intaccare il sereno e regolare svolgimento del processo''. Il ''no'' era stato pronunciato dalle difese: ''Volevamo evitare - ha detto l'avvocato Ezio Audisio - che i media avessero il sopravvento sul processo. Oltre alle riprese e' importante vedere come queste verranno utilizzate. Per questo siamo grati alla Corte per gli accorgimenti che ha preso''.
L'udienza di oggi è iniziatq, con quasi due ore e mezzo di ritardo rispetto all'orario previsto, a causa della sostituzione dei tre giudici popolari che nei giorni scorsi erano stati intervistati da un quotidiano. Il presidente della Corte Maria Iannibelli ha spiegato brevemente che i tre giudici popolari hanno "letto con sorpresa" un articolo che li riguardava e "hanno spiegato di non avere espresso né giudizi né parerì sul processo". "Ma per spirito di servizio - ha spiegato la presidente - hanno chiesto di astenersi per non creare intralci processuali". La loro domanda è stata accolta e sono stati subito sostituiti.
Sono due, su un totale di sei, gli imputati del processo che erano presenti stamattina nella maxi aula 1 del Palazzo di Giustizia di Torino. Si tratta di Raffaele Salerno, direttore dello stabilimento di Corso Regina Margherita, e Cosimo Cafueri, dirigente con funzioni di responsabile dell'Area Ecologia Ambiente e Sicurezza.
In aula anche numerosi familiari degli operai morti. La maggior parte di loro indossa le magliette con i volti delle sette vittime.
"Li hanno ammazzati loro e devono andare in galera". Rosina De Masi, la mamma di una delle sette vittime del rogo della ThyssenKrupp esprime così il suo dolore fuori dalla maxi aula 2 del Palazzo di Giustizia dove stamattina è in programma la prima udienza del processo per la tragedia dell'acciaieria torinese. "Mi spiace solo - aggiunge la donna - che molto probabilmente non avranno l'ergastolo". Come già era accaduto in occasione dell'udienza preliminare, sono numerosi i familiari delle vittime, gli amici e i colleghi di lavoro che seguiranno l'udienza. Uno striscione listato a lutto delle rappresentanze sindacali della Thyssenkrupp è stato esposto all'ingresso del Palazzo di giustizia.
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Processo Thyssen: sostituiti 3 giudici popolari, per intervista a un quotidiano
Processo Thyssen: sostituiti 3 giudici popolari, per intervista a un quotidianoPrimo colpo di scena all'inizio del dibattimento sul rogo del dicembre 2007 in cui persero la vita 7 operai. La madre di giuseppe demasi, vittima dell'incendio: «li hanno ammazzati»
TORINO - Primo colpo di scena. È iniziato, con quasi due ore e mezzo di ritardo rispetto all'orario previsto, il processo contro i sei manager della Thyssen che dovranno rispondere del rogo avvenuto nello stabilimento torinese il 6 dicembre 2007 in cui persero la vita 7 operai.
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| Un momento del processo |
IL DOLORE DI UNA MADRE - Come durante le udienze preliminari sono numerosi i familiari, gli amici e i colleghi dei sette operai. «Li hanno ammazzati loro e devono andare in galera. Anche loro sanno di essere colpevoli» ha detto Rosina Demasi, madre di Giuseppe, vittima 26enne del rogo, che è stata tra le prime a entrare nella maxi aula 1 del Tribunale di Torino. All’ingresso del Palazzo di giustizia è stato esposto uno striscione, listato a lutto, delle rappresentanze sindacali dell’azienda tedesca.
15:40 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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