02/01/2012
Un pugno di società controlla il mondo. Ecco la rete globale del potere finanziario
Un pugno di società controlla il mondo. Ecco la rete globale del potere finanziarioUna ricerca svizzera traccia il quadro delle relazioni tra grandi gruppi: meno di 150 multinazionali dettano le regole del mercato e strozzano la concorrenza: "Controllo sproporzionato, si rischiano ripercussioni disastrose". Unicredit nella top 50
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06/04/2010
Nella rete del «criminal network» I clan piegano il web ai loro interessi
Nella rete del «criminal network» I clan piegano il web ai loro interessiGli iscritti si chiamano Licciardi, Stolder, Tolomelli, Longobardi, Chierchia, Gallo, Iacomino. Su Facebook «A’ scission ro rion», «Vele di Scampia», gruppi intorno a cui ruotano le famiglie della malavita

NAPOLI - Tutto ruota intorno ai gruppi A’ scission ro rion (la scissione del rione), Masseria Cardone, A’ scission’ play e Vele di Scampia. Il primo, che fa il tifo per il clan Amato-Pagano, detto anche degli «Scissionisti», conta da solo 4.500 utenti iscritti. Siamo su Facebook: qui, come nella vita «reale», si stringono alleanze, si litiga, si fanno progetti. Gli esaltati un po’ sfigati, quelli che dicono «Viva Cutolo» e giocano a «Mafia Wars», non c’entrano niente. Qui non si gioca. Gli iscritti si chiamano Licciardi, Stolder, Tolomelli, Schlemmer, Chierchia, Gallo, Longobardi, Iacomino. E i «post» pubblicati dai partecipanti alle discussioni non parlano di oroscopo del giorno, bioritmo e test sulle affinità di coppia. Piuttosto, scorre la foto di una moto scarenata con su scritto «e mo jamm’ a fa’ stu muort’», l’immagine delle Vele di Scampia che parla di una fratellanza fra «Kiarolanz e Stolder, scissione para siempre», quella di una Beretta 92Fs per «quelli che almeno una volta hanno avuto il piacere di sparare con questo concentrato di tecnica tutto italiano!», o ancora una triste veduta della «Masseria Cardone», rione di Secondigliano che attualmente, secondo chi la pubblica, sarebbe senza un capo.
IL RIONE SENZA BOSS - Ma non passa molto tempo dalla pubblicazione del post, che tale Licciardi commenta: «ma nun o pnzat a stà capocchia....o scè liev stù cos oi stu povur dij» (tradotto: non date retta a questo deficiente. Scemo, togli questa frase, muoviti, povero Cristo). Il gruppo A’ scission ro rion riscuote un successo incredibile. C’è chi approfitta della bacheca per spiegare che «la famiglia Mazzarella è la numero 1», chi non nasconde le proprie simpatie per il «sistema di Ponticelli» e chi ribadisce: «la scissione regna su tutti un saluto a carmine savastano per un presto ritorno a casa». Il saluto ai carcerati è forse la pratica più diffusa per chi frequenta questi anfratti del web, vere e proprie mappe digitali utili a ricostruire legami e frequentazioni. Chi, neanche due settimane fa, ha creato il gruppo — sembrerebbe un ragazzino 12enne — forse non aveva idea di cosa questo spazio sarebbe arrivato a rappresentare, che quegli slogan, «Meglio morto che pentito», «Meglio detenuto che servo dello Stato», «I pentiti so’ guappi ’e cartone e si mettono paura della galera», avrebbero raccolto tanti consensi da registrare un incremento inarrestabile nel numero di iscritti.
I CONCORRENTI - Niente a che vedere con i gruppi «concorrenti», relegati a svolgere un ruolo di satelliti anche se nati molto tempo prima. Come quello dedicato alle Vele di Scampia, dove l’apice della mediocrità si raggiunge quando l’amministratore invita (trascrizione letterale): «Tossici dipendenti in cerca di soldi, à Secondigliano stà bella robb». Con il gruppo dedicato agli «Scissionisti», quello sulle Vele condivide molti link. Uno mostra il carcere di Poggioreale, e recita (tradotto da un napoletano incomprensibile) «Quando passiamo qui fuori, ognugno di noi ha un amico o un fratello carcerato, e vorremmo aprire queste sbarre per farli venire con noi in questa notte di libertà». Ampio spazio è dedicato ai neomelodici, specialmente a quelli che cantano della detenzione, delle logiche di camorra, dei tradimenti e della fedeltà agli «uomini d’onore».
GLI ASSETTI CRIMINALI - Consultando le pagine di molti iscritti, è possibile ricostruire gli assetti criminali di molte aree popolari. Come il Rione Provolera di Torre Annunziata, roccaforte dei clan controllato dalle famiglie Chierchia-Fransuà, i cui abitanti si danno ad appassionate conversazioni lodando i carcerati, il Kalashnikov, le pistole semiautomatiche e i boss di Cosa nostra, ai quali è dedicato un post dal titolo «Tutti sono maschi ma pochi sono uomini». Fra gli users, non mancano i nomi di detenuti illustri. Sono quelli che su internet si chiamano «fake»: nascondono altre identità, e il più delle volte fanno capo a pagine non consultabili dagli estranei. Lo spazio intitolato a Cosimo Di Lauro, per esempio, è privato, e non accetta amicizie al di fuori dei 77 contatti, italiani e stranieri, già associati al profilo.
Stefano Piedimonte
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02/03/2010
Tommy, la “foresta silenziosa” del web non ha dimenticato
Tommy, la “foresta silenziosa” del web non ha dimenticato
Il 2 marzo 2006 Tommaso Onofri, il bimbo di 18 mesi, veniva rapito dalla sua casa di Casalbaroncolo e ucciso. Quattro anni dopo sono centinaia i messaggi lasciati da blogger e internauti sulle bacheche dei tanti gruppi nati su Facebook.
Sono passati quattro anni dal sequestro di Tommaso Onofri, il bimbo di 18 mesi di Casalbaroncolo (Parma) portato via dalla sua casa davanti agli occhi dei suoi genitori.
La sua storia aveva sconvolto tutti. Per la durezza della vicenda, per la disperazione dei genitori che per un mese intero avevano lanciato appelli ai rapitori dalle tv chiedendo loro di somministrare al figlioletto il Tegretol, un farmaco di cui aveva bisogno perché malato di epilessia. Dalla sera del 2 marzo del 2006 fino al 1 aprile, quando le speranze furono interrotte dalla notizia del ritrovamento del corpo, appresa dagli Onofri direttamente dai telegiornali. Poi il processo e le condanne: ergastolo per Mario Alessi, 30 anni di carcere per la compagna Antonella Conserva e 20 anni per Salvatore Raimondi, mentre Pasquale Barbera è stato assolto. E l’infarto che ha colpito il papà di Tommy nell’agosto del 2008, facendolo finire in uno stato vegetativo.
Ma da quel 2 marzo ad oggi non si è mai interrotto l’affetto della gente. Quella foresta silenziosa di blogger e internauti di cui parla Paola Pellinghelli, la madre di Tommaso, sul sito dell’associazione Tommy nel Cuore. Lo testimoniano le decine di gruppi presenti su Facebook dove gli utenti lasciano messaggi per Tommy. Ogni giorno.
Tutti vogliono scrivere a un “piccolo angelo volato via troppo presto”, come afferma Alessandra sulla bacheca della pagina ufficiale che ha sul social network Tommy nel cuore, l’associazione fondata dalla famiglia Onofri nel gennaio del 2007 “per perseguire finalità di solidarietà sociale, di promozione dei diritti dei minori, fornendo assistenza psicologica, sociale, pedagogica, socio-sanitaria, come di ogni altra forma di assistenza e soccorso ai bambini che vivono in condizioni disagiate o di emergenza”, come si legge sul sito.
Sul gruppo, che ha più di 3 mila iscritti, ci sono commenti, foto del bimbo, le date principali della vicenda, gli eventi organizzati dall’associazione o applicazioni che permettono di lanciare un palloncino virtuale in cielo “per non dimenticare”. Molti gli utenti che commentano la vicenda giudiziaria lamentandosi della pena a loro avviso “inadeguata” inflitta a Mario Alessi e invocando una giustizia divina. Alessandra nota con disprezzo la presenza su Facebook di un gruppo dedicato proprio al muratore siciliano condannato all’ergastolo. Una pagina dove in realtà si danno informazioni sul processo che lo ha visto imputato. C’è chi c.
Non tutti però usano parole di condanna nei confronti dei responsabili. “
Decine anche i commenti per dire alla mamma di Tommy: Paola ti siamo ancora vicini.
Chiara Ribichini
11:23 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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14/11/2008
Il Centro Wiesenthal: «Via i gruppi neonazi da Facebook»
Il Centro Wiesenthal: «Via i gruppi neonazi da Facebook»Lettera al social network: «Inaccettabili e offensive minacce di gruppi che incitano all'odio»
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| Uno dei gruppi contro gli zingari presenti su Facebook |
GERUSALEMME – "Buttate gli zingari nella benzina!". “Lavori utili per gli zingari: cavie per le camere a gas”. “Bruciamoli tutti!”. Una volta c'erano gli ultimi nazisti da cacciare, ora ci sono i nipotini di quei fanatici da controllare. Una volta c'erano le bombolette spray e i muri da cancellare, oggi ci sono i social network: e i blog, i video, i siti web. Il lavoro non manca al Centro Simon Wiesenthal. Segnalazioni, ricerche, denunce.
LA LETTERA - L'ultima battaglia è contro Facebook e i neonazi italiani. Una lettera di protesta spedita al suo fondatore, Mark Zuckerberg, proprio nei giorni delle commemorazioni per i settant'anni dalla Notte dei Cristalli e dall’inizio delle persecuzioni naziste: «È vergognoso – scrive il rabbino Marvin Hier – che sulla rete, sotto il vostro marchio, si trovino inaccettabili e offensive minacce di gruppi che incitano all'odio». L'obbiettivo sono in particolare sette formazioni italiane, neofascisti elencati per nomi e responsabili, che secondo il Centro Wiesenthal «avvelenano» da tempo la rete e ora stanno lanciando un'offensiva contro i Rom. «Sono gruppi socialmente pericolosi», è la denuncia, presentata assieme ad alcuni parlamentari del gruppo socialista al Parlamento europeo (fra di loro c’è anche Martin Schultz, quello che Berlusconi definì pubblicamente «un kapò»): «Facebook non può aiutare e incoraggiare chi veicola questi messaggi».
LA RISPOSTA - La scuse del social network sono arrivate subito: con una email di risposta, i responsabili rassicurano il Centro Wiesenthal che «dopo avere verificato gli abusi che ci avete segnalato, abbiamo rimosso tutti i contenuti offensivi, come prevedono le nostre regole d’utilizzo della rete». Facebook promette più attenzione, chiede di denunciare e garantisce che «verranno intraprese le iniziative più adatte» per tutelarsi da queste incursioni. È un messaggio che a Gerusalemme, dove il Wiesenthal è impegnato nella costruzione del Museo della Tolleranza, aspettavano da un po'. Già a gennaio, Hier era dovuto intervenire perché alcuni messaggi l’avevano «strumentalizzato» nella campagna elettorale americana, facendo apparire il centro come schierato contro «il musulmano Obama». E a febbraio, in un discorso, il direttore dell’istituto aveva pubblicamente avvertito della nazi-propaganda su internet: «Quando nel 1995 ci fu la strage di Oklahoma City – aveva detto -, esisteva un solo sito che inneggiava alle camere a gas. Oggi, i nostri ricercatori ne hanno individuati almeno ottomila. E non fanno eccezione Facebook o YouTube, dove s’insegnano le tecniche del terrore, chi odiare e chi uccidere». Hier ama ripetere sempre una frase di Albert Einstein: «Il mondo è un posto pericoloso: non perché c’è chi fa del male, ma perché c’è chi lo vede e non fa nulla».
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