19/07/2009

Tangenti in Nigeria, c'è un superteste nel gruppo Eni

Tangenti in Nigeria, c'è un superteste nel gruppo Eni

 

L'inchiesta. Il caso degli appalti del gas, ex manager Snamprogetti: «Così si aggirava il codice anti-corruzione»


MILANO - Dopo il ciclone Mani pulite del 1992-1993, ancora gli stessi sistemi corruttivi per un altro decennio, almeno dal 1995 al 2004 negli appalti sul gas nigeriano: soltanto, appena più sofisticati. Con l'aggiramento, da parte di società del gruppo Eni, del codice etico anti-tangenti che il colosso dell'energia si era dato proprio per voltare pagina con la gestione tangentizia degli «intermediari» scoperta da Mani pulite. E' la severa accusa che la Procura di Milano muove nel decreto di perquisizione eseguita venerdì da Guardia di Finanza e Polizia nell'«area commerciale» e nell'«audit» dell'ex Snamprogetti (oggi incorporata in Saipem), partecipe al 25% del consorzio Tskj (con i francesi di Technip, gli americani di Kbr-Halliburton, e i giapponesi di Jgc) negli appalti da 6 miliardi di dollari per sei enormi impianti di estrazione e stoccaggio del gas liquefatto del giacimento nigeriano di Bonny Island. Ed è fondata, oltre che sui parzialmente noti atti dell'inchiesta americana conclusa con 7 anni di pena patteggiata dall'amministratore di Kbr, sull'inedito racconto che appena un mese fa dall'interno del gruppo Eni ha cominciato a fare ai pm milanesi un superteste: un ex manager di Snamprogetti, interrogato in giugno per tre volte nell'inchiesta che ipotizza «corruzione internazionale» nella quota italiana di tangenti a politici nigeriani pagate dal consorzio multinazionale Tskj per 180 milioni di dollari. Il nome del teste è mantenuto «coperto» dagli inquirenti, ma stralci d'interrogatorio sono riportati nella motivazione del decreto di perquisizione. E' dunque anche su questa base che i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro considerano «che i comportamenti tenuti dai rappresentanti della Snamprogetti nel 1995-2004 appaiono improntati a deliberata elusione del codice etico che Eni aveva adottato dopo le vicende emerse all'inizio degli anni '90, consistite nella creazione di fondi neri da parte delle società Snamprogetti e Saipem, utilizzati allo scopo di pagare provvigioni a intermediari all'estero» che facessero l'ultimo miglio del lavoro sporco, e cioè si incaricassero di smistare le tangenti ai destinatari di turno.

In Nigeria, Snamprogetti non operava direttamente: partecipava al consorzio Tskj, il cui comitato direttivo decideva quali «consulenti» (la Lng Servicoes nel paradiso fiscale portoghese di Madeira) individuare e finanziare, con soldi che poi l'entità portoghese a sua volta intermediava verso una società di Gibilterra (gestita dall'arrestato avvocato inglese Jeffrey Tesler) e una giapponese, penultime tappe del giro dell'oca delle tangenti fino ai destinatari nigeriani (dal presidente della Repubblica al ministro del Petrolio). Ed è qui che il teste dei pm spiega: «Il contratto con l'intermediario avrebbe dovuto essere approvato dal consiglio di amministrazione Eni o forse Snamprogetti», perché dopo Mani pulite l'Eni si era dato un «codice etico» che, «ripudiando pratiche di corruzione dirette o attraverso terzi per influenzare rappresentanti di governi o dipendenti pubblici», imponeva il passaggio in cda di tutto ciò che attiene ai delicati rapporti all'estero con «intermediari» e «consulenti». Ma «questo problema fu evitato perché il rapporto con gli intermediari non era in capo alle singole società del consorzio, ma a una società partecipata dalla joint venture, la cosiddetta Madeira 3».

A quel punto, per il via libera alle tangenti stanziate dal consorzio a beneficio dei famelici militari nigeriani, bastava la tacita e strategica assenza italiana nei momenti delle decisioni comunque approvate dall'esplicito sì del restante 75%: «In questo atteggiamento complessivamente defilato — aggiunge infatti l'ex manager —, rientra anche l'indicazione che venne data dalla direzione Snamprogetti di non partecipare alle delibere della Lng Servicoes quando era all'ordine del giorno il rilascio di una procura per la stipulazione dei contratti con Tesler o Marubene», i primi due intermediari dei soldi poi utilizzati per lo smistamento delle tangenti. E ad aprire nuove prospettive all'inchiesta milanese, che allo stato ha come indagati due ex manager di Snamprogetti e che ha solo 12 giorni di tempo per non far prescrivere l'eventuale responsabilità amministrativa della società sul contratto firmato il 31 luglio 2004 per il sesto impianto, sono le ultime righe dello stralcio d'interrogatorio che i pm hanno scelto di svelare: «Mi è stato comunicato nel corso della mia attività presso il consorzio — dice infatti il teste — che tutte queste indicazioni, in ordine al fatto di tenere un atteggiamento defilato, venivano dal top management».

Luigi Ferrarella

Giuseppe Guastella


18/07/2009

Tangenti italiane sul gas nigeriano

Tangenti italiane sul gas nigeriano

 

Inchiesta sulla Snamprogetti del gruppo Eni. I pm: politici pagati per gli appalti. Perquisiti gli uffici della Saipem, indagati due manager per corruzione internazionale. In ballo una «dazione» multinazionale da 182 milioni di dollari

 

 

 

 

 

MILANO — A sera, la per­quisizione iniziata in mattina­ta è ancora in corso negli uffi­ci del gruppo Eni a San Dona­to, e la selezione di carte e di e-mail nell’Area commerciale e nell’Audit interno dell’ex Snamprogetti (oggi incorpo­rata in Saipem) è il primo at­to visibile della nuova inchie­sta, per l’ipotesi di reato di corruzione internazionale, aperta dalla Procura di Mila­no sull’operato della società del «cane a sei zampe». In ballo c’è la quota italia­na di tangenti multinazionali pagate sugli appalti del gas in Nigeria: la parte di pertinenza Snamprogetti dei 182 milioni di dollari che il consorzio in­ternazionale Tskj (partecipa­to dall’americana Kbr, dalla giapponese Igc, dalla france­se Technip e appunto dall’ita­liana Snamprogetti) pagò tra il 1994 e il 2004 a politici e bu­rocrati della Nigeria in cam­bio degli appalti da 6 miliardi di euro per i sei colossali im­pianti di estrazione e stoccag­gio del gas liquefatto del giaci­mento di Bonny Island, zona da anni al centro del conflitto tra le forze governative e i guerriglieri che si battono contro lo sfruttamento del delta del Niger.

Reo confesso
Nata in Francia, cresciuta in Gran Bretagna e lievitata negli Stati Uniti, l’inchiesta milanese si nutre delle am­missioni di Albert Jackson Stanley, il top manager che dall’indagine in Texas è usci­to concordando 7 anni di pe­na dopo essere stato al timo­ne della multinazionale ame­ricana Kbr, controllata dalla Halliburton che all’epoca ave­va al vertice Dick Cheney, poi assurto alla vicepresidenza Usa nell’era Bush.

«31 Luglio 2004»
Ma le diversità degli ordi­namenti giudiziari fanno sì che l’indagine milanese abbia ora tempo proceduralmente ancora utile per scandagliare soltanto l’ultima fase dell’affa­re: e cioè la sottoquota di tan­genti pagate dal quadricon­sorzio multinazionale in rela­zione al contratto del 31 lu­glio 2004 per il sesto impian­to (denominato «treno 6»).

Prescrizione
Due le persone indagate, manager della ex Snampro­getti (attuale Saipem), ma so­lo per il periodo 2002- 2004. La data estiva della perquisi­zione — affidata quasi in ex­tremis dai pm Fabio De Pa­squale e Sergio Spadaro alla Guardia di Finanza, alla Poli­zia e agli esperti informatici della sezione della Procura— segnala invece che l’acquisi­zione di documenti operata dai magistrati serve anche a valutare se iscrivere nel regi­stro degli indagati la persona giuridica della società del gruppo Eni: evento infatti an­cora possibile soltanto per 13 giorni, prima che si consumi interamente il termine di 5 anni oltre il quale si prescrive la responsabilità amministra­tiva delle società per reati commessi dai dipendenti nel­l’interesse aziendale (legge 231 del 2001). I manager indagati dell’al­lora Snamprogetti sarebbero stati quelli più vicini al comi­tato direttivo del consorzio Tskj, la sede decisionale dove secondo Stanley si concorda­va di usare il paravento di «contratti di consulenza» co­me «canali di corruzione» dei vertici nigeriani attraverso una doppia intermediazione dei soldi: prima dal consorzio a un trio di società costituite dal consorzio di imprese nel paradiso fiscale portoghese di Madeira; e poi da esse ad altre due aziende che smista­vano i pagamenti ai politici nigeriani su conti svizzeri e monegaschi, ovvero la Tri-star di un avvocato d’affa­ri inglese a Gibilterra (Jeffrey Tesler, arrestato in Gran Bre­tagna) e una azienda giappo­nese di pubbliche relazioni. Nel febbraio scorso, la Kbr-Halliburton ha concorda­to con il Dipartimento di Giu­stizia di Houston (Texas) una multa di 579 milioni di dolla­ri da pagare allo Stato e alla Sec (l’equivalente americano della Consob), ammettendo che il suo ex amministratore delegato Albert «Jack» Stan­ley aveva pagato tangenti in Nigeria. Stanley ha pure am­messo, e accettato 7 anni. Cabina di regia Che le tangenti siano state pagate, dunque, appare fuori discussione. Quel che però la ex Snamprogetti del gruppo Eni nega è di aver mai sapu­to, e tantomeno condiviso, che il consorzio internaziona­le al quale partecipava le aves­se pagate. Sul punto, però, Stanley negli Stati Uniti ha af­fermato che la cabina di regia («steering committee») del comitato direttivo del consor­zio Tskj «prendeva le più im­portanti decisioni per conto della joint venture, inclusa la scelta se ingaggiare consulen­ti che assistessero il consor­zio per ottenere i contratti, chi pagare come consulenti, e quanto pagarli. Profitti, introi­ti e spese, incluso il costo de­gli agenti, furono divisi equa­mente tra i quattro partners» del consorzio Tskj. Generali d’oro Ma a chi andò questo fiume di soldi? Dalle carte di inchie­sta emerge il ministro nigeria­no del Petrolio dal 1995 al 1998, Dan Etete, condannato a marzo dalla Corte d’Appello di Parigi a una multa di 8 milioni di euro per aver incassato 15 milioni di dollari in tangenti che aveva utilizzato per acqui­stare alcuni immobili in Fran­cia, compreso un castello. Ma molto di più, secondo quanto si legge nelle carte dell’indagi­ne americana, sarebbe stato pagato al generale Sani Aba­cha, morto nel 1998 dopo aver governato con il pugno di ferro la Nigeria dal 1993: a lui sarebbero andati, tramite l’avvocato di Gibilterra, dai 40 ai 45 milioni di dollari. Il presi­dente nigeriano fino al 2007, Olusegun Obasanjo, avrebbe inoltre ricevuto nel 2002 circa 23 milioni; mentre il generale Abdulsalami Abubakar, presi­dente per un solo anno, di mi­lioni ne avrebbe comunque in­cassati 2,2 sul suo conto sviz­zero.

«Collaborazione»
Fonti difensive del gruppo Eni non hanno commentato ie­ri i presupposti della perquisi­zione, mentre fonti dell’azien­da ribadiscono la doppia posi­zione che il «cane a sei zam­pe » aveva rappresentato due anni fa quando negli Stati Uni­ti era stato chiamato indiretta­mente in causa dall’esito del­l’inchiesta americana sulle tan­genti. Primo: società dell’Eni non hanno mai pagato tangen­ti per gli appalti in Nigeria. Se­condo: «fin dal giugno 2004» il gruppo Eni ha offerto agli in­quirenti americani e alla Sec «collaborazione volontaria», anche «con la consegna di do­cumenti interni» sull’appalto.

 

Luigi Ferrarella
Giuseppe Guastella