02/09/2009

«Occupiamo subito Roma. Quella marmaglia ci tradirà»

«Occupiamo subito Roma. Quella marmaglia ci tradirà»

 

I VERBALI SEGRETI DI HITLER. Escono per la prima volta in italiano. 25 luglio 1943, ore 21.30: gli ordini del Führer dopo la caduta di Mussolini

 

 

 Adolf Hitler davanti a una carta geografica nel suo quartier generale di Rastenburg con i generali Wilhelm Keitel (al centro) e Alfred Jodl (a destra)
Adolf Hitler davanti a una carta geografica nel suo quartier generale di Rastenburg con i generali Wilhelm Keitel (al centro) e Alfred Jodl (a destra)

Il Führer — È già stato informato sugli svi­luppi in Italia?

Keitel — Ho sentito solo le ultime parole.

Il Führer — Il Duce si è dimesso. Non è anco­ra confermato: Badoglio ha assunto il governo, il Duce si è dimesso.

Keitel — Di sua iniziativa, mio Führer?

Il Führer — Probabilmente per desiderio del re, su pressione della corte.

Jodl — Badoglio ha assunto il governo.

Il Führer — Badoglio ha assunto il governo, quindi il nostro più acerrimo nemico. Dobbiamo chiarirci subito le idee, trovare un qualche meto­do per riportare sulla terraferma la gente qui (in­dica sulla cartina le truppe tedesche impegnate in Sicilia contro gli alleati, ndr ).

Jodl — La domanda decisiva è: combatteran­no o no?

Il Führer — Dichiarano che combatteranno, ma questo è tradimento! Dobbiamo essere chiari con noi stessi: è tradimento bello e buono! Sto attendendo le notizie su quello che il Duce dirà. Vorrei che il Duce venisse subito qui in Germa­nia.

Jodl — Se queste cose sono incerte, c’è solo un modo di procedere.

Il Führer — Stavo già pensando — la mia idea sarebbe che la 3ª divisione corazzata grana­tieri occupasse subito Roma e scardinasse imme­diatamente tutto il governo.

Jodl — Il combattimento viene sospeso, per questo caso, in modo che qui nella zona di Roma concentriamo quanto più possibile queste forze che portiamo fuori qui e quelle che sono già là, mentre il resto confluisce qui. — La cosa diventa difficile qui (si riferisce sempre alla Sicilia, ndr ).
Il Führer — Qui c’è solo una cosa: che tentia­mo di portare la gente su navi tedesche lascian­do indietro il materiale — materiale qui o là, non fa differenza, gli uomini sono più importan­ti — Presto avrò notizie da Mackensen (amba­sciatore tedesco a Roma, ndr ). Poi predisporre­mo subito il resto. Ma questo deve essere subito via!

Jodl — Sissignore.

Il Führer — La cosa decisiva intanto è che as­sicuriamo subito i passi sulle Alpi, che siamo pronti a prendere subito contatto con la IV arma­ta italiana e che prendiamo subito in mano i vali­chi francesi. Questa è assolutamente la cosa più importante. Per fare questo dobbiamo mandare giù subito delle unità, eventualmente anche la 24ª divisione corazzata.

Keitel — In tutto quello che potrebbe accade­re la cosa peggiore sarebbe non avere i valichi.

Il Führer — Dunque in linea di massima: una divisione corazzata, ed è la 24ª, è pronta. La cosa più importante è mandare giù subito in quella zona la 24ª divisione corazzata e che la divisione granatieri «Feldherrnhalle», che deve essere pronta, occupi almeno i valichi. Perché qui abbia­mo solo una divisione che è vicino a Roma. — La 3ª divisione corazzata granatieri è tutta là, vicino a Roma?

Jodl — È là, ma non completamente mobile, solo parzialmente.

Il Führer — Poi, grazie al cielo, abbiamo anco­ra qui la divisione cacciatori paracadutisti. Per­ciò la gente qui (Sicilia) deve essere salvata ad ogni costo. Qui, questo non serve a nulla: devo­no passare di qua, soprattutto i paracadutisti ed anche gli uomini della «Göring» (la divisione scelta intitolata al capo dell’aeronautica, Her­mann Göring, ndr ). Il loro materiale non ha alcu­na importanza, che lo facciano saltare o che lo distruggano. Ma la gente deve passare di qua. Ora sono 70 mila uomini. Se c’è la possibilità di volare, saranno di qua molto in fretta. Devono tenere una cortina qui così prendono indietro tutto. Solo armi leggere, tutto il resto rimane, di più non serve. Contro gli italiani ce la caveremo anche con le armi leggere. Tenere questo qui non ha alcun senso.

Jodl — Dobbiamo attendere notizie veramen­te precise e vedere quello che sta accadendo.

Il Führer — Ovviamente, solo che noi, da par­te nostra, dobbiamo cominciare subito a fare del­le riflessioni. Su una cosa non possono esserci dubbi: con tutti i loro intrighi, naturalmente di­chiareranno di rimanere dalla nostra parte; que­sto è chiarissimo. Ma questo è un tradimento; non rimarranno dalla nostra parte.

Keitel — Qualcuno ha già parlato con questo Badoglio?

Il Führer — Per il momento intanto abbiamo ricevuto questo rapporto: ieri il Duce era al Gran Consiglio. Nel Gran Consiglio c’erano Grandi, che ho sempre definito un «porco», Bottai, ma soprattutto Ciano. Hanno parlato contro la Ger­mania in questo Gran Consiglio e avrebbero det­to: «Non ha più alcun senso proseguire la guer­ra, in qualche modo si deve tentare di tirar fuori l’Italia». Alcuni erano contrari. Farinacci ecc. si sono certo espressi contro, ma non con l’incisivi­tà di quelli che si sono espressi a favore di que­sto movimento. Ora, già questa sera il Duce ha fatto sapere a Mackensen che è deciso ad accet­tare questa battaglia e che non capitolerà. Poi improvvisamente ho ricevuto la notizia che Ba­doglio vorrebbe parlare a Mackensen. Macken­sen ha detto di non aver nulla da discutere con lui. Egli allora è diventato ancora più insistente ed infine Badoglio ha mandato un uomo — Ha detto che il re lo aveva appena incaricato di for­mare un governo dopo che Mussolini da parte sua si era dimesso. Che significa «dimesso»?

Keitel — Tutto l’atteggiamento della Casa rea­le! Il Duce comunque al momento non ha in ma­no alcun mezzo di potere, nulla, non ha truppe.

Il Führer — Nulla! Gliel’ho sempre detto: non ha nulla! Non è vero che non ha nulla. Glie­lo hanno anche impedito perché non avesse un qualche mezzo di potere. Ora il ministro ha ordi­nato che Mackensen per prima cosa si rechi al­l’Ufficio Esteri. Probabilmente là gli verrà notifi­cato questo. Suppongo che corrisponda. Secon­do, il ministro ha chiesto se sono d’accordo che egli vada subito dal Duce. Ed io ho detto che va­da subito dal Duce e, se possibile, induca il Duce a venire subito in Germania. Penso proprio che voglia parlare con me. Se il Duce viene qui, è già una buona cosa; se non viene, allora non so. Se il Duce viene in Germania e parla con me, di per sé è già una buona cosa. Se non viene qui o non può partire o rinuncia perché si sente di nuovo male, cosa che non meraviglierebbe con quel branco di traditori, allora non si sa. Coso (proba­bilmente si riferisce a Badoglio, ndr ) del resto ha subito dichiarato che la guerra continua, in questo non cambia nulla. Quella gente deve fare così perché è un tradimento. Ma anche noi, da parte nostra, continueremo a giocare il loro stes­so gioco, prepareremo tutto per impadronirci fulmineamente di tutta questa gentaglia, per far piazza pulita di tutta quella marmaglia. Domani manderò giù un uomo che dia ordine al coman­dante della 3ª divisione corazzata granatieri di entrare seduta stante a Roma con un gruppo speciale, di arrestare subito tutto il governo, il re, tutta la banda, soprattutto di arrestare subito il principe ereditario e di impadronirsi di questa canaglia, soprattutto di Badoglio e di tutta quel­la gentaglia.


23/11/2008

Di Pietro: Berlusconi è come Hitler Gardini? Forse avrei potuto salvarlo

Di Pietro: Berlusconi è come Hitler Gardini? Forse avrei potuto salvarlo

Il libro Da giovedì in libreria «Il guastafeste» dove il leader dell'Italia dei valori ricostruisce la sua esperienza di magistrato e poi di politico. L'ex pm nella sua autobiografia: da nazista volere i giudici in manicomio

 

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Berlusconi accostato a Hitler. Veltroni «ingenuo». Il Pd giunto «alla resa dei conti tra lupi». E parole mai sentite su Tangentopoli. Come quelle che Antonio Di Pietro affida al suo intervistatore Gianni Barbacetto, nell'autobiografia Il guastafeste che Ponte alle Grazie pubblicherà giovedì, e che il Corriere ha letto in bozze: «Provo un grande rammarico per la vicenda di Raul Gardini, perché forse avrei potuto salvarlo... ma quello che ho fatto l'ho fatto per mantenere la parola data. È anche per questo che Gardini oggi non c'è più».
«Avrei potuto salvarlo»
Racconta Di Pietro: «Riesco a trovare le prove della responsabilità di Gardini nei pagamenti» delle tangenti Enimont, e «ottengo da Ghitti una misura cautelare. Il suo avvocato comincia con me una trattativa: Gardini vuole consegnarsi alla giustizia, ma senza andare in carcere». L'appuntamento è a Palazzo di Giustizia, alle 8 e 30 del 23 luglio 1993. «Do la mia parola all'avvocato: non andremo ad arrestarlo. Mi sarei riservato di decidere in base all'esito della deposizione. Se avesse parlato lui, sarebbe stata la caduta degli dei. Avrebbe raccontato dei soldi dati a tutti i partiti, compresa la valigia a Botteghe Oscure per il Pci». Il giorno prima, l'avvocato ribadisce le condizioni: «Gardini non dev'essere messo in manette. Lo porteremo in procura, però ci deve arrivare libero, con i suoi piedi». Di Pietro però non si fida. «Rispetto il patto, ma mi assicuro che non scappi. Il giorno prima faccio mettere sotto controllo la sua abitazione di Milano, l'abitazione di Ravenna, l'abitazione di Roma. A notte fonda, i carabinieri mi avvertono che Gardini sta arrivando nella sua casa di Milano, in piazza Belgioioso. "È in arrivo, dottore, lo prendiamo?". In quel momento, avrei potuto salvare Gardini. Se avessi detto: "Prendetelo"! Gardini sarebbe vivo. Ma avevo dato la mia parola. Così ho risposto: "Comandante, fermi tutti. No, non arrestatelo. Tenete discretamente sotto controllo la casa"».
«Alle 8 del mattino dopo, Gardini telefona all'avvocato. So per certo che stava per venire da me. Poco dopo è successo l'irreparabile. Mi precipito a Palazzo Belgioioso, e vedo subito che tra i giornalisti accorsi e qualche carabiniere poco accorto sta già montando un giallo: "L'hanno ucciso!" sussurra qualcuno, e a riprova fa rilevare che la pistola è appoggiata sul comodino mentre Gardini è riverso nel letto. Io chiamo seduta stante il maggiordomo, e lui mi spiega che la pistola l'ha spostata lui, dopo aver trovato Gardini che l'aveva usata per uccidersi, nel tentativo di soccorrere il morente».
Mani pulite
«In procura ero snobbato, molto snobbato. Ero considerato un poliziotto, ero ricordato come il poliziotto che i miei colleghi avevano conosciuto. Fino a qualche mese prima avevo lavorato come commissario al IV distretto di polizia, e quasi quotidianamente avevo portato ai pm milanesi di turno gli arrestati del giorno e della notte precedente...». «È stata importante anche la mia esperienza di perito elettronico », e soprattutto un cambio di strategia: «Prima, nel reato di corruzione, si puntava a indagare sul corrotto, sul politico. Io mettevo con le spalle al muro i corruttori, gli imprenditori. Gli imprenditori non erano i più deboli, ma i più opportunisti: quelli che avevano più convenienza a parlare». Tra i paradisi fiscali, Di Pietro indica «anche la Città del Vaticano, con la sua banca Ior. Spiace dirlo, ma è la verità». Oggi «Tangentopoli c'è ancora, ed è più agguerrita di prima».
Gli ex comunisti
«L'ha detto Craxi, lo dice Berlusconi. Ma i primi a sostenere che Mani Pulite è stata un'operazione politica per eliminare alcuni partiti sono stati, incredibile a dirsi, quelli dell'allora Pds, non appena si accorsero che indagavamo anche sui loro cassieri, Pollini e Stefanini. È successo quando siamo andati a fare una perquisizione alle Botteghe Oscure. Dovevamo capire che fine aveva fatto un miliardo di lire: Cusani racconta che Gardini l'ha portato a Botteghe Oscure. Piaccia o non piaccia, quel miliardo lì è entrato, anche se non siamo mai riusciti a sapere a chi è arrivato. I segretari politici d'allora, Occhetto e D'Alema, io li ho chiamati, ho chiesto che fossero anche sentiti in aula, ma il presidente del tribunale ha deciso che non c'erano elementi nemmeno per sentirli come testimoni».
Versace e Ferrè
«Libero ha dedicato due pagine a Santo Versace, titolo: "Così ho sconfitto Di Pietro". Ma che sconfitto! L'indagine, su Versace come su tanti personaggi della moda, riguardava le tangenti alla finanza. Ricordo ancora quando Ferrè è venuto da me a spiegarmi, con la camicia fuori dai pantaloni: mi ha fatto impressione, lui che era un grande stilista. Ebbene: le tangenti sono state pagate, i finanzieri sono stati condannati. Versace è stato condannato in primo grado e in appello e alla fine, in Cassazione, ha convinto l'ultimo giudice di essere stato costretto a pagare».
I miei errori
Di Pietro nega di aver mai ricevuto una Mercedes: «Dopo averla tenuta in prova per qualche giorno, mi resi conto che consumava troppo. Perciò non la comprai ». Ammette di aver ricevuto un prestito da cento milioni, ma precisa di non averli restituiti «con banconote avvolte in carta di giornale. Li ho restituiti con assegni». Riconosce che fu «un errore». «Oggi andrei in banca piuttosto che da un amico a chiedere un prestito». «Ho conosciuto l'ambiente craxiano milanese, ma appena ho capito di che pasta fosse fatto, l'ho perseguito penalmente senza guardare in faccia nessuno, anche se avevo avuto rapporti di frequentazione con alcuni di quell'ambiente».
Berlusconi
«Il mio partito viene sempre più visto come la vera, unica opposizione al modello fascistoide di governo berlusconiano, fatto di furbizie, favoritismi, leggi ad hoc, manganelli e accenni di xenofobia». «I magistrati? Rappresentano per Berlusconi ciò che gli ebrei rappresentavano per Hitler: razza infame da eliminare, anzi dementi da mandare nei manicomi. Non lo dico io: l'ha affermato lui stesso! Non credo che bisognerà aspettare molto. La "soluzione finale" è vicina per i giudici». «I soldati nelle città? Neanche sotto il regime fascista si era tentato di infinocchiare l'opinione pubblica in tal modo. Neanche Mussolini, con le sue otto milioni di baionette, aveva osato tanto! ».
Le avances del Cavaliere
È il 1994. Berlusconi telefona dal Quirinale, dov'era salito per accettare l'incarico di formare il nuovo governo. «Mi dà un indirizzo: via Cicerone numero 40. Lì trovo scritto sul portone: Studio Cesare Previti ». L'offerta è di fare il ministro dell'Interno; «intanto La Russa aveva fatto la stessa operazione con Davigo: a lui viene proposto di fare il ministro della Giustizia». Borrelli li convince a rifiutare. Ma un anno dopo Berlusconi invita Di Pietro a casa. «Succede nel febbraio-marzo 1995. È la prima e ultima volta che entro nella villa di Arcore. Berlusconi mi propone di entrare nella squadra: vieni in Forza Italia, non siamo nemici, abbiamo le stesse idee liberali. Io ho risposto che non era il momento per me di fare scelte. Berlusconi adombra allora l'ipotesi di incarichi di prestigio nell'amministrazione dello Stato, al vertice della polizia o dei servizi di sicurezza. Tutti e due stiamo stati molto attenti a non scoprirci. Ci siamo annusati, e abbiamo capito che non era cosa».
Altre avances
«Franco Frattini mi chiamò quando era ministro della Funzione Pubblica nel governo Dini. Mi disse che voleva fare un partito con me, perché lui con Berlusconi non c'entrava nulla. Anche Buttiglione mi chiamò e mi invitò a casa sua: cercò in tutti i modi di convincermi a fare con lui un partito contro Berlusconi. Giovanardi mi scrisse una lettera in cui osannava me e Mani Pulite, e ora non perde occasione per attaccarmi. Non le dico poi le volte che sono stato circuito da Casini...».
Giuliano Ferrara
«Nel collegio del Mugello lo stracciai. Lui, che tanto se la tirava!».
Prodi
«Nel 2006 mi aveva offerto di fare il ministro delle Telecomunicazioni. Però non ero considerato molto affidabile per la pax politica bipartisan di controllo dell'informazione pubblica. Sia a destra, sia a sinistra c'è qualcuno che mi guarda con fastidio. Come ora dimostra il caso Orlando». «Poi Prodi mi chiese di andare ai Lavori pubblici, e mi disse che era stata un'idea di una sua nipote». L'indulto? «Romano l'ha subìto più che voluto». «Prodi è stato impallinato dalla sua stessa coalizione. Anche, a volte — per onestà intellettuale devo ammetterlo — dall'agrodolce dell'Italia dei Valori».
Il Pd
«Sono tornati i vecchi lupi d'apparato. In tutto il Paese, ormai, stiamo assistendo a un redde rationem da Ok Corral che non rende giustizia all'impegno di Veltroni. Il Pd mi sembra un'identità in cerca di autore. Con quale Pd avrei dovuto fare il gruppo unico?».
Veltroni
«Inizialmente ha abboccato all'amo berlusconiano. In modo genuino, ma anche un po' ingenuamente, si è dichiarato disponibile a dialogare con Berlusconi». «Su di noi ha detto bugie, ci ha rivolto un attacco tutto basato su falsità. La prima falsità è che avremmo violato il patto. La seconda, quella che Veltroni va ripetendo dappertutto, è che l'Idv sarebbe a favore del reato di immigrazione clandestina. Mi ha fatto arrabbiare, anche se ho dovuto reprimere la voglia di dirgliene quattro, per il bene dell'alleanza». «Ora mi pare che abbia capito il madornale errore». E con Berlusconi «ha cominciato a comportarsi proprio come me».
Bossi
«Potremmo dire che il mio partito sta al Pd come la Lega sta al Pdl. La Lega non è solo il dito medio di Bossi o la bandiera strappata, ma si regge sul lavoro di tanti amministratori locali. Noi siamo una Lega non del territorio, ma dei valori. Non è un caso che nei nostri manifesti, in Lombardia, abbiamo messo il disegno della gallina cui la politica romana ruba le uova: è lo stesso, identico simbolo usato a suo tempo dalla Lega».
In seminario
«Quando andavo a scuola non potevo giocare con i figli di quelli che non venivano in chiesa, con il figlio del muratore, perché era comunista. La mia era una famiglia cattolica, anzi direi ecclesiastica, piena di parenti preti e suore in giro per tutto il mondo, dalla Bolivia al Paraguay. Io stesso sono stato anni in seminario».