20/06/2010

Diego Della Valle: "Giusto tassare i più ricchi"

Diego Della Valle: "Giusto tassare i più ricchi"

L'imprenditore toscano è stato ospite di SKY TG24 nell'appuntamento domenicale di Maria Latella. Al centro dell'intervista la situazione politica ed economica italiana.

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Diego Della Valle, l'imprenditore toscano, presidente onorario della Fiorentina, è ospite dell'appuntamento domenicale con Maria Latella. Interrogato sulla proposta di Bersani di colpire soprattutto i redditti più alti, Della Valle ha risposto che "se venisse chiesto alle persone che godono di redditti più alti di dare un contributo particolare in questo momento di crisi sarei d'accordo, a patto che questi soldi vadano veramente dove c'è bisogno e non si sprechino.

Della Valle poi critica l'idea degli imprenditori che decidono di darsi alla politica: "Il proprio contributo al bene comune un imprenditore lo da facendo impresa in Italia e continuando a lavorare in Italia. Io cerco di dare una mano al paese cercando di fare bene le cose che faccio. Servono imprenditori con la schiena dritta, senza paura di dispiacere al politico di turno."


28/04/2010

Rosarno, 40 arresti per 'ndrangheta

Rosarno, 40 arresti per 'ndrangheta

La gdf ha sequestrato Beni mobili per dieci milioni di euro. Carabinieri e polizia stanno eseguendo i fermi contro affiliati del clan Pesce tra la Calabria e la Lombardia

 

 

MILANO - Quaranta arresti tra la Calabria e la Lombardia. È l'obiettivo di un'operazione dei carabinieri di Reggio Calabria, in collaborazione con i militari del Ros e la polizia, per l'esecuzione di provvedimenti di fermo emessi dalla Dda reggina contro altrettanti presunti affiliati a una cosca della 'ndrangheta di Rosarno, quella dei Pesce. Il reato contestato alle persone coinvolte nell'operazione è l'associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata a omicidi, estorsioni e traffico di droga. I carabinieri stanno eseguendo complessivamente 32 fermi, 24 dei quali a Rosarno e in altri centri della provincia di Reggio Calabria, sette in provincia di Milano e uno in provincia di Bergamo. Otto i provvedimenti in carico alla polizia, tutti in provincia di Reggio Calabria.

BENI SEQUESTRATI - Nell'ambito della stessa operazione la Guardia di finanza ha sequestrato beni mobili per un valore di dieci milioni di euro riconducibili ad affiliati alla cosca Pesce. Consistono in società commerciali e in conti correnti bancari e postali. Tra i 40 arrestati ci sono sette donne: il loro ruolo nella gestione degli affari della cosca Pesce sarebbe stato molto attivo e si sarebbe concretizzato, in particolare, nel reimpiego dei proventi delle attività illecite gestite dalla cosca, in particolare estorsioni e traffico di droga. Reimpiego che consisteva, secondo gli investigatori, nell'acquisizione di consistenti proprietà immobiliari che venivano intestate fittiziamente a prestanome.

 

 

Redazione online


27/04/2010

Mafia e cemento, in manette boss e dirigenti

Mafia e cemento, in manette boss e dirigenti

Vendevano calcestruzzo con minori quantitativi di cemento. 14 arrestri tra boss di Cosa nostra siciliana e manager della Calcestruzzi spa di Bergamo. Sequestrate 7 aziende e beni per 5,5 milioni

 

 

 

In una vasta operazione denominata "Doppio colpo", che ha interessato Sicilia, Lombardia, Lazio e Abruzzo, carabinieri e guardia di finanza dei comandi provinciali di Caltanissetta hanno arrestato 14 persone e sequestrato sette aziende siciliane operanti nel settore del movimento terra. Tra i fermati alcuni boss mafiosi accusati di associazione mafiosa e illecita concorrenza con violenza e minaccia, e dirigenti della Calcestruzzi Spa di Bergamo, ai quali sono stati contestati i reati di associazione per delinquere e frode in pubbliche forniture.

Secondo l'accusa, con l'appoggio della mafia, cui cedeva parte dei maggiori profitti realizzati frodando i propri clienti - ai quali forniva calcestruzzo con minori quantitativi di cemento - l'azienda bergamasca, che da oltre due anni è sotto amministrazione giudiziaria, aveva assunto il monopolio nella fornitura di calcestruzzo in Sicilia.


Il provvedimento ha colpito beni per 5,5 milioni di euro. Sigilli, in particolare alla David Santo e Gandolfo S.n.c., con sede a Polizzi Generosa (Palermo), alla Telg srl di Riesi (Caltanissetta), all'impresa individuale Lo Cicero Francesco di Campobello di Licata (Agrigento), alla Arnone Vincenzo Srl con sede a Mussomeli

(Caltanissetta), all'impresa individuale Ricotta Maria Pia con sede a Caltanissetta, all'impresa individuale Incognito Antonio di Bronte (Catania) e alla Fo.Tra. Srl di Gela.


16/04/2010

Caserta, arrestati 22 imprenditori per disastro ambientale

Caserta, arrestati 22 imprenditori per disastro ambientale

I proprietari di aziende bufaline campane, secondo gli inquirenti, versavano i rifiuti speciali derivanti dalle loro attività direttamente nei canali, inquinando fiumi e falde acquifere

 

 

Ventidue proprietari di aziende bufaline campane sono stati arrestati con l'accusa di disastro ambientale, gestione illecita di rifiuti, avvelenamento di acque e scempio paesaggistico. Lo riferisce la Guardia di Finanza di Caserta. Secondo gli inquirenti gli imprenditori, tutti attivi nel Casertano e nella zona di Nola, versavano i rifiuti speciali derivanti dalle loro attività direttamente nei canali, inquinando fiumi e falde acquifere, compreso il bacino idrico dei Regi Lagni.  Sequestrati inoltre quattro impianti di depurazione della acque reflue e 25 aziende zootecniche.


01/04/2010

Fisco, scoperta gigantesca fuga di capitali Tra i denunciati anche un sacerdote

Fisco, scoperta gigantesca fuga di capitali Tra i denunciati anche un sacerdote

 

INDAGINE GUARDIA DI FINANZA. Funzionari di banca trasferivano all'estero somme evase di imprenditori della sanità, antiquari, agenti di viaggio

 

ROMA - Scoperta un'attività di riciclaggio di denaro sporco per circa 3 milioni di euro. Funzionari di banca trasferivano in Svizzera e Lussemburgo grosse somme evase da una clinica privata della capitale, da imprenditori edili, antiquari, agenzie di viaggio e da un sacerdote. È quanto hanno scoperto le Fiamme Gialle del comando provinciale di Roma che hanno denunciato 14 persone per riciclaggio ed evasione fiscale internazionale. Nel corso dell'operazione sono stati scoperti anche 3 milioni di euro riciclati. Come riferisce la Guardia di Finanza, dirigenti e dipendenti di un gruppo bancario italiano si muovevano personalmente per raccogliere i contanti in tutta Italia (soprattutto a Roma, Milano, Firenze e Modena) e portarli in una filiale a Lugano dove venivano depositati su conti «cifrati».

GLI EVASORI - Variegato il ventaglio delle persone che gli affidavano i guadagni non denunciati al fisco italiano: imprenditori (della sanità privata e del settore edile), antiquari, agenzie di viaggio ed anche un sacerdote. Per lui, secondo quanto accertato dai finanzieri, vi era il progetto di creare nelle isole Cayman una società off-shore sui cui conti far transitare gli importi dei libretti al portatore del prelato. Si trattava di cifre consistenti e quindi il compenso richiesto sarebbe stato molto più alto del normale. Ma le commissioni per portare a termine le rischiose operazioni di «ripulitura» erano comunque elevate, anche nei casi «standard»: di solito si avvicinavano all'1% delle somme trasferite ma erano destinate a crescere fino a sopra il 2% nei periodi (Pasqua e Natale) in cui la richiesta del particolare «servizio» finanziario raggiungeva i picchi più alti.

I TRUCCHI BANCARI - Il trucco, secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza, era quello di far «girare» meno contante possibile per evitare di essere fermati al confine dalle Fiamme Gialle e di vedersi sequestrare il «bottino». I responsabili si erano perciò inventati un sistema di «compensazione» on the road: il denaro infatti solo di rado varcava materialmente la frontiera. Chi voleva trasferire le somme le consegnava personalmente al funzionario di banca che, a sua volta, le metteva a disposizione di altri clienti, al contrario, bisognosi di «liquidi» da spendere in Italia. Qualche giorno dopo, le operazioni venivano registrate presso la banca estera, a credito e a debito a seconda dei casi e per i contanti movimentati. In cambio, i correntisti dovevano pagare una percentuale sulle somme e compilare una ricevuta, utilizzata come «pezza di appoggio» dell'operazione. Ma non era l'unico modo per riciclare. Gli uomini del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma ne hanno infatti scoperti molti altri. Tra i più gettonati, fa sapere la Guardia di Finanza, il ricorso a societá fantasma nei «paradisi fiscali», costituite tramite fiduciarie in Svizzera e in Lussemburgo, che venivano utilizzate sia per l'emissione di fatture false (relative a finte consulenze) allo scopo di trasferire all'estero denaro solo formalmente giustificato dalle fatture, sia per realizzare, a favore dei clienti più ricchi, tra cui anche i titolari di una nota clinica privata di Roma, un sistema complesso di «cartolarizzazione» dei crediti.

FONDI NERI - In base al meccanismo scoperto dai finanzieri, in pratica, l'imprenditore italiano che voleva portare «fondi neri» all'estero cedeva ad una società di cartolarizzazione (che era naturalmente d'accordo) un ingente portafoglio di crediti nei confronti di clienti sicuramente solvibili (per esempio enti pubblici). I crediti venivano molto svalutati e l'azienda italiana venditrice registrava in contabilitá la perdita che seguiva alla cessione, riducendo i ricavi e quindi l'utile dell'esercizio su cui pagare le tasse. L'azienda di cartolarizzazione a sua volta, spiegano i finanzieri, cedeva il credito a una fiduciaria svizzera o lussemburghese ad un prezzo leggermente più alto e ne otteneva un guadagno minimo. A questo punto la fiduciaria cartolarizzava il credito emettendo obbligazioni che venivano tutte acquistate da una società «fasulla», di solito intestata a professionisti esteri, ma riconducibile di fatto alla prima azienda italiana venditrice del portafoglio. Prima della scadenza delle obbligazioni, la società fasulla apriva un conto corrente presso la filiale svizzera del gruppo bancario. Era su questo conto che la fiduciaria, dopo aver ricomprato i titoli emessi e trattenuta una piccola percentuale per il servizio reso, versava la parte restante sul conto aperto a favore dell'impresa fasulla.

SOCIETA' FASULLE - E infine l'ultimo passaggio, quello decisivo: la società fasulla era posta in liquidazione e i fondi venivano trasferiti in contanti su un nuovo conto corrente rigorosamente «cifrato», di solito intestato ad un'altra falsa società, ma a disposizione dell'azienda italiana che in questo modo poteva godersi il suo «nero». Molti erano poi, sottolinea la Guardia di Finanza, i «servizi extra» offerti dai funzionari di banca: tra questi il cambio, in totale anonimato, di valuta estera e la messa a disposizione, presso le filiali italiane del gruppo, di cassette di sicurezza, dove i clienti potevano «parcheggiare» le mazzette di contanti, senza il rischio di segnalazioni, prima che fossero raccolti e trasferiti in Svizzera. E proprio in una di queste cassette le Fiamme Gialle in una occasione hanno trovato, pronti per essere spediti «oltreconfine», 155 mila euro che sono stati sequestrati dai finanzieri. Proseguono le indagini dei finanzieri per quantificare esattamente l'ammontare dell'evasione fiscale internazionale scoperta. (AdnKronos)


01/12/2009

Maxi blitz contro cosca pugliese: in manette boss e colletti bianchi

Maxi blitz contro cosca pugliese: in manette boss e colletti bianchi

 

Tra le accuse associazione a delinquere, tentato omicidio, usura, riciclaggio. Oltre ai boss Parisi e Di Cosola coinvolti direttori di banca, professionisti, amministratori pubblici e avvocati

 

ROMA - Bari messa sottosopra con un blitz all'alba, con oltre mille finanzieri che hanno eseguito quasi un centinaio di arresti disposti dalla Dda di Bari, a carico di affiliati ad una cosca mafiosa pugliese - completamente smantellata. Sono stati sequestrati beni per 220 milioni di euro, compresa la holding imprenditoriale del clan operativa anche all'estero. Le accuse sono quelle di associazione a delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, usura, riciclaggio, turbativa d'asta, e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Tra i destinatari delle misure eseguite dal Gruppo Investigativo sulla Criminalità Organizzata delle Fiamme Gialle di Bari, vi sono anche alcuni «colletti bianchi».

GLI ARRESTATI - I destinatari dei provvedimenti restrittivi sono 83 persone (53 sono state poste in carcere, 30 ai domiciliari): tra questi figura il capoclan barese "Savinuccio Parisi", assieme a suoi luogotenenti e gregari, e il boss Antonio Di Cosola, egemone dell'omonimo clan contrapposto agli Strisciuglio. Parisi, tornato il libertà da qualche tempo dopo aver scontato in carcere una pena definitiva, è ritenuto da anni dagli inquirenti il capo carismatico di una frangia della mafia barese attiva soprattutto nel rione Japigia di Bari che nei primi anni Novanta era il market della droga.

AMMINISTRATORI PUBBLICI -
Nell'indagine della Guardia di finanza sono coinvolti anche amministratori di alcuni Comuni del barese e professionisti. I primi sono indiziati di aver rilasciato autorizzazioni amministrative per favorire l'attività imprenditoriale apparentemente lecita del clan Parisi, gli altri di aver offerto la propria consulenza per favorire gli affari illeciti del boss.
Nell'inchiesta sono coinvolti - a quanto è dato sapere - direttori di banca, professionisti, amministratori pubblici e avvocati. Per la prima volta - viene fatto rilevare - l'indagine «fotografa» il coinvolgimento di persone della Bari bene in indagini sulla criminalità organizzata. A sostegno di questa ipotesi accusatoria vi sarebbero non solo intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche filmati video ritenuti dagli inquirenti particolarmente significativi.


25/11/2009

Cosentino, la Camera dice no all'arresto

Cosentino, la Camera dice no all'arresto

 

Al voto l'Udc si divide. Il Pdl fa quadrato per il no. Il Pd aveva dato via libera. Respinta dalla giunta per le autorizzazioni la richiesta del tribunale di Napoli

 

Il sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino (Emblema)
Il sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino (Emblema)

ROMA - La giunta per le autorizzazioni di Montecitorio ha detto no alla richiesta di arresto nei confronti del sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione camorristica.

I VOTI - La proposta del relatore Nino Lo Presti di negare l’autorizzazione al Tribunale di Napoli è infatti stata approvata con 11 voti a favore, 6 contrari e un astenuto, il radicale del Pd Maurizio Turco. Il resto dei democratici, compreso il presidente della Giunta Pierluigi Castagnetti, ha respinto la proposta del relatore aderendo quindi alla richiesta di arresto, mentre i due componenti dell’Udc hanno espresso voti diversi fra loro: Domenico Zinzi contrario all’arresto, Pierluigi Mantini favorevole così come l’Idv Federico Palomba. Bruno Cesario, campano, ex Pd, da ieri con il movimento di Francesco Rutelli, era assente.

PAROLA ALL'AULA - La delibera della Giunta ora approderà in aula entro il 10 dicembre, termine entro il quale, come da regolamento, devono essere esaminate le richieste di arresto per un deputato. L'ultima parola su Cosentino spetta dunque all'assemblea di Montecitorio. Al Senato, invece, oggi è il giorno della mozione di sfiducia contro il segretario presentata da Pd e Idv. Il vicecapogruppo dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, ha invitato la maggioranza a fare quadrato in difesa dell'esponente del governo spiegando che, diversamente, si finirebbe col creare le condizioni per colpire anche Silvio Berlusconi.

«FUMIS PERECUTIONIS» - Intanto il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchito denuncia la gravità del comportamento di politici dell’opposizione che alimentano «insulti e aggressioni» alla Giunta per le immunità della Camera per il no all’arresto di Nicola Cosentino. «E’ evidente che per Di Pietro e qualche altro - scrive Cicchitto in una nota- l’unica linea possibile è quella della manette. La maggioranza dei componenti della Giunta per le Autorizzazioni è stata di diverso parere e ha rilevato l’esistenza di un fumus persecutionis; non per questo va insultata e aggredita. C’è chi sta cercando di creare un pessimo clima nel nostro Paese. Va in questo senso anche la sollecitazione di chi a livello politico sostiene che tutto ciò che i magistrati affermano o deliberano va accettato a scatola chiusa».


11/11/2009

Il pentito e i nomi dei politici Spuntano Landolfi e Bocchino

Il pentito e i nomi dei politici Spuntano Landolfi e Bocchino

 

L'INCHIESTA - LE CARTE. L’imprenditore dei Casalesi: Cosentino è il mio padrone

 

Nicola Cosentino
Nicola Cosentino

NAPOLI - «Sappi che il mio padrone è Nicola Cosentino, e più di quello nes­suno ti poteva raccomandare... fai conto che sei già dentro». Così diceva l’im­prenditore in odore di camorra al giova­ne che aspettava l’assunzione nel con­sorzio Eco4, nato per gestire lo smalti­mento dei rifiuti nell’area casertana. E lui, Nicola Cosentino, confermava: «L’Eco4 è una mia creatura, l’Eco4 song’io ! ». È la storia di questo consorzio già al centro di altre indagini antimafia che porta il sottosegretario all’Economia, nonché coordinatore del Pdl in Campa­nia, all’accusa di concorso esterno in as­sociazione camorristica, con la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla procura di Napoli al giudice per le indagini preliminari. I capi di imputazio­ne contro Cosentino sono pesanti. «Con­tribuiva, sin dagli anni Novanta, a raffor­zare vertici e attività dei gruppi camorri­sti Bidognetti e Schiavone, dai quali rice­veva puntuale sostegno elettorale». Inol­tre, negli anni avrebbe «garantito il per­manere dei rapporti tra imprenditoria mafiosa e amministrazioni pubbliche». E la richiesta di arresto viene giustifica­ta anche con «la persistenza del debito di gratitudine» che il sottosegretario avrebbe verso i clan di Casal di Principe.

Il tessuto criminale
L’inchiesta si basa sulle dichiarazioni di sei collaboratori di giustizia. Il ruolo centrale è quello di Gaetano Vassallo, un imprenditore legato, per sua stessa ammissione, alla cosca di Francesco Bi­dognetti. Il nome dell’esponente politi­co del Pdl Vassallo lo fa ai magistrati per la prima volta l’1 aprile del 2008, raccon­tando di un incontro tra il sottosegreta­rio e Sergio Orsi, l’imprenditore che defi­niva Cosentino «mio padrone», e che con il fratello Michele (ucciso a Casal di Principe nel giugno del 2008) gestiva l’Eco4. «Posso dire che la società Eco4 era controllata dall’onorevole Cosentino e anche l’onorevole Landolfi (Mario Lan­dolfi, parlamentare e vicecoordinatore del Pdl in Campania; ndr ) aveva svariati interessi in quella società. Presenziai personalmente alla consegna di cin­quantamila euro in contanti da parte di Orsi Sergio all’onorevole Cosentino, in­contro avvenuto a casa di quest’ultimo a Casal di Principe». In un’altra deposizione, Vassallo rife­risce quanto gli avrebbe raccontato uno degli esponenti della famiglia Bidognet­ti nel corso di un summit: «Ricordo che si fecero i nomi anche di alcuni politici nazionali. In particolare, Bidognetti Raf­faele (...) riferì che gli onorevoli Italo Bocchino (vicecapogruppo del Pdl alla Camera; ndr ), Nicola Cosentino, Genna­ro Coronella (senatore Pdl; ndr ) e Lan­dolfi facevano parte del 'nostro tessuto camorristico'».

La camorra
L’Eco4 era un’azienda che il gip defini­sce «pura espressione della criminalità organizzata». Va ricordato che si tratta di società a capitale misto, quindi anche pubblico, governata di fatto da perso­naggi detti «Zio» (soprannome di Fran­cesco Bidognetti), «Panzone» e «Gigino o’ drink» e dove aveva un ruolo anche un personaggio come Emilio Di Cateri­no (poi pentito), uno degli autori del massacro di Castelvolturno, in cui il gruppo stragista dei Casalesi uccise set­te immigrati. Nel 2002, Eco4 entra nel progetto per la realizzazione del termo­valorizzatore nella provincia di Caserta. La sede viene scelta a Santa Maria La Fossa, attraverso una procedura che pas­sa dal Commissariato straordinario per i rifiuti, all’epoca gestito da Antonio Bas­solino, il quale, chiamato a testimonia­re, «non sapeva fornire ragioni» sull’or­dinanza firmata dal suo vice Giulio Fac­chi, nome che appare più volte nelle in­tercettazioni telefoniche dei «dirigenti» di Eco4. A quel tempo, Santa Maria La Fossa non è però sotto il controllo dei Bidognetti ma degli Schiavone, il più po­tente clan dei casalesi. Quindi Vassallo, che nella società è il referente dei Bido­gnetti, viene messo da parte: «L’onore­vole Cosentino mi spiegò quali erano le ragioni della mia esclusione dal consor­zio. Mi spiegò che ormai gli interessi economici del clan dei casalesi si erano focalizzati, per quanto riguarda il tipo di attività in questione, nell’area geografi­ca controllata dagli Schiavone (...) e che pertanto il gruppo Bidognetti era stato 'fatto fuori' perché non aveva alcun po­tere su Santa Maria La Fossa. Ne deriva­va la mia estromissione. In poche parole l’onorevole Cosentino mi disse che si era adeguato alle scelte fatte 'a monte' dal clan dei casalesi».

I nipoti del cardinale
Dell’Eco4 e di Cosentino parla ai giu­dici anche Michele Orsi, in una deposi­zione del giugno 2007: «Circa il 70 per cento delle assunzioni che vennero ope­rate per la Eco4 erano inutili ed erano motivate per lo più da ragioni politi­co- elettorali, richieste da Valente (Giu­seppe Valente, presidente del consorzio; ndr ), Cosentino e Landolfi (...) Ricordo ad esempio le assunzioni di Picone Nico­la, vicesindaco di Trentola, e quella di Oliviero, consigliere di Villa Literno, en­trambe richieste dall’on. Cosentino. Sempre Cosentino ci richiese l’assunzio­ne di due nipoti del Cardinale Sepe, da noi regolarmente attuate».

Ecco l'ordinanza cautelare

 

Fulvio Bufi
Marco Imarisio

corriere.it


14/10/2009

Al via a dicembre i lavori per il Ponte

Al via a dicembre i lavori per il Ponte

 

«La compagnia è avviata a una gestione positiva grazie a imprenditori coraggiosi». L'annuncio di Berlusconi a margine del piano di rilancio degli aeroporti. E su Alitalia: «Una sfida quasi vinta»

 

La piantina che mostra come si svilupperà il ponte di Messina (Ap)
La piantina che mostra come si svilupperà il ponte di Messina (Ap)

ROMA - «A dicembre, massimo gennaio, inizieremo la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina». Lo ha confermato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi partecipando all’iniziativa «Due hub», ovvero i piani di investimento per Malpensa e Fiumicino, presentata oggi a Villa Madama dalle società che gestiscono i due scali, Sea e Adr.

«ALITALIA VERSO GESTIONE POSITIVA» -Quanto allo sviluppo del sistema aeroproturale italiano, Berlusconi ha sottolineato che «da parte del governo c'è l'impegno a garantire le infrastrutture di collegamento con gli aeroporti». Inoltre, «c'è l'impegno per Milano affinchè le infrastrutture siano pronte per il 2015 quando sarà la vetrina dell'Italia in tutto il mondo». Il capo del governo ha poi commentato la situazione di Alitalia, definendola una compagnia «sicuramente avviata verso una gestione positiva che premia il coraggio di imprenditori che hanno saputo rischiare». «Siamo riusciti - ha sottolineato in particolare - a far restare l'Alitalia nelle nostre mani. La sfida sta per essere vinta, ho visto i risultati di Alitalia a ottobre e ci stiamo avviando verso una gestione positiva, che conferma la giustezza del progetto e premia il coraggio degli imprenditori che hanno saputo rischiare».

DEBITO PUBBLICO E INVESTIMENTI - Dobbiamo «fare i conti» con il debito pubblico che abbiamo «ereditato» ha detto ancora il premier, «ma questa eredità non deve impedirci di innovare e di rimuovere e gli ostacoli» che si frappongono alla realizzazione di infrastrutture «e non deve impedirci di stimolare investimenti pubblici e privati verso ciò che è più urgente».


27/07/2009

Scoperta evasione fiscale da un miliardo

Scoperta evasione fiscale da un miliardo

 

Due anni di indagini della Guardia di finanza nella provincia di Agrigento. Denunciati 120 imprenditori di Ravanusa e Canicattì, attivi nel commercio di rottami metallici

 

PALERMO - Un'evasione fiscale da un miliardo di euro è stata scoperta dalla Guardia di finanza, che ha denunciato 120 imprenditori di Ravanusa e Canicattì, in provincia di Agrigento, attivi nel settore del commercio di metalli e rottami ferrosi. Per tutti l'accusa è di dichiarazione fraudolenta ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Le verifiche fiscali delle Fiamme gialle, durate oltre due anni, sono state eseguite nei confronti di cinque società operanti nel settore del commercio dei rottami metallici. Recentemente un'altra società, con sede nel comprensorio di Ravanusa e anch'essa operante nella commercializzazione di rottami ferrosi, è finita nel mirino delle Fiamme gialle.

LA TRUFFA - Dall'analisi delle movimentazioni bancarie i finanzieri hanno accertato che, sistematicamente, al versamento di un assegno circolare o bonifico bancario che regolava il pagamento di fatture seguiva, contestualmente, una operazione di prelevamento (in contante o con assegno bancario) di pari importo nel quale figurava come beneficiario il rappresentante legale dell'impresa che aveva ricevuto la fattura che documentava la cessione del materiale, diminuito di una somma che, verosimilmente, rappresentava la «provvigione» spettante alla società-cartiera emittente delle fatture per operazioni inesistenti.