24/05/2010

Letta: «Sacrifici duri, spero provvisori» Napolitano: «Equità e misure condivise»

Letta: «Sacrifici duri, spero provvisori» Napolitano: «Equità e misure condivise»

La manovra economica - slitta a martedì l'incontro con le parti sociali. Il Capo dello Stato: «Siano prese decisioni responsabili». Bonaiuti: «Nessun condono edilizio e niente nuove tasse»

 

Paolo Bonaiuti (infophoto)
Paolo Bonaiuti (infophoto)

MILANO - «È arrivato il momento dei sacrifici». Lo dice prima Paolo Bonaiuti, chiedendo «un segnale equo» a «chi guadagna di più». Lo ribadisce poi Gianni Letta: «Nella manovra ci sono sacrifici molto pesanti, molto duri, speriamo provvisori». E lo ripete infine anche Giorgio Napolitano: «I sacrifici siano distribuiti con equità tra i cittadini». Il governo è al lavoro per mettere a punto gli ultimi dettagli della manovra economica correttiva per il prossimo biennio: un pacchetto di misure pari all'1,6% del Pil che dovrebbero riportare il deficit sotto il 3% del Pil dal 5,3% dello scorso anno e rassicurare i mercati finanziari, preoccupati da un possibile allargamento della crisi della Grecia, sulla solidità dei conti pubblici italiani. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, del resto, chiede all'Italia di «mantenere la disciplina fiscale, ridurre il peso del debito pubblico e aumentare il tasso di crescita nel lungo periodo». Servono tagli e risparmi, insomma. La tabella di marcia prevede che il Consiglio dei ministri si riunisca martedì alle 18 per il via libera al pacchetto, dopo l'incontro con gli enti locali e le parti sociali.

BONAIUTI
- «La manovra sarà di 24 miliardi - annuncia il portavoce della presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti. - Ieri sono stato dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti. È stata una giornata di lavoro intenso». Qualche dettaglio? Bonaiuti, intervenendo a "La telefonata" di Maurizio Belpietro in onda su Canale 5, chiarisce che non ci sarà nessun condono edilizio («casomai si tratta di mettere a catasto quelle due milioni di unità immobiliari») e che sono escluse nuove tasse («Nessuno metterà le mani in tasca ai cittadini»).

LETTA
- Sull'argomento interviene anche Gianni Letta. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio conferma che la manovra conterrà «una serie di sacrifici molto pesanti, molto duri che siamo costretti a prendere, spero in maniera provvisoria, con una temporaneità anche già definita, per salvare il nostro Paese dal rischio Grecia. Capiamolo così e ci capiamo tutti». Letta parla di «una manovra straordinaria che chiamiamo 'Provvedimenti urgenti per la stabilità finanziaria e per la competitività economica' che ci è imposta dall'Europa così come per gli altri Paesi, dalla Spagna al Portogallo, dalla Francia alla Gran Bretagna, alla Germania, che stanno prendendo provvedimenti, nel disperato, ma spero vittorioso tentativo, di scongiurare una crisi epocale e di salvare l'Euro».

NAPOLITANO
- Dagli Stati Uniti interviene anche Giorgio Napolitano: il presidente della Repubblica afferma che per affrontare la grave crisi che ha colpito l'euro «in tutta Europa occorre ridurre il debito pubblico, occorrono sacrifici distribuiti con equità tra i cittadini». «Bisogna mettere nel conto anche le proteste, che fanno parte della democrazia - prosegue Napolitano. - Quel che è importante è che le decisioni siano prese responsabilmente dalla maggioranza ed io spero siano condivise dalle forze di opposizione in Parlamento, nel comune interesse».

PD E IDV - L'opposizione attende di conoscere i dettagli della manovra, anche se si levano già voci critiche. «Riteniamo che nella manovra del governo ci sarà macelleria sociale - dichiara il presidente dei senatori dell'Idv, Felice Belisario - perché non ci saranno misure per i più deboli e si continuerà a togliere a chi già è in ginocchio. E soprattutto abbiamo l'impressione che ci saranno i condoni, quei tanti condoni che il governo Berlusconi è abituato a fare». «Per il bene del paese - dichiara invece il capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano - è necessario che la manovra finanziaria contenga un elevato tasso di equità sociale. Una manovra classicamente concentrata su redditi da lavoro, pensioni e stato sociale per le famiglie - aggiunge Damiano - significherebbe l'adozione di quelle ricette neo liberiste che ci hanno portati nell'attuale situazione di crisi. Sarebbe paradossale e incomprensibile per la maggioranza dei cittadini».

Redazione online


16/04/2010

Caso Fini, vertice del Pdl Bossi: se divisi si va a elezioni

Caso Fini, vertice del Pdl Bossi: se divisi si va a elezioni

«Passo avanti sul metodo. Spero in chiarimenti sul rapporto con la Lega». Riunione straordinaria dell'ufficio di presidenza. Berlusconi: fatti interni. Il Senatùr: «Temo la cosa non si rimetta a posto

 

Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, i due
Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, i due

ROMA - «Siamo in un argomento diverso da quello che abbiamo trattato sin qui. Questi sono piccoli problemi interni a una forza politica». È la risposta di Silvio Berlusconi a chi gli chiede, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, con La Russa, Alfano e Maroni al suo fianco, quanto sia grave la crisi con Fini. Una risposta che minimizza i dissapori tra i due cofondatori del Pdl. La rottura tra Berlusconi e Gianfranco Fini però sembra ormai conclamata. Al punto che lo stesso Cavaliere, all'indomani del faccia a faccia con il confondatore del partito da cui è emerso che le distanze tra i due sono sempre più evidenti, ha deciso di convocare l'ufficio di presidenza del Pdl per comunicazioni urgenti. Una procedura piuttosto irrituale per Berlusconi, più avvezzo ai mini vertici con i coordinatori o con singoli leader nella propria residenza di Palazzo Grazioli. La convocazione dell'ufficio di presidenza - di cui fanno parte 37 membri tra cui lo stesso Berlusconi e i tre coordinatori Bondi, La Russa e Verdini, ma non ad esempio Gianfranco Fini - sembra insomma ufficializzare una volta di più lo stato di tensione. Non si sa ancora quali saranno le «comunicazioni urgenti del presidente» indicate nella convocazione. Si ipotizza la richiesta di una conta nel partito su un documento che segna come irreversibile la nascita del Pdl e che condanni ogni ipotesi di scissione. Certo è però che questa mossa ha spiazzato i finiani. Stamane, alcuni di loro- tra cui Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Flavia Perina e Adolo Urso - alla spicciolata hanno visto Fini. «Manifesto la mia soddisfazione di essere stato chiamato a guidare una grande squadra di governo - ha in ogni caso detto Berlusconi chiudendo la questione con i giornalisti -, una grande squadra che si chiama Stato, che si chiama Italia e questo è quello che cerchiamo umilmente di fare».

FINI FIDUCIOSO - Quasi in contemporanea all'annuncio della convocazione dell'ufficio di presidenza (prevista per le 16), le agenzie avevano diramato una dichiarazione di Gianfranco Fini che parlava in positivo della convocazione per giovedì prossimo della direzione nazionale del Pdl (un organismo composto da 171 membri) allargata ai gruppi parlamentari: «E' sul piano del metodo, una prima risposta positiva ai problemi politici che ho posto ieri al presidente Berlusconi» ha detto il numero uno di Montecitorio. «Mi auguro - ha aggiunto - che a partire dalla riunione, cui parteciperò, possa articolarsi una risposta positiva anche nel merito delle questioni sul tappeto, a cominciare dal rapporto tra il Pdl e la Lega», ha aggiunto.

ERA GIA' IN PROGRAMMA - Tuttavia ambienti del Pdl citati dalle agenzie di stampa fanno sapere che quella della direzione nazionale è una convocazione che era già fissata, nel quadro della consultazione degli organi di partito decisa dopo le regionali. Come dire che non è una conseguenza delle richieste di chiarimento avanzate dall'ex leader di An. Dopo l'ufficio di presidenza dei giorni scorsi doveva riunirsi anche il Consiglio nazionale ma dato il numero dei componenti del «parlamentino» Pdl, circa mille tra parlamentari e rappresentanti ai diversi livelli locali, si è data priorità alla direzione, più «asciutta».

BOSSI - Ma il leader della Lega, Umberto Bossi, dopo aver consigliato al Cavaliere di «trattare» con Fini («Farebbero bene a non strappare e a trovare l’accordo») prevedere foschi risvolti per il governo: «Quale scenario? Se le cose non si rimettono a posto ci sono le elezioni». E poi aggiunge: «Non ho certezze ma temo che la cosa non si rimetterà a posto...». Ma è stato lei a fare arrabbiare Fini?, hanno insistito i cronisti. Bossi si è limitato ad agitare un pugno come a voler colpire scherzosamente chi gli aveva rivolto la domanda.

La prima pagina del «Secolo d'Italia»
La prima pagina del «Secolo d'Italia»

IL SECOLO: SERVE UNA «RUPTURE» - Che quelle in atto non siano semplici scaramucce verbali lo conferma la minaccia di costituire gruppi autonomi in Parlamento da parte degli ex di An rimasti fedeli a Fini. E lo certifica anche il Secolo, l'ex quotidiano di An oggi considerato vicino alle posizioni del presidente della Camera, che sottolinea come «nel gioco a carte scoperte che ieri si è aperto nel Pdl, dopo un anno di schermaglie e mezze verità, c'è un elemento poco valutato dei media e che invece conta moltissimo: la sensazione che senza un atto di "rupture", di autentica discontinuità nel modus operandi del partito e della maggioranza, i prossimi tre anni possano segnare la fine della storia della destra italiana, sostituita da un generico sloganismo e dall'ottimismo dei desideri in luogo dell'antico ottimismo della volontà».

La prima pagina del «Riformista»
La prima pagina del «Riformista»

GLI SCENARI - Resta dunque da vedere se le comunicazioni di Berlusconi saranno propedeutiche alla riappacificazione tra i due, che potrebbe dunque essere sancita dalla direzione nazionale. O se, piuttosto, non sia la decisione di mettere subito le cose in chiaro da parte del premier, che nei retroscena raccolti dopo l'incontro di Fini aveva quasi auspicato una resa dei conti finale. Un divorzio annunciato, secondo molti (e secondo la prima pagina del Riformista, che fa un richiamo diretto al caso Veronica). Il Velino, l'agenzia di stampa che ha come editoriale Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, scrive che «le prospettive di una ricucitura restano vacillanti. Il clima resta segnato da tensione e incertezza». Mette tuttavia le mani avanti e cerca di ammonire sui rischi di gesti avventati il ministro per l'Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, secondo cui Berlusconi e Fini «troveranno la quadra». Anche perché, fa notare, «l'elettorato del Pdl non ci perdonerebbe scissioni. Il nostro dovere è quello di realizzare il programma di governo».

Redazione online


15/04/2010

Pdl, alta tensione tra Fini e Berlusconi «Ho parlato chiaro, attendo valutazioni»

Pdl, alta tensione tra Fini e Berlusconi «Ho parlato chiaro, attendo valutazioni»

SCHIFANI: «Quando una maggioranza si divide non resta che dare la parola agli elettori». Prima l'ipotesi di gruppi autonomi da parte del presidente della Camera. Poi la nota: «Pdl va rafforzato»

 

Silvio Berlusconi (Ansa)
Silvio Berlusconi (Ansa)

MILANO - Alta tensione tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. I due, che hanno pranzato insieme a Montecitorio, incontrandosi per la prima volta dalle giornate elettorali, sarebbero stati protagonisti di un colloquio molto teso. Le indiscrezioni sull'incontro parlavano inizialmente di toni di rottura tra i due fondatori del Pdl. Ricostruzioni, però, successivamente smentite da note ufficiali e segnali distensivi lanciati da entrambe le parti. Ma che non avrebbero tanto convinto gli ex di Forza Italia, visto che, in serata, il presidente del Senato Renato Schifani si lascia andare ad una dichiarazione inequivocabile: «Quando una maggioranza si divide non resta che dare la parola agli elettori». Secca la replica del ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi: «Il presidente del Senato dovrebbe sapere che si va a votare quando non esiste più una maggioranza che sostiene il governo».

IL CONFRONTO - Un botta e risposta che ben rappresenta il clima all'interno del Pdl. Eppure, dopo l'incontro di Montecitorio, era stato lo stesso Fini a cercare di smorzare i toni diffondendo una nota: «Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perché così hanno voluto gli italiani. Il Pdl, che ho contribuito a fondare, è lo strumento essenziale perché ciò avvenga. Pertanto il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative ma soprattutto ciò presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale». Per il presidente della Camera il premier «ha il diritto di esaminare la situazione ed io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni». Una nota, quella del leader di Montecitorio, arrivata però dopo una serie di indiscrezioni sul tenore del vertice con il Cavaliere. Il presidente della Camera avrebbe minacciato, secondo quanto viene riferito da alcune fonti della maggioranza, l'ipotesi di creare in Parlamento gruppi autonomi dal Pdl. Una ipotesi rilanciata dal finiano Italo Bocchino: «I gruppi autonomi possono esserci nel caso in cui arrivassero risposte negative ai problemi posti. Non è possibile che il co-fondatore e co-leader del Pdl apprenda per ultimo della bozza delle riforme. Una bozza presentata in una cena tra canzoni e festeggiamenti per il figlio di Bossi e per Cota». Una eventuale crisi di governo è però «da escludere categoricamente» secondo Bocchino. Berlusconi dal canto suo avrebbe invitato il leader di Montecitorio a pensare bene a tale eventualità, valutando il fatto che la scelta di gruppi autonomi comporterebbe la necessità di rinunciare al ruolo di presidente della Camera, che ora Fini ricopre anche in virtù del fatto di essere espressione del partito di maggioranza relativa della coalizione. Altre fonti della maggioranza riferiscono tuttavia che il presidente Berlusconi non ha mai invitato il presidente Fini a lasciare la presidenza della Camera.

ULTIMATUM E PAUSA DI RIFLESSIONE - Sempre secondo fonti di maggioranza, Fini avrebbe accusato il capo del governo e il Pdl di andare a traino della Lega, chiedendo esplicitamente a Berlusconi di scegliere in modo chiaro se continuare a costruire il Pdl con lui o preferirgli il rapporto con Umberto Bossi. A questo punto il premier - riferiscono le stesse fonti - avrebbe chiesto 48 ore di riflessione. Secondo quanto riferito alla Reuters da una fonte vicina agli ex An, l'incontro tra il Cavaliere e Fini è stato «tumultuoso». Secondo altre fonti invece «non c'è stato alcun ultimatum del presidente Fini al premier Berlusconi.

L'INIZIALE CAUTELA - Le indiscrezioni e le note sul pranzo di lavoro tra premier e presidente della Camera sono arrivati dopo l'iniziale cautela mostrata a riguardo da entrambi i leader del Pdl. «Ho mangiato benissimo» aveva detto sorridendo il capo del governo lasciando gli appartamenti del presidente della Camera e salutando i giornalisti in attesa. «Come è andato l'incontro?» gli era stato chiesto. «Giornalisti birichini. Non mi pronuncio», si era limitato a rispondere il premier. Poi, al termine di una breve passeggiata per via del Babbuino, nel centro di Roma, incalzato ancora dai cronisti sul pranzo di lavoro con Fini, il Cavaliere aveva anche spiegato: «Ma io... fatevelo dire dagli altri. Sapete che sono riservato...».

PRONTI NUOVI GRUPPI - Indiscrezioni a parte, a Montecitorio c'è stato addirittura un incontro dei deputati vicini al presidente della Camera per valutare proprio l’ipotesi di costituire un gruppo autonomo dal Popolo della Libertà. Una possibilità già sul tappeto prima del vertice tra i due leader ma che ha subìto un’accelerazione durante l’incontro tra i due. «Tu ci stai?». Il presidente della Camera, i suoi deputati più fedeli e il suo staff avrebbero contattato in queste ultime ore diversi deputati che potrebbero aderire al progetto di gruppi autonomi, dopo il nuovo strappo con Berlusconi. Un'ipotesi è che il gruppo potrebbe chiamarsi Pdl-Italia, riferiscono alcune fonti vicine all'ex leader di An. Secondo le stesse fonti i deputati che ci starebbero sono circa 50, 18 invece i senatori.

IL VERTICE
- In serata, nel frattempo, Berlusconi ha riunito a Palazzo Grazioli i coordinatori nazionali del partito Ignazio La Russa, Denis Verdini e Sandro Bondi. A Palazzo Grazioli è giunto anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

BERSANI E DI PIETRO - «Credo che il centrodestra abbia più problemi di quello che racconta, anche dal punto di vista delle riforme» è il laconico commento del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che attacca il presidente del Consiglio: «La presidenza della Camera non mi pare sia nella disponibilità di Berlusconi. Sarebbe meglio se Berlusconi fosse più prudente». Duro Antonio Di Pietro «Per il bene del Paese prima ci liberiamo del sistema piduista, che sta portando avanti Berlusconi nel governare non solo il Paese, ma anche nel guidare il Parlamento, meglio . Mi fa piacere che lo abbia capito anche Fini e mi auguro che la prossima volta lo capiscano anche gli italiani» ha detto l'ex pm.

BOSSI - Ha sminuito la portata dell'incontro invece il leader della Lega Umberto Bossi. Ai cronisti che a Montecitorio gli chiedevano cosa pensasse dell'incontro aveva detto: «Il vertice c'è già stato a Palazzo Chigi». «Io al pranzo Fini-Berlusconi? No, sarei il terzo incomodo» aveva anche aggiunto il numero uno del Carroccio.

Redazione online


13/04/2010

Iran: Usa e Cina verso una linea comune

Iran: Usa e Cina verso una linea comune

Vertice sulla sicurezza nucleare a washington. Intesa tra Obama e Hu Jintao Ma Pechino avverte: «Pressioni e sanzioni non bastano a risolvere problema»

 

Obama e Hu Jintao (Reuters)
Obama e Hu Jintao (Reuters)

La Cina compie una svolta sull'Iran. Che Pechino avesse intenzione di ammorbidire le proprie posizioni su vari temi per cercare di appianare le tensioni con gli Stati Uniti era nell'aria, ma appariva improbabile che il presidente cinese Hu Jintao , giunto insieme agli altri principali leader mondiali a Washington per il vertice sulla sicurezza nucleare, arrivasse a spendere parole pesanti sull'Iran, acconsentendo a sostenere l'imposizione di ulteriori sanzioni. Invece è successo: il bilaterale con il presidente americano Barack Obama, definito dalla Casa Bianca «positivo e costruttivo», ha rilanciato le relazioni tra i due Paesi, che nelle ultime settimane hanno vissuto momenti di grande attrito anche per persone prettamente economiche.

PRONTI A SANZIONI COMUNI - Stati Uniti e Cina intendono quindi lavorare insieme a nuove sanzioni contro l'Iran per il suo controverso programma nucleare. «I cinesi sono pronti a lavorare con noi sulle sanzioni», ha detto il funzionario della Casa Bianca Jeff Bader dopo il colloquio tra il presidente americano Barack Obama e il suo omologo cinese Hu Jintao. «I due presidenti hanno concordato che le nostre delegazioni lavorino insieme sulle sanzioni», ha aggiunto Bader. Le consultazioni tra Stati Uniti e Cina avverranno alle Nazioni Unite. Un altro funzionario della Casa Bianca, Ben Rhodes, si è mostrato ottimista. «Ci attendiamo risoluzioni entro la primavera - ha detto - pensiamo che sia questione di poche settimane». «Cina e Stati Uniti condividono gli stessi obiettivi», ha detto il portavoce del governo cinese Ma Zhaoxu. La Cina, come Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia ha potere di veto sul Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
«Cina e Stati Uniti hanno lo stesso obiettivo complessivo sull'Iran» ha detto successivamente Hu Jintao,, precisando che sul programma nucleare iraniano Pechino «è pronta a mantenere consultazioni e un coordinamento con gli Stati Uniti e le altre parti all'interno del meccanismo del 5+1 attraverso altri canali alle Nazioni Unite».

IL MINISTERO DEGLI ESTERI CINESI FRENA - Ma nonostante la schiarita dopo il colloquio tra Obama e Hu Jintao la Cina continua a voler rimarcare che esistono ancora delle differenze tra l'approccio di Cina e Usa nei confronti del problema causato dal nucleare iraniano. «La Cina continua a ritenere - ha detto Jiang Yu, portavoce del ministero degli Esteri, - che il dialogo e il negoziato siano il modo migliore per affrontare il problema. Pressioni e sanzioni non potranno risolverlo alla base».

TEMI ECONOMICI - Obama e Hu Jintao , a margine dei lavori del summit, hanno comunque anche discusso del tema caldo per eccellenza, ovvero di questioni valutarie e delle accuse degli Stati Uniti, secondo cui Pechino starebbe manipolando il valore dello yuan, la propria valuta. In questo senso non sono stati annunciati specifici provvedimenti o prese di posizione per risolvere la questione. Obama ha comunque ribadito la necessità di legare lo yuan all'andamento del mercato e ha chiesto a Pechino di consentirne un graduale apprezzamento.

Redazione online