17/09/2010

Londra, cinque arresti durante la visita del Papa

Londra, cinque arresti durante la visita del Papa

Gli islamisti arrestati «perché sospettati di commissione, preparazione o istigazione ad atti di terrorismo»

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30/11/2009

La Svizzera dice no ai minareti e sì all'esportazione di armi

La Svizzera dice no ai minareti e sì all'esportazione di armi

 

Referendum. Passa a sorpresa, con il 57% dei voti, l'iniziativa promossa dalla destra nazional-conservatrice

 

GINEVRA - La Svizzera dice no ai minareti. A sorpresa, l'iniziativa per il bando dei simboli religiosi musulmani è stata accettata al referendum con il 57% dei voti. In base ai risultati ufficiali, solo quattro dei 26 cantoni che formano la Confederazione hanno respinto la proposta avanzata dal partito della destra populista dell’Udc e della destra cristiana dell’Udf. Data la maggioranza sia degli elettori che dei cantoni, il voto comporterà quindi la modifica dell’articolo 72 della Costituzione, che regola i rapporti fra lo Stato e le confessioni religiose: il divieto della costruzione dei minareti vi verrà inserito come una misura «atta a mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose». Il risultato viene considerato dagli analisti come una grande sorpresa, giacché contraddice i sondaggi che davano il «no» al 53%; inoltre, sia il governo che l’opposizione - come le principali comunità religiose - si erano espressi contro l’approvazione del referendum. I musulmani, che sono il 5% della popolazione elvetica, dispongono di circa 200 luoghi di preghiera in Svizzera, ma solo quattro minareti, che non sono usati per il richiamo alla preghiera. Un secondo referendum in votazione chiedeva di bandire le esportazioni di materiale bellico: questa iniziativa è stata però bocciata.

IL GOVERNO: NON E' RIFIUTO DELL'ISLAM - «L'odierna decisione popolare riguarda soltanto l'edificazione di nuovi minareti e non significa un rifiuto della comunità dei musulmani, della loro religione e della loro cultura. Il governo se ne fa garante», ha affermato il ministro svizzero di Giustizia e polizia, Eveline Widmer-Schlump. Il governo svizzero «rispetta» la decisione della maggioranza, tuttavia, «l'esito della votazione non ha effetto sui quattro minareti già esistenti e l'edificazione di moschee continua a essere possibile. Anche in futuro in Svizzera i musulmani potranno quindi coltivare il proprio credo religioso praticandolo individualmente o in comunità», precisa il governo. Per il ministro, l'esito della votazione è espressione delle paure diffuse nella popolazione nei confronti di correnti islamiche fondamentaliste: «Questi timori vanno presi sul serio e il Consiglio federale (governo) lo ha sempre fatto e continuerà a farlo. Tuttavia, il Consiglio federale riteneva che un divieto di edificare nuovi minareti non fosse uno strumento efficace nella lotta contro tendenze estremiste».

I VERDI ANNUNCIANO RICORSO - I Verdi svizzeri esamineranno la possibilità di inoltrare ricorso contro l'iniziativa alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Lo ha confermato il presidente, Ueli Leuenberger all'agenzia di stampa svizzera Ats. «I musulmani non hanno ricevuto solo una sberla, ma addirittura un pugno in faccia», ha detto Leuenberger, deluso dalla decisione del popolo svizzero. Per Leuenberger, è il risultato di «una propaganda estremamente ben fatta, che ha fatto leva sui pregiudizi». A suo avviso l'iniziativa è anticostituzionale.

RAMADAN: «UNA CATASTROFE» - Il controverso intellettuale e accademico Tariq Ramadan, ha definito «catastrofico» il risultato del referendum. Ramadan, che è il nipote del fondatore della confraternita egiziana dei Fratelli musulmani e vive a Ginevra, afferma che «gli svizzeri hanno espresso una vera paura, un interrogativo profondo sulla questione dell'Islam in Svizzera».

DELUSIONE DEI VESCOVI - Secondo la Conferenza dei vescovi svizzeri, la vittoria dei sì è «un ostacolo sulla via dell'integrazione e del dialogo interreligioso nel mutuo rispetto». «Non abbiamo saputo rispondere ad alcune paure legate all'integrazione di diverse religioni e culture in Svizzera», ha ammesso il portavoce Walter Mueller. A suo avviso, ha influito sul risultato anche la situazione dei cristiani, vittime di discriminazione e oppressione, in alcuni paesi musulmani.

SBAI: «BENE IL CONTROLLO» - La portavoce delle donne marocchine in Italia, Souad Sbai, non si scandalizza invece per la decisione degli svizzeri. «Il popolo è sovrano e quando decide una cosa va rispettato. È bene che ci sia un controllo sulle moschee - dice - c'è un'avanzata radicale, in Europa e nel nostro paese, che ci preoccupa moltissimo e va fermata subito». A preoccupare, secondo la portavoce delle donne marocchine, «non è certamente il minareto, ma chi ci sta dentro». «È chiaro che sono contraria alla xenofobia - assicura - ma serve un controllo contro le moschee "fai da te" che hanno rovinato i nostri ragazzi: questa gente, gli estremisti religiosi, fanno diventare xenofobi pure gli arabi».

L'ESPORTAZIONE DI ARMI - Come previsto e già successo nella votazione del 1997, l'iniziativa contro l'esportazione di materiale bellico non ha invece raccolto una maggioranza: ha detto «no» il 68,2% dei votanti. Tutti i cantoni hanno respinto il testo: in Ticino il tasso di contrari è stato del 62,4%, nei Grigioni del 67,9%. Il testo chiedeva che la Confederazione promuovesse gli sforzi internazionali nel campo del disarmo e del controllo degli armamenti e domandava il divieto di esportazione e di transito attraverso la Svizzera di materiale bellico, comprese le tecnologie che possono servire alla produzione di armamenti. D’altra parte, il testo stabiliva l’obbligo per la Confederazione di sostenere per dieci anni le regioni e i dipendenti colpiti dalle conseguenze del bando. Per i promotori - una trentina di sigle fra partiti di sinistra, ecologisti, sindacati, organizzazioni pacifiste per la difesa dei diritti umani, pacifiste e femministe - si tratta di una questione etica: porre fine al «commercio della morte» e offrire alla Svizzera l’opportunità di una riconversione dell’industria bellica in una civile. Ciò sarebbe conforme alle tradizioni elvetiche di neutralità e di politica umanitaria. Gli oppositori replicano che i costi per la Confederazione sarebbero troppo elevati e che l’industria bellica non potrebbe sopravvivere solo con la produzione interna. La maggioranza degli elettori la pensa come loro.


12/06/2009

Brescia, sgominata banda di hacker «Finanziavano gli estremisti islamici»

Brescia, sgominata banda di hacker «Finanziavano gli estremisti islamici»

 

LE INDAGINI. Scoperta una struttura transnazionale che violava i sistemi informatici dei colossi delle telecomunicazioni

 

ROMA - Una struttura transnazionale che, grazie a sofisticate tecniche di hackeraggio, era riuscita a penetrare all'interno dei sistemi informatici di colossi multinazionali delle telecomunicazioni è stata smantellata dalla polizia a Brescia.

FORMAZIONI INTEGRALISTE ISLAMICHE - L'organizzazione acquisiva i codici di accesso che consentono di effettuare telefonate internazionali e li rivendeva in diversi altri Paesi, tra i quali l'Italia. Secondo gli investigatori parte dei proventi contribuiva a finanziare formazioni di matrice integralista islamica nel sud-est asiatico. Accertamenti sono in corso da parte della polizia di Stato a Brescia ed in altre città del centro-nord Italia.

L'ACCUSA - Nell'operazione, condotta dall'Ucigos in collaborazione con l'Fbi statunitense, sono stati arrestati cinque pakistani e un filippino, accusati di «aver carpito sistemi informatici a società internazionali», ha detto la polizia in una successiva comunicazione. L'inchiesta, dice la polizia, era partita due anni fa, sulla base di informazioni dell'Fbi su un gruppo di hacker filippini «accusati di essersi introdotti nei sistemi informatici di alcune compagnie telefoniche statunitensi per acquisirne i codici di accesso che abilitavano alle chiamate internazionali». Le indagini condotte a Brescia, dice la nota, «hanno accertato che il quarantenne pakistano Zamir Mohammad, gestore di un phone center a Brescia, era il principale acquirente per l'Italia e la Spagna di questi codici che, a sua volta, in parte rivendeva ad altri gestori di phone-center, in parte utilizzava in proprio nell'ambito della sua attività di gestore di phone-center». «Secondo l'ipotesi accusatoria - dice il comunicato - parte dei proventi dell'attività criminosa contribuiva a finanziare formazioni di matrice integralista islamica nel sud-est asiatico». Secondo una denuncia presentata dalla statunitense AT&T, citata dalla polizia, dal 2003 il mancato incasso per la compagnia telefonica provocato dalla truffa ammonterebbe a oltre 56 milioni di dollari.


22/04/2009

Filippine, via al blitz per liberare l'ostaggio italiano Vagni

Filippine, via al blitz per liberare l'ostaggio italiano Vagni

 

Offensiva contro i militanti islamici che hanno sequestrato l'operatore della Croce Rossa, scontri in corso sull'isola di jolo

 

Eugenio Vagni (Ansa)
Eugenio Vagni (Ansa)

MANILA - È iniziata l'offensiva contro i militanti islamici che tengono in ostaggio nelle Filippine l'operatore italiano della Croce Rossa Eugenio Vagni: la polizia si sta scontrando con 30-50 uomini armati del gruppo Abu Sayyaf nel territorio di Talipao sull'isola di Jolo. I militanti, ritenuti legati al network terroristico di al Qaida, hanno sequestrato Vagni il 15 gennaio scorso.

«È MALATO» - Abdusakur Tan, governatore della provincia di Sulu, di cui fa parte Jolo, aveva annunciato di aver ordinato a più di mille soldati e agenti di polizia di trarre in salvo l'ostaggio italiano. Il governatore si è detto preoccupato del peggiorato stato di salute di Vagni, che soffre di ipertensione ed ernia. Secondo l'esercito filippino le condizioni di salute dell'operatore italiano della Croce Rossa sono peggiorate: l'operatore umanitario 62enne «avrebbe bisogno di essere operato a un'ernia, non riesce più a camminare», ha affermato un portavoce, il tenente colonnello Edgar Arevaldo, in un comunicato. «Secondo le nostre informazioni, sta bene, ma non riesce più a camminare», ha indicato Arevaldo, precisando che l'ostaggio «è vivo, ma sotto stretta sorveglianza». «Abbiamo preso questa decisione per via delle condizioni di salute di Vagni - ha aggiunto al telefono ad Ap - Lo scopo principale è di salvarlo». Ma il colonnello ha ammesso che l'operazione è rischiosa, anche se a suo avviso non ci sono alternative per salvarlo.

GLI ALTRI OSTAGGI - Vagni è l'ultimo di tre dipendenti del Cicr rapiti sull'isola di Jolo, nel sud delle Filippine, ancora in mano ai ribelli islamici. Il 18 aprile è stato tratto in salvo l'altro operatore della Croce Rossa internazionale, lo svizzero Andreas Notter, 38 anni. Il terzo ostaggio, la filippina Mary Jean Lacaba, è stato liberato il 2 aprile.


02/12/2008

Progettavano attentati, due arresti

Progettavano attentati, due arresti

Nel mirino anche l'Esselunga di Seregno, e la stazione dei carabinieri di GIussano. I due, marocchini, sedicenti legati ad Al Qaeda, fermati in Brianza. Tra gli obiettivi la Questura di Milano

 

 

 

 

Un posto di blocco a Milano (Emblema)
Un posto di blocco a Milano
MILANO - Volevano colpire l'Italia e, in particolare, Milano. E stavano progettando attentati contro obiettivi civili e militari, come ad esempio le caserme di polizia e carabinieri. Per questo motivo stavano cercando di reclutare adepti da avviare sulla via del terrorismo. Ma la loro attività di proselitismo è stata stroncata sul nascere dagli uomini dell'antiterrorismo della Questura del capoluogo lombardo. Rachid Ilhami, 31 anni, uno dei predicatori del centro culturale «Pace» di Macherio - piccolo comune di 6 mila abitanti dove sorge anche Villa Belvedere, residenza di Silvio Berlusconi e della sua famiglia - e Gafir Abdelkader, 42 anni, entrambi di nazionalità marocchina, sono però finiti in manette. Per loro l'accusa è di terrorismo internazionale (articolo 270 bis del Codice penale).

I LEGAMI CON AL QAEDA - Dalle intercettazioni si evince che gli indagati, complessivamente una decina e che nei loro dialoghi rivendicavano la propria appartenenza ad Al Qaeda, avrebbero avuto inizialmente intenzione di utilizzare un camion di esplosivo. Resisi conto delle difficoltà, avrebbero ripiegato su alcune bombole ad ossigeno il cui uso era stato tratto da Internet. Uno dei due arrestati, da quanto trapelato, indottrinava il figlio di appena due anni sollecitandolo a riconoscere l'immagine di Osama Bin Laden e a chiamarlo «zio Osama». Il proselitismo era tale che un altro figlio, ancora più piccolo, era stato chiamato, appunto, Osama.

CASERME NEL MIRINO - Secondo quanto si è appreso, Ilhami e Abdelkader, arrestati su provvedimento emesso dal gip Silvana Petromer, non sono, come già avvenuto in passato per altri personaggi e gruppi legati all'estremismo islamico, solo sospettati di reclutare adepti per azioni all'estero, ma avevano in progetto di colpire in Brianza, dove vivevano e svolgevano la loro attività di proselitismo.

L'ESSELUNGA DI SEREGNO - In particolare, tra gli obiettivi di cui si sente parlare nelle varie intercettazioni telefoniche e ambientali nell'ambito dell'inchiesta che ha portato all'arresto di due marocchini accusati di terrorismo internazionale, c'erano il supermercato Esselunga di Seregno - grosso centro di 38 mila abitanti a una trentina di chilometri del capoluogo - e i parcheggi di un locale notturno adiacente. Inoltre erano considerati possibili bersagli la caserma dei carabinieri di Giussano (una piccola stazione che fa capo alla compagnia di Seregno) e l'Ufficio immigrazione della Questura di Milano. Anche il centro culturale «Pace» di Macherio è stato perquisito. Nell'edificio, dopo i sermoni ufficiali, dal tenore moderato, si svolgevano delle riunioni serali a cui partecipavano cinque/sei persone in cui i toni erano decisamente fondamentalisti. Le conversazioni sono proseguite fino a pochi giorni fa. Nel corso dell'operazione degli agenti della Digos sono state effettuate anche diverse perquisizioni, sia personali che domiciliari. Le perquisizioni hanno riguardato altre persone risultate, a vario titolo, in contatto con i destinatari dei provvedimenti di arresto.


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