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Giovane investe bimbo e crede di averlo ucciso: così si lancia da un ponte e muore

TRAGEDIA DELLA STRADA A PALERMO. Il 21enne dopo l’incidente era fuggito senza prestare soccorso. Il piccolo, ricoverato, non è in pericolo di vita

pirati-della-strada-incidenti-carabinieri--190x130.jpgPALERMO - «Quella Smart era lì, per strada. Lui camminava nevroticamente a ridosso della ringhiera». Gli automobilisti che ieri sera hanno attraversato viale Regione Siciliana all’altezza del ponte Corleone, raccontano così la scena che hanno visto coi propri occhi, poco prima di lanciare l’allarme alle forze dell’ordine. Un’angoscia evidente, il senso di colpa, il raptus e infine il lancio. Il gesto estremo è di P.G.M, un ragazzo di 21 anni che, dopo avere investito un bambino di 10 anni, A.C, è fuggito, senza soccorrerlo, per poi decidere di gettarsi dal ponte Corleone. Credeva di averlo ucciso, di avere spezzato una giovane vita. E invece il piccolo era soltanto rimasto ferito.

Un incidente stradale sfociato in una vera e propria tragedia quindi, che aumenta la lunga lista nera di suicidi di cui è stato triste teatro uno dei ponti più antichi del capoluogo siciliano: il 21enne l’ha raggiunto dopo qualche minuto dall’impatto col piccolo. L’incidente è infatti avvenuto in via Capitano Emanuele Basile, dalle parti di Mezzomonreale. Lo schianto è stato immediatamente seguito dalla paura, dal panico e dall’istinto dell’automobilista: il giovane non ha prestato soccorso dandosi ad una disperata fuga, fino alla circonvallazione. Ma non per scamparla. Anzi. Titubante, ha camminato per qualche minuto osservando quel burrone, e poi si è inflitto da solo la condanna, la più dura.

Le telefonate ai vigili del fuoco e ai carabinieri sono arrivate a decine: «C’è un uomo che vuole uccidersi, fermatelo». «Ha abbandonato l’auto e sembra volersi lanciare». E così ha fatto. Ai militari dell’Arma, ai pompieri e al medico legale arrivati sul posto, non è così rimasto che accertare quanto successo, visto che il giovane si è lasciato cadere giù ancor prima che qualcuno lo bloccasse. Il bambino, invece, è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Di Cristina, dove è stato ricoverato in prognosi riservata. Non è in pericolo di vita.

Monica Panzica

Google lancia “Instant”

Risparmiare 11 ore ogni secondo è un paradosso che trova la sua soluzione solo su Internet.

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È infatti quanto promette la Big G con il lancio di oggi della nuova funzionalità di ricerca chiamata Google Instant. Si tratta di un’interfaccia che va oltre il “vecchio” Google Suggest, ossia la funzione di completamento automatico dei testi digitati nella finestra del motore di ricerca di Mountain View. Come dice il nome stesso della nuova funzione, i risultati delle search compaiono nella pagina nel momento stesso in cui digitiamo la stringa. Con appunto il risultato di risparmiare tempo – dai 2 ai 5 secondi a ricerca – e quello di “prevedere” i risultati e dunque capire più velocemente se stiamo andando nella direzione giusta, quello che realmente stiamo cercando, oppure si devono cambiare “in corsa” i termini immessi (sotto una schermata).

Secondo la casa californiana, Google Instant propone in sintesi tre novità nelle nostre ricerche sul sito: risultati dinamici, che compaiono all’atto della digitazione; testo intuitivo, i suggerimenti dati dal sistema mentre si inseriscono i termini da cercare; scorrimento dei risultati, tramite cursore, dei suggerimenti evidenziati e parallelamente dei risultati conseguenti. Considerando quindi il miliardo di ricerche che in media vengono effettuate ogni giorno su Google (ossia circa la metà del totale delle ricerche svolte nelle 24 ore sul Web), secondo la multinazionale della ditta Brin&Page il risparmio di tempo sarebbe appunto di 11 ore ogni secondo. Pari a 3,5 miliardi di secondi ogni giorno, pari a 111 anni sulle 24 ore.

 

 

 

 

In arrivo Diaspora, l’anti-Facebook

LANCIO IL 15 SETTEMBRE. Nuovo social network ideato da 4 studenti Usa

NEW YORK – La Diaspora finalmente si consumerà, a partire dal prossimo 15 settembre. Lo annunciano i quattro ragazzi (Ilya, Raphael, Maxwell e Daniel) della New York University che quasi per gioco hanno lanciato l’idea e avviato il progetto pochi mesi fa, in piena tempesta anti-Facebook, ai tempi in cui Zuckerberg, il patron del social network, faceva il bello e il cattivo tempo cambiando ogni giorno idea sulle regole per la privacy dei suoi utenti. Tra le molte lamentele, accanto a ribellioni come quella del «Quit Facebook Day» che proponeva una fuga di massa per fine maggio, erano nate anche proposte più collaborative. Tra cui Diaspora : un social network «controllato personalmente, in cui si può far di tutto, distribuito open source».

L’IDEA – Diaspora era nata per gioco, come progetto estivo di 4 studenti universitari. Ma come è accaduto in altri casi famosi di start-up internet nate dal nulla (tra le molte Google, ma anche la stessa Facebook) il progetto sta prendendo una piega diversa dal divertimento estivo di un gruppo di ragazzi: i 4 si erano proposti di portare avanti la loro Diaspora se avessero raccolto almeno 10mila dollari di finanziamenti, budget-base per poter sviluppare il codice iniziale del social network e poi darlo in mano a tutti gli utenti in modalità open source. A sorpresa, e con lo stupore dei fondatori stessi, a fine agosto Diaspora ha raccolto già 100mila dollari e tra i suoi benefattori compare anche lo stesso Mark Zuckerberg di Facebook.

15 SETTEMBRE – Ora il codice-base è affinato, l’interfaccia utente dato in mano a un’esperta del settore, gli strumenti provati privatamente dai 4 universitari e dalla loro comunità di amici. Tutto pronto dunque per il primo rilascio, previsto per il prossimo 15 settembre, quando il codice verrà reso pubblico e ci si potrà iscrivere alla rete sociale e gestire, come promettono i fondatori, a proprio piacimento amicizie, contenuti, link, materiali caricati. Differenziando (questo è uno dei cavalli di battaglia di Diaspora) caso per caso i destinatari degli oggetti che si vogliono comunicare e soprattutto senza dare i propri dati in pasto a società di marketing e inserzionisti pubblicitari. Diaspora resterà sempre nella modalità «lavori in corso»: i programmatori potranno contribuire a disegnarne versioni sempre migliori, e gli stessi fondatori si ripromettono di non abbandonare il campo dopo la prima uscita. Anche perché due di loro, Ilya e Raphael, hanno ultimato i loro studi e Diaspora, almeno sulla carta, sembra un promettente posto di lavoro.

Eva Perasso

Porno in Parlamento, opera di un hacker

Video vietato ai minori trasmesso nel circuito del Palazzo. Una protesta contro la legge che spegne i siti a luci rosse

 

Porno vietato
Porno vietato

JACARTA – Un video a luci rosse sparato dalle televisioni del parlamento indonesiano. E’ andato in onda per quindici minuti consecutivamente, tra le risate di giornalisti e dipendenti del palazzo, prima che il servizio di sicurezza provvedesse a sospendere la trasmissione pirata. A immettere le immagini vietate nel circuito interno del congresso indonesiano potrebbe essere stato un hacker, molto probabilmente istigato dalla decisione del governo di cancellare la pornografia dai siti internet indonesiani.

LA NORMA – La legge impone ai provider di rimuovere da tutte le pagine online di propria competenza immagini o filmati di sesso esplicito entro il prossimo 11 agosto, in concomitanza con l’inizio del Ramadan. Le immagini diffuse nelle aule parlamentari indonesiane sono invece state tratte da un provider di Singapore che a sua volta, nelle scorse settimane, aveva ricevuto un provvedimento interdittivo dalle autorità giudiziarie locali.

Redazione online

YouTube entra in salotto Leanback: assalto alla tv

Un nuovo servizio produce un flusso ininterrotto di filmati presi dal web su misura di gusti e preferenze dell’utente. E’ un nuovo passo con cui Google tenta di entrare nell’Eldorado della tv tradizionale

 

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Il primo passo di Google alla conquista dei salotti del mondo, dopo averne conquistato le scrivanie, si chiama Leanback. Appena lanciato su Youtube, non è solo un nuovo modo per fruire dei filmati pubblicati sul grande portale di video digitali, ma un vero e proprio assaggio di quello sarà Google Tv, lo strumento con cui a Mountain View cercheranno di mettere le mani sull’Eldorado di profitti e contenuti: la televisione.

“Con Leanback basta sedersi, rilassarsi e gustarsi lo spettacolo” hanno scritto gli ingegneri di Google sul messaggio di lancio del servizio. Leanback è un’interfaccia di accesso alternativa ai video di Youtube: quasi l’intera ampiezza dello schermo viene occupata dai video, che si avviano appena aperta la pagina e vengono riprodotti uno dopo l’altro senza interruzione. Anche il controllo è diverso: il mouse non funziona su Leanback ma bisogna fare tutto con cinque tasti della tastiera. Tasti non è però la parola giusta. Tutta l’interfaccia di Youtube Leanback è pensata per coloro che, e sono sempre di più, guardano Youtube dal proprio divano di casa: con un computer collegato alla Tv, con la Playstation o con molti altri dispositivi simili. I tasti così non sono della tastiera, ma del telecomando: tasto su e Leanback apre il motore di ricerca, tasto giù e si accede ai vari flussi video personalizzati, a destra e a sinistra si va avanti e indietro tra i filmati.

Con Leanback mettiamo un piede in quella che sarà la televisione interconnessa dei prossimi anni. I “flussi” sono i veri e propri canali e Youtube li crea automaticamente in base agli eventuali video che abbiamo pubblicato sul sito, a quelli che abbiamo aggiunto tra i preferiti, a quelli che abbiamo aggiunto nelle playlist e a quelli pubblicati dai nostri amici. Ad ogni accesso avremo un set diverso di video da vedere, scelti sulla base delle nostre preferenze.  Vediamo un video che ci interessa sul Web o sull’Iphone? Basta includerlo tra i nostri preferiti e guardarlo a sera seduti comodamente sul divano. Un nostro amico carica un nuovo video su Facebook? Stessa cosa: apriamo Leanback e lo troveremo tra i nostri flussi personalizzati.

Oltre ai flussi personali o da social network, Youtube mette a disposizione anche diverse categorie ricavate direttamente da quelle presenti sul sito. Si preme due volte tasto giù e compaiono i video dedicati a viaggi e eventi, all’intrattenimento,  alle notizie e così via. L’interfaccia è ben costruita, reattiva e si usa con grande facilità.

È quasi impossibile non mettere in relazione Leanback con Google Tv, il servizio presentato – come lo stesso Leanback – durante la Google I/O conference dello scorso Maggio. Google Tv è un software che, installato direttamente nel televisore o in dispositivi esterni (come i decoder), è in grado di aggiungere tipici servizi del Web  -  motore di ricerca, pagine Web, video in streaming  -  alla televisione stessa.

Negli Usa sono già 10 milioni le persone che collegano il proprio pc alla tv per vedere filmai gratuiti su siti come Hulu o Youtube o per affittare film a pochi dollari attraverso Netflix. I produttori di computer, di processori, di periferiche stanno investendo sempre più in dispositivi pensati non più per la scrivania, ma per il salotto: telecomandi intelligenti con la tastiera, televisori con schede wireless, box multimediali e così via.

E arrivare sulla tv significa arrivare su quello che, ad oggi, è ancora il medium dai profitti più alti, il più diffuso, il più “consumato”. La televisione rappresenta la fetta più grande degli investimenti globali in pubblicità, e una tecnologia raffinata come quella usata da Google sul Web  -  messaggi contestualizzati, misurazione precisa dell’audicence, analisi delle performance  -  potrebbe rendere ancora più attraente il vecchio medium.

Non sarà certamente facile. Steve Jobs, il patron di Apple, ha di recente dichiarato che il settore delle televisori non è pronto ad accettare grandi innovazioni e, a proposito di possibili tentativi destinati a piccoli successi, ha citato proprio Google. Avrebbe potuto citare anche le varie Televisioni IP italiane, che non sembrano aver fatto breccia nei consumi quotidiani. Ma oggi i contenuti, la tecnologia e l’impegno dei produttori sembrano diversi da quelli di qualche mese fa. E qualcosa di completamente nuovo potrebbe finalmente fare breccia nel vecchio mondo del vecchio medium.

FRANCESCO SAVERIO CACCAVELLA

Dal satellite Planck la prima mappa dettagliata delle origini dell’Universo

Verrà mostrato un affresco celeste senza precedenti. Maldolesi (Inaf-Iasf): «Preciseremo uno dei grandi misteri cosmici, cioè l’esistenza dell’energia oscura»

 

Il satellite Planck in fase di costruzione (Afp)
Il satellite Planck in fase di costruzione (Afp)

E’ una mappa delle origini come non si era mai vista finora e offre uno sguardo d’insieme che gli astronomi sognano da secoli. A realizzarla c’è riuscito il satellite Planck dell’ESA europea lanciato in orbita il 14 maggio 2009. La sua importanza è presto detta raccontando qualche tappa degli ultimi decenni.

LE OSSERVAZIONI – Per capire e vedere i primi momenti della nascita dell’Universo, appena dopo il Big Bang, il grande scoppio da cui tutto ha avuto origine, alla fine degli anni Ottanta (1989) la Nasa lanciava il satellite Cobe. Il suo scopo era raccogliere le anomalie del fondo di radiazione cosmica le quali avrebbero mostrato i semi dai quali si sarebbero poi sviluppate le galassie. Cobe (Cosmic Background Explorer) misurava variazioni minime delle microonde che permeano l’universo la cui esistenza era stata individuata accidentalmente ancora nel 1964 dagli astronomi americani Penzias e Wilson. Il risultato fu straordinario tanto che George Smoot e John Mather i due protagonisti delle osservazioni con Cobe (il primo come astrofisico, il secondo come coordinatore del progetto) ricevettero nel 2006 il premio Nobel per la Fisica. Nel 2001 il primo affresco celeste a radioonde era perfezionato da un altro satellite della Nasa battezzato Wmap-Wilkinson. Ma intanto l’Esa europea aveva messo in cantiere un veicolo spaziale ben più potente capace con i suoi strumenti di compiere un balzo significativo rispetto ai due predecessori americani e cercare risposte più precise sulle origini dell’universo. Gli scienziati italiani partecipavano all’impresa attraverso l’Agenzia spaziale ASI. Così nasceva il satellite Planck di cui è project scientist Jan Tauber, e che ora offre la sua prima dettagliata mappa cosmica. A bordo ci sono due strumenti fondamentali per le osservazioni uno dei quali, il Low Frequency Instrument (LFI) è diretto da Reno Mandolesi alla guida dell’Inaf-Iasf di Bologna. «Mai si era realizzato un quadro del cosmo con nove frequenze diverse, da 30 Ghz a 857 Ghz, raccogliendo indizi e aspetti che prima erano mostrati sono come piccole tessere del grande puzzle celeste – spiega Mandolesi – . I rilevatori di Planck ci mostrano ora in dettaglio regioni importanti come la nebulosa di Orione dove nascono stelle in continuazione, estesi ammassi galattici, evidenzia i particolari della vicina galassia di Andromeda cara alla fantascienza oppure le nubi di Magellano: insomma scrutiamo un insieme di panorami mai scandagliati con queste frequenze. Così abbiamo visto, ad esempio, come dal piano della nostra isola stellare Via Lattea si estendano polveri ben oltre quanto immaginavamo».

GLI OBIETTIVI – Al di là di queste zoomate, però, il satellite Planck punta verso obiettivi e scoperte che potrebbero cambiare l’astronomia delle origini e decifrare meglio la natura che ci circonda. «Vogliamo – aggiunge Mandolesi – capire se il campo di energia che ha creato dopo il Big Bang l’inflazione, cioè quell’espansione durante la quale sarebbero nate le particelle atomiche elementari tra cui il famoso bosone di Higgs, cioè la cosiddetta particella di Dio, da cui dipende la massa delle altre particelle e dunque delle cose. Nell’ipotesi che il campo di energia sia lo stesso, Planck potrà definire con grande accuratezza la massa del bosone a cui i fisici del CERN danno la caccia utilizzando il nuovo super acceleratore LHC. In secondo luogo misureremo con una accuratezza molto superiore a WMAP il livello della radiazione del fondo cosmico, soprattutto nella sua componente polarizzata, e ciò consentirà di vedere in dettaglio ciò che finora era solo una fotografia offuscata. Di sicuro, ciò permetterà scoperte inaspettate addentrandoci bene nelle profondità. Infine preciseremo uno dei grandi misteri cosmici, cioè l’esistenza dell’energia oscura che costituisce il 73% dell’Universo. Non riusciremo a identificarne la natura ma saremo in grado di valutare la sua presenza e i suoi effetti di accelerazione come mai era stato possibile prima». Se il lontano Cobe aveva portato, pur con la sua semplicità, a scoperte da Nobel, la straordinaria potenza di Planck non sarà certo da meno.

Giovanni Caprara

Il LePhone e i suoi fratelli

Il 17 maggio è stato lanciato sul mercato cinese un nuovo clone dell’iPhone, solo uno dei tanti esempi di copia cinese, tra mera imitazione, adattamento al mercato locale e ironia. Da Facebook alla Rolls Royce, le vittime sono centinaia

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I cinesi non scelgono mai le date a caso: il 17 maggio – giornata mondiale delle telecomunicazioni - è stato lanciato sul mercato nazionale il Le Phone, il cellulare simile all’Iphone della Apple e al Nexus One di Google, ma completamente made in China. Lenovo, quarto produttore mondiale di pc, lo ha inserito sul mercato cinese ad un prezzo molto competitivo, circa 424 dollari, sperando di fare leva sui servizi collegati all’internet cinese (Facebook, Twitter e i programmi di messaggistica cinesi) e sul nazionalismo locale, potendo anche contare su collaborazione avviate con i content provider locali. Le prospettive sembrano ottime, almeno a sentire Yang Yuanqing, a capo del colosso hi-tech. Del resto i dati di vendita dello scorso anno confermerebbero il trend: la Apple è solo al decimo dei posto nella classifica dei prodotti di telefonia più venduti in Cina.

Mentre su internet impazzano le valutazioni del nuovo prodotto, il Le Phone rappresenta l’ennesima sfida del Dragone ai gradi produttori di tecnologia occidentali. C’è chi ritiene che si tratti ancora di ottime imitazioni, più che di reale creatività, come confermerebbero i tanti cloni di gadget occidentali che trovano le loro copie in Cina

Esiste di tutto, la carrellata è varia. Rimanendo in tema di iPhone, dalla Cina era giunta la prima imitazione: l’HiPhone. Non sono esenti da copie e  simili i modelli di cellulari trendy o del momento, sotto forme di improbabili marchi come Nokla, Ericsann o il Kogan Blackberry, copia del Samsung. Molti centri commerciali, vere e proprie cattedrali dei prodotti fake, ne hanno a migliaia. 

Ma il gusto cinese nel ripercorrere quanto ha successo in Occidente, non si risolve solo nella copia  di harware. Anche alcuni servizi online hanno trovato la loro controparte con tanto di aggiunta di sfumature ironiche per via di giochi linguistici. Quando scoppiò la crisi tra Google e il governo di Pechino, per esempio, nel web cinese fece la sua apparizione Goojie, [http://goojje.com/] clone del colosso di Redmond. Il sito si basa su un gioco di parole che fa impazzire i cinesi e gli amanti della lingua: la pronuncia di Google in cinese, ricorda infatti il suono usato per dire fratello maggiore. Che in inglese fa Big Brother. Goojje, usa invece je, che suona esattamente come il carattere per dire sorella maggiore. Che in inglese fa Big Sister.

Non solo Google: anche a YouTube è toccato il suo clone: www.youtubecn.com  [www.youtubecn.com]per molto tempo è stato l’unico modo per accedere al servizio video online senza dover passare da un proxy, poiché l’originale è bannato in Cina dai tempi delle Olimpiadi.

Alcuni servizi censurati in Cina, come Facebook e Twitter, hanno naturalmente delle versioni ad hoc per il pubblico locale. Non si tratta in questo caso di copie da rivendere sul mercato, quanto di servizi appositamente creati per la popolazione del Celeste Impero: social networks con caratteristiche cinesi. Uno dei più celebri è Renren (secondo alcuni anche migliore di Facebookma anche Facekoo ebbe il suo momento di massimo splendore due anni fa circa. Non mancano i Twitter cinesi, come ad esempio Taotao molto celebre tra gli internauti locali.

Non solo tecnologia, perché recentemente ha avuto particolare successo online, un’altra forma di copia: la Rolls Royce cinese.

Pizzi solubili per matrimoni duraturi

Messo a punto dall’Università di Sheffield. Arriva l’eco-abito da nozze. Stesso materiale dei detersivi biodegradabili. Non occupa posto. Si disfa con una doccia

 

Dai ricercatori della Hallam University Sheffield (Inghilterra) arriva un abito matrimoniale realizzato in alcol polivinilico, composto chimico ottenuto per idrolisi e solubile in acqua

AMORE ETERNO – La sposina, dopo aver scelto con cura questo capo che continua a rappresentare nell’immaginario di molte fanciulle il sogno della favola e dell’amore eterno, potrà disfarsene con una semplice doccia, conservandolo nel cuore (se vorrà), ma non negli armadi già troppo affollati. O altrimenti potrà farne una sorta di spezzatino, convertendo la veste matrimoniale in cinque differenti capi di uso più comune. L’iniziativa usa e getta rispecchia in pieno la nostra società effimera e veloce, dove tutto passa repentinamente e poche cose restano, e verrà presentata alla mostra dedicata al matrimonio ecologicamente sostenibile, organizzata dalla stessa Università britannica (fino al 16 maggio).

BIODEGRADABILE- L’insolito abito nuziale sarà realizzato con lo stesso materiale usato anche per detersivi e risponde soprattutto a un’esigenza di rispetto ambientale, obiettivo che contraddistingue l’ultima frontiera dell’industria del fashion: la moda, dopo aver inseguito per anni il bello e l’armonia, ora sposta lo sguardo verso l’ambiente, corteggiando tessuti biodegradabili e unendo l’arte alla tecnologia.

ECO-FRIENDLY – I matrimoni sono notoriamente vere e proprie macchine consumiste, con un dispendio economico ed ecologico altissimo, ma l’idea di un matrimonio sostenibile è possibile e inizia anche a essere molto sentita, come dimostrano altre iniziative recenti in questa direzione. In occasione della «Fashion Paper» milanese, mostra itinerante dedicata a Moda, Arte e Design in carta, gli studenti avevano realizzato per esempio un abito matrimoniale di carta da imballo riciclata o filtri da tè.

SPOSA BAGNATA – Finita la luna di miele e passata la festa, che fare dunque del vestito da sposa? Conservarlo accuratamente con l’idea di tramandarlo alla figlia, sistemarlo comodamente nell’armadio come una sorta di cimelio sacro o stivarlo nel baule dei ricordi, aspettando che il tempo lo ingiallisca? Senza contare che l’epidemia dilagante di divorzi fa sì che spesso possa diventare un capo scomodo da traslocare, senza per questo rinnegare quel «sì» che si pensava potesse durare per sempre. L’idea del team di designer e scienziati della Sheffield Hallam University potrebbe essere una risposta ecologica e pragmatica. Fermo restando che in caso di pioggia al vecchio adagio «Sposa bagnata, sposa fortunata» si dovrà sostituire il detto «Sposa bagnata, sposa spogliata».

Emanuela Di Pasqua

Genova, prof denunciato per molestie da una studentessa si toglie la vita

 

Insegnava all’istituto tecnico Rosselli di Genova Sestri Ponente. Si è lanciato dalla finestra di casa sua, a due passi dalla scuola. Ha lasciato un biglietto: «Non ho fatto nulla»

 

GENOVA – Si è ucciso lanciandosi dalla finestra di casa sua, al nono piano di un palazzo a due passi dalla scuola dove insegnava. È stata questa la fine di un professore di un istituto tecnico di Genova, il “Rosselli” di Sestri Ponente, un quartiere periferico della città. Il 58enne era stato denunciato per molestie sessuali dai genitori di una studentessa della scuola. Prima di suicidarsi ha lasciato un biglietto ai familiari: «Mi accusano ingiustamente, io non ho fatto nulla». Dunque la sua morte non ha messo la parola fine alla vicenda e l’indagine va avanti.

SOSPENSIONE – Nei giorni scorsi i genitori della ragazza hanno presentato la denuncia alla stazione dei carabinieri di Voltri, ma le indagini non erano ancora partite. Ma a quanto si è saputo nei confronti dell’insegnante, titolare anche di uno studio di commercialista, era stato avviato un procedimento di sospensione.

 

Redazione online

La nuova sfida dei pirati svedesi: navigare senza essere tracciati

 

IL LANCIO. Esce dalla fase di test Ipredator, il servizio lanciato dai creatori di The Pirate Bay per garantire l’anonimato

 

Dopo 5 mesi di prova apre al pubblico Ipredator , l’ultima trovata dei creatori di The Pirate Bay, il popolare sito svedese condannato in primo grado dalla giustizia del suo Paese con l’accusa di favorire la condivisione di file illegali. Ma a differenza della “baia dei pirati”, il nuovo servizio non offre link a video, canzoni o file di altro tipo; si limita invece a garantire qualcosa che potrebbe rendere lo scambio di questi materiali su Internet molto più facile: l’anonimato dell’utente. Ai navigatori basterà pagare 5 euro al mese per esplorare la rete al riparo da occhi indiscreti.

RISPOSTA ALLA DIRETTIVA – Lo scopo dichiarato di Ipredator è quello di contrastare le recenti leggi svedesi che rendono più difficile per gli utenti scaricare file online. Lanciato in una versione di prova nel luglio scorso, il servizio è infatti un’esplicita risposta all’entrata in vigore in Svezia della direttiva europea sulla proprietà intellettuale del 2004, IPRED (Intellectual Property Rights Enforcement Directive). Promulgata in primavera, la legge svedese che recepisce la direttiva permette ai detentori dei diritti d’autore di rivolgersi ai fornitori di accesso alla rete per ottenere dettagli sugli utenti sospettati di attività che violano la normativa sul copyright.

LO SCUDO E LA SPADA – L’impiego di questo servizio, complice la popolarità dei “pirati” scandinavi, potrebbe estendersi in tutti quegli stati che progettano di introdurre misure più dure per punire il download illegale di materiale digitale. Sono parecchi infatti i Paesi che, dietro pressione delle etichette musicali e cinematografiche, hanno varato o stanno studiando leggi che inaspriscono le pene e aumentano i controlli sull’attività online dei propri cittadini. Il caso più noto è quello della Francia che ha da poco varato la legge «Création et Internet», meglio conosciuta come Legge Hadopi. Il provvedimento prevede che gli utenti che per tre volte siano stati scoperti a scaricare materiali coperti da copyright debbano comparire davanti a un giudice che potrà decidere se applicare una multa o imporre la disconnessione dell’utente titolare dell’abbonamento a Internet.

SOLUZIONI RISERVATE – Di fronte a queste norme giudicate intrusive, gli utenti, almeno quelli più evoluti dal punto di vista tecnologico, non stanno a guardare e l’anonimato è una delle strade più battute. In Svezia, che con il 32,5 % vanta una penetrazione della banda larga tra le più alte d’Europa, il ricorso ai servizi di anonimizzazione, è in aumento. Secondo una recente ricerca sarebbero 130 mila i ragazzi tra i 15 e i 25 anni che ricorrono a simili soluzioni (il 10 % del totale dei giovani). Il rischio, sottolineato da attenti osservatori della rete come Stefano Quintarelli, è dunque che norme come quelle svedesi o francesi possano favorire comportamenti ancora più illeciti di quelli che vogliono combattere. «Con leggi come queste – spiega al Corriere della sera.it – c’è la possibilità che l’occultamento dell’identità in rete diventi una pratica molto diffusa con tutti i problemi che questo comporta. Perché dietro il riparo di sistemi di anonimizzazione si possono svolgere attività socialmente molto più pericolose che scaricare musica o film, come per altro già denunciato dalle forze di sicurezza inglesi».

RETI PRIVATE – Sotto l’aspetto tecnico, almeno per ora, Ipredator non aggiunge niente di nuovo a quello che già esiste. Di fatto è ciò che in gergo si definisce una Virtual private network che garantisce la riservatezza di chi naviga intervenendo sull’indirizzo IP dell’utente, il numero che il fornitore associa ad una connessione, e dunque permette di tracciare le attività effettuate da un determinato dispositivo. Ipredator sostituisce questo indirizzo IP, slegando così l’azione del navigatore dal service provider di riferimento. Inoltre i creatori del servizio garantiscono che il sistema non archivia alcun dato relativo al traffico dell’utente.

Raffaele Mastrolonardo