09/05/2012

Lega, Renzo Bossi tentò di far riconoscere la laurea albanese in Italia

Lega, Renzo Bossi tentò di far riconoscere la laurea albanese in Italia

Inchiesta. Dopo le inchieste, la richiesta all'ambasciata italiana a Tirana Iscritto all'università prima di aver preso il diploma

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05/05/2012

Renzo Bossi, dalla cassaforte di Belsito spunta la laurea in Albania: tre anni in uno

Renzo Bossi, dalla cassaforte di Belsito spunta la laurea in Albania: tre anni in uno

L'atto è stato acquisito dai magistrati di Milano e Napoli. Conseguita il 29 settembre 2010. Il sospetto: pagata con i soldi del partito. C'è anche un diploma intestato a Moscagiuro

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13/12/2011

Se all'università è vietato essere geniali

Se all'università è vietato essere geniali

Finisce gli esami a Legge in soli 24 mesi ma per laurearsi dovrà aspettare 2 anni. Nei nostri atenei ormai l’intelligenza è un fastidio.

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11/07/2011

Gelmini: «Medicina, un anno in meno»

Gelmini: «Medicina, un anno in meno»

Intervista a «il giornale»: «Resta l'idea di abolire il valore legale del titolo di studio». Il ministro dell'Università e dell'Istruzione: «Riduciamo a un anno anche il tirocinio della pratica a giurisprudenza»

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24/03/2009

Esami venduti, sequestrate 48 lauree Scandalo nell'università di Catanzaro

Esami venduti, sequestrate 48 lauree Scandalo nell'università di Catanzaro

 

I destinatari del provvedimento indagati per corruzione, falso in atto pubblico, esercizio abusivo della professione, coinvolti una decina di avvocati e 25 praticanti

 

CATANZARO - Ha portato al sequestro di 48 lauree in giurisprudenza l'inchiesta della procura di Catanzaro sui presunti esami venduti all'Università "Magna Grecia". I destinatari del provvedimento di sequestro, fra i quali figurano anche avvocati che esercitano la professione forense e praticanti, sono indagati a vario titolo di corruzione, falso in atto pubblico, falso per induzione, soppressione e distruzione di atti, esercizio abusivo della professione forense.

INCHIESTA INIZIATA NEL 2007 - Gli avvocati che esercitano la libera professione sono dieci e sono iscritti a diversi ordini della Calabria ed anche in Regioni del nord dell'Italia. Ci sono poi 25 praticanti avvocati mentre altre tredici persone svolgono una professione che non riguarda l'attività forense. La Procura di Catanzaro ha provveduto a segnalare agli ordini professionali i nomi di coloro che risultano indagati nell'inchiesta ed ai quali è stato sequestrato il titolo di studio. L'inchiesta, coordinata dai sostituti procuratori Salvatore Curcio e Paolo Petrolo, è iniziata nel 2007 ed ha portato già alla condanna a tre anni di reclusione per un funzionario dell'ateneo calabrese, Francesco Marcello, accusato di aver ricevuto somme di denaro in cambio della falsificazione dei libretti universitari. Nel settembre dell'anno scorso, inoltre, la Procura ha sequestrato altre tredici lauree che, dopo il patteggiamento degli indagati, sono state confiscate.


30/09/2008

La prof che non pubblicò una riga

La prof che non pubblicò una riga

 

 

L’economista della Bocconi analizza un sistema disastroso. E spiega quali sono i rimedi. Università malata. La denuncia di Roberto Perotti: clientelismo e sprechi

 

Il bello del calcio è che, qualche volta, può accadere l’impossibile: la Corea del Nord che batte l’Italia, l’Algeria che batte la Germania, Israele che batte la Russia. Il brutto dell’università italiana è che troppo spesso accade l’impossibile. Come all’Università di Bari, dove un concorso del 2002 dichiarò idonea alla cattedra l’aspirante docente Fabrizia Lapecorella, che aveva zero pubblicazioni nelle quattro categorie delle 160 riviste più importanti del mondo, zero nelle prime venti riviste italiane, zero in tutte le altre, zero libri firmati come autore, zero libri come curatrice, zero libri come collaboratrice. E ovviamente zero citazioni fatte dei suoi lavori: come potevano citarla altri studiosi, se non risulta aver mai scritto una riga? Eppure, battendo una concorrente che aveva un dottorato alla London School of Economics, 10 pubblicazioni e 31 citazioni sulle riviste nazionali e internazionali più importanti, vinse lei. Destinata a essere promossa poco più di tre anni dopo, dal terzo governo Berlusconi, direttore del Secit per diventare col secondo governo Prodi esperto del Servizio consultivo e ispettivo tributario e infine, di nuovo con Tremonti, direttore generale delle Finanze. Una carriera formidabile. Durante la quale, stando alla banca dati centrale di tutte le biblioteche italiane, non ha trovato il tempo per scrivere una riga. Sia chiaro: magari è un genio. E forse dovremo essere grati a chi l’ha scoperta nonostante difettasse di quei lavori che all’estero sono indispensabili per diventare ordinari.

Ma resta il tema: con quali criteri vengono distribuite le cattedre nella università italiana? Roberto Perotti, PhD in Economia al Mit di Boston, dieci anni di docenza alla Columbia University di New York dove ha la cattedra a vita, professore alla Bocconi, se lo chiede in un libro ustionante che non fa sconti fin dal titolo: L’università truccata. Gli scandali del malcostume accademico. Le ricette per rilanciare l’università (Einaudi). Un’analisi spietata. A partire, appunto, dal sistema di assegnazione delle cattedre. Dove i casi di persone benedette dalla nomina a «ordinario » con 12 «zero» su 12 in tutte le tabelle delle pubblicazioni e delle citazioni, a partire da quelle del «Social Science Citation Index», sono assai più frequenti di quanto si immagini, visto che Perotti ne ha scovati almeno cinque. Dove capita che il rettore di Modena Giancarlo Pellicani indica una gara vinta dal figlio Giovanni anche grazie alla scelta di non presentarsi di 26 associati su 26. Dove succede che il preside di Medicina a Roma, Luigi Frati, possa vincere la solitudine avendo al fianco come docenti la moglie Luciana, il figlio Giacomo, la figlia Paola. Un uomo tutto casa e facoltà. Che probabilmente diventerà rettore della Sapienza. Superato solo da certi colleghi baresi come i leggendari Giovanni Girone, Lanfranco Massari o Giovanni Tatarano, negli anni circondati da nugoli di figli, mogli, nipoti, generi... Il familismo è però solo una delle piaghe nelle quali il professore bocconiano (che ha l’onestà di toccare perfino il suo ateneo, rivelando che «l’ufficio relazioni esterne della Bocconi impiega circa 100 persone e ha un bilancio di 13 milioni di euro» che basterebbero ad assumere «i migliori docenti di economia degli Usa») affonda il bisturi. A parte quello che «il clientelismo e la corruzione esistono, ma sono tutto sommato circoscritti», Perotti fa a pezzi almeno altri tre miti. Uno è che «il vero problema dell’università italiana è la mancanza di fondi». Non è vero. Meglio: è vero che «le cifre assai citate della pubblicazione dell’Ocse "Education at a Glance" danno per il 2004 una spesa annuale in istruzione terziaria di 7.723 dollari per studente» appena superiore ad esempio a quella della Slovacchia o del Messico. Ma se si tiene conto che metà degli iscritti è fuori corso e si converte più correttamente «il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno», la spesa italiana per studente «diventa 16.027 dollari, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia ». Quanto agli stipendi dei docenti, è verissimo che all’inizio sono pagati pochissimo, ma da quel momento un meccanismo perverso premia l’anzianità (mai il merito: l’anzianità) fino al punto che un professore con 25 anni di servizio da ordinario non solo prende quattro volte e mezzo un ricercatore neoassunto ma «può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani (...) indipendentemente dalla produzione scientifica».

Altro mito: nonostante tutto, «l’università italiana è eroicamente all’avanguardia mondiale della ricerca in molti settori».Magari! Spiega Perotti che in realtà, al di là della propaganda autoconsolatoria, fra i primi 500 atenei del mondo, secondo la classifica stilata dall’università cinese Jiao Tong di Shanghai, quelli italiani sono 20 e «la prima (la Statale di Milano) è 136ª, dietro istituzioni quali l’Università delle Hawaii a Manoa ». Certo, sia questa sia la classifica del Times (dove la prima è Bologna al 173˚posto) sono fortemente influenzate dalle dimensioni dell’ateneo. Infatti nella «hit parade» pro capite della Jiao Tong 2008 possiamo trovare al 19˚posto la Normale di Pisa. Ma a quel punto le grandi università italiane slittano ancora più indietro: la Statale milanese al 211˚,Bologna al 351˚,la Sapienza addirittura a un traumatico 401˚posto. Da incubo. Quanto al quarto mito, quello secondo cui «l’università gratuita è una irrinunciabile conquista di civiltà, perché promuove l’equità e la mobilità sociale consentendo a tutti l’accesso all’istruzione terziaria», l’economista lo smonta pezzo per pezzo. I dati Bankitalia mostrano che nel Sud (dove il fenomeno è più vistoso) dal 20% più ricco della società viene il 28% degli studenti e dal 20% più povero soltanto il 4%. Un settimo. In America, dove l’università si paga, i poveri che frequentano sono il triplo: 13%. Come mai? Perché al di là della demagogia, spiega l’autore, l’università italiana è «un Robin Hood a rovescio, in cui le tasse di tutti, inclusi i meno abbienti, finanziano gli studi gratuiti dei più ricchi ». Rimedi? «Basta introdurre il principio che l’investimento in capitale umano, come tutti gli investimenti, va pagato; chi non può permetterselo, beneficia di un sistema di borse di studio e prestiti finanziato esattamente da coloro che possono permetterselo». Non sarebbe difficile. Come non sarebbe difficile introdurre dei sistemi in base ai quali il rettore che «fa assumere la nuora incapace subisca su se stesso le conseguenze negative di questa azione e chi fa assumere il futuro premio Nobel benefici delle conseguenze positive». Tutte cose di buon senso. Ma che presuppongono una scelta: puntare sul merito. Accettando «che un giovane fisico di 25 anni che promette di vincere il premio Nobel venga pagato tre volte di più dell’ordinario a fine carriera che non ha mai scritto una riga». Ma quanti sono disposti davvero a giocarsela?


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08/09/2008

UNIVERSITA' : NUMERO CHIUSO, VERSO LA GRADUATORIA UNICA

UNIVERSITA' : NUMERO CHIUSO, VERSO LA GRADUATORIA UNICA

Un anno fa ci furono polemiche furiose e l’apertura di un lungo dibattito che, però, non ha portato a sostanziali modifiche del sistema dei test. Le prove per l’ammissione alle facoltà a numero programmato sono tornate come ogni anno e l’unica, sostanziale, novità è quella relativa alla possibilità che dal prossimo anno possano essere trasformate in selezioni nazionali. Almeno per facoltà come Medicina dove la concorrenza è altissima. In pratica in ogni sede universitaria si sosterrebbero le prove per il totale dei posti a livello nazionale, con la possibilità di entrare in altre facoltà se il proprio punteggio fosse abbastanza alto. «L’ideale - spiega Lucio Annunziato, coordinatore della commissione docenti a Monte Sant’Angelo - sarebbe stilare una graduatoria nazionale assoluta e distribuire gli studenti idonei in base alle preferenze indicate da ciascuno. Purtroppo questo criterio è già stato adottato con scarso successo qualche anno fa per i test di odontoiatria: gli studenti italiani non sembrano ancora pronti a una mobilità assoluta». Proprio dagli studenti arrivano gli attacchi più duri contro il sistema di selezione. «Il numero chiuso all’università è un sistema da cambiare» spiegano in una nota i rappresentanti della Confederazione degli Studenti che stanno promuovendo una raccolta di firme a sostegno della petizione contro le facoltà a numero chiuso. «Siamo convinti che l’attitudine di uno studente alla professione medica non si possa valutare con dei test a riposta multipla, ma solo attraverso un percorso di studio in grado di far emergere capacità e professionalità» ha commentato Rosario Pugliese, tra i promotori della petizione. In un solo giorno raccolte circa 500 firme per la petizione che, nelle prossime settimane, sarà inviata al Ministro dell’università Mariagrazia Gelmini con la quale gli studenti chiedono l’immediata abolizione dei test d’ingresso all’università. L’iniziativa proseguirà nei prossimi giorni e coinvolgerà altri atenei italiani. Al di là delle polemiche il sistema a quiz resta comunque da gestire. Con atenei come quello di Salerno che si sono impegnati per garantire la massima trasparenza. «Esprimo grande soddisfazione per il clima di serenità e trasparenza in cui si è svolta la prova», ha detto il rettore Raimondo Pasquino che, assieme al comitato dei garanti costituito dai prefetti di Avellino e di Salerno, Ennio Blasco e Claudio Meoli,il presidente dell’ordine dei medici salernitano Bruno Rovera e il direttore generale dell’ospedale San Giovanni di Dio di Salerno Attilio Bianchi, ha costituito il comitato dei garanti per il corretto svolgimento della selezione. Novità per la Sun che, a differenza degli anni scorsi, ha scelto l’aulario di Santa Maria Capua Vetere per far sostenere i test, decongestionando Napoli che l’anno scorso aveva in contemporanea le prove a Monte Sant’Angelo e quelle della Sun alla Mostra d’Oltremare. Per facoltà che mal sopportano il numero programmato c’è chi, in controtendenza, sceglie il numero chiuso anche se non fissato da norme. Tra le facoltà di Giurisprudenza in Campania, quella del Suor Orsola Benincasa di Napoli, si distingue infatti per una peculiarità: è l’unica a numero chiuso. Non più di 150 iscritti ogni anno, per il preside Franco Fichera, questa è la prima garanzia di rigore e professionalità. «Il numero programmato - spiega Fichera - ci consente di far valere più agevolmente l'esigenza della frequenza, il che si traduce in contatti più intensi con gli allievi e in una inferiore percentuale di fuoricorso». Una facoltà più vicina agli studenti, per una didattica più attenta, potrebbe essere il motto. «Per ogni insegnamento - continua il preside - prevediamo una prova scritta: fondamentale è la capacità orale, ma non va trascurata l’abilità della scrittura. A proposito è inserito nel percorso di studi uno specifico corso dedicato alla lingua italiana e alla stesura di testi giuridici e nel contesto si colloca pure l’insegnamento, previsto al primo anno, di “introduzione agli studi giuridici”, un ciclo di lezioni sulle trenta nozioni fondamentali della materia, una sorta di dizionario di base da tenere ben impresso».
 
Un laureato vive sette anni di più di un coetaneo




Più studi, più vivi. Una ricerca della Bocconi quantifica l'aspettativa di vita secondo il livello di istruzione: un laureato di 35 anni vive 7,6 anni più di un coetaneo con il solo diploma di scuola media In Italia, chi ha un titolo di studio basso, licenza elementare o media, vive meno di chi ha conseguito una licenza superiore o una laurea: mediamente da 7,6 a 5,5 anni in meno a seconda delle classi di età, se uomo, e da 6,5 a 5,3, se donna. La prima quantificazione a livello nazionale in termini di aspettativa di vita, sulla base dei dati forniti dal censimento Istat del 2001, è il frutto di una ricerca realizzata da Carlo Maccheroni, fellow del Centro «Carlo Dondena» di ricerca sulle dinamiche sociali della Bocconi e docente di demografia all'Università di Torino. Il titolo di studio è utilizzato da Maccheroni per individuare la classe sociale di appartenenza: «Sui grandi numeri, classe e livello d'istruzione si sovrappongono», spiega l'autore. «Questo è un punto universalmente accettato: il titolo di studio ha maggior validità di altri elementi, come ad esempio l'occupazione». L'Istat mette da anni in relazione livello di istruzione, e quindi classe sociale, con il livello di mortalità della popolazione italiana. Tuttavia, «questo è il primo studio quantitativo che ci dice quanti anni di vita dovremmo attenderci, in media, a seconda del nostro grado di istruzione». La disuguaglianza in apparenza più vistosa è nell'aspettativa di vita a 35 anni: un maschio poco colto ha davanti a sè in media 41,8 anni, -7,6 anni rispetto a un suo coetaneo più istruito (il 15,5% in meno). Ma è a 65 anni che tale differenza è più significativa: «Se infatti diminuisce in termini assoluti (-5,5 anni), aumenta in termini relativi fino a oltre il 25%: per questa classe di età, infatti, le aspettative di vita risultano rispettivamente di 16,1 e 21,6 anni a seconda del livello sociale. Cinque anni e mezzo significano un quarto di vita attesa in meno». Per le donne, invece, la differenza assoluta scende di poco più di un anno a seconda delle classi di età (da 6,5 a 5,3 anni tra le 35enni e le 65enni), mentre la differenza relativa sale dal -12% al -20,7%. «Le differenze di mortalità sottintendono differenze di salute e di condizioni di vita», aggiunge Carlo Maccheroni, «ma questi risultati fanno cogliere uno dei molteplici aspetti del valore dell'istruzione. Le disuguaglianze non sono infatti riconducibili solo a un differente bagaglio di conoscenze acquisite durante il percorso scolastico, ma si manifesta anche nella attitudine ad ampliare le proprie conoscenze in altri campi».


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06/09/2008

PROF COPIA TESI, 7 MESI DI CARCERE

PROF COPIA TESI, 7 MESI DI CARCERE

Docente condannato per truffa, deve anche risarcire gli studenti  (ANSA) - ROMA, 5 SET - Ha copiato dalla tesi di due studenti per fare un libro: un professore della provincia di Trento e' stato condannato a 7 mesi per truffa. Il docente 'copione' ha subito un lungo procedimento penale. Nel 2005 e' stato costretto in primo grado a risarcire gli studenti con circa mille euro ciascuno. Poi l'Appello lo ha condannato anche a 7 mesi e al risarcimento di 3000 euro alle parti civili per aver tentato di partecipare ad un concorso con lo stesso libro. Quindi la conferma in Cassazione.


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