12/12/2009

Apple contrattacca e fa causa a Nokia sui brevetti

Apple contrattacca e fa causa a Nokia sui brevetti


Dopo l'accusa di Nokia nei confronti di Apple (violazione dei protocolli Umts ai codici di linguaggio).«Ha violato dieci brevetti». Causa nel Delaware. Adesso è Apple ad andare al contrattacco contro il colosso della telefonia mondiale Nokia

 

 

sewell.jpgLotta serrata nel ricco mercato degli smartphone, la fascia dei telefonini che traina tutto il comparto (vendite a +14,8% sul 2008). Apple, con una mossa a sorpresa, decide di reagire alla causa intentata a Cupertino da Nokia a fine ottobre per il furto di dieci brevetti portando a sua volta l'azienda finlandese in tribunale sempre per la violazione di brevetti. Tredici, questa volta, quasi a stabilire un piccolo primato numerico: 13 contro 10. Il contrattacco nella disputa legale con Nokia ha sempre lo stesso oggetto del contendere, ossia il terribile iPhone (nella foto sopra a destra con il rivale N97), il telefonino touch capace nel giro di due anni di invertire una tendenza nella torta dei telefonini che non sembrava possibile: Nokia rimane leader indiscussa, ma con un ridimensionamento nelle quote di mercato dal 41 al 38% a fronte (anche) della vendita di oltre 20 milioni di Melafonini. Il colosso americano, difendendo le tecnologie usate per la produzione dell'iPhone messe in discussione da Helsinki, ha dunque accusato a sua volta la società rivale per presunte violazioni su tredici brevetti targati Apple. Senza entrare nel dettaglio. Quasi parafrasando quanto detto da Ilkka Rahnasto, vice presidente della proprietà le­gale e intellettuale di Nokia, poco più di un mese fa, Cupertino mette in campo nientemeno che il consigliere generale, il Bruce Sewell (nella foto a sinistra) da poco soffiato alla Intel: "Le altre società devono competere con noi mettendo a punto proprie tecnologie, non semplicemente rubando le nostre". Già ferve l'attesa per la prossima mossa in quello che a buon diritto ormai si può chiamare il "Risiko dei telefonini".

Federico Cella


29/05/2009

Le otto scritture antiche mai decifrate

Le otto scritture antiche mai decifrate

 

Incomprensibile anche la proto-elamica, risale al 3mila a.c.. L'etrusca, la meroitica, la zapoteca e il Rongo Rongo: ecco i linguaggi che restano tuttora dei grandi misteri

 

La stele di Rosetta, conservata al British Museum di Londra (Ap)
La stele di Rosetta, conservata al British Museum di Londra (Ap)

MILANO - Da quando è comparso sulla Terra l’uomo ha sempre sentito l’esigenza di trasmettere alle generazioni successive le conoscenze e l'esperienza acquisita nel tempo. La scrittura è certamente l’invenzione più importante per tramandare la storia. Senza la decifrazione dei linguaggi antichi oggi l'umanità avrebbe una cognizione molto limitata delle civiltà del passato. Secondo gli storici la prima scrittura a comparire sulla Terra è quella cuneiforme usata dai Sumeri: incise su tavolette di argilla le prime testimonianze risalgono al 3.000 a.C. Successivamente forme di scrittura apparvero in Egitto, quindi in Europa e via di seguito in Cina e in America del Sud. Benché molte scritture del passato siano state decifrate dagli storici, esistono ancora oggi linguaggi oscuri. Proprio a queste scritture ancora da decifrare la rivista inglese New Scientist dedica un lungo reportage individuando otto importanti grafie che restano ancora sconosciute all'umanità.

IL METODO UTILIZZATO - Per interpretare una scrittura del passato lo studioso deve poter contare sempre su due requisiti minimi: un'abbondanza di testi e reperti archeologi che aiutino a interpretare i linguaggi sconosciuti. L'umanità non avrebbe mai decifrato i geroglifici egiziani senza l'aiuto della Stele di Rosetta, la lastra in granito scuro scoperta nel 1822 in Egitto. Su questo reperto archeologico è incisa un’iscrizione in tre differenti grafie: geroglifico, demotico e greco antico. Attraverso la comparazione con il greco antico, idioma ben conosciuto dagli studiosi, questi riuscirono a comprendere le regole e i significati dei geroglifici egiziani. Oggi le scritture antiche ancora da decifrare si possono dividere in tre categorie: le scritture il cui alfabeto è stato decifrato ma non si è compresa la lingua; le scritture il cui alfabeto è incomprensibile ma di cui si conosce la lingua; scritture i cui alfabeto e linguaggio sono entrambi incomprensibili.

L'ETRUSCO E IL MEROITICO - La prima scrittura ancora da decifrare elencata dal New Scientist è quella etrusca. L'alfabeto è stato quasi completamente decifrato assieme a importanti aspetti della grammatica, ma l'interpretazione del linguaggio ancora oggi appare complessa e spesso incomprensibile. Ciò accade anche perché la maggior parte delle numerose iscrizione etrusche arrivate fino a noi (circa 10mila) sono per lo più scritti funerari e generalmente molto brevi. Inoltre, sebbene la scrittura assomigli molto al greco antico, vi sono sostanziali differenze. Prima di tutto le lettere etrusche si scrivono da destra a sinistra, nella direzione opposta a quella greca. Poi l'etrusco è una lingua che non deriva dall'indoeuropeo, ma proprio come l'odierna lingua basca non ha alcun legame con le grandi famiglie linguistiche dell'antichità. Stesso discorso per la seconda scrittura dell'elenco: l'alfabeto meroitico. Usato dagli abitanti del regno di Kush, civiltà che fiorì intorno all'800 a.C. nel Nord Africa, tra il sud dell'Egitto moderno e la parte settentrionale del Sudan, gli studiosi ne hanno decifrato l'alfabeto, ma non il linguaggio. Per quanto riguarda la scrittura, come per la lingua antica egiziana conosciamo due forme di grafia: la geroglifica, usata per lo più sui monumenti, e quella corsiva, usata nel commercio e nelle faccende quotidiane. Entrambe le forme di scrittura sono dotate di 23 segni che furono decifrati nel 1911 dall'egittologo e professore di Oxford Francis Llewellyn Griffith. Tuttavia il significato delle parole continua a essere sconosciuto e non ha alcuna somiglianza con nessuna delle lingue parlate nell'Africa subsahariana.

LINGUAGGI PRECOLOMBIANI - Tra le scritture ancora da decifrare elencate dal New Scientist compaiono anche un gruppo di grafie usate da civiltà precolombiane: l'olmeca, la zapoteca e la epi-olmeca. La prima scrittura fu usata dall’omonima civiltà vissuta tra il 1.500 A.C. e il 400 d.C. nell'odierno Messico centro-meridionale, a est dell'istmo di Tehuantepec. Fino a pochi anni fa si pensava che questa popolazione antica fosse analfabeta, ma nel 1990 è stato scoperto un blocco di pietra su cui compaiono iscrizioni che risalgono al 900 a.C. In tutto sono presenti circa 60 simboli, fino ad oggi non decifrati: secondo gli studiosi finché non saranno ritrovati altri reperti archeologici con gli stessi simboli sarà davvero difficile interpretare questi segni. Qualcosa in più sappiamo invece del linguaggio usato dalla civiltà zapoteca: questa fiorì nella Valla di Oaxaca circa 2.600 anni fa. Gli zapotechi usavano un tipo di scrittura a ideogrammi sillabici e le prime iscrizioni ritrovate risalgono al 600 a.C. e sono presenti su pareti dipinte, ma anche su vasi, ossa e gusci. Questa popolazione parlava un linguaggio che ancora oggi è usato da sparute popolazioni che vivono nel Centro America. Tuttavia gli studiosi non sono riusciti a ricostruire l'alfabeto usato da questa civiltà anche a causa delle estreme confusione e complessità dei linguaggi parlati dalle moderne popolazioni zapoteche. Infine vi è la grafia epi-olmeca. La prima traccia di questa scrittura risale al 1902, quando fu scoperta la statuetta di Tuxtla, una figura in nefrite risalente al II secolo d.C. La lingua parlata dalla popolazione che ideò questa scrittura è probabilmente una versione arcaica dello Zoche, idioma ancora oggi usato nell'Istmo di Tehuantepec. John Justeson e Terrence Kaufman, due studiosi americani, hanno proposto una decifrazione frammentaria di questa scrittura, ma finché non saranno trovati nuovi reperti sarà molto difficile avere un'interpretazione chiara.

DALLA LINEARE AL DISCO DI FESTO - Tra le scritture antiche ancora da decifrare una delle più famose è la "Lineare A". Scoperta insieme a un'altra scrittura antica, la Lineare B (decifrata nel 1952), dal celebre archeologo britannico Arthur Evans durante gli scavi a Creta nel 1900, questo alfabeto era usato sull'isola greca dalla civiltà micenea nel II millennio a.C. Composta da segni che vanno da sinistra verso destra e presente su diverse tavolette d'argilla, questa scrittura è tuttora indecifrata e poco comprensibile, sebbene abbia molti simboli in comune con la Lineare B. Segue la scrittura Rongo-Rongo (significa "canti") usata già dai primi abitanti dell'isola di Pasqua: essi sbarcarono sull’isola dell'Oceano Pacifico intorno al 300 d.C. Questa lingua antica è molto simile al Rapanui, l'odierno idioma parlato sull'isola di Pasqua, ma la scrittura è incomprensibile e complessa (si tratta di una grafia "bustrofedica", ovvero un sistema di segni che non ha una direzione fissa, ma che cambia senso continuamente). Sono arrivati fino a noi solo 25 iscrizioni in Rongo Rongo: la maggior parte di questi scritti sono incisi su pezzi di legno. Un'altra scrittura incomprensibile è quella "Indus", usata dalla civiltà che visse nella Valle dell'Indo tra il 2.500 e il 1.900 a.C. Purtroppo ci restano poche iscrizioni, presenti per lo più su vasi di ceramica e non vanno oltre i 5 caratteri. I segni conosciuti sono circa 400 e a causa della brevità delle iscrizioni non è stato possibile ancora decifrare questa scrittura. Le ultime due grafie storiche ancora da decifrare sono quella proto-elamica e la scrittura presente sul Disco di Festo. La prima è la più antica scrittura non-decifrata al mondo. Essa si sviluppò intorno al 3.000 a.C. assieme alla scrittura sumerica. Quest'ultima visse diversi secoli ed è stata in parte decifrata, mentre la scrittura proto-elamica si estinse dopo appena 150 anni dalla sua comparsa nella regione di Elam, antico nome biblico dato al territorio che oggi corrisponde alla parte sud-occidentale dell'Iran. Sappiamo davvero poco delle popolazioni che usavano questa scrittura. Ancora oggi restano oscuri sia i caratteri sia la lingua delle iscrizioni. La scrittura presente sul Disco di Festo è un insieme di simboli impressi con stampini incisi su entrambe le facciate del reperto archeologico. Scoperto nel 1908 dagli italiani Luigi Pernier e Federico Halbherr, mentre stavano scavando a Creta nel palazzo minoico di Festo, questo magnifico reperto risale al 1.700 a.C. ed è composto da 241 simboli: tutti i segni non sono stati ancora decifrati e non hanno nessuna somiglianza con le scritture conosciute del tempo.


SOTTO LE SCRITTURE DA DECIFRARE

Un'iscrizione etrusca

Un'iscrizione etrusca

Un esempio di alfabeto meroitico

Un esempio di alfabeto meroitico

La scrittura zapoteca

La scrittura zapoteca

Un esempio di scrittura cretese lineare A

Un esempio di scrittura cretese lineare A

Un'iscrizione in Rongo Rongo

Un'iscrizione in Rongo Rongo

La scrittura della valle dell'Indo

La scrittura della valle dell'Indo

Esempio di scrittura proto-elamica

Esempio di scrittura proto-elamica

Il disco di Festo

Il disco di Festo

TRAVEL PHOTOS BY Shawn McLaughlin (www.qsov.com)

Francesco Tortora


04/10/2008

Gli inglesi ringraziano gli antichi romani «Senza di loro parleremmo gallese»

Gli inglesi ringraziano gli antichi romani «Senza di loro parleremmo gallese»

 

Il Times dopo la scoperta del punto in cui sbarcarono i soldati : «Gli italiani ci devono delle scuse? No»

 

 

LONDRA - Gli archeologi britannici hanno trovato il punto esatto in cui, nel 43 d.C., sbarcarono le antiche legioni romane di Claudio. «Il forte di Richborough, Kent meridionale, è sempre stato riconosciuto come la porta d'ingresso della Britannia romana - spiega Tony Wilmott, archeologo dell'English Heritage - ma la scoperta straordinaria è che, scavando nei pressi delle mura, abbiamo trovato l'antica linea di costa, ora sepolta dai detriti». Il forte, in pratica, abbracciava il porto stesso. «La fossa che abbiamo scavato - prosegue Wilmott a colloquio col Times - continuava a riempirsi d'acqua e camminando si poteva sentire l'antico fondale del porto costruito in pietra dura». Gli archeologi britannici hanno anche individuato le fondamenta dell'antico arco di trionfo eretto nell'80 d.C. per celebrare la fine della conquista della Britannia. Ma non solo. Gli scavi hanno portato alla luce vasellame, monete, frammenti di marmo italiano - probabilmente resti dell'arco di trionfo -, legni intarsiati e persino frammenti di pelle. E il forte di Richborough fu con ogni probabilità l'ultimo pezzo d'impero d'oltre Manica che videro i romani quando abbandonarono la provincia.

GRAZIE - «Il popolo britannico va fiero di aver respinto l'Armada spagnola, le truppe di Napoleone e e quelle di Hitler», scrive il 'Times' in un editoriale dedicato alla scoperta, «ma quella di Claudio penetrò profondamente. E certo avvenne in violazione di tutte le leggi internazionali... Forse gli italiani ci devono delle anacronistiche scuse». «Ma se non fosse stato per romani - continua il 'Times' - avremmo tutti i capelli rossi e parleremmo gallese; berremmo birra invece che vino; probabilmente avremmo dovuto aspettare 16 secoli in più per avere l'acqua calda, i gabinetti a sifone e il riscaldamento e le nostre strade sarebbero rimaste per la maggior parte inglesi. Ovvero a zig zag. Senza contare che, se Roma avesse fallito, l'inglese oggi sarebbe una sorta di olandese al quadrato dove luglio si dice 'Hooy-Maand»'. «A pensarci meglio - conclude ironicamente il quotidiano - 'Ave atque Vale', antichi romani. E lasciate perdere le scuse»


16:15 Scritto in ARCHEOLOGIA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: inglesi, romani, gallesi, stria, archeologia, linguaggi | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook