03/03/2010

New York: Naomi Campbell aggredisce l'autista della sua limousine, denunciata

New York: Naomi Campbell aggredisce l'autista della sua limousine, denunciata

 

L'ex top model in passato era già stata condannata per violenze. Secondo il «New York Post» l'uomo si è presentato alla polizia con lividi e abrasioni al volto

 

Naomi Campbell (Ansa)
Naomi Campbell (Ansa)

NEW YORK - L'ex top model Naomi Campbell, 39 anni, è stata denunciata a New York per aver aggredito l'autista di una limousine, da lei stessa affittata per un giorno. L'uomo, di 27 anni e di cui non è stato reso noto il nome, si è presentato alla polizia con lividi e abrasioni al volto e ha dichiarato che a farglieli era stata la Campbell in un momento di rabbia mentre lui la stava portando per New York a bordo dell'auto di lusso.

SCATTI DI NERVI - La Campbell avrebbe avuto lo scatto di nervi all'angolo tra la 58esima Strada e la Second Avenue. Non è stato precisato cosa abbia fatto innervosire la ex modella. Si sa solo - secondo quanto riporta il tabloid newyorkese The New York Post - che l'uomo ha telefonato al commissariato più vicino e il rapporto della polizia parla di «lividi e abrasioni». Non è la prima volta che Naomi Campbell viene colta da attacchi di ira violenti. Il 15 gennaio dello scorso anno aveva patteggiato una pena per la causa intentata nei suoi confronti da una sua ex cameriera, Gaby Gibson, aggredita e malmenata per il solo fatto di non essere riuscita a trovare i jeans che piacevano a lei. Il caso era finito davanti alla Corte Suprema di New York, e le parti avevano patteggiato. Ma Naomi Campbell non è nuova a scatti d'ira di una violenza tale che la portano a finire davanti al giudice. In passato le era successo di tirare un telefonino contro un'altra sua cameriera, Ana Scolavino, che l'aveva denunciata. La top model era stata condannata a pulire per cinque giorni gli uffici della nettezza urbana di New York. Evidentemente la punizione non l'ha guarita, ma a suo tempo le era servita per trasformare la pena riabilitativa in occasione pubblicitaria senza precedenti: un servizio fotografico su di lei che, in tacchi a spillo, pulisce le strade di New York con gli scarponi della nettezza urbana portati allacciati sulle spalle. Nel giugno dello scorso anno, poi, si era riconosciuta colpevole di aver insultato e aggredito all'aeroporto di Londra una dipendente della British Airways. Era stata condannata a 200 ore di servizi sociali. In passato era stata protagonista di altri scontri analoghi.

Redazione online


30/10/2009

Caso Cucchi, La Russa: «Militari corretti»

Caso Cucchi, La Russa: «Militari corretti»

 

Lividi e ferite sul cadavere del 31enne. l'Osapp: «Arrivò così a Regina Coeli». Appelli bipartisan sul giovane morto dopo l'arresto: «Verità». L'Idv: «Via dallo Stato le schegge deviate»

 

Una foto di Stefano Cucchi
Una foto di Stefano Cucchi

ROMA - Il caso di Stefano Cucchi, il 31enne morto in circostanze ancora da chiarire sei giorni dopo l'arresto (è stato fermato con 20 grammi di droga), scuote anche il mondo politico e il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, interviene nel dibattito. «Non c'è dubbio che qualunque reato abbia commesso questo ragazzo - spiega La Russa - ha diritto ad un trattamento assolutamente adeguato alla dignità umana. Quello che è successo non sono però in grado di dirlo perché si tratta di una competenza assolutamente estranea al ministero della Difesa, in quanto attiene da un lato ai carabinieri come forze di polizia, quindi al ministero dell'Interno, dall'altro al ministero della Giustizia. Quindi non ho strumenti per accertare, ma di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione».

«LE OMBRE UCCIDONO» - «Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha perso una buona occasione per tacere» è la replica del segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, Donato Capece. «Ha detto che non ha elementi per dire come andarono i fatti connessi all'arresto di Stefano Cucchi, però sostiene che l'intervento dei carabinieri è stato corretto. Su quale basi lo dice? Chi sarebbe stato scorretto, allora?» chiede Capece, indicando come priorità il «massimo rispetto per il dolore dei familiari» ma anche «consentire alla magistratura - senza alcun tipo di influenze e di dichiarazioni "a prescindere" - di compiere come sempre con serenità ogni accertamento ed atto che potrà chiarire le ragioni della morte del ragazzo». Sulla stessa linea Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, il secondo sindacato della polizia penitenziaria, secondo il quale, «secondo fonti attendibili, Stefano sarebbe arrivato a Regina Coeli direttamente dal tribunale già in quelle condizioni, e accompagnato da un certificato medico che ne autorizzava la detenzione, come di solito si fa in questi casi». L'Osapp protesta con Michele Santoro, per come è stato trattato il caso ad Annozero. «Quali rappresentanti di un'istituzione autorevole che qualcuno tenta di annientare strumentalizzando il "caso" - prosegue Beneduci - siamo disgustati da una vicenda grave che sta via via assumendo le fattezze di un fatto politico e che rischia di disonorarci: come per il caso Bianzino, il caso Aldovrandi. Le ombre ci uccidono, uccidono l'intera categoria alla quale ci esaltiamo di appartenere, ed è triste che fino adesso siamo stati l'unica organizzazione sindacale ad avere il coraggio di dire la propria con grande chiarezza ed onesta».

«TROPPI SILENZI» - Netta la presa di posizione la Camera penale di Roma: «Non può essere consentito, non può semplicemente accadere, che Stefano Cucchi abbia potuto subire una fine così orrenda mentre era sotto la tutela prima della polizia giudiziaria che lo ha tratto in arresto; poi del pubblico ministero del giudice e del suo difensore di ufficio nel corso della udienza di convalida; poi ancora della direzione del carcere di Regina Coeli; poi dei medici del penitenziario e quelli del reparto controllato all’ospedale Sandro Pertini». «Lo scandalo - scrive in una nota l’organismo di rappresentanza degli avvocati, presieduto da Giandomenico Caiazza - è che questo ragazzo abbia subito questo pestaggio mortale, con segni orrendamente evidenti sul corpo e sul volto, senza che nessuno di coloro che hanno avuto contatto con lui abbia sentito - a quanto risulta a tutt’oggi - il dovere innanzitutto morale di conoscere la verità, e comunque di segnalare immediatamente e con forza la evidenza dei fatti».

«VERITA' E LEGALITA'» - «Verità» è la parola d'ordine usano da molti in queste ore. «Verità. Naturalmente verità. Verità e legalità per tutti, ma proprio tutti: in fondo è semplice» si legge in un corsivo di Ffwebmagazine, il periodico online della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, all'indomani della pubblicazione voluta dalla famiglia del giovane deceduto delle foto del cadavere. «Uno Stato democratico non può nascondersi dietro la reticenza degli apparati burocratici - continua il corsivo -. Perché verità e legalità devono essere "uguali per tutti", come la legge. Non è possibile che, in uno Stato di diritto, ci sia qualcuno per cui questa regola non valga: fosse anche un poliziotto, un carabiniere, un militare, un agente carcerario o chiunque voi vogliate. Non può esistere una "terra di mezzo" in cui si consente quello che non è consentito, in cui si difende l'indifendibile, in cui la responsabilità individuale va a farsi friggere in nome di un "codice" non scritto che sa tanto, troppo, di omertà tribale». «Nell'esprimere tutto il mio cordoglio alla famiglia del giovane Stefano Cucchi in questo momento di profondo lutto e di terribile dolore, auspico vivamente che da parte di tutti i soggetti coinvolti si impieghi il massimo sforzo nel fare chiarezza al più presto sull'intera vicenda» è l'auspiscio del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni.

«VIA LE SCHEGGE DEVIATE» - Anche dall'opposizione, come era preventivabile, si sono levate voci contro quanto accaduto. Per Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, le foto del corpo di Cucchi «orribilmente deturpato da evidenti percosse, destano orrore». «Il governo - aggiunge la senatrice democratica - deve fare tutto quanto in suo potere perchè si arrivi presto a conoscere la verità su questa vicenda umana sconcertante e per ora misteriosa». «Lo Stato non può avere paura di se stesso- sottolinea invece Luigi De Magistris, europarlamentare dell'Idv -, non può temere di individuare e punire quei corpi estranei e parassitari che pure ci sono al suo interno, tra le forze dell'ordine che svolgono un lavoro prezioso per il Paese. Identificare e allontanare queste schegge deviate è l'unica risposta per garantire la fiducia dei cittadini verso le istituzioni e la giustizia, oltre che per proteggere la credibilità di quanti operano con coraggio per la sicurezza comune fornendo un servizio prezioso a noi tutti».

L'APPELLO A NAPOLITANO - «Presidente Napolitano, le foto diffuse ieri coraggiosamente dalla famiglia di Stefano Cucchi meritano verità e giustizia» chiedono infine in un appello inviato al capo dello Stato i giovani della Fgci, l'organizzazione giovanile del Pdci, e dei Giovani Comunisti del Prc. «Gli italiani, tutti, hanno bisogno di avere fiducia nelle forze dell'ordine e nel rispetto della legalità da parte di chi è chiamato a far sì che non venga mai violata» dice Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd.


15/05/2009

Imperia, morto bimbo di 17 mesi Era coperto di lividi: sentita la madre

Imperia, morto bimbo di 17 mesi Era coperto di lividi: sentita la madre

 

Interrogato anche il convivente della donna, un italiano. Il piccolo deceduto in ospedale dopo la chiamata un po' confusa al 118 della madre, una giovane lettone

 

GENOVA — Troppi lividi su quel cor­po senza vita e troppe contraddizioni nella storia che la madre, una giovanissi­ma lettone, ha raccontato alla polizia di Imperia durante un interrogatorio di ore. Sulla morte improvvisa di un bambi­no di 17 mesi gravano molti sospetti.

È successo ieri a Imperia, poco dopo le sei di sera: una chiamata un po’ confu­sa di una giovane donna al 118: «Il mio bambino sta male». Sullo sfondo si sen­tono altre voci, di più persone, concita­te. Qualcosa sembra da subito poco chia­ra e il 118 allerta la polizia. Nella casa di via Costamagna interviene la Croce Ros­sa, trova la madre, ventenne, e il convi­vente, un commerciante di Imperia (ha un negozio di vernici) che, però, non è il padre del piccolo.

Il bimbo è nato in Let­tonia da una precedente relazione della giovane. La situazione appare gravissi­ma: il bambino è esanime, con gli occhi sbarrati, rigido, respira a stento. Biso­gna intervenire sul posto, i medici lo in­tubano e tentano un massaggio cardiaco mentre lo trasportano all’ospedale. Ci ar­riva agonizzante: spirerà dopo poco. «È caduto» dice la madre, poi si cor­regge, stava male da qualche giorno, ma non sa spiegare i lividi sul corpo. L’inter­vento dei sanitari per effettuare il mas­saggio cardiaco è stato energico, potreb­be aver lasciato qualche segno su un’epi­dermide delicata come quella di un bim­bo piccolo. Loro, però, avrebbero detto alla polizia che i segni erano visibili pri­ma del massaggio. La Procura ha seque­strato la cartella clinica del bambino e di­sposto l’autopsia. Gli agenti hanno senti­to i vicini di casa della coppia, molto ri­servata, per ricostruire le ore precedenti alla tragedia. A notte, la madre del picco­lo e il convivente erano trattenuti in Que­stura.

Erika Dellacasa