31/07/2010
La bimba che non può dormire chiusi gli occhi si ferma il respiro
La bimba che non può dormire chiusi gli occhi si ferma il respiroLA STORIA. Ha 5 anni, solo una macchina l’aiuta a riposare

CASALE SUL SILE (Treviso) - Il sorriso di una bambina trevigiana rischia di spegnersi tutte le notti. Quando va a dormire, il suo corpicino non si ricorda più di respirare. È una patologia rarissima quella che ha colpito la piccola, tanto rara che se ne stima un caso ogni ventimila nati. In Italia ce ne sarebbero due, forse tre casi l'anno. Uno è il suo. La bimba, che ha 5 anni, durante il giorno ha una vita pressoché normale. Vive vicino a Casale, va all'asilo, gioca, si diverte con gli amichetti. Ma quando si distende nel suo lettino e chiude gli occhi ha bisogno di un particolare macchinario, un dispositivo di ventilazione meccanica che la aiuta a respirare.
La sua malattia si chiama sindrome da ipoventilazione centrale congenita, ma è più nota come sindrome di Ondine: è un disordine del controllo della respirazione autonoma. Il caso della bimba trevigiana è seguito dal servizio sanitario locale, che ha fornito alla famiglia due ventilatori volumetrici. Uno, più sofisticato e recente con motori di tecnologia avanzata, che soddisfa pienamente il bisogno della bimba, e l'altro in sostituzione del primo, perché se dovesse scaricarsi anche solo per poco tempo, lo stato di apnea in cui la piccola entra una volta addormentata potrebbe esserle fatale. «La paziente - spiega il dottor Nello Spinella, dell'Usl 9 di Treviso -, è seguita da una rete molto estesa, dalla clinica pediatrica di Padova, dall'ospedale trevigiano e dal proprio pediatra. Il macchinario che abbiamo fornito alla famiglia entra in funzione quando un'apnea prolungata impedisce il ricambio di ossigeno». Il nome della malattia, coniato nel 1962, ricorda una leggenda della tradizione germanica: Ondine era una ninfa che si innamorò di un uomo mortale. Ma lui il re delle ninfe, con una maledizione, fece sì che si dimenticasse di respirare una volta addormentato. Lo stesso può accadere alla piccola.
Solo che non è una leggenda, succede davvero, tutti i giorni. Cinque anni fa, quando nacque e i medici pronunciarono la parola «Ondine», i genitori della bimba non ne sapevano nulla. Avevano bisogno di sapere, di conoscere, di parlare con qualcuno che li potesse capire. E lanciarono un appello: avevano bisogno di un computer per comunicare con le altre famiglie con bambini affetti dalla medesima malattia della loro figlioletta, per ricevere e scambiare informazioni e consigli con chi viveva la loro stessa esperienza. Il Rotary Club Terraglio si fece subito avanti. Una raccolta fondi in poco tempo consentì alla coppia di avere il computer, e ancora oggi l'associazione continua a seguire la loro storia. «Ogni anno, a Natale, torniamo a salutare la bimba - spiega il presidente Ezio Lanteri -. I suoi genitori sono persone straordinarie. La loro speranza, e anche la nostra, è che si trovi una terapia per chi è affetto da questa rara malattia, perché la bambina possa respirare indipendentemente dalla macchina». Ma, nonostante i progressi della scienza, ancora una cura non c'è. Il club trevigiano si è già prefisso alcuni obiettivi importanti, che fanno perno attorno alla grande solidarietà dei membri. I progetti sono tanti, a Treviso e all'estero, e i risultati in 17 anni di attività sono stati importanti per molte persone. Fra di esse c'è la famiglia di questa bambina senza sonno, attorno a cui si è stretto un abbraccio enorme. «I genitori della bimba ricevono grande sostegno dal Comune di Casale e dalle associazioni di volontariato del territorio, siamo loro molto vicini - spiega il sindaco Bruna Battaglion -. Dal punto di vista delle relazioni so dai familiari che vive bene, tutti vogliamo aiutarla perché la sua sofferenza sia ridotta».
Silvia Madiotto
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09/11/2009
La macchina del Big Bang si blocca. Per una briciola di pane
La macchina del Big Bang si blocca. Per una briciola di pane
Due fisici lo avevano previsto: è il futuro a sabotarla. Lasciata cadere da un uccellino, manda in tilt l’acceleratore del Cern di Ginevra
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| Il Collider del Cern |
Gli americani dicono «the devil is in the details», il diavolo sta nei dettagli. Ma anche Dio — diciamolo — non se la cava male, quando ci si mette. Il Large Hadron Collider (in italiano: grande collisore di adroni) è un acceleratore di particelle presso il Cern di Ginevra, il più grande e potente mai realizzato. Lungo 27 chilometri, costato 4,9 miliardi di euro, dovrebbe provare l’esistenza del «bosone di Higgs», detto anche «la particella di Dio», che fornisce la massa alla materia nell’universo e simula il Big Bang Be’, si è fermato: ci hanno trovato dentro mollica di pane. Nessuno sa come sia finita lì. Tecnicamente, essendo Ginevra nella Svizzera francese, si trattava di mollica di baguette. Durante l’ispezione si è scoperto che aveva messo fuori uso una delle unità esterne di raffreddamento che mantengono la temperatura a 1,9 gradi sopra lo zero assoluto. Una portavoce del Cern ha detto:
L'UCCELLINO- «Supponiamo sia stato portato da un volatile oppure sia caduto da un aeroplano di passaggio». Titola il sito www. smartplanet. com : « Uccellino con Baguette 1 - Big Bang 0». Sembra un buon riassunto. Fin qui, la vicenda appare divertente e paradossale. Una macchina studiata per accelerare protoni e ioni pesanti fino al 99,9999991% della velocità della luce, e scoprire l’origine dell’universo, bloccata da una briciola. Il più grande e costoso esperimento della fisica mondiale sconfitto (temporaneamente) dalla panetteria quotidiana. Materiale per umoristi scientifici o scienziati dotati di senso dell’umorismo.
IL PRECEDENTE «INQUIETANTE» - C’è un precedente, però, che rende la faccenda fascinosa e/o inquietante (fate voi). Quando il Large Hadron Collider venne inaugurato, il 10 settembre 2008, un’esplosione di scintille, fumo ed elio refrigerato lo ha spento. Un incidente bizzarro, e mai del tutto spiegato. Dennis Overbye, sul New York Times , ha lanciato una supposizione (segnalata e tradotta da Enrico De Simone sul sito L’Occidentale ). L’articolo del NYT è uscito lo scorso 13 ottobre — quindi PRIMA che il volatile, l’aeroplano, il caso, il destino o Altro depositassero mollica di pane nel sincrotrone. Leggete, e stupitevi. Scriveva Overbye, tre settimane fa: «... il Large Hadron Collider è pronto per ripartire (...) Sarà il momento per verificare una delle più bizzarre e rivoluzionarie teorie scientifiche mai sentite (...) Sto parlando dell’ipotesi secondo cui a sabotare il travagliato sincrotrone sarebbe niente meno che il suo stesso futuro. Una coppia di affermati fisici ha suggerito che l’ipotetico bosone di Higgs, che gli scienziati sperano di produrre grazie all’LHC, potrebbe essere a tal punto scabroso per la natura che la sua creazione sarebbe sufficiente a produrre un ritorno al passato e a fermare il sincrotrone prima che ne produca uno. Come un viaggiatore del tempo che tornasse indietro negli anni per uccidere il proprio nonno » . I fisici in questione sono Holger Bech Nielsen, dell’Istituto Niels Bohr di Copenhagen, e il giapponese Masao Ninomiya, dell’Istituto Yukawa di fisica teorica di Kyoto. «È nelle nostre previsioni che ogni macchina che produca bosoni di Higgs abbia cattiva fortuna», ha scritto il dottor Nielsen in una email. In un testo non ancora pubblicato — ma citato dal New York Times — conclude: «Si potrebbe quasi dire che abbiamo un modello di Dio (...) Anche Lui odia alquanto le particelle di Higgs, e cerca di evitarle». Con la mollica di pane?! Perché no: un Onnipotente col senso dell’umorismo. Avendo a che fare con gentaglia come noi, Gli serve di sicuro.
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04/09/2009
La macchina antivirus che fa riposare i polmoni
La macchina antivirus che fa riposare i polmoni
È stata inventata a Milano, in Italia ne esistono due. In Australia e Nuova Zelanda ha salvato l’86% dei pazienti
MILANO — In Australia e in Nuova Zelanda ha salvato molte vite (l’86% finora su 100 e 60 casi, rispettivamente, di polmonite da influenza A), a Monza si sta col fiato sospeso, ma sembra che il ragazzo ventiquattrenne ce la farà. Più che di una macchina si tratta di una metodica (si costruisce ad un costo moderato assemblando varie componenti, pompa, cannule e membrana ed altro) che, utilizzando la circolazione extracorporea, asporta l’anidride carbonica mentre garantisce l’ossigenazione.
In pratica, un sistema che mette a «riposo» il polmone, anziché costringerlo forzatamente a lavorare come si è fatto per molto tempo con la ventilazione meccanica, producendo più danni che vantaggi. Un’idea portata avanti fin dagli anni Settanta dall’équipe di Luciano Gattinoni, direttore del dipartimento di anestesia e rianimazione dell’ospedale Maggiore-Policlinico di Milano (sua la pubblicazione sulla rivista Lancet dei primi tre casi curati con successo nel lontano 1980). Ipotesi verificata e applicata poi nella pratica clinica negli anni Novanta, principalmente nelle polmoniti gravissime, ma anche in traumi del torace tali da compromettere in modo significativo il polmone. Ora la Ecmo (acronimo inglese di ossigenazione extra-corporea con polmone a membrana) è saltata alla ribalta come un «santino» perché si sta rivelando utilissima nella polmonite provocata dal virus dell’influenza A. «Una malattia gravissima soprattutto nei soggetti giovani, sotto i trent’anni — ci informa Gattinoni — perché colpisce l’interstizio polmonare, ovvero il tessuto che separa gli alveoli, gli 'acini d’uva' dove avvengono gli scambi respiratori fra l’aria e i vasi sanguigni. Polmoniti che non migliorano con i farmaci, né con l’ossido nitrico; sostanzialmente disastrose e intrattabili. La metodica riesce dove tutto il resto non ha effetto».
Come è arrivato a questo nuova idea del «riposo» polmonare? «Verso la fine degli anni Settanta — risponde l’esperto — lavorando sugli animali abbiamo scoperto che se il polmone artificiale riesce ad asportate l’anidride carbonica, la ventilazione, ovvero il volume di aria che circola nei polmoni in un minuto, si riduce in maniera proporzionale; arriva addirittura a fermarsi se la rimozione del gas sfiora il 100 per cento. In contemporanea, l’ossigenazione viene garantita da un catetere posizionato nella trachea. Alla fine il polmone è sostanzialmente 'fermo', una condizione che lentamente gli permette di guarire o, per lo meno, di riprendersi » . Un concetto innovativo che ha stentato a farsi strada, tanto che in Italia esistevano finora solo due prototipi, una all’ospedale di Monza, l’altro al Policlinico San Matteo di Pavia. Ora si parla — lo ha annunciato pochi giorni il governatore della Regione, Roberto Formigoni — di dotare la Lombardia di ben 14 di queste apparecchiature, nei principali ospedali, per essere pronti ad affrontare un’eventuale emergenza qualora dilaghi l’influenza A, con le sue complicazioni polmonari.
Un’azienda multinazionale ha realizzato una macchina capace di fare le stesse funzioni dei due prototipi, ma miniaturizzata al punto da essere portatile. Ha però il difetto di essere costosa, nell’ordine dei cinquantamila euro, contro i diecimila dei prototipi. Ma considerazione economiche a parte, ha senso la corsa alla macchina salva-polmoni? «Dal disinteresse all’eccesso di zelo — commenta Gattinoni — . Se non c’è la preparazione idonea a mettere in atto i principi del 'riposo' polmonare, direi che serve davvero a poco ». «La formazione degli operatori è fondamentale — ribadisce Roberto Fumagalli, primario della divisione di anestesia e rianimazione dell’ospedale San Gerardo di Monza — . Prima di tutto bisogna imparare ad utilizzare la macchina in modo appropriato. Un training che deve coinvolgere anche il personale paramedico». «Sono convinto — conclude Gattinoni — che la linea giusta non sia quella di dotare dell’apparecchiatura un gran numero di ospedali. Se non c’è il personale addestrato si rischia di fare un buco nell’acqua. Mi pare più razionale pensare a 2-4 rianimazioni per ogni Regione addestrate a far fronte a questi casi».
Franca Porciani
Fonte: Corriere della Sera
10:21 Scritto in SANITA' | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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17/05/2009
DA OLANDA L'AUTO CHE SI PARCHEGGIA DA SOLA
DA OLANDA L'AUTO CHE SI PARCHEGGIA DA SOLA
HELMOND (OLANDA) - Non avrà le ali, ma saprà cercare un parcheggio da sola, far diventare verdi i semafori quando ci si avvicina a un incrocio e controllare che nessuno ci venga addosso. E' l'automobile intelligente del futuro, prevista tra il 2015 e il 2020, a cui si sta lavorando a Helmond, nella Silicon Valley d'Olanda, dove sono stati stanziati circa 80 milioni di euro per due progetti sulla sicurezza stradale finanziati dall'Unione europea, Safespot e CVIS (Sistemi cooperativi veicoli-infrastrutture). Ai progetti stanno partecipando più di cinquanta soggetti, tra case automobilistiche, industrie elettroniche e istituti di ricerca scientifica.
Il primo, coordinato dal Centro ricerche Fiat, ha un budget di 38 milioni di euro, dei quali 20,5 sono fondi dell'Unione, mentre il secondo con 40 milioni di euro (21 dell'Ue) è coordinato dalla ERTICO-ITS Europe, specializzata nei sistemi di trasporto intelligenti. In un futuro non troppo lontano (secondo i ricercatori coinvolti tra il 2015 e il 2020), le automobili dialogheranno con le infrastrutture delle città. Sui veicoli saranno montati computer in grado di raccogliere dati sul traffico e di scambiarli con una centrale operativa. Il navigatore satellitare sarà allora in grado di scegliere i percorsi più veloci e di comunicare la velocità a cui andare per avere un'onda verde, mentre i sensori della macchina controlleranno il movimento di pedoni, biciclette, macchine e motorini tutto intorno. La centrale a sua volta controllerà in tempo reale i semafori per fluidificare i flussi di traffico, facendoli passare da rosso a verde a seconda dell'esigenza. E queste sono solo alcune delle numerose applicazioni che dovrebbero ridurre gli incidenti, il traffico e non ultimo il consumo di benzina.
La tecnologia Safespot sta lavorando su una rete wireless che metta in collegamento le macchine tra loro e con le infrastrutture e ne permette la localizzazione sul corto raggio (massimo 400 metri), mentre quella CVIS si occupa del medio-lungo raggio e del software delle applicazioni. "Il costo finale delle apparecchiature non sarà particolarmente alto", ha spiegato Roberto Brignolo del Centro Ricerche Fiat, a capo di una squadra di oltre 200 ricercatori, di cui quasi 40 italiani. "Si tratterà di montare sulle macchine solo poche componenti in più. Probabilmente in futuro sceglieremo delle città pilota e poi speriamo che il resto dell'Europa ci segua". "Sarà molto importante l'interfaccia con l'utente - ha aggiunto l'amministratore delegato della Ertico- ITS Europe, Hermann Meyer - perché non dovremo sommergere di informazioni l'automobilista. E questa applicazione potrebbe incontrare delle resistenze tra il pubblico anche per la questione della privacy, perché virtualmente è possibile controllare i movimenti di tutti". Ma la comunicazione sarà anonima, assicurano per ora i produttori, e il futuro si fa sempre più vicino.
17:18 Scritto in tecnologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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04/05/2009
Le donne che vivono in una Smart «Dopo lo sfratto è la nostra casa»
Le donne che vivono in una Smart «Dopo lo sfratto è la nostra casa»
Milano, la ragazza lavora come estetista: «Le colleghe sanno cosa mi succede». Loredana, 47 anni, e Valentina, 20: avevamo un box, ci hanno tolto anche quello
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| Loredana Minopoli, la donna che vive in Smart con la figlia (Calzari) |
MILANO - Un mese in strada. Un mese dormendo su sedili di una Smart. Lei, Loredana Minopoli, 47 anni e un posto di lavoro mangiato dalla crisi, e sua figlia Valentina, 20 anni e un lavoro come estetista che finora ha tenuto a galla tutte e due. Il loro appartamento, dopo anni di carte bollate, è stato venduto e dal 19 di marzo è iniziato il loro inferno. Lo sfratto, qualche notte dormendo da amici, e poi la loro auto, una Smart gialla «con i sedili che rompono la schiena, il freddo che non fa dormire e la paura di restare sole tutta la notte chiuse in quella scatola». Ci vivono da un mese. Doveva essere una soluzione di fortuna, per non pesare sulle spalle di qualcuno perché — dice Loredana — «lei e la sua Valentina non hanno mai rubato, o sparato, o magari ucciso», perché sono «bravagente ». Lo ripete rigirando le dita sul crocifisso dorato che le pende dal collo. È questa piccola croce che — sostiene — protegge le poche ore di sonno e prima o poi le aiuterà.
Poi le cose non sono cambiate, e la difficoltà, la paura, l’imbarazzo di un momento si sono trasformate in una strada senza fine. L’auto è diventata una casa parcheggiata tutte le notti tra il supermarket di via Dei Missaglia e la caserma Gratosoglio dei carabinieri. «Perché a Milano c’è da aver paura, poi c’è Valentina che è una bella ragazza di 20 anni e se ne sentono di tutti i colori, a Milano». Da questo parcheggio con l’erba verde che sbuca tra le mattonelle, poi, si vede la sua casa. Quella che ha lasciato in fretta e furia il 19 di marzo quando è arrivato l’ufficiale giudiziario con l’ordine di sfratto. Da quel giorno lì, da quella mattina fresca con il primo sole, Loredana e Valentina hanno dovuto vivere senza niente. Chiuse nel loro loculo giallo che, raccontano, «quando piove non c’è modo di dormire, che quando fa freddo bisogna svegliarsi e mettere in moto per non congelare ». Valentina fa l’estetista. Lo stipendio è poco, «ma è l’unica cosa che consente a tutte e due di sopravvivere senza sembrare due barbone». E non fosse per i sette chili persi in 40 giorni e le occhiaie da nascondere con il correttore, la loro vorrebbe essere la vita di prima: ci sono i bar, i centri commerciali, c’è sempre la casa di qualche amico per una doccia. «Al lavoro l’hanno capito— racconta la madre —. Ma non glielo fanno pesare».
Quanto al suo lavoro, quello come addetta alle pulizie in una casa di cura di Milano, è terminato il 17 gennaio. La cooperativa non ha rinnovato il contratto e la signora Loredana è diventata di troppo. Quanto alla casa, l’appartamento di proprietà dell’Inail in via Nicola Romeo è stato venduto per 148 mila euro. La signora Minopoli era morosa da quando il marito era sparito, l’altro figlio trasferito a Savona e l’affitto quasi raddoppiato. «Era diventata troppo grande, troppo costosa — raccontano —. Abbiamo chiesto una sistemazione più piccola, non c’è stato niente da fare ». Così dopo le carte bollate è arrivato lo sfratto. «Non ci hanno dato neppure il tempo di provarci, di cercare davvero una nuova casa — prosegue Loredana —. Adesso come faremo, ho chiesto, ma niente, niente». In Comune le hanno fatto fare domanda per una casa popolare. Le hanno consigliato di non farsi illusioni perché per entrate nella graduatoria del prossimo settembre ci vorrebbe qualche invalidità, qualche figlio minore, magari anche un anziano a carico, un passaporto straniero o un problema di abusi, perché aspettano già 20 mila famiglie e per loro, per la «bravagente», il punteggio è risicato. Le hanno detto di provare nei dormitori dei barboni. Pieni anche quelli. Poi Loredana ha scritto al sindaco Moratti, e un suo assistente l’ha invitata a ripetere la trafila con i servizi sociali. «Ci hanno abbandonate, come si fa ad andare avanti così». Per ora c’è la strada e i sedili della Smart di Valentina che neppure hanno i ribaltabili, ma almeno le hanno fatte arrivare fin qui. Un mese intero, aspettando che il «buon Dio» sistemi le cose, che alla fine questa Milano distratta torni a ricordarsi di loro.
Cesare Giuzzi
15:59 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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17/04/2009
Rapina in villa, picchiati i proprietari
Rapina in villa, picchiati i proprietari
I due coniugi hanno ferite guaribili in un mese. Più di 50 mila euro il valore del bottino. Assalto in un'abitazione ad Asiago, i padroni di casa sorpresi nel sonno. I ladri fuggono su una Jaguar
VICENZA - Due coniugi sono stati malmenati e feriti da quattro rapinatori penetrati alle prime ore di oggi nella loro abitazione sull'Altopiano di Asiago (Vicenza). I quattro, a volto scoperto, di presunta origine est europea, si sono introdotti nella villa dopo aver forzato la porta basculante del garage.
SORPRESI NEL SONNO - In casa, stavano dormendo nella loro camera un ingegnere, Enrico Vescovi, 60 anni, e la moglie, Nadia Rela, 58, casalinga. I ladri hanno cominciato a portar via tappeti antichi, statue, un pc, gioielli e orologi di valore, quadri d'autore per un valore di oltre 50mila euro. Ad un certo punto, i due padroni di casa si sono svegliati e hanno cercato di contrastare i malviventi. Ne è nata una colluttazione. I due coniugi sono stati presi a pugni, bersagliati con pietre e sassi raccolti in giardino. L'uomo ha riportato ferite alla testa e al corpo, giudicate poi guaribili in 30 giorni, la donna una ferita al piede guaribile in 40.
FUGA IN JAGUAR - I rapinatori sono poi fuggiti su una Jaguar risultata rubata il 2 aprile scorso a Paese (Treviso). Ripresisi dallo choc, i rapinati hanno dato l'allarme. Sul posto, i carabinieri di Asiago, Thiene, Vicenza.
31/01/2009
«Bambi» prima vittima di Google
«Bambi» prima vittima di Google
Un cerbiatto "steso" da una delle auto che scattano foto per Street View finisce sulle mappe online, migliaia di commenti indignati in rete
MILANO - Google Street View fa la sua prima vittima: una delle automobili della "Grande G" che vanno in giro a scattare foto ha investito un cerbiatto. Le immagini dell'incidente (guarda) sono state scovate e pubblicate da alcuni blog, poi prontamente fatte sparire dalle pagine del servizio di mappatura di Mountain View. «Google ha ammazzato Bambi!», è il più frequente tra le centinaia di commenti che spiccano sulla Rete.
INCIDENTE - Il servizio, che offre vedute panoramiche dal livello stradale di alcune città e delle loro aree urbane con possibilità di ruotare l'immagine di 360 gradi, sin dal suo lancio è al centro di molte critiche, soprattutto per quanto riguarda presunte violazionI della privacy. Quello che hanno invece scoperto alcuni utenti ha dell'incredibile: una delle "Google car" (così sono soprannominate le vetture che mappano visivamente il territorio) si è trovata dinnanzi l'animale, l'ha investito ed ha registrato l'intera sequenza. È successo su una strada a Five Points Road, poco fuori la città di Rush, nello stato di New York. I particolari del sinistro, prima di essere rimossi, potevano essere guardati a diverse dimensioni, da qualsiasi direzione e da varie angolazioni.
SCUSE - Sono migliaia i commenti di disapprovazione sui celebri aggregatori di news reddit.com e digg.com. Dopo il tam-tam sulla Rete gli scatti sotto accusa sono stati immediatamente censurati (ovvero anneriti). E Google, in una nota, si difende sottolineando di «prendere molto seriamente la sicurezza stradale» e spiegando che «putroppo gli incidenti accadono». Il guidatore del furgoncino era naturalmente turbato, ha poi spiegato Wendy Wang, direttore delle operazioni di Street View, che si è scusata pubblicamente sul blog ufficiale: «Dopo l'accaduto il guidatore si è fermato ed ha immediatamente avvisato la polizia locale e il team di Google Street View».
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| Su Google Street View: un uomo esce da un negozio con un fucile in mano |
COL FUCILE - Nelle stesse ore «The Smoking Gun» ("La pistola fumante"), sito statunitense specializzato su divi e illustri sconosciuti coinvolti in azioni criminali, pubblica un altro scatto a dir poco curioso tratto da Street View: un uomo si aggira in South Dakota con un fucile in mano, apparentemente mentre esce dall'armeria "First Stop Guns".
17:15 Scritto in INTERNET | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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