31/07/2010

La bimba che non può dormire chiusi gli occhi si ferma il respiro

La bimba che non può dormire chiusi gli occhi si ferma il respiro

LA STORIA. Ha 5 anni, solo una macchina l’aiuta a riposare

 

Una bimba disegna (Archivio)

CASALE SUL SILE (Treviso) - Il sorriso di una bambina trevigiana rischia di spegnersi tutte le notti. Quando va a dormire, il suo corpicino non si ricorda più di respirare. È una patologia rarissima quella che ha colpito la piccola, tanto rara che se ne stima un caso ogni ventimila nati. In Italia ce ne sarebbero due, forse tre casi l'anno. Uno è il suo. La bimba, che ha 5 anni, durante il giorno ha una vita pressoché normale. Vive vicino a Casale, va all'asilo, gioca, si diverte con gli amichetti. Ma quando si distende nel suo lettino e chiude gli occhi ha bisogno di un particolare macchinario, un dispositivo di ventilazione meccanica che la aiuta a respirare.

La sua malattia si chiama sindrome da ipoventilazione centrale congenita, ma è più nota come sindrome di Ondine: è un disordine del controllo della respirazione autonoma. Il caso della bimba trevigiana è seguito dal servizio sanitario locale, che ha fornito alla famiglia due ventilatori volumetrici. Uno, più sofisticato e recente con motori di tecnologia avanzata, che soddisfa pienamente il bisogno della bimba, e l'altro in sostituzione del primo, perché se dovesse scaricarsi anche solo per poco tempo, lo stato di apnea in cui la piccola entra una volta addormentata potrebbe esserle fatale. «La paziente - spiega il dottor Nello Spinella, dell'Usl 9 di Treviso -, è seguita da una rete molto estesa, dalla clinica pediatrica di Padova, dall'ospedale trevigiano e dal proprio pediatra. Il macchinario che abbiamo fornito alla famiglia entra in funzione quando un'apnea prolungata impedisce il ricambio di ossigeno». Il nome della malattia, coniato nel 1962, ricorda una leggenda della tradizione germanica: Ondine era una ninfa che si innamorò di un uomo mortale. Ma lui il re delle ninfe, con una maledizione, fece sì che si dimenticasse di respirare una volta addormentato. Lo stesso può accadere alla piccola.

Solo che non è una leggenda, succede davvero, tutti i giorni. Cinque anni fa, quando nacque e i medici pronunciarono la parola «Ondine», i genitori della bimba non ne sapevano nulla. Avevano bisogno di sapere, di conoscere, di parlare con qualcuno che li potesse capire. E lanciarono un appello: avevano bisogno di un computer per comunicare con le altre famiglie con bambini affetti dalla medesima malattia della loro figlioletta, per ricevere e scambiare informazioni e consigli con chi viveva la loro stessa esperienza. Il Rotary Club Terraglio si fece subito avanti. Una raccolta fondi in poco tempo consentì alla coppia di avere il computer, e ancora oggi l'associazione continua a seguire la loro storia. «Ogni anno, a Natale, torniamo a salutare la bimba - spiega il presidente Ezio Lanteri -. I suoi genitori sono persone straordinarie. La loro speranza, e anche la nostra, è che si trovi una terapia per chi è affetto da questa rara malattia, perché la bambina possa respirare indipendentemente dalla macchina». Ma, nonostante i progressi della scienza, ancora una cura non c'è. Il club trevigiano si è già prefisso alcuni obiettivi importanti, che fanno perno attorno alla grande solidarietà dei membri. I progetti sono tanti, a Treviso e all'estero, e i risultati in 17 anni di attività sono stati importanti per molte persone. Fra di esse c'è la famiglia di questa bambina senza sonno, attorno a cui si è stretto un abbraccio enorme. «I genitori della bimba ricevono grande sostegno dal Comune di Casale e dalle associazioni di volontariato del territorio, siamo loro molto vicini - spiega il sindaco Bruna Battaglion -. Dal punto di vista delle relazioni so dai familiari che vive bene, tutti vogliamo aiutarla perché la sua sofferenza sia ridotta».

Silvia Madiotto


09/11/2009

La macchina del Big Bang si blocca. Per una briciola di pane

La macchina del Big Bang si blocca. Per una briciola di pane

 

Due fisici lo avevano previsto: è il futuro a sabotarla. Lasciata cadere da un uccellino, manda in tilt l’acceleratore del Cern di Ginevra

 

Il Collider del Cern
Il Collider del Cern

Gli americani dicono «the devil is in the details», il diavolo sta nei detta­gli. Ma anche Dio — diciamolo — non se la cava male, quando ci si mette. Il Large Hadron Collider (in italiano: grande colli­sore di adroni) è un acceleratore di parti­celle presso il Cern di Ginevra, il più grande e potente mai realizzato. Lungo 27 chilometri, costato 4,9 miliardi di eu­ro, dovrebbe provare l’esistenza del «bo­sone di Higgs», detto anche «la particella di Dio», che fornisce la massa alla mate­ria nell’universo e simula il Big Bang Be’, si è fermato: ci hanno tro­vato dentro mollica di pane. Nessuno sa come sia finita lì. Tecnicamente, essendo Ginevra nella Svizzera francese, si tratta­va di mollica di baguette. Duran­te l’ispezione si è scoperto che aveva messo fuori uso una delle unità esterne di raffreddamen­to che mantengono la tempera­tura a 1,9 gradi sopra lo zero as­soluto. Una portavoce del Cern ha detto:

L'UCCELLINO- «Supponiamo sia sta­to portato da un volatile oppure sia caduto da un aeroplano di passaggio». Titola il sito www. smartplanet. com : « Uccel­lino con Baguette 1 - Big Bang 0». Sembra un buon riassunto. Fin qui, la vicenda appare di­vertente e paradossale. Una macchina studiata per accelera­re protoni e ioni pesanti fino al 99,9999991% della velocità del­la luce, e scoprire l’origine del­l’universo, bloccata da una bri­ciola. Il più grande e costoso esperimento della fisica mon­diale sconfitto (temporanea­mente) dalla panetteria quoti­diana. Materiale per umoristi scientifici o scienziati dotati di senso dell’umorismo.

IL PRECEDENTE «INQUIETANTE» - C’è un precedente, però, che rende la faccenda fascinosa e/o inquie­tante (fate voi). Quando il Large Hadron Colli­der venne inaugurato, il 10 set­tembre 2008, un’esplosione di scintille, fumo ed elio refrigera­to lo ha spento. Un incidente bizzarro, e mai del tutto spiega­to. Dennis Overbye, sul New York Times , ha lanciato una supposizione (segnalata e tra­dotta da Enrico De Simone sul sito L’Occidentale ). L’articolo del NYT è uscito lo scorso 13 ot­tobre — quindi PRIMA che il vo­latile, l’aeroplano, il caso, il de­stino o Altro depositassero mol­lica di pane nel sincrotrone. Leg­gete, e stupitevi. Scriveva Overbye, tre settima­ne fa: «... il Large Hadron Colli­der è pronto per ripartire (...) Sa­rà il momento per verificare una delle più bizzarre e rivolu­zionarie teorie scientifiche mai sentite (...) Sto parlando del­l’ipotesi secondo cui a sabotare il travagliato sincrotrone sareb­be niente meno che il suo stes­so futuro. Una coppia di affer­mati fisici ha suggerito che l’ipo­tetico bosone di Higgs, che gli scienziati sperano di produrre grazie all’LHC, potrebbe essere a tal punto scabroso per la natu­ra che la sua creazione sarebbe sufficiente a produrre un ritor­no al passato e a fermare il sin­crotrone prima che ne produca uno. Come un viaggiatore del tempo che tornasse indietro ne­gli anni per uccidere il proprio nonno » . I fisici in questione sono Hol­ger Bech Nielsen, dell’Istituto Niels Bohr di Copenhagen, e il giapponese Masao Ninomiya, dell’Istituto Yukawa di fisica te­orica di Kyoto. «È nelle nostre previsioni che ogni macchina che produca bosoni di Higgs ab­bia cattiva fortuna», ha scritto il dottor Nielsen in una email. In un testo non ancora pubblicato — ma citato dal New York Ti­mes — conclude: «Si potrebbe quasi dire che abbiamo un mo­dello di Dio (...) Anche Lui odia alquanto le particelle di Higgs, e cerca di evitarle». Con la mollica di pane?! Per­ché no: un Onnipotente col sen­so dell’umorismo. Avendo a che fare con gentaglia come noi, Gli serve di sicuro.

Beppe Severgnini


04/09/2009

La macchina antivirus che fa riposare i polmoni

La macchina antivirus che fa riposare i polmoni

 

È stata inventata a Milano, in Italia ne esistono due. In Australia e Nuova Zelanda ha salvato l’86% dei pazienti

 

MILANO — In Australia e in Nuova Zelanda ha salvato molte vi­te (l’86% finora su 100 e 60 casi, rispettivamente, di polmoni­te da influenza A), a Monza si sta col fiato sospeso, ma sembra che il ragazzo ventiquattrenne ce la farà. Più che di una macchina si tratta di una metodica (si costruisce ad un costo moderato assemblando varie componenti, pompa, cannu­le e membrana ed altro) che, utiliz­zando la circolazione extracorpo­rea, asporta l’anidride carbonica mentre garantisce l’ossigenazione.

In pratica, un sistema che mette a «riposo» il polmone, anziché co­stringerlo forzatamente a lavorare come si è fatto per molto tempo con la ventilazione meccanica, pro­ducendo più danni che vantaggi. Un’idea portata avanti fin dagli an­ni Settanta dall’équipe di Luciano Gattinoni, direttore del diparti­mento di anestesia e rianimazione dell’ospedale Maggiore-Policlini­co di Milano (sua la pubblicazione sulla rivista Lancet dei primi tre ca­si curati con successo nel lontano 1980). Ipotesi verificata e applica­ta poi nella pratica clinica negli an­ni Novanta, principalmente nelle polmoniti gravissime, ma anche in traumi del torace tali da compromettere in modo signi­ficativo il polmone. Ora la Ecmo (acronimo ingle­se di ossigenazione extra-cor­porea con polmone a membra­na) è saltata alla ribalta come un «santino» perché si sta rive­lando utilissima nella polmonite provocata dal virus dell’influenza A. «Una malattia gravissima soprat­tutto nei soggetti giovani, sotto i trent’anni — ci informa Gattinoni — perché colpisce l’interstizio pol­monare, ovvero il tessuto che sepa­ra gli alveoli, gli 'acini d’uva' dove avvengono gli scambi respiratori fra l’aria e i vasi sanguigni. Polmo­niti che non migliorano con i far­maci, né con l’ossido nitrico; so­stanzialmente disastrose e intratta­bili. La metodica riesce dove tutto il resto non ha effetto».

Come è arrivato a questo nuova idea del «riposo» polmonare? «Ver­so la fine degli anni Settanta — ri­sponde l’esperto — lavorando su­gli animali abbiamo scoperto che se il polmone artificiale riesce ad asportate l’anidride carbonica, la ventilazione, ovvero il volume di aria che circola nei polmoni in un minuto, si riduce in maniera pro­porzionale; arriva addirittura a fer­marsi se la rimozione del gas sfio­ra il 100 per cento. In contempora­nea, l’ossigenazione viene garanti­ta da un catetere posizionato nella trachea. Alla fine il polmone è so­stanzialmente 'fermo', una condi­zione che lentamente gli permette di guarire o, per lo meno, di ripren­dersi » . Un concetto innovativo che ha stentato a farsi strada, tanto che in Italia esistevano finora solo due prototipi, una all’ospedale di Mon­za, l’altro al Policlinico San Matteo di Pavia. Ora si parla — lo ha an­nunciato pochi giorni il governato­re della Regione, Roberto Formigo­ni — di dotare la Lombardia di ben 14 di queste apparecchiature, nei principali ospedali, per essere pronti ad affrontare un’eventuale emergenza qualora dilaghi l’in­fluenza A, con le sue complicazio­ni polmonari.

Un’azienda multina­zionale ha realizzato una macchi­na capace di fare le stesse funzioni dei due prototipi, ma miniaturizza­ta al punto da essere portatile. Ha però il difetto di essere costosa, nell’ordine dei cinquantamila eu­ro, contro i diecimila dei prototipi. Ma considerazione economiche a parte, ha senso la corsa alla mac­china salva-polmoni? «Dal disinte­resse all’eccesso di zelo — com­menta Gattinoni — . Se non c’è la preparazione idonea a mettere in atto i principi del 'riposo' polmo­nare, direi che serve davvero a po­co ». «La formazione degli operato­ri è fondamentale — ribadisce Ro­berto Fumagalli, primario della di­visione di anestesia e rianimazio­ne dell’ospedale San Gerardo di Monza — . Prima di tutto bisogna imparare ad utilizzare la macchina in modo appropriato. Un training che deve coinvolgere anche il per­sonale paramedico». «Sono convinto — conclude Gattinoni — che la linea giusta non sia quella di dotare dell’appa­recchiatura un gran numero di ospedali. Se non c’è il personale ad­destrato si rischia di fare un buco nell’acqua. Mi pare più razionale pensare a 2-4 rianimazioni per ogni Regione addestrate a far fron­te a questi casi».

Franca Porciani

Fonte: Corriere della Sera


17/05/2009

DA OLANDA L'AUTO CHE SI PARCHEGGIA DA SOLA

DA OLANDA L'AUTO CHE SI PARCHEGGIA DA SOLA

 

HELMOND (OLANDA) - Non avrà le ali, ma saprà cercare un parcheggio da sola, far diventare verdi i semafori quando ci si avvicina a un incrocio e controllare che nessuno ci venga addosso. E' l'automobile intelligente del futuro, prevista tra il 2015 e il 2020, a cui si sta lavorando a Helmond, nella Silicon Valley d'Olanda, dove sono stati stanziati circa 80 milioni di euro per due progetti sulla sicurezza stradale finanziati dall'Unione europea, Safespot e CVIS (Sistemi cooperativi veicoli-infrastrutture). Ai progetti stanno partecipando più di cinquanta soggetti, tra case automobilistiche, industrie elettroniche e istituti di ricerca scientifica.

Il primo, coordinato dal Centro ricerche Fiat, ha un budget di 38 milioni di euro, dei quali 20,5 sono fondi dell'Unione, mentre il secondo con 40 milioni di euro (21 dell'Ue) è coordinato dalla ERTICO-ITS Europe, specializzata nei sistemi di trasporto intelligenti. In un futuro non troppo lontano (secondo i ricercatori coinvolti tra il 2015 e il 2020), le automobili dialogheranno con le infrastrutture delle città. Sui veicoli saranno montati computer in grado di raccogliere dati sul traffico e di scambiarli con una centrale operativa. Il navigatore satellitare sarà allora in grado di scegliere i percorsi più veloci e di comunicare la velocità a cui andare per avere un'onda verde, mentre i sensori della macchina controlleranno il movimento di pedoni, biciclette, macchine e motorini tutto intorno. La centrale a sua volta controllerà in tempo reale i semafori per fluidificare i flussi di traffico, facendoli passare da rosso a verde a seconda dell'esigenza. E queste sono solo alcune delle numerose applicazioni che dovrebbero ridurre gli incidenti, il traffico e non ultimo il consumo di benzina.

La tecnologia Safespot sta lavorando su una rete wireless che metta in collegamento le macchine tra loro e con le infrastrutture e ne permette la localizzazione sul corto raggio (massimo 400 metri), mentre quella CVIS si occupa del medio-lungo raggio e del software delle applicazioni. "Il costo finale delle apparecchiature non sarà particolarmente alto", ha spiegato Roberto Brignolo del Centro Ricerche Fiat, a capo di una squadra di oltre 200 ricercatori, di cui quasi 40 italiani. "Si tratterà di montare sulle macchine solo poche componenti in più. Probabilmente in futuro sceglieremo delle città pilota e poi speriamo che il resto dell'Europa ci segua". "Sarà molto importante l'interfaccia con l'utente - ha aggiunto l'amministratore delegato della Ertico- ITS Europe, Hermann Meyer - perché non dovremo sommergere di informazioni l'automobilista. E questa applicazione potrebbe incontrare delle resistenze tra il pubblico anche per la questione della privacy, perché virtualmente è possibile controllare i movimenti di tutti". Ma la comunicazione sarà anonima, assicurano per ora i produttori, e il futuro si fa sempre più vicino.


04/05/2009

Le donne che vivono in una Smart «Dopo lo sfratto è la nostra casa»

Le donne che vivono in una Smart «Dopo lo sfratto è la nostra casa»

 

Milano, la ragazza lavora come estetista: «Le colleghe sanno cosa mi succede». Loredana, 47 anni, e Valentina, 20: avevamo un box, ci hanno tolto anche quello

 

Loredana Minopoli, la donna che vive in Smart con la figlia (Calzari)
Loredana Minopoli, la donna che vive in Smart con la figlia (Calzari)

MILANO - Un mese in strada. Un me­se dormendo su sedili di una Smart. Lei, Loredana Minopoli, 47 anni e un po­sto di lavoro mangiato dalla crisi, e sua figlia Valentina, 20 anni e un lavoro co­me estetista che finora ha tenuto a galla tutte e due. Il loro appartamento, dopo anni di carte bollate, è stato venduto e dal 19 di marzo è iniziato il loro infer­no. Lo sfratto, qualche notte dormendo da amici, e poi la loro auto, una Smart gialla «con i sedili che rompono la schie­na, il freddo che non fa dormire e la pau­ra di restare sole tutta la notte chiuse in quella scatola». Ci vivono da un mese. Doveva essere una soluzione di fortuna, per non pesa­re sulle spalle di qualcuno perché — di­ce Loredana — «lei e la sua Valentina non hanno mai rubato, o sparato, o ma­gari ucciso», perché sono «bravagen­te ». Lo ripete rigirando le dita sul croci­fisso dorato che le pende dal collo. È questa piccola croce che — sostiene — protegge le poche ore di sonno e prima o poi le aiuterà.

Poi le cose non sono cambiate, e la difficoltà, la paura, l’imba­razzo di un momento si sono trasforma­te in una strada senza fine. L’auto è di­ventata una casa parcheggiata tutte le notti tra il supermarket di via Dei Missa­glia e la caserma Gratosoglio dei carabi­nieri. «Perché a Milano c’è da aver pau­ra, poi c’è Valentina che è una bella ra­gazza di 20 anni e se ne sentono di tutti i colori, a Milano». Da questo parcheg­gio con l’erba verde che sbuca tra le mat­tonelle, poi, si vede la sua casa. Quella che ha lasciato in fretta e furia il 19 di marzo quando è arrivato l’ufficiale giu­diziario con l’ordine di sfratto. Da quel giorno lì, da quella mattina fresca con il primo sole, Loredana e Valentina hanno dovuto vivere senza niente. Chiuse nel loro loculo giallo che, raccontano, «quando piove non c’è modo di dormi­re, che quando fa freddo bisogna sve­gliarsi e mettere in moto per non conge­lare ». Valentina fa l’estetista. Lo stipen­dio è poco, «ma è l’unica cosa che con­sente a tutte e due di sopravvivere sen­za sembrare due barbone». E non fosse per i sette chili persi in 40 giorni e le oc­chiaie da nascondere con il correttore, la loro vorrebbe essere la vita di prima: ci sono i bar, i centri commerciali, c’è sempre la casa di qualche amico per una doccia. «Al lavoro l’hanno capito— racconta la madre —. Ma non glielo fan­no pesare».

Quanto al suo lavoro, quel­lo come addetta alle pulizie in una casa di cura di Milano, è terminato il 17 gen­naio. La cooperativa non ha rinnovato il contratto e la signora Loredana è diven­tata di troppo. Quanto alla casa, l’appar­tamento di proprietà dell’Inail in via Ni­cola Romeo è stato venduto per 148 mi­la euro. La signora Minopoli era morosa da quando il marito era sparito, l’altro figlio trasferito a Savona e l’affitto quasi raddoppiato. «Era diventata troppo grande, troppo costosa — raccontano —. Abbiamo chiesto una sistemazione più piccola, non c’è stato niente da fa­re ». Così dopo le carte bollate è arrivato lo sfratto. «Non ci hanno dato neppure il tempo di provarci, di cercare davvero una nuova casa — prosegue Loredana —. Adesso come faremo, ho chiesto, ma niente, niente». In Comune le hanno fatto fare doman­da per una casa popolare. Le hanno con­sigliato di non farsi illusioni perché per entrate nella graduatoria del prossimo settembre ci vorrebbe qualche invalidi­tà, qualche figlio minore, magari anche un anziano a carico, un passaporto stra­niero o un problema di abusi, perché aspettano già 20 mila famiglie e per lo­ro, per la «bravagente», il punteggio è risicato. Le hanno detto di provare nei dormitori dei barboni. Pieni anche quel­li. Poi Loredana ha scritto al sindaco Mo­ratti, e un suo assistente l’ha invitata a ripetere la trafila con i servizi sociali. «Ci hanno abbandonate, come si fa ad andare avanti così». Per ora c’è la strada e i sedili della Smart di Valentina che neppure hanno i ribaltabili, ma almeno le hanno fatte arrivare fin qui. Un mese intero, aspettando che il «buon Dio» si­stemi le cose, che alla fine questa Mila­no distratta torni a ricordarsi di loro.

Cesare Giuzzi


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17/04/2009

Rapina in villa, picchiati i proprietari

Rapina in villa, picchiati i proprietari

 

I due coniugi hanno ferite guaribili in un mese. Più di 50 mila euro il valore del bottino. Assalto in un'abitazione ad Asiago, i padroni di casa sorpresi nel sonno. I ladri fuggono su una Jaguar

 

VICENZA - Due coniugi sono stati malmenati e feriti da quattro rapinatori penetrati alle prime ore di oggi nella loro abitazione sull'Altopiano di Asiago (Vicenza). I quattro, a volto scoperto, di presunta origine est europea, si sono introdotti nella villa dopo aver forzato la porta basculante del garage.

SORPRESI NEL SONNO - In casa, stavano dormendo nella loro camera un ingegnere, Enrico Vescovi, 60 anni, e la moglie, Nadia Rela, 58, casalinga. I ladri hanno cominciato a portar via tappeti antichi, statue, un pc, gioielli e orologi di valore, quadri d'autore per un valore di oltre 50mila euro. Ad un certo punto, i due padroni di casa si sono svegliati e hanno cercato di contrastare i malviventi. Ne è nata una colluttazione. I due coniugi sono stati presi a pugni, bersagliati con pietre e sassi raccolti in giardino. L'uomo ha riportato ferite alla testa e al corpo, giudicate poi guaribili in 30 giorni, la donna una ferita al piede guaribile in 40.

FUGA IN JAGUAR - I rapinatori sono poi fuggiti su una Jaguar risultata rubata il 2 aprile scorso a Paese (Treviso). Ripresisi dallo choc, i rapinati hanno dato l'allarme. Sul posto, i carabinieri di Asiago, Thiene, Vicenza.


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31/01/2009

«Bambi» prima vittima di Google

«Bambi» prima vittima di Google

 

Un cerbiatto "steso" da una delle auto che scattano foto per Street View finisce sulle mappe online, migliaia di commenti indignati in rete

 

MILANO - Google Street View fa la sua prima vittima: una delle automobili della "Grande G" che vanno in giro a scattare foto ha investito un cerbiatto. Le immagini dell'incidente (guarda) sono state scovate e pubblicate da alcuni blog, poi prontamente fatte sparire dalle pagine del servizio di mappatura di Mountain View. «Google ha ammazzato Bambi!», è il più frequente tra le centinaia di commenti che spiccano sulla Rete.

INCIDENTE - Il servizio, che offre vedute panoramiche dal livello stradale di alcune città e delle loro aree urbane con possibilità di ruotare l'immagine di 360 gradi, sin dal suo lancio è al centro di molte critiche, soprattutto per quanto riguarda presunte violazionI della privacy. Quello che hanno invece scoperto alcuni utenti ha dell'incredibile: una delle "Google car" (così sono soprannominate le vetture che mappano visivamente il territorio) si è trovata dinnanzi l'animale, l'ha investito ed ha registrato l'intera sequenza. È successo su una strada a Five Points Road, poco fuori la città di Rush, nello stato di New York. I particolari del sinistro, prima di essere rimossi, potevano essere guardati a diverse dimensioni, da qualsiasi direzione e da varie angolazioni.

SCUSE - Sono migliaia i commenti di disapprovazione sui celebri aggregatori di news reddit.com e digg.com. Dopo il tam-tam sulla Rete gli scatti sotto accusa sono stati immediatamente censurati (ovvero anneriti). E Google, in una nota, si difende sottolineando di «prendere molto seriamente la sicurezza stradale» e spiegando che «putroppo gli incidenti accadono». Il guidatore del furgoncino era naturalmente turbato, ha poi spiegato Wendy Wang, direttore delle operazioni di Street View, che si è scusata pubblicamente sul blog ufficiale: «Dopo l'accaduto il guidatore si è fermato ed ha immediatamente avvisato la polizia locale e il team di Google Street View».

 

Su Google Street View: un uomo esce da un negozio con un fucile in mano
Su Google Street View: un uomo esce da un negozio con un fucile in mano
Il cerbiatto, per altro, si sarebbe anche rialzato, per poi fuggire poco prima dell'arrivo della polizia, sostiene l'azienda. Secondo la polizia, simili incidenti sono molto frequenti in quest'area; in un anno sono tra i 60 mila e i 70 mila i cervi che finiscono per essere investiti nel solo stato di New York".

COL FUCILE - Nelle stesse ore «The Smoking Gun» ("La pistola fumante"), sito statunitense specializzato su divi e illustri sconosciuti coinvolti in azioni criminali, pubblica un altro scatto a dir poco curioso tratto da Street View: un uomo si aggira in South Dakota con un fucile in mano, apparentemente mentre esce dall'armeria "First Stop Guns".


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