08/12/2009

Alla Scala quattordici minuti d'applausi per la Carmen

Alla Scala quattordici minuti d'applausi per la Carmen

 

In scena l'opera di Bizet diretta dal maestro Daniel Barenboim. Fuori dal teatro storico di Milano momenti di tensione per la protesta degli enti lirici italiani, in crisi. Prima dell'apertura del sipario attimi solenni con l'inno di Mameli

 

 

 

MILANO Atmosfera tesa, cupa, e non soltanto per la pioggia e il freddo. Piazza Scala, blindata da forze dell'ordine in assetto antisommossa, ha atteso la «prima» in un clima poco festoso e molto legato alla crisi. Fin dal pomeriggio hanno manifestato i lavoratori del teatro Regio di Torino, quelli del Verdi di Trieste, quelli del teatro dell'Opera di Roma e molti altri. Accanto alle bandiere degli organizzatori della protesta (Cgil, Cisl, Uil, Fials, Cub e Cobas) c'erano bandiere rosse, palloncini e megafoni per urlare slogan. La crisi è stata protagonista anche all'interno del teatro, dove alle 18 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto il suo ingresso, accolto da applausi. Il sovrintendente Stephane Lissner lo ha accolto e quindi accompagnato al palco reale per assistere alla Carmen diretta da Barenboim. Lo spettacolo è stato preceduto da una pausa di silenzio, un momento di riflessione chiesto dai lavoratori del Teatro in segno di solidarietà con le difficoltà di altri teatri e lavoratori. Appena entrato il maestro Daniel Barenboim, si sono accese le luci del teatro, ed il pubblico dopo averlo applaudito si è alzato per il minuto di silenzio. Finito il momento di riflessione, è cominciato l’inno di Mameli, eseguito in onore del presidente Napolitano. Dopodiché è partito il preludio di Carmen.

BRAMBILLA UNICO MINISTRO - «Non so chi c'è e chi non c'è»: Michela Vittoria Brambilla ha risposto così a chi le ha chiesto perché fosse l'unico ministro presente, dopo la defezione di Bondi, molto contestato dalla piazza.  «Posso dire le mie ragioni - ha detto il ministro del Turismo -. La Scala è fondamentale per promuovere l'Italia nel mondo. È un marchio dell'eccellenza italiana e mi piace la lirica». Il sindaco di Milano Letizia Moratti, come preannunciato, ha sfoggiato un vestito verde di Armani. Accanto a lei in platea il presidente della Regione Roberto Formigoni, il vicepresidente della Scala Bruno Ermolli, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, quello di Edison Umberto Quadrino, Cesare Romiti, l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti, il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli, l’ex sovrintendente Carlo Fontana, l’ex procuratore capo di Milano, attualmente alla guida del Conservatorio Francesco Saverio Borrelli, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera.

LE TENSIONI - Intorno alle 17 ci sono stati momenti di tensione tra i manifestanti, alcune centinaia, e agenti delle forze dell'ordine. In almeno tre occasioni i manifestanti hanno tentato di sfondare le transenne che recintavano l'area della protesta, scatenando alcuni parapiglia con le forze dell'ordine. E in una circostanza alcuni lavoratori hanno scagliato uova contro gli spettatori diretti a teatro mentre i militanti dei centri sociali hanno acceso a più riprese fumogeni rossi. Appesi alle transenne c'erano striscioni di diverse rappresentanze sindacali che protestano contro i tagli agli spettacoli. Il segretario provinciale Fials, Sandro Malatesta, ha spiegato: «La nostra è una protesta dovuta contro i tagli che rappresentano la rovina dei teatri lirici». Sui cartelloni si leggevano slogan come «Ieri Attila oggi Bondi», «Piangi, pagliaccio», «Basta tagli alla cultura». Accanto a loro i lavoratori delle aziende in crisi, a rischio licenziamento: l’Alfa di Arese, la Lares-Metalli Preziosi di Paderno Dugnano e altre, oltre a esponenti dei centri sociali milanesi.

IL MINUTO DI SILENZIO - Prima dello spettacolo gli orchestrali sono rimasti in piedi per 60 secondi «a supporto dei lavoratori colpiti dalla crisi e, al tempo stesso - spiega una nota firmata dalla rappre­sentanza sindacale aziendale e da Cgil, Cisl, Uil e Fials - per ricordare quello che sta acca­dendo nei nostri teatri senza un adeguato sostegno pubbli­co». «Sicuramente ge­sti come questo hanno signifi­cato», è stato il commento del sindaco Letizia Moratti. Il minuto di silenzio indetto prima dello spettacolo come segno di vicinanza per i lavoratori colpiti dalla crisi, afferma invece il segretario provinciale Fials Sandro Malatesta, «è un segnale minimo che può servire per attirare l'attenzione sul nostro problema, ma certo serve molto di più». «È giusta la decisione di attuare un minuto di silenzio per i lavoratori in crisi, ma quanto fatto dal governo per loro non si è mai visto con nessun altro governo», è stato il commento del presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, al suo arrivo a teatro.

NAPOLITANO: «FACCIO QUEL CHE POSSO» - «Non ho bacchette magiche né i cordoni della borsa. Quello che posso fare per la Scala e la musica lo faccio», ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante l’intervallo della rappresentazione, andando a salutare i musicisti e le maestranze del teatro. «Complimenti alle maestranze - ha detto Napolitano - molti di voi li ho visti a Tokyo, ma questa è casa nostra. Abbiamo tanti ospiti stranieri e questo è motivo di gratificazione».

BASSO PROFILO - La Scala ha fatto una scelta di understatement: la regia di Emma Dante con pochi fronzoli e molto contesto sociale e la me­tamorfosi della cena di gala of­ferta dal Comune che quest'anno diventa un buffet in piedi (per trecen­to invitati) nei ridotti del tea­tro. Il menu: carpaccio di sal­mone, tagliata di storione, tim­balli di riso, tortini di zucca e uno scrigno di funghi porcini serviti dal Caffè Scala.

BACIO MALEDUCATO ALLA MARINI - Piccola gag fuori programma e non si sa quanto apprezzata per Valeria Marini. La showgirl, arrivata al Teatro alla Scala per assistere alla prima, è stata avvicinata da Enrico Lucci de «le Iene» che si è inginocchiato - mentre la Marini posava per i fotografi con un bell'abito lungo e scollato, rosso porpora - e ha approfittato della distrazione per baciare il fondoschiena dell'attrice, prima che la sicurezza riuscisse a fermarlo.


22/08/2009

Il giallo del maestro «anarchico» morto durante il ricovero coatto

Il giallo del maestro «anarchico» morto durante il ricovero coatto

 

Francesco Mastrogiovanni, 58 anni, sarebbe stato legato al letto per giorni. Indagati sette medici dell'ospedale di Vallo della Lucania, nel salernitano

 

Francesco Mastrogiovanni
Francesco Mastrogiovanni

SALERNO - Legato a un letto, polsi e caviglie. Così sarebbe morto Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento. Aveva 58 anni. Il 31 luglio era entrato nell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania: sul suo capo pendeva un'ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio. Quattro giorni dopo, la mattina del 4 agosto, gli infermieri l'hanno trovato morto. Per edema polmonare, secondo il medico legale che ha effettuato l'autopsia. Forse Francesco Mastrogiovanni era legato su quel letto da troppe ore, forse addirittura da giorni. «Nella cartella clinica non viene menzionata la contenzione fisica, ma dall'autopsia è risultato che aveva segni su polsi e caviglie compatibili con lacci di un materiale rigido» spiega Vincenzo Serra, cognato della vittima. Il Tso è un atto medico e giuridico regolamentato da una legge: viene deciso dal sindaco su proposta di un medico e, qualora preveda un ricovero ospedaliero, richiede la convalida di un secondo medico. Della procedura deve essere informato anche il Giudice Tutelare di competenza. Insomma, uno strumento su cui esistono vari livelli di controllo e soprattutto, come impone la legge, «esclusivamente finalizzato alla tutela della salute».

SETTE INDAGATI - La storia del maestro che, come dicono parenti e mici, «non passava inosservato» (anche per i quasi 2 metri di altezza), ha molti punti oscuri. Troppi. Tanto che la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un'inchiesta, affidata al pm Francesco Rotondo, e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto di psichiatria (compreso il primario, Michele Di Genio) che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. La famiglia ha istituito il comitato «Giustizia per Franco» (è il diminutivo con cui veniva chiamato usualmente), che ha una pagina online per il momento in costruzione (www.giustiziaperfranco.it). Anche l'associazione EveryOne (che si occupa anche di lotta agli abusi psichiatrici) ha preso a cuore il caso. «Abbiamo depositato un'interrogazione parlamentare, insieme ai deputati radicali, rivolta ai ministro degli Interni e della Salute proprio sulla morte di Mastrogiovanni e abbiamo presentato una denuncia in sede europea perché sia finalmente approvata una regolamentazione internazionale contro gli abusi psichiatrici» spiega il co-presidente Roberto Malini.

MISTERI - Ma cosa è successo il 31 luglio? Francesco Mastrogiovanni era a San Mauro Cilento, stava trascorrendo dei giorni di vacanza in un campeggio di proprietà di una sua conoscente. I carabinieri sono andati a prenderlo, hanno circondato il bungalow dove viveva. Lui è scappato verso la spiaggia, spaventato. Lì ha fumato una sigaretta, ha preso un caffè. Forse voleva immaginare che fosse una giornata come le altre. Ma era circondato - a terra i carabinieri, in mare la guardia costiera - e alla fine ha ceduto. Un grosso spiegamento di forze dell'ordine per un uomo solo. I militari lo hanno portato in macchina e quindi all'ospedale di Vallo della Lucania per il ricovero coatto: lì risulta positivo alla cannabis, non all'alcol né ad altri tipi di droghe. A questo punto c'è un mistero. «Il Tso è stato chiesto dal sindaco di un altro Comune, ovvero Pollica Acciaroli - spiega il cognato di Mastrogiovanni -, e non da quello di San Mauro Cilento dove Mastrogiovanni è stato fermato dai carabinieri». Buio anche sulle cause che hanno portato amministratori, medici e forze dell'ordine a optare per un provvedimento urgente ed estremo come il Trattamento sanitario obbligatorio. È trapelata la notizia di un incidente in cui l'uomo, guidando contromano, avrebbe tamponato quattro auto parcheggiate. Episodio di cui non esiste, secondo i familiari della vittima, alcuna prova, denuncia o verbale. «L'ultima versione che circola è quella della guida contromano - spiega Peppino Galzerano, editore e amico di Mastrogiovanni -, prima ne erano state diffuse altre». Ma le spiegazioni di questa morte vanno cercate anche nel passato del protagonista, e nell'immagine di "anarchico" che si era costruita, forse suo malgrado.

LA CONDANNA - Mastrogiovanni insegnava alle elementari da una ventina d'anni. Per un lungo periodo aveva vissuto nel Nord Italia per lavoro, poi era tornato nella provincia di Salerno, e aveva trovato un posto nella scuola della sua città, Castelnuovo Cilento. Non era un uomo tranquillo: la sua vita era stata segnata da una serie di eventi traumatici che hanno acuito la sua sensibilità, rafforzando in lui delle paure violente. «Alla fine degli anni '90 aveva rotto una lunga relazione con una ragazza bergamasca, poi è morto suo padre - racconta il cognato -. Dunque ha deciso di tornare nella sua terra madre. Nel '99 a Salerno il primo "incontro" con i carabinieri, per una causa futile: viene portato in caserma, processato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, condannato in primo grado a tre anni. Nella requisitoria il pm lo definisce "noto anarchico". Sconta un mese di carcere e cinque di arresti domiciliari, ma intanto c'è il ricorso in Appello: in secondo grado viene pienamente assolto per non aver commesso il fatto e persino risarcito per ingiusta detenzione». Mastrogiovanni sviluppa negli anni un terrore profondo verso le forse dell'ordine, in un paio di occasioni scappa alla semplice vista di una divisa. Viene considerato un soggetto patologico, ma spesso si rifiuta di assumere i farmaci che gli vengono prescritti. Ha paura anche di quelli. Fobie che accrescono la sua fama di "anarchico", di insofferente alla società, al sistema.

IL CASO FALVELLA - C'è un'altra vicenda, che risale a molti anni prima e che ha profondamente segnato il maestro: l'omicidio di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte universitario d’unione nazionale di Salerno, nel '72. Mastrogiovanni era con Giovanni Marini e altri "compagni". «Marini stava raccogliendo notizie per far luce sull’omicidio di cinque anarchici calabresi morti in quello che dicono essere stato un incidente stradale nei pressi di Ferentino (Frosinone) dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo» spiega Peppino Galzerano, amico del maestro. C'è uno scontro tra militanti di destra e sinistra: Falvella muore. Nel processo Matrogiovanni è assolto, mentre Marini è condannato a nove anni.

PASSIONE PER I LIBRI - «Attorno alla sua figura si è costruita un'immagine di persona violenta, ma non era assolutamente pericoloso per la società - dice il cognato Vincenzo Serra -. Nella cartella clinica c'è scritto che era "aggressivo verbalmente": spesso si arrabbiava, parlando di politica, ma non passava mai alle vie di fatto. Era sempre dedito alla lettura, collezionava libri, non era un "bombarolo". Diceva semplicemente che non si fidava di nessuno, solo di se stesso. Negli anni 2002-2003 è stato sottoposto ad altri due Tso, poi negli ultimi quattro anni è stato tranquillo». I familiari non si aspettavano dunque un epilogo così tragico e fitto di elementi inquietanti. L'amico Peppino Galzerano non riesce a farsi una ragione di quanto accaduto: «È inaccettabile, un'offesa alla dignità umana, non è possibile che un uomo muoia in ospedale, cioè proprio nel luogo dove dovrebbe essere curato».

CARTELLA CLINICA - Uno, fondamentale, riguarda la cartella clinica. Il medico legale che ha effettuato l'autopsia, Adamo Maiese, ha riscontrato segni evidenti di lacci su polsi e caviglie della salma. «Nella cartella clinica non è stata annotata la contenzione né la motivazione di essa, come invece prevede la legge - afferma Caterina Mastrogiovanni, cugina della vittima e legale della famiglia -. Dunque bisogna capire se la contenzione c'è stata e quanto è durata. Nella cartella clinica c'è poi un vuoto dalle 21 del 3 agosto alle 7 del 4 agosto: in questo lasso di tempo non è stato fatto nulla. Infine, nelle ultime due sere - quelle del 2 e 3 agosto - non gli sarebbero stati somministrati medicinali perché il paziente dormiva. Ma se Mastrogiovanni dormiva che bisogno c'era di tenerlo legato?».

DETERMINANTI I FILMATI - All’autopsia effettuata il 12 agosto, poche ore prima dei funerali, hanno assistito i legali della famiglia, Caterina Mastrogiovanni e Loreto D’Aiuto. L’ipotesi di reato cui devono rispondere i sanitari è al momento omicidio colposo, ma saranno determinanti per le indagini le riprese girate nella camera durante il trattamento e subito dopo la sua morte dell'uomo. I legali dei medici indagati parlano di «falsità»: «Contestiamo quanto finora pubblicizzato a mezzo stampa perché destituito di qualsiasi fondamento - ha detto Antonio Fasolino, insieme a Francesca Di Genio legale del primario Michele Di Genio -. Il professor Mastrogiovanni è giunto in ospedale a seguito dell'emanazione di un'ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio da parte del comune di Pollica. I sanitari dell'ospedale di Vallo della Lucania hanno seguito il protocollo previsto per casi come questo».

Laura Cuppini

Fonte: Corriere della Sera