01/03/2012

Sì della Camera a tetto stipendi dei manager

Sì della Camera a tetto stipendi dei manager

DL SEMPLIFICAZIONI. Il limite a 300 mila euro. Un emendamento per estendere il limite anche a Regioni e Authority

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19/11/2010

Risarcito l'ex manager, sonnambulo nudo

Risarcito l'ex manager, sonnambulo nudo

Dieci milioni di euro a Donal Kinsella, ex numero uno della Kenmare Resources. Direttore di una azienda mineraria, dovette lasciarla dopo essere entrato nella stanza della segretaria di notte

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11/11/2010

Danno i voti alle colleghe neoassunte E la top ten finisce in Rete

Danno i voti alle colleghe neoassunte E la top ten finisce in Rete

Dipendenti e manager sotto accusa. Scandalo alla PricewaterhouseCoopers (PwC), colosso mondiale dei servizi di consulenza. Indagine interna

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21/09/2010

Unicredit, scontro tra i soci: Profumo sfiduciato dal cda

Unicredit, scontro tra i soci: Profumo sfiduciato dal cda

Dopo un lungo braccio di ferro il consiglio di amministrazione ha votato quasi all'unanimità l'esclusione del manager che, a dispetto delle voci, non ha presentato le dimissioni. Le deleghe passano al presidente Diter Rampl

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31/05/2010

Bankitalia, la denuncia di Draghi: «La corruzione diffusa frena lo sviluppo»

Bankitalia, la denuncia di Draghi: «La corruzione diffusa frena lo sviluppo»

La relazione annuale/«Più poteri per la rimozione dei manager bancari scorretti». «Bene la manovra, è inevitabile. Ora riforme di lavoro e pensioni. La lotta all'evasione porti a ridurre le tasse»

 

Il governatore Mario Draghi
Il governatore Mario Draghi

ROMA - Crisi, riforme e crescita. Sono queste le parole d'ordine contenute nelle «considerazioni finali» di Mario Draghi all'Assemblea annuale della Banca d'Italia. Nel suo discorso, il governatore ha puntato il dito contro la corruzione diffusa nelle amministrazioni pubbliche del nostro Paese che, ha denunciato il numero uno di Palazzo Koch, finisce per frenare lo sviluppo. Non solo: con la crisi «i costi dell'evasione fiscale e della corruzione divengono ancora più insopportabili»: l'evasione «è un freno alla crescita perché richiede tasse più elevate per chi le paga», mentre «relazioni corruttive tra soggetti privati e amministrazioni pubbliche, in alcuni casi favorite dalla criminalità organizzata, sono diffuse». Una situazione davvero allarmante, certificata dalle periodiche graduatorie internazionali che «collocano l'Italia in una posizione sempre più arretrata». La «sfida» dell'Italia per superare la crisi, secondo Draghi, è quella di «coniugare la disciplina di bilancio con il ritorno alla crescita». Con la certezza però che «dall'euro non si torna indietro». Quanto alla manovra varata dal governo, la Banca d'Italia la promuove, apprezzandone i tagli alla spesa. «Agire era inevitabile», ha spiegato Draghi, auspicando allo stesso tempo il completamento delle riforme di pensioni e lavoro, denunciando il disagio dei giovani. La Vigilanza di Bankitalia, ha chiesto infine il governatore, deve avere più poteri per la rimozione di manager bancari scorretti.

MANOVRA - La manovra varata dal governo, con l'anticipo delle misure correttive per il 2011 e 2012 e i tagli alla spesa corrente, era «inevitabile», secondo Draghi, date le condizioni dei mercati. «Nelle nuove condizioni di mercato era inevitabile agire, anche se le restrizioni di bilancio incidono sulle prospettive di ripresa a breve dell'economia italiana» ha specificato il governatore, sottolineando la necessità «di un attento scrutinio degli effetti della manovra per garantire il conseguimento degli obiettivi». Per il numero uno di Bankitalia poi è «urgente» rafforzare il Patto di stabilità europeo, introducendo sanzioni anche politiche per i paesi che non lo rispettano.

GIOVANI E LAVORO - Nel suo discorso, Draghi ha più volte ribadito la necessità di riforme strutturali, prima fra tutte quella del mercato del lavoro che favorirebbe i giovani. «In molte altre occasioni - ha detto il numero uno di Bankitalia -, abbiamo affrontato il tema delle riforme strutturali. La crisi le rende ancora più urgenti» è il monito del governatore. «La crisi - ha aggiunto - ha acuito il disagio dei giovani nel mercato del lavoro». Per questo la «riforma del mercato del lavoro va completata, superando le segmentazioni e stimolando la partecipazione». «Una ripresa lenta accresce la probabilità di una disoccupazione persistente - è l'avvertimento di Draghi -. Questa condizione, specie se vissuta nelle fasi iniziali della carriera lavorativa, tende ad associarsi a retribuzioni successive permanentemente più basse».

EVASIONE FISCALE E MACELLERIA SOCIALE - Altro argomento caro al governatore della Banca d'Italia la lotta all'evasione. Secondo Draghi, le misure avviate dal governo devono necessariamente «consentire» la riduzione «delle aliquote. Il nesso fra le due azioni va reso visibile ai contribuenti» è l'opinione del governatore. Duro l'attacco agli evasori fiscali: «Macelleria sociale - ha detto Draghi - è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale».

IVA - «Se l'Iva fosse stata pagata il nostro rapporto tra il debito e il Pil sarebbe tra i più bassi dell'Unione Europea» ha detto durante il suo intervento all'assemblea di Bankitalia il governatore. Draghi ha spiegato infatti che «tra il 2005 e il 2008 il 30% della base imponibile dell'iva è stato evaso: in termini di gettito sono oltre 30 miliardi l'anno, 2 punti di Pil».

«VIA I MANAGER SCORRETTI» - Dal numero uno di Palazzo Koch, infine, è arrivata una richiesta precisa in merito a banche e manager scorretti. La Banca d'Italia, è l'appello dei governatori, abbiano più poteri per rimuovere dalle banche, come avviene in altri Paesi e come consiglia il Comitato dei supervisori europei (Cebs), «i responsabili di gestioni scorrette o altamente rischiose prima che la situazione sia gravemente deteriorata e si debbano perciò attivare provvedimenti di rigore». Draghi ha sottolineato a tal riguardo l'azione massiccia della Vigilanza: nel 2009 le ispezioni a banche e intermediari sono state più di duecento. Inoltre, in un passaggio aggiunto a braccio alle sue considerazioni finali, Draghi ha parlato del ruolo delle Fondazioni come azionisti delle banche. «Non credo - ha voluto specificare il governatore - che sia interesse di nessuno, nemmeno delle Fondazioni, tornare agli anni '70-'80 quando la maggioranza di turno nominava gli amministratori delle banche e suggeriva anche i clienti privilegiati».

Redazione online


30/05/2010

La Charlie's Angel in bancarotta

La Charlie's Angel in bancarotta

L'attrice, oggi 61enne, in seri guai finanziari, Kate Jackson fa causa al suo manager:«Mi ha rovinata». Gli amici preoccupati. «È distrutta»

 

Kate Jackson
Kate Jackson

È sopravvissuta due volte al cancro al seno, ha sconfitto una dipendenza da antidolorifici e superato tre divorzi devastanti, ma ora per la Charlie's Angel, Kate Jackson, sembrano riaprirsi le porte dell'inferno. Stando, infatti, alle carte da lei stessa presentate davanti alla Corte Suprema di Los Angeles, la 61enne attrice, diventata famosa propria grazie alla popolare serie tv degli anni Settanta, sarebbe ormai sull'orlo della bancarotta e a rovinarla sarebbe stato il suo ex business manager, Richard Francis. Stando all'accusa della Jackson, l'uomo l'avrebbe ingannata, facendole credere di avere una fortuna stimata in oltre 5 milioni di dollari (più di 4 milioni di euro) e di poter così vivere tranquillamente grazie ai 300mila dollari (245mila euro) di interessi annui che quel denaro le fruttava. In realtà, dopo che Francis l'aveva convinta ad acquistare una villa del valore di 2 milioni di dollari (1,6 milioni di euro) a Santa Monica, sostenendo che l'investimento non avrebbe mai perso valore, l’attrice (che ha un figlio adottato, Taylor, di 14 anni) avrebbe scoperto che il suo conto in banca era nettamente inferiore a quello che le aveva fatto credere il suo business manager per anni, visto che ammontava, infatti, a poco meno di 3 milioni di dollari (quasi 2,5 milioni di euro).

Da qui, la decisione di portarlo in tribunale e di chiedergli un risarcimento di 3 milioni di dollari. «Sono caduta in rovina per mano della persona a cui avevo affidato le mie finanze», ha scritto nella sua denuncia la Jackson, che si sarebbe affidata a Francis perché questi già gestiva le fortune dell'altra Charlie's Angel, Farraw Fawcett, morta di cancro un anno fa. «Kate è completamente distrutta dalla piega che ha preso la sua vita – ha raccontato al londinese «Sunday Express» una fonte vicina alla Jackson – e siamo tutti molto preoccupati che non riesca a sopravvivere a quest'ennesima crisi. Sta mangiando pochissimo e sta dimagrendo a vista d'occhio». A quanto si è appreso, l'attrice, che dal 2004 ha collezionato solo sporadiche apparizioni televisive e non ha un compagno da quando ha divorziato dal terzo marito, la stunt man Tom Hart, nel 1993, avrebbe lasciato la casa di Santa Monica da qualche giorno e adesso lei e il figlio sarebbero ospiti di alcuni amici.

Dal canto suo, Francis ha negato ogni responsabilità. «Ho un impeccabile record di 50 anni di servizio per molti clienti famosi – ha spiegato al tabloid – e non credo nemmeno che arriveremo al processo, perché già l'udienza preliminare accerterà che non c'è alcun caso da dibattere». Per la verità, nella sua «immacolata carriera» spicca un'altra causa, intentatagli all’inizio dell'anno da Craig Nevius, il produttore tv che ha realizzato il documentario sulla vita della Fawcett e che sostiene che Francis avrebbe tenuto per sé parte del denaro del testamento dell’attrice. Accusa che l’uomo ha definito «una totale sciocchezza». Nel frattempo, un agente immobiliare contattato dal giornale britannico avrebbe stimato la proprietà di Santa Monica della Jackson per un valore di circa 1 milione di dollari, ovvero la metà di quello che sosteneva Francis e che ha sborsato l’attrice.

Simona Marchetti


24/05/2010

Premi dei manager, in arrivo la maxistangata di Tremonti

Premi dei manager, in arrivo la maxistangata di Tremonti

Manovra da 24 miliardi. Aumenta l'aliquota su bonus e stock option. Condono, Decideranno le regioni

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ROMA - È la richiesta che gli è arrivata da più parti per rendere più equa una manovra carica di sacrifici per molti. Ed è l’unica strada per non incappare nella incostituzionalità della norma che riduce lo stipendio ai vertici della pubblica amministrazione. Giulio Tremonti sabato ne ha discusso a lungo con Gianni Letta, Maurizio Sacconi, Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti ed Emma Marcegaglia. Dunque, a meno di sorprese, la misura farà parte della manovra 2011-2012: l’innalzamento del 10% della tassazione su stock option e bonus aziendali.

Per i maxicompensi ai manager privati è la seconda stangata in pochi anni. A giugno del 2008 fu una circolare dell’Agenzia delle Entrate a porre fine al regime agevolato al 12,5%. Da allora, manager come Corrado Passera, Alessandro Profumo o Fulvio Conti devono pagare su quei compensi le tasse come se si trattasse un qualunque altro reddito, ovvero l’imposta massima al 43%. Ad essa ora si aggiunge un ulteriore aggravio del 10%. In questi giorni non c’è ministro che non abbia ricevuto telefonate di lamentela da parte degli alti gradi della pubblica amministrazione. «Un assedio», avrebbe riferito Tremonti nei colloqui riservati. Il ministro dell’Economia spera così di spegnere ogni polemica, compresa quella montata da parte dell’ala finiana del partito, preoccupata di non scontentare il suo elettorato di riferimento, gli statali. In nome dell’equità, Tremonti ha rivisto al rialzo anche il limite oltre il quale i dipendenti pubblici dovranno pagare l’una tantum del 10%: non più a 75mila, bensì a 90mila euro.


Da sindacati e Confindustria è arrivata invece la richiesta, accolta, di ritentare l’introduzione di una fiscalità di vantaggio al Sud. La norma messa a punto prevede la sperimentazione di aree nelle «zone franche urbane» individuate dal ministero dello Sviluppo. Per la sanità la soluzione sarà «federalista». Niente revisione del Patto per la Salute, né il governo imporrà ticket o tetti insormontabili alla spesa farmaceutica. Ogni Regione si regolerà come crede: se vorrà imporre il ticket sulla diagnostica lo potrà fare. L’importante sarà non superare i tetti di spesa, diversamente scatteranno sanzioni e aumenti automatici delle addizionali Irpef e Irap.

Stessa cosa avverrà per la regolarizzazione di immobili fantasma e per il condono edilizio: fatte salve le norme paesaggistiche, ogni Regione deciderà dove porre i paletti fra la mera emersione di irregolarità fiscali e la sanatoria degli abusi. Dall’ultima bozza della manovra salta anche il tetto di reddito per gli assegni di accompagnamento degli invalidi. Troppe le polemiche delle associazioni, il governo si limiterà a rafforzare i controlli dell’Inps.

Resta ancora un punto interrogativo su quale sarà la nuova soglia oltre la quale non sarà più possibile effettuare pagamenti in contanti. Oggi è a 12.500 euro, Tremonti avrebbe voluto farla scendere a tremila, il premier la considera troppo bassa. Berlusconi ha chiesto di fissare l’asticella a settemila, l’ultima bozza della manovra ipotizza un limite a 5.000 euro. Oltre quella cifra sarà obbligatorio usare strumenti «tracciabili» come carte di credito e assegni. «Tracciabili», oltre una certa soglia, saranno anche le fatture.


Alla fine l’entità complessiva della manovra dovrebbe fermarsi a 24 miliardi. I tempi per l’approvazione definitiva sono strettissimi. Nella peggiore delle ipotesi il via libera arriverà dal consiglio dei ministri di venerdì. Tremonti, preoccupato di subire attacchi speculativi sui mercati, è però determinato a chiudere mercoledì, prima dell’Assemblea di Confindustria e del vertice Ocse di Parigi, giovedì, al quale è atteso insieme a Berlusconi. L’agenda di Tremonti prevede l’incontro con le parti sociali martedì, oggi stesso dovrebbe essere convocata la Consulta economica del Pdl. L’ultima parola sulla manovra uscirà da lì.

ALESSANDRO BARBERA


21/05/2010

Il supermanager Sala: di sicuro non mi lamento Ma con i tagli generalizzati esodo dei migliori

Il supermanager Sala: di sicuro non mi lamento Ma con i tagli generalizzati esodo dei migliori

COMPENSI RIDOTTI - «MEGLIO MENO STIPENDIO FISSO E PIÙ BONUS. NON DIMENTICHIAMO LE NOSTRE FORTI RESPONSABILITÀ», «Guadagno 289 mila euro da dirigente pubblico Nel privato erano ben di più»


ROMA - Premessa d’obbligo: «Dello stipendio non mi lamento. Con i tempi che corrono 289 mila euro non sono da buttare via». Anche perché quella retribuzione, 250 mila euro fissi più 39 mila variabili, colloca il direttore generale del Comune di Milano Giuseppe Sala, secondo il Fisco, fra i 76.888 contribuenti più facoltosi d’Italia. Ed è da sottolineare: contribuenti.

Certo, rispetto a quanto Sala guadagnava al tempo in cui era direttore generale di Telecom Italia, e parliamo di due milioni e mezzo di euro l’anno, possono sembrare briciole. Ed è anche per questo che lui si considera nel panorama della pubblica amministrazione una figura «anomala». Anche se lo è fino a un certo punto. Perché quando Giulio Tremonti comincerà a tosare i manager pubblici, non lo risparmierà. E questo, comprensibilmente, non rende felice né lui, né i dirigenti che dipendono da lui. I quali, prevede, «saranno colpiti tutti, naturalmente ». Perché tutti guadagnano oltre i 100 mila euro l’anno, la cifra incriminata. «Dimostrazione che la pubblica amministrazione tutto sommato paga ancora poco». Poco? 120 o 130 mila euro l’anno sono pochi? «Quello dei manager pubblici è un mondo talmente eterogeneo che interventi generici sono sempre poco sensati. C’è chi sta in prima linea e viene presentato come un semplice burocrate, e chi invece sta al sicuro in un ministero, o in un altro ufficio pubblico, con poche responsabilità».

Il direttore generale del Comune di Milano, per esempio, si considera uno di quelli «in prima linea, sotto una tensione continua, con rischi seri», perché di eventuali errori «si risponde anche patrimonialmente». Per non dire, aggiunge, «dei miei collaboratori che hanno migliaia di persone alle dipendenze, più di 30 anni di esperienza e portano a casa 160 mila euro l’anno. Sono tanti? Sono troppi?» Comunque sia, Tremonti ha deciso che vanno tagliati. «E le loro responsabilità dove le mettiamo? Vede, oggi ci sono due categorie di dirigenti pubblici: chi nasce e fa carriera nell’amministrazione e chi viene al contrario ingaggiato all’esterno dal privato, a tempo determinato. In questo modo si rischia di disincentivare questo percorso. Contenere le spese va bene, ma c’è un limite ». Il caso del Comune di Milano, secondo Sala, è un caso da manuale: «Questa è un’azienda che è molto più azienda di tante aziende private. Crede che i suoi dirigenti non abbiano un mercato, con retribuzioni di quel livello? Prendiamo quelli che si occupano di questioni urbanistiche. Siamo certi che gruppi come, faccio un esempio, Ligresti, non potrebbero offrirgli cifre molto più appetitose? Qualche caso si è già verificato...»

Decisamente, dunque, i tagli orizzontali di Tremonti non gli piacciono. «A giudicare dai provvedimenti presi finora», dice Sala, «nel governo ci sono due diverse impostazioni. Quella di Roberto Calderoli, che afferma il principio del contenimento delle posizioni amministrative. Cioè, un comune che non ha un tot di abitanti non può avere un direttore generale. Poi c’è la linea di Renato Brunetta, che punta sull’incentivazione e la trasparenza. Facendo sì che la collettività possa conoscere quanto guadagno e quanto rendo. Questo principio mi pare più accettabile, per tutti». Anche per chi deve far comunque quadrare i conti, e considera indispensabile tagliare? «Oggi il 10-15% della retribuzione di un manager pubblico è variabile. Dipende dai risultati. Sarebbe sufficiente accrescere la proporzione della fetta variabile». Sempre che poi, però, non accada come al solito: che tutti quanti alla fine dell’anno, senza alcuna distinzione, si ritrovano un bel dieci in pagella. Passando dal taglio orizzontale al bonus orizzontale. «Credo che ci sia spazio per un intervento, serio, con il quale dare più peso ai risultati. Sono convinto che i dirigenti non l’accoglierebbero negativamente. Va considerato che nella pubblica amministrazione il numero dei manager a tempo determinato è cresciuto, e queste persone sono mentalmente più disponibili a un discorso del genere ».

Al Comune di Milano, calcola Sala, «saranno circa il 30%. Tutta gente consapevole del fatto che alla scadenza del mandato del sindaco potranno essere confermati o meno. E tenga presente che costoro, i quali subiranno i tagli orizzontali della retribuzione, sono decisamente meno garantiti rispetto ai loro ben più remunerati colleghi privati». Possibile? «Altro che possibile, sicuro. Il dirigente pubblico preso dall’esterno, una volta scaduto il contratto, se non viene rinnovato va via e basta. Spesso senza nemmeno la classica stretta di mano. Mentre il dirigente privato che chiude il rapporto con l’azienda ha sempre diritto a una buonuscita dignitosa». Soltanto una considerazione: come sarà possibile modificare a colpi di tagli i contratti in essere? In Spagna, la faccenda è già finita davanti ai giudici.

Sergio Rizzo


15/03/2010

Giappone, Prada licenzia i dipendenti «brutti, vecchi e grassi»: è polemica

Giappone, Prada licenzia i dipendenti «brutti, vecchi e grassi»: è polemica

 

La donna ha chiesto un risarcimento e di essere reintegrata nel suo ruolo. La denuncia di un'ex manager retrocessa e poi cacciata: «Il ceo Sesia non voleva che i visitatori mi vedessero»

 

Il quartier generale di Prada a Tokyo
Il quartier generale di Prada a Tokyo

TOKYO - Una controversia legale rischia di compromettere seriamente l'immagine di Prada in Giappone. Il celebre marchio italiano è accusato di molestie e discriminazioni sul lavoro da Rina Bovrisse, ex direttrice generale del gruppo nel Paese nipponico. Dopo aver tentato inutilmente di raggiungere un compromesso con la casa di moda milanese, l’ex manager che fino allo scorso novembre gestiva circa 500 dipendenti nei 40 negozi di Prada sparsi nel paese del Sol Levante, ha dichiarato che nei prossimi mesi presenterà una nuova azione legale contro la nota società di moda milanese.

MOLESTIE E DISCRIMINAZIONI - Tutto è iniziato lo scorso maggio quando l’allora direttrice generale del gruppo ha ricevuto da Davide Sesia, ceo di Prada nel paese nipponico, un ordine perentorio: licenziare 15 membri dello staff perché «brutti, vecchi e grassi e troppo lontani dallo stile Prada». L'amministratore delegato poi avrebbe fatto sapere alla manager che se voleva continuare a lavorare per il marchio italiano doveva cambiare pettinatura e soprattutto dimagrire. Sesia avrebbe detto alla Brovisse che «si vergognava della sua bruttezza e non voleva che i visitatori provenienti dall’Italia la vedessero».

DENUNCIA E COMPROMESSO FALLITO - Come racconta il sito di Japan Times, una prima denuncia contro l'azienda è stata presentata dalla Bovrisse lo scorso dicembre al tribunale distrettuale di Tokyo. La manager non solo ha chiesto il risarcimento per lo stress emotivo subito, ma soprattutto di essere reintegrata nel suo ruolo. Infatti dopo aver dichiarato di non essere d'accordo con gli ordini dell'amministratore delegato, la Bovrisse sarebbe prima stata retrocessa di livello e poi le sarebbe stata imposta una sospensione temporanea dall'attività lavorativa. In questi mesi l'ex direttrice generale ha tentato inutilmente di raggiungere un accordo con il marchio italiano. Lunedì scorso la doccia fredda: l’azienda italiana decide di licenziare la Bovrisse per le sue «false accuse nei confronti della società». In una dichiarazione ufficiale ripresa dal Telegraph di Londra, il quartier generale di Prada a Tokyo fa sapere che «il tribunale giapponese ha respinto tutte le accuse della dipendente e ha confermato che il licenziamento della signora Rina Bovrisse è perfettamente legale».

NUOVA AZIONE LEGALE - Adesso la Bovrisse ha dichiarato al quotidiano Japan Times che presenterà una nuova azione legale contro la società: «Sto raccogliendo nuove testimonianze e presenterò una denuncia dettagliata il più presto possibile». La Bovrisse che lavora da circa 18 anni nel mondo della moda ha aggiunto: «Il mio dovere è proteggere le donne che lavorano duro e fare in modo che possano lavorare in un ambiente sicuro». Secondo l'ex direttrice generale molte delle persone accusate di essere "brutte, vecchie e grasse" dall'amministratore delegato hanno subito il suo stesso destino. Prima sono state retrocesse di livello e poi licenziate.

 

Francesco Tortora


24/02/2010

Niente tetto per gli stipendi dei manager

Niente tetto per gli stipendi dei manager

 

Il testo prevedeva che il trattamento non potesse superare quello dei parlamentari. Camera, la commissione Finanze approva l'emendamento al ddl Comunitaria presentato da Gerardo Soglia del Pdl

 

ROMA - Niente tetto agli stipendi dei manager di banche e società quotate. È stato approvato in commissione Finanze della Camera l'emendamento al ddl Comunitaria che sopprime la misura introdotta durante l'esame in Senato presentato dal relatore Gerardo Soglia (Pdl). Il testo cancella due commi: prevedevano che il «trattamento economico onnicomprensivo» dei manager degli istituti di credito e delle società quotate non potesse superare il trattamento annuo lordo spettante ai parlamentari e che vietavano di includere tra gli emolumenti e le indennità le stock option. Resta intatta invece la previsione secondo cui i sistemi retributivi devono essere «in linea con le politiche di prudente gestione del rischio della banca e con le sue strategie di lungo periodo».

ITER DELLA LEGGE - Ora la commissione Finanze trasmetterà a Politiche Ue sia la sua relazione al disegno di legge comunitaria, sia gli emendamenti approvati. Il regolamento di Montecitorio prevede un iter particolare per le leggi comunitarie: gli emendamenti approvati dalle singole commissioni sono infatti ritenuti accolti dalla commissione Politiche dell'Unione europea salvo che questa non li respinga per motivi di compatibilità con la normativa comunitaria o per esigenze di coordinamento generale. Dunque anche un emendamento del relatore che non appartiene alla commissione di merito può comportare l'accantonamento della norma.

Redazione online