06/03/2010
Come si diventa perfetta webcam-girl
Come si diventa perfetta webcam-girl
L'INTERVISTA. Helen, milanese 27enne, ha scritto un manuale con i consigli per chi vuole fare questo lavoro
«Tranquillizzatevi mamme, non dispenserò consigli alle vostre bambine portandole sulla cattiva strada, perché a quello ci pensano già molte famiglie». Siamo a pagina 8 del «Manuale della perfetta webcam girl», appena uscito nelle librerie per la casa editrice Mursia. A scrivere è Helen, nickname dietro cui si nasconde una giovane milanese di 27 anni, che da quando ne aveva 22 si guadagna da vivere sulle chat erotiche. Una, per intenderci, che nessuna mamma vorrebbe mai come amica delle proprie figlie. Lei lo sa, ma dal 2007, anno di pubblicazione del «Diario di una webcam girl», ha deciso di uscire allo scoperto e diventare la paladina delle tante ragazze che fanno il suo mestiere. «Solo sul portale dove lavoro io siamo in tremila, fare i bacchettoni è inutile».
Ma c’era bisogno di una guida?
«Dopo il “Diario di una webcam girl” ho ricevuto tante critiche, ma sono stata anche contattata da molte ragazze che mi chiedevano i trucchi del mestiere, perché magari non sapevano a che siti rivolgersi, si vergognavano o avevano paura di ritrovarsi qualche cliente fuori di testa sotto casa. Con la mia guida sapranno come muoversi».
Lei scrive che l’unico modo per evitare rogne è mantenere l’anonimato, ma tra libri, interviste e fotografie non è che si sia attenuta granché a questa regola.
«C’è un limite, l’essenziale è non svelarsi troppo quando si chatta: io per esempio in quei momenti non faccio mai vedere il mio viso, non voglio che circolino video porno su Internet a mia insaputa».
Com’è diventata una webcam girl?
«Cinque anni fa me ne ero andata di casa, per mantenermi facevo la commessa part-time. Non riuscivo a trovare altri lavori né a pagare le bollette. Un giorno nella posta elettronica trovo il messaggio di un sito di chat erotiche, mi incuriosisco, inizio a provare. Nel contempo vengo licenziata. Così eccomi qua, webcam girl di professione».
I suoi genitori lo sanno?
«Certo, non hanno festeggiato alla notizia, ma dato che sono sempre la stessa di prima, una ragazza tranquilla, con dei valori, mi hanno capita. Idem il mio ragazzo: sono fidanzatissima da 7 anni, lui sa che online recito solo una parte, un personaggio».
È il suo unico mestiere?
«Sì, con quattro ore di lavoro al giorno metto via in media duemila euro al mese. Ma non era così all’inizio, ora ho un buon giro».
Lo fa solo per soldi?
«No, mi diverto, sono un’esibizionista e mi piace parlare, conoscere gente nuova».
Come avvengono i pagamenti?
«Ogni ragazza decide la propria tariffa: sul portale a cui sono registrata si va da un euro a 3,50 euro per ogni minuto di chat, il 50 per cento va al sito, l’altra metà a me. In più si possono vendere foto, video, contatti e-mail, numeri di cellulare, biancheria intima».
È qui che il gioco diventa pericoloso?
«Diciamo che non bisogna essere ingenue: mai dare il numero di cellulare che si usa nel quotidiano, meglio averne uno ad hoc, così se qualcuno inizia ad assillarti puoi cambiarlo».
Le è capitato?
«Capita che degli utenti mi dicano che si sono innamorati di me: iniziano a fare i gelosi, mi cercano di continuo, scrivono online che siamo fidanzati per rovinarmi la piazza. Ma basta fargli capire che non c’è trippa per gatti e la smettono. Solo una volta mi sono spaventata».
Che cos’è successo?
«Il deejay di una nota emittente radiofonica nazionale ha iniziato ad essere ossessivo, mi tempestava di sms, mi diceva che sarebbe venuto a prendermi sotto casa. Non sapeva dove abitavo, ma ero lo stesso in ansia. Poi si è stufato».
Nel libro dedica un capitolo, «Viplandia», ai personaggi famosi che frequentano le chat erotiche.
«Sono molti, un celebre conduttore televisivo, qualche calciatore di serie A… La cosa assurda è che a differenza degli altri utenti non vedono l’ora di mostrarsi a viso scoperto, di farti vedere chi sono. Ti chiedono di andare a letto con loro, che poi chissà quali favori potranno farti. Ma a me queste cose non interessano».
Questo non l’ha messa al riparo dalle critiche.
«Tanti giornalisti mi hanno dato della prostituta, anche usando termini più volgari, ma se lo sono io allora lo sono tutte le modelle e le veline che sfruttano la loro immagine per fare soldi».
Le si potrebbe obiettare che loro non lo fanno al fine di eccitare…
«Che ipocrisia! Viviamo in un paese di perbenisti. Sa quanti ne ho visti in tv che davanti alle telecamere mi insultavano e una volta spente mi chiedevano dove trovarmi in Rete? Del resto i numeri parlano chiaro: il sito per cui lavoro attira dai 200 ai 300 mila utenti».
Chi sono?
«Perlopiù uomini timidi, che per un motivo o per l’altro non hanno rapporti sessuali nella vita reale. E poi mariti e fidanzati che hanno fantasie erotiche che non soddisfano con le loro compagne. Molti amano travestirsi da donna di fronte a me».
Che cosa prova per loro?
«Mi sono riproposta di non giudicare. Mi fanno ridere, però, quelli che pensano di farti godere in due secondi».
FOTOGALLERY, SE NE CONSIGLIA LA VISIONE AD UN PUBBLICO ADULTO
Raffaella Oliva
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19/01/2010
Nuove Br, Morlacchi e Virgilio: «Non siamo terroristi»
Nuove Br, Morlacchi e Virgilio: «Non siamo terroristi»
Arrestati lunedì nelle loro abitazioni in via gola e viale umbria dopo mesi di indagini. Sono in isolamento a San Vittore. Il legale: «Paradosso, erano controllati da giugno e non hanno fatto nulla»
| Manolo Morlacchi (Fotogramma) |
MILANO - Respingono le accuse e affermano di non aver mai fatto parte di alcuna organizzazione terroristica-eversiva Manolo Morlacchi, 39 anni, figlio di Pietro Morlacchi, e Costantino Virgilio, ritenuti componenti del gruppo «Per il comunismo Brigate Rosse» arrestati lunedì a Milano nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla procura di Roma. Lo ha spiegato il loro difensore, l'avvocato Giuseppe Pelazza, che ha già annunciato: «Dopo l'interrogatorio di garanzia (in programma giovedì) in cui i miei assistiti respingeranno le accuse, faremo ricorso al Tribunale del riesame» per la revoca dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Lunedì mattina la Sezione Antiterrorismo della Digos di Roma, in collaborazione con la Digos di Milano, a seguito di lunghe e complesse indagini, ha arrestato Morlacchi e Virgilio nelle loro rispettive abitazioni a Milano, in via Gola 7 e viale Umbria 56.
CONTROLLATI DA GIUGNO - Morlacchi, figlio di uno dei fondatori delle Brigate Rosse, e Virgilio, da ieri a San Vittore, sono rinchiusi in una cella in sostanziale isolamento in quanto la casa circondariale milanese è sprovvista di un reparto «alta sicurezza». «Siamo ai paradossi - ha affermato il legale -: essendo stati perquisiti a giugno e poi oggetto di osservazione e controllo, ritengo che le esigenze cautelari nei confronti di Morlacchi e Virgilio non possano sussistere nel momento in cui da allora non c'è stata alcuna condotta di carattere criminoso. I miei assistiti inoltre non hanno benché minimamente pensato di darsi alla fuga - ha continuato il legale - né di inquinare la prove».
«MAI PROGETTATO ATTENTATI» - L'avvocato Pelazza ha inoltre rilevato che i due non hanno alcuna accusa di detenzione di armi e di aver progettato attentati. «Il ministro degli Interni - ha concluso il difensore - potrebbe quindi riservare le sue dichiarazioni a fatti più concreti invece che a imputazioni del solo reato associativo che, come costume dilagante, copre il totale vuoto investigativo».
Redazione online
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18/01/2010
Nuove Brigate Rosse, due arresti Uno è il figlio del fondatore br Morlacchi
Nuove Brigate Rosse, due arresti Uno è il figlio del fondatore br Morlacchi
Operazione della Digos di Roma: «Volevano riprendere la lotta armata». Trovato manuale con le istruzioni per «militanti rivoluzionari»
| Morlacchi e Virgilio ripresi durante un pedinamento della Polizia (Proto) |
MILANO - Questa mattina la Sezione Antiterrorismo della Digos di Roma, in collaborazione con la Digos di Milano, a seguito di lunghe e complesse indagini, ha tratto in arresto due persone, accusate di appartenere alle nuove Brigate Rosse.
I NOMI - Gli arrestati sono Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio. Il provvedimento cautelare è stato emesso dal Gip di Roma, Caivano, su richiesta del pool antiterrorismo della Procura di Roma diretto dal Procuratore aggiunto, Pietro Saviotti. Sono accusati di far parte della associazione terroristico-eversiva, costituita in banda armata, denominata «per il comunismo Brigate Rosse». Entrambi lavoravano per un'agenzia di gestione archivi: Morlacchi con funzioni manageriali, Virgilio come dipendente. L'indagine che ha portato agli arresti era già scattata nel giugno scorso quando, a Roma e Genova, ci furono diversi arresti di presunti brigatisti e il sequestro di ingenti quantitativi di armi. Per i due l'accusa è di partecipazione a banda armata. I due sono stati prelevati dalle rispettive abitazioni milanesi. I due erano già indagati dal giugno dello scorso anno, quando le loro abitazioni vennero perquisite.
«VOLEVANO RIPRENDERE LA LOTTA ARMATA» - «L'ingente quantitativo di armi sequestrato e soprattutto la documentazione trovata nei sequestri di giugno quando furono arrestate 5 persone - spiega il dirigente della Digos di Roma Lamberto Giannini - ha comprovato l'intenzione di questo gruppo di riprendere il percorso delle Brigate Rosse e riprendere la lotta armata». Tra gli arrestati, spiega Giannini, abbiamo persone appartenenti alle Br, personaggi di spicco dell'indipendentismo sardo e poi Fallico che noi riteniamo stesse riannodando le fila di questa situazione che più volte in passato, tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, era stato segnalato contiguo a formazioni eversive dell'epoca anche se allora non erano stati trovati elevati elementi importanti. Quello che ha fatto crescere l'attenzione, oltre alle armi rinvenute, è stato anche il materiale documentale, perché nei documenti si parla di prendere una risoluzione strategica per riprendere il nome delle Brigate Rosse. Questa formazione a livello di vertice si era proposta alle Br di Lioce e di Galesi per fare la lotta armata all'epoca».
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| Manolo Morlacchi (da internet) |
IL MANUALE - Con l'accusa di far parte di questa organizzazione di matrice marxista - leninista che si proponeva il rilancio della lotta armata e la riproposizione della sigla delle Brigate Rosse, nel giugno scorso erano state già arrestate cinque persone, tuttora detenute, e recuperata un'importante documentazione ideologica che teorizzava la ripresa della lotta armata e l'assunzione della denominazione «per il comunismo Brigate Rosse». Costantino è risultato in possesso di materiale informatico che espone i criteri e le modalità di criptazione dei documenti per finalità eversive, una sorta di manuale di istruzioni destinato ai sodali, che riporta le istruzioni per l'utilizzo dell'informatica, definite testualmente nel documento stesso «.. una specie di codice di condotta che consigliamo ai militanti rivoluzionari», con una serie di indicazioni finalizzate a evitare controlli da parte delle forze dell'ordine, nonché istruzioni per non farsi «tracciare» in rete. Questo materiale informatico è stato esaminato dalla Digos di Roma con il concorso del Servizio e del Compartimento Polizia Postale di Roma. «Queste istruzioni - continua Giannini - ricordano il metodo di criptazione dei documenti usato dalle Brigate rosse di Galesi e Lioce».
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| La copertina del libro di Manolo Morlacchi «La fuga in avanti» |
TESTI IN CODICE - «PGP», «Pretty Good Privacy»: è il crittosistema (secondo gli esperti, uno dei più vicini alla crittografia di livello militare) raccomandato ai «rivoluzionari» nel manuale di istruzioni per sfuggire a eventuali investigazioni informatiche. Per la redazione dei documenti viene indicata la necessità di utilizzare l'applicativo di scrittura «blocco note» (TXT): è questo - secondo gli investigatori - il metodo di scrittura utilizzato per redigere il volantino di rivendicazione del fallito attentato del 26 settembre 2006 contro la caserma «Vannucci» dei parà di Livorno, firmato dall'organizzazione «per il Comunismo Brigate Rosse».
LE ISTRUZIONI - «Quelle che seguono - è la premessa del documento - non sono le istruzioni che scriverebbe un esperto. Sono una specie di codice di condotta che consigliamo ai militanti rivoluzionari assemblato con alcune istruzioni schematiche per l'uso di alcune procedure. Come tutti i codici di condotta devono essere applicate con la creatività che deve contraddistinguere i rivoluzionari». «Vi stiamo spiegando - continua il testo - come usare PGP in maniera assolutamente anonima e non per gli usi per cui è stato costruito. La cosa più opportuna è dare alla chiave il vostro nome di battaglia, per cui gli altri compagni sapranno a chi appartengono le vari chiavi che riceveranno. Tenere però le chiavi sul vostro pc è la più grossa puttanata che possiate fare: un informatico esperto vi entra dentro il pc e vi ruba le chiavi, ad esempio. Supponiamo che il compagno A si sia fatto fregare la chiave pubblica del compagno B: B potrebbe ricevere un messaggio che dice: "vediamoci nel tal posto alla tal ora". B vede che il messaggio è cifrato correttamente e va all'appuntamento e si fa pigliare». Segue «qualche istruzione per non farsi tracciare in rete», partendo però dalla consapevolezza che «quando vi collegate ad internet è come se giraste nudi in un palazzo di vetro. Occorre essere attenti». Ergo: «mai usare la propria connessione privata a fini operativi (anche durante la fase di inchiesta), nemmeno la connessione di una casa di sicurezza che credete debitamente affittata sotto falso nome».
A MILANO - Gli arresti sono stati eseguiti a Milano da personale dell'Antiterrorismo delle Digos di Roma e Milano. I due arrestati sono accusati di far parte della associazione terroristico - eversiva, costituita in banda armata, denominata «per il comunismo Brigate Rosse». Altri appartenenti a questa formazione eversiva erano stati arrestati nel giugno scorso dalla Digos di Roma.
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| Pietro Morlacchi, brigatista del nucleo storico con Curcio, Frnceschini e Moretti (Ansa) |
IL FIGLIO - Manolo Morlacchi, 39 anni, milanese, è il figlio di Pietro Morlacchi, storico br che nell'estate del '72 costituì il primo esecutivo delle Brigate Rosse con Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti e Piero Morlacchi. Si è laureato in Storia alla Statale di Milano nel 1997 con una tesi dal titolo «Politica e ideologia nell'Italia degli anni ’70. Il caso delle Br». E nel 2007 ha scritto un libro sul padre, «La fuga in avanti - La rivoluzione è un fiore che non muore»: «Col ' 68 e l' inizio delle lotte operaie e studentesche - si legge - la funzione di quel gruppo andò via via esaurendosi. Alcuni rientrarono nelle fila istituzionali, altri scelsero la lotta armata. Tra questi mio padre...». E solo nel giugno 2009, insieme con il fratello Ernesto diceva: «Non è giusto essere svenduti come terroristi soltanto per il cognome che portiamo». Pietro Morlacchi è morto nel 1999.
L'INCHIESTA - Nel giugno scorso, l'inchiesta portò all'arresto di cinque persone, tra Roma e Genova, su ordine del gip Maurizio Caivano. I reati contestati, a vario titolo, andavano dall'associazione eversiva alla banda armata, alla detenzione di armi. La svolta nelle indagini era arrivata grazie una chiamata, partita da una cabina telefonica, intercettata a febbraio del 2007 e attribuita a Luigi Fallico. In una delle telefonate intercettate, in particolare Fallico parlava di un attentato alla Maddalena nei giorni del G8. Oltre a Fallico, arrestato nella Capitale e considerato il capo del gruppo, in quella occasione finirono in carcere anche Bruno Bellomonte, rappresentante di spicco dell'indipendentismo sardo, e Bernardino Vincenzi. A Genova invece a finire in manette erano stati Riccardo Porcile e Gianfranco Zoja.
IL FALLITO ATTENTATO - Questo gruppo eversivo - ricorda la Polizia - ha rivendicato, nel settembre 2006, un attentato dinamitardo, fortunatamente fallito, ai danni della caserma dei Paracadutisti «Vannucci» di Livorno. La rivendicazione di quell'attentato avvenne con un volantino spedito a vari giornali. «Nelle vittorie come nelle sconfitte ciò che conta è la continuità dell'attacco Ernesto Che Guevara» - si leggeva sul volantino - Il giorno 25 settembre 2006 un nucleo della nostra organizzazione ha bombardato la caserma della brigata Folgore, a Livorno».«La Folgore, oltre che un covo di fascisti e stupratori, rappresenta insieme agli altri corpi speciali il braccio armato per eccellenza dell'imperialismo italiano» - recitava lo scritto - «Questo, all'interno del Nuovo Ordine Mondiale disegnato dal polo imperialista attualmente dominante Usa ha svolto negli ultimi decenni un ruolo sempre più attivo di penetrazione politica, economica e militare, dalla Somalia alla Jugoslavia, dall'Afghanistan all'Irak e oggi, infine, anche in Libano. Per non parlare dell'alleanza strategica con Israele, punta di lancia dell'imperialismo nell'area mediorientale».
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05/11/2008
Il manuale del buon tradimento
Il manuale del buon tradimentoNon c'è scampo. Da un genitore, dall'amante, dall'amico o da noi stessi, siamo destinati a subire (e infliggere) l'infedeltà. Meglio, allora, imparare a conviverci. Con l'aiuto di Paolo Crepet e del suo ultimo libro
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| La copertina del Magazine di questa settimana |
L’ILLUSIONE DELLA FEDELTÀ
Tradimento: romanzo infinito che corre nella nostra vita. Esiste quello di un padre maestro del distacco, che non sa concedere che centellinate briciole d’affetto; di una madre disinteressata, abdicante, estranea; dell’uomo che si racconta agli altri e a se stesso tuo, quando ascolta, chiama, accarezza te, ma non solo; del collega che ti cambia le carte sulla scrivania del capo, ora che te ne stai tornando tranquilla a casa; dell’amica, per anni creduta lo specchio in cui rifletterti quand’era, invece, il più alto campione di torbidezza; di una figlia, irrimediabilmente simile e lontana; di te, verso te stessa, da cui spesso l’illusione di fedeltà ha inizio. «Qui», racconta Crepet, «va evitato un malinteso: il tradimento non può essere banalmente riassunto nella scivolata che ognuno di noi, nella sua fragilità di uomo, può vivere. C’è una corrispondenza, piuttosto, tra il gran senso di perdita nel momento storico privo di riferimenti sociali ed etici in cui siamo costretti a vivere, e le nostre piccole cose. Si fa l’errore facile, poi, di ritenere sempre il tradimento un sentimento che ha bisogno di un altro da te, quando in realtà nasce dentro di te, non nasce con l’altro». Dunque, se siamo capaci di tradire noi stessi, ci ritroveremo a tradire (ed essere traditi) nei nostri ambiti d’investimento affettivo: l’amore, l’amicizia, la famiglia; finiremo per tradire (ed essere traditi) sul lavoro. L’immunità, non è data. «Solo il comatoso, l’ha: perché non sente, non vive». Così, meglio spostare le nostre attenzioni dalla ricerca del «come evitare di essere traditi» («Sarebbe assurdo come volersi innamorare senza patire») a quella meno pretenziosa di qualche accorgimento che può aiutare a non esserlo («Bisogna che ci decidiamo ad affinare la nostra capacità di valutazione dell’altro, in cui non siamo così ferrati: tanto più una persona ci piace, tanto più dobbiamo non fidarci, imparare a farci domande su lei»), ai più utili segreti per imparare a starci bene dentro, a un tradimento non schivabile. Come? Crepet suggerisce di fabbricarci un’ossatura così “baricentrata” su noi stessi da non dover temere di esserlo, traditi: «Un mio maestro un giorno mi disse: “Non ti fidare di me”. Era un’esortazione alla costruzione di una propria solitudine, un senso di autoreferenzialità, una bolla d’aria che permette di non essere totalmente dipendente dal dolore implicito nel tradimento, di sentirlo, ma di non esserne annientato, di esserne feriti, ma non abbattuti, di viverlo come un acquazzone e non come un naufragio, come dolore e non morte, sintomo e non patologia». Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. «L’impalcatura che protegge si tira su coi Lego dell’autostima. Me l’ha insegnato un signore ricoverato tanti anni fa in ospedale psichiatrico: più sei battuto, ripeteva sempre, più diventi critico. La chiave è tutta in questo paradosso esistenziale: il lutto, il tradimento, l’abbandono non devono annientarti, ma accrescerti. Funziona anche al contrario: non cresco, se non ho l’opportunità di essere battuto».
OCCHIO ALL’AMOR PROPRIO
Solo così, si supererà l’attentato all’amor proprio insito in ogni tradimento, e ci si riapproprierà di sé: «All’“Io non valgo più” che ci risuona dentro dopo un tradimento si può rispondere con l’aggressività del “vediamo se è vero” o con la depressione dell’“è davvero così”. Chi riporta una ferita inferta, il più delle volte ritiene che la cicatrizzazione migliore sia nel far subire quel che si è dovuto, proprio malgrado, patire: pur essendo un atteggiamento naturale, è immaturo, e animalesco. Nella reiterata ricerca di un capro espiatorio per redimersi, ti danni e non ti salvi». Perché i sentimenti, ci racconta, sono più brutti dell’uomo: «La petizione evangelica non ha trovato gran applicazione nella realtà. In qualche forma, siamo tutti traditi e traditori, e così empi, spesso, da non ammetterlo, o da non sentirci neanche in colpa: quante volte la pensiamo così, sotto l’accordo sul pentagramma del bon ton sociale, della convenienza e dell’apparenza?». Alla fine del suo libro (e del nostro colloquio), c’è spazio per una sola favola: quella di un’anziana signora sconosciuta incontrata dalla donna tradita nello scompartimento di un vagone di treno. A lei dice: «Dimentica le piccinerie, i dettagli insignificanti. Concediti l’essenziale». “Concediti l’essenziale” sta per “Vivi l’assoluto”: dell’amore, del bene, dell’intelligenza, della creatività. «Non accontentarti di grattugiare la buccia», va a fondo Crepet, «ma entra nel cuore: anche se questo vorrà dire, per forza di cose, perdersi, tradire, essere traditi».
SOLO UN GIOCO D’ESERCIZIO
Tutto il resto, è un gioco d’esercizio, d’affinamento della nostra capacità di sintonizzarci quanto più possibile con un dolore - quello del tradimento - non prevenibile, né evitabile. L’enigma, insomma, non è sciolto. «Non vi rassicuro, lo so. Ma io detesto il lieto fine. Lo trovo un’esigenza per persone immature e fragili, una furbata hollywoodiana. Siamo pieni di meccanismi di rimozione e spesso ci sfugge che la vita non prevede lieti fini: ci toglie ogni giorno un giorno, perché allora essere consolatori? Io, diagnosi non so più farne: la scrittura, come la terapia, dove non può, non deve essere incoraggiante».
17:03 Scritto in CULTURA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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