26/03/2012
Mediaset non rinnova il suo dominio.com che diventa di proprietà di un americano
Mediaset non rinnova il suo dominio.com che diventa di proprietà di un americanoDIRITTO DEL WEB. L'azienda di Cologno Monzese tenta il ricorso per cattiva fede. Ma il giudice rigetta la pratica
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31/01/2010
Maldini, la svolta fashion è anche british
Maldini, la svolta fashion è anche british
A Manchester l'italian style è già di moda. Tutto merito di Mancini e della sua sciarpa. Intesa con l'ex leader degli Oasis, Gallagher, per il marchio Pretty Green. Che si aggiunge così a Sweet Years
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| Paolo Maldini e Bobo Vieri, soci nel marchio «Sweet Years» (Fotogramma) |
MANCHESTER - Che Paolo Maldini abbia una vera e propria passione per la moda è cosa nota. Non a caso, nel 2003 l’ex capitano del Milan fondò la «Sweet Years» con Bobo Vieri e, di recente, è stato ospite di «Pitti Bimbo» per la collezione kids. Meno risaputa, almeno fino ad oggi, era invece la sua amicizia con Liam Gallagher, tanto da convincerlo a mettersi in affari con il leader degli attualmente sciolti Oasis. Stando, infatti, al Sun, Maldini avrebbe investito un bel po’ di denaro (riserbo assoluto sulle cifre reali) nella «Pretty Green», la linea di abbigliamento firmata da Gallagher e che attualmente sta spopolando fra i giovani.
GALEOTTO FU IL CONCERTO - «Liam è stato per tanto tempo un grandissimo fan di Paolo Maldini – ha rivelato la solita fonte bene informata e rigorosamente anonima –. Loro due si sono conosciuti anni fa, in occasione di un tour in Europa degli Oasis e da allora sono sempre rimasti in contatto. Paolo ha avuto una lunghissima e brillante carriera nel calcio e, dopo aver appeso le scarpette al chiodo, sta ora cercando nuove possibilità di investimento. L’idea della “Pretty Green” è saltata fuori l’anno scorso, durante una chiacchierata con Liam per il lancio a Londra della linea di abbigliamento e nell’ultimo mese è stato fatto un gran lavoro sottotraccia per sistemare le cose, ma ora l’affare è stato definito e la “Pretty Green” potrà così raggiungere un nuovo livello. Di certo, non avrei mai pensato di vedere uno dei più famosi calciatori di tutti i tempi discutere di vestiti con un ragazzo che arriva da Burnage».
ITALIANI COOL - Come ricorda il tabloid, grande merito per la svolta modaiola che si respira nelle ultime settimane a Manchester va dato a Roberto Mancini, detto «Bobby Manc» dai fan del City, squadra di cui Liam Gallagher è accanito tifoso, che ha trasformato una banale sciarpa di lana a rigoni bianchi e azzurri (i colori del club) in un accessorio fashion ormai irrinunciabile . «Quella sciarpa è davvero fantastica – ha detto Liam – e ne voglio assolutamente una anche io. A Mancini sta benissimo e poi tutti gli italiani sono così cool». Tanto che adesso ne ha persino uno come socio.
Simona Marchetti
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19/12/2009
Saab: fallite le trattative , il marchio svedese sparirà
Saab: fallite le trattative , il marchio svedese sparirà
Conseguenze su circa 3-4 mila posti di lavoro in Svezia. Tramonta la cessione a Spyker. Gm: la chiusura avverrà progressivamente «in modo ordinato e responsabile»
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| (Afp) |
NEW YORK - La vendita di Saab all'olandese Spyker non può essere conclusa e il marchio svedese sarà progressivamente chiuso. Lo afferma General Motors, sottolineando che Saab onorerà comunque i suoi impegni sul fronte del debito. La chiusura avrà conseguenze su circa 3-4 mila posti di lavoro in Svezia, anche se indiscrezioni stampa, tenendo conto dell'indotto, parlano di conseguenze su 8 mila lavoratori. E infatti il governo di Stoccolma ha espresso la sua «tristezza» per il mancato accordo. Gm precisa inoltre che la chiusura progressiva del marchio Saab non è una bancarotta o una forzata liquidazione.
STOCCOLMA NON INTERVIENE - Il ministro svedese dell'Industria, Maud Olofsson, ha convocato un incontro con i sindacati nel quartier generale di Saab a Trollhaettan, ma ha ribadito che il governo di centrodestra non interverrà a sostegno della società. Per il governo la decisione di Detroit è una doccia fredda, data la pioggia di critiche che ha già sommerso l'esecutivo accusato di aver fatto troppo poco per assicurare il futuro di Saab. La chiusura avverrà in modo ordinato e il processo verrà condotto in collaborazione con lo stesso marchio svedese. Lo afferma General Motors in una nota. L’ipotesi più consistente per la cessione di Saab era in realtà già venuta meno il mese scorso, quando il produttore svedese di vetture sportive Koenigsegg aveva deciso di rinunciare all'acquisto di Saab.
STORIA - Acronimo di Svenska Aeroplan AktieBolaget (aeroplani svedesi società per azioni), Saab nasce nel 1937 come azienda specializzata nella produzione di aeroplani. Al termine della seconda guerra mondiale, la società inizia a diversificare la propria produzione entrando nel settore automobilistico e lanciando il suo primo modello di auto nel giugno 1947. Nel 1990 Gm acquista il 51% del marchio, per poi acquistare il restante 49% circa dieci anni dopo. Saab raggiunse una grande popolarità negli anni Ottanta con il modello 900, ma poi cominciò un lento declino che l'anno scorso l'ha portata a coprire appena lo 0,4% delle vendite europee di auto, con una perdita netta di 3 miliardi di corone (270 milioni di euro).
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27/07/2009
Brunetta: Venezia svenduta e mercificata La colpa è del «marchio» Cacciari
Brunetta: Venezia svenduta e mercificata La colpa è del «marchio» Cacciari
Il ministro: basta con la volgarità di quegli enormi cartelloni pubblicitari, «è la città degli archistar e della chimica velenosa»
«Venezia oggi è la città dei magnati e dei centri sociali. Degli archistar e della chimica vecchia e velenosa. Dei tycoon e dei giocatori del casinò. Una città mercificata e svenduta da una classe dirigente che ha alzato bandiera bianca su Palazzo Grassi e sulla Punta della Dogana, rinunciando a qualsiasi progettualità per il futuro, inalberando enormi cartelloni pubblicitari che non hanno uguali al mondo per volgarità. Una classe dirigente in fuga, come l’aristocrazia veneziana che si arrese a Napoleone senza sparare un colpo. Eppure il Rinascimento di Venezia è possibile. È il momento giusto, perché i veneziani non ne possono più del declino di Venezia; gli italiani stessi non ne possono più di una Venezia parassitaria, che non serve all’Italia. Il primo passo non sarà chiedere altri soldi; sarà ripartire da una nuova base economica».
Un anno fa, appena insediato, il ministro Renato Brunetta raccontava al Corriere la sua formazione veneziana, quando vendeva «gondoete de plastica » ai turisti. Ora denuncia «la mercificazione e la svendita» della sua città. Ed espone quello che appare un programma da sindaco: «È una visione costruita nel tempo, e mi piacerebbe molto realizzarla. Prima o poi la realizzerò. Ora faccio un altro mestiere, ho un altro impegno. Ma sono pronto a costruire, o contribuire a costruire, il nuovo Rinascimento di Venezia ». Brunetta parte da una prospettiva storica: «Il problema della città negli ultimi due secoli è stato trovare — dopo i fasti della Serenissima e della 'città mondo', come la chiamava Braudel— una sua peculiare base economica. Nel lungo declino, c’è un unico momento di grande speranza: la Venezia di Volpi. Sintesi tra la nuova industria chimica di Porto Marghera, che produce lavoro, redditi, ricchezza di massa, e la nuova industria culturale della Biennale e della Mostra del Cinema, che produce immaginario, comunicazione, turismo. Quella di Volpi è stata l’ultima esperienza strategica, che fece di Marghera uno dei più grandi poli industriali al mondo, con 40 mila operai. Ora siamo a meno di un quarto dell’occupazione, senza investimenti e senza futuro, con produzioni che nessun altro al mondo vuole più, neanche il Qatar. Ma pure l’altro pezzo del modello volpiano è entrato in crisi, a causa di scelte sbagliate, miopi, provinciali. Il risultato è che sul turismo di qualità prevale il turismo di massa, che ha basso valore aggiunto e alto consumo sociale e ambientale: ti costa più di quanto rende».
La crisi, sostiene Brunetta, ha un responsabile: «La classe dirigente di centrosinistra che governa Venezia da quasi vent’anni, con il marchio di Massimo Cacciari. Se si confronta la Venezia di oggi con quella dei primi Anni ’90, si vede che il degrado è continuato, e le poche cose buone, come il Mose, sono avvenute contro la volontà di questa classe dirigente. È prevalsa una cultura ideologica, clientelare, passiva, assistenzialistica, con le punte aberranti dei centri sociali, priva della visione necessaria, incapace di chiudere la storia gloriosa ma finita della chimica e della petrolchimica a Marghera. Si vive un’agonia lenta, mentre ci vorrebbe il coraggio di dire: basta petrolio in laguna, basta ciclo del cloro; facciamo le bonifiche, ma in modo pragmatico, non fondamentalista come chiedono i Verdi, che vorrebbero piantare le erbette medicinali. Il polo industriale di Marghera va salvato, perché nella nuova Europa Venezia è tornata al centro dei traffici tra Est e Ovest, tra il Nord e il Sud del Mediterraneo. Dobbiamo puntare su altre produzioni, sul terziario, sul quaternario: porto, logistica, un waterfront come a Londra, nuova residenza, tempo libero, design. E un welfare che sostenga i giovani, e in questo modo la demografia».
Ma sono soprattutto la cultura, la Biennale, la nuova Punta della Dogana a non convincere il ministro. «Vedo una mercificazione della città, frutto di radicalismo chic di sinistra e di provincialismo. Dare a Pinault pezzi importanti di Venezia denota un’inadeguatezza culturale e strategica. Non sono nazionalista, la colpa ovviamente non è di Pinault, che va ringraziato per aver investito su Palazzo Grassi e restaurato la Punta della Dogana. La colpa è di una classe dirigente che in maniera miope e provinciale ha alzato le mani davanti al magnate e al tycoon di turno, anziché trovare soluzioni all’altezza di quelle di un Volpi. Si governa a vista, si distrugge la città, si vendono i gioielli di famiglia per pagarsi un sociale sempre più parassitario».
La Biennale di quest’anno è stata molto elogiata. «La Biennale, pur nell’intelligenza di tanti presidenti, vive una vita difficile e stentata, laddove potrebbe essere un enorme polo di attrazione, se non fosse il fiore all’occhiello di un intellighentsia esogena ma il portato di una base culturale ed economica anche locale». E la Mostra del Cinema? «Tra elitismo, ideologismo e parassitismo acuto, è diventata la sorella povera di Cannes e Berlino. Costa solo e non produce». Quest’anno sarà contestata. «In questo Belpaese si confondono cultura e spettacolo. La cultura è un bene pubblico, e va finanziata dallo Stato: scuole, conservatori, musei. Ma perché bisogna foraggiare il cinema? La contestazione nasce da un mondo viziato da troppi soldi, da troppo Stato e da troppa poca cultura. Lo stesso vale per il teatro e l’opera lirica. Che contestino pure. Ha ragione Bondi: colpire le clientele, valorizzare forme di spettacolo che si avvicinino il più possibile al bene pubblico».
Su Venezia, Brunetta propone di «ricominciare da capo. Mi piace parlare di un quadrifoglio. Rilanciare Marghera e dare finalmente dignità di città a Mestre. Completare il Mose. Fare la metropolitana sublagunare, un anello invisibile perché costruito in fondo alla laguna che risolve l’insularità di Venezia, collegando aeroporto, ferrovia, Lido, Giudecca. E completare quello che Renzo Piano chiama il Magnete: il sistema viario intorno all’aeroporto. L’attuale classe dirigente veneziana è contraria a tutti e quattro i petali del quadrifoglio. Che invece dev’essere la premessa su cui poi costruire il Rinascimento culturale della mia città».
Aldo Cazzullo
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18/02/2009
La Lega vince la battaglia del burro «Via quello francese dalla buvette»
La Lega vince la battaglia del burro «Via quello francese dalla buvette»
I deputati ora troveranno solo il marchio made in Italy. Pd polemico: «E le auto straniere dei politici?», «saranno contenti i tanti produttori lattierocaseari nostrani»
ROMA - Sono bastati 14 giorni alla Lega per vincere la crociata contro l'invasione francese nel cuore delle istituzioni: la buvette della Camera. Grazie alle sollecitazioni del Carroccio, dal bar degli onorevoli è sparito il burro d'Oltralpe. «Dopo la segnalazione della Lega alla buvette della Camera è finalmente sbarcato il burro made in Italy», ha sottolineato in una nota Maurizio Fugatti. «Negli ultimi giorni chi intende consumare del burro si ritrova a disposizione burro rigorosamente made in Italy. Di questo saranno contenti i tanti produttori lattierocaseari che non stanno certo passando un momento felice».
IL PD: «E LE AUTO DEI POLITICI ?» - Dal Pd però è arrivata una bacchettata al Carroccio. «Forse la Lega dovrebbe conservare lo stesso spirito polemico che riserva al burro della buvette per il parco macchine blu dei politici italiani», ha commentato Roberto Giachetti. «Considerata la grave crisi che sta vivendo il nostro mercato automobilistico, il governo potrebbe fare qualcosa di più rispetto al farsi fotografare solo in occasione della promozione della nuova auto nazionale di turno», ha aggiunto, «potrebbe spingersi più in là e scegliere di utilizzare auto blu delle nostre case automobilistiche».
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