30/06/2011

Azienda licenzia solo le donne: «Così stanno a casa con i figli»

Azienda licenzia solo le donne: «Così stanno a casa con i figli»

Inzago - sciopero della fiom, ma i colleghi uomini non partecipano. La motivazione: «Possono curare i bambini e comunque quello che portano a casa è il secondo stipendio»

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16/06/2010

Eva Mendes, non ci sta!

Eva Mendes, non ci sta!

La splendida attrice e modella statunitense va controcorrente rispetto al desiderio di maternità delle colleghe. Il “mammismo” che ha contagiato le dive di Hollywood sembra non toccare Eva, tutt'altro. Guarda la il video hot.

 

 

Eva Mendes, nata a Miami il 5 marzo del 1974 potrebbe diventare mamma e seguire tante sue colleghe. Ma a quanto pare non si è fatta contagiare dalla febbre di maternità che ha colpito a ruota le star nazionali e internazionali più famose, dalle nostraneAnna Falchi, Elisabetta Gregoraci, Monica Bellucci eIlaria D’Amico a Heather Parisi, Julia Roberts, Sandra Bullock, Demi More e Claudia Schiffer. La Mendes si dissocia e dichiara al magazine americano W di non avere mai avuto il desiderio di avere bambini.

Controcorrente e sempre sulla cresta dell’onda Eva alle pappe e ai biberon preferisce le luci della ribalta ed è pronta a farsi ammirare nel film di
Adam McKay “The Other Guys”, in uscita nelle sale italiane il 19 novembre 2010. Per il resto sembra voglia continuare a godersi la sua bella vita in Califorinia con la sua dolce metà, il regista George Augusto con cui ha una relazione da circa otto anni. 

Ma che potrebbe accadere nella coppia se all’amato George scoppiasse il desiderio di paternità? La bella Eva ha parlato a titolo personale oppure lei ci ha messo la voce ma il pensiero era comune? Perché se così non fosse nella villa di Los Angeles presto potrebbero sentirsi delle urla. E non sarebbero certo quelle di un bebè.

 


23/02/2010

«Io, manager tradita dall’azienda. Dopo il parto costretta a licenziarmi»

«Io, manager tradita dall’azienda. Dopo il parto costretta a licenziarmi»

 

Stefania Boleso, 39 anni, dieci anni da responsabile marketing: ero pronta a mille sacrifici. Storia di una bocconiana. Convocata dal direttore appena rientrata: «Grazie, non ci servi più»

 

 

Mamma e figlia fotografate nella loro casa (Fotogramma)
Mamma e figlia fotografate nella loro casa (Fotogramma)

«Buongiorno dottoressa. Il direttore generale la aspetta nel suo ufficio». La voce della segretaria lasciava intuire un certo distacco. Strano. Torni dalla maternità, di solito i colleghi ti accolgono con un sorriso e mille domande. Come va la piccola? Piange? Come ti sei organizzata a casa? Stefania Boleso, 39 anni, marketing manager di Red Bull Italia (multinazionale austriaca presente in oltre 180 Paesi, ndr) non ha voluto ascoltare quel brivido di disagio. Come uno sportivo che si è preparato al meglio, dopo dieci mesi di maternità era stanca di immaginare la gara imminente. Baby sitter assunta a tempo pieno, marito pronto a dare una mano nelle emergenze: meglio scendere in campo e giocare. E allora via, dal capo. «Buongiorno Stefania. Scusa ma... Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell’attimo — racconta adesso Stefania Boleso —. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. E’ stato come essere lasciata dal primo amore».

Una firma per cancellare oltre dieci anni di lavoro e un percorso professionale da manuale: laurea in Bocconi con 110, un anno e mezzo in una multinazionale americana (Sarah Lee) «per farmi le ossa» e poi l’ingresso in Red Bull quando il marchio in Italia era sconosciuto e la filiale tutta da costruire. Oggi la bibita è famosa anche nel nostro Paese. E l’azienda in Italia dà lavoro a 150 dipendenti. «Mi hanno fatto una proposta economica. Ho rifiutato—racconta oggi Boleso davanti a una tazza di caffè —. Ho deciso di tenere duro per orgoglio. Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l’area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l’azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l’anima. Invece l’azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».

Dopo il «gran rifiuto», per Stefania Boleso sono arrivati momenti difficili. «Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell’azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing. In teoria avrei dovuto lavorare con due colleghe. Peccato che entrambe fossero in maternità. Insomma, ero sola». Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l’esaurimento. Alla fine ho mollato. Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia». Che cosa farà adesso, Stefania? «Questa esperienza mi ha cambiata — risponde la manager —. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. "Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro", mi ha detto qualcuno. Il rischio c’è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».

Rita Querzé


01/11/2008

Viareggio, tre neonati morti: sospeso primario al "Versilia"

Viareggio, tre neonati morti: sospeso primario al "Versilia"

La decisione dell'assessore regionale Rossi dopo i tre decessi negli ultimi 18 giorni. L'ospedale: «Fatalità»

 

 

VIAREGGIO - Tre neonati morti in 18 giorni all'ospedale Versilia di Viareggio: una macchia per una struttura considerata punta di eccellenza della sanità toscana, e così il primario del reparto di ostetricia, Giovanni Paolo Cima, viene sospeso. La decisione, presa dall'assessore regionale alla salute, Enrico Rossi, è scattata a seguito del terzo decesso, avvenuto venerdì mattina dopo un parto cesareo. La madre, 26 anni, sana e alla prima gravidanza, era alla 36/ma settimana di gestazione: il parto è cominciato in maniera naturale, poi sono sopraggiunte complicazioni, il distacco della placenta e la necessità del cesareo. Il bambino è nato in sofferenza, è stato rianimato, ha superato la crisi ma dopo due ore dal ricovero nell'unità di terapia neonatale è morto.

OTTOBRE NERO - È l'«ottobre nero» del reparto di ostetricia e arriva dopo due anni di parti senza problemi che avevano alimentato la fama di una struttura altamente professionale che in cinque anni è passata da 950 a 1600 parti. «Tragica concatenazione di eventi», dicono all'ospedale. «Tragica sequenza», aggiungono. I precedenti intorno alla metà di ottobre. Il 14, con cesareo, viene estratto un bimbo già morto, il decesso potrebbe essere avvenuto per il distacco della placenta durante il travaglio indotto. Il 17, con parto naturale, nasce un bambino già morto: inutile il tentativo di rianimarlo per 12 minuti. Scatta l'indagine interna, i bimbi vengono sottoposti ad autopsia (sarà compiuta anche sul terzo bambino), ma dopo il terzo caso l'assessore Rossi alza la sorveglianza e sabato mattina invia all'ospedale gli esperti del Centro gestione del rischio clinico: il dottor Riccardo Tartaglia e il professor Mauro Marchionni.

DECISIONE CAUTELATIVA - In attesa di avere più chiaro cosa sta accadendo nel reparto, Rossi prende le sue decisioni. «È evidente che le cause e le eventuali responsabilità dei fatti dovranno essere accertate in maniera puntuale e nei tempi minimi necessari. Chiedo intanto al direttore generale della Asl di Viareggio di sospendere in via temporanea e cautelativa il dirigente della struttura complessa di ostetricia dell'ospedale e - scrive Rossi - di sostituirlo con un altro dirigente, che si assuma la responsabilità della struttura allo scopo di rivedere radicalmente tutte le procedure in essere, verificandone la corrispondenza agli standard».