28/09/2009

La Germania svolta a destra

La Germania svolta a destra

 

Affluenza ai minimi storici: 72,5%. La Merkel può formare una nuova maggioranza con i liberali. Crollo della Spd. Steinmeier: «Giorno amaro»

 

Angela Merkel al seggio (Epa)
Angela Merkel al seggio (Epa)

BERLINO - I tedeschi hanno promosso Angela Merkel ma non la Grande Coalizione. Le elezioni politiche di domenica in Germania, contrassegnate dal più basso tasso di affluenza del dopoguerra (ha votato il 72,5%. Nel 2005 era stata del 77,7%, già allora un record negativo. Nel 2002 fu del 79,1%), riconsegnano nelle mani della cancelliera cristiano-democratica (l'Unione Cdu/Csu ottiene il 33,8%) le redini del governo per i prossimi quattro anni, ma promuovono al suo fianco i liberaldemocratici (Fdp) e bocciano, senza pietà, i socialdemocratici (Spd). La coalizione nero-gialla rispecchia esattamente il desiderio di Merkel che, subito dopo il voto, ha dichiarato soddisfatta: «Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo», possiamo governare il Paese «con una solida maggioranza».

FRANA LA SPD - Altrettanto, se non più soddisfatto, il leader Fdp (14,6%), Guido Westerwelle, consapevole della «grande responsabilità» del suo partito, che ottiene il «miglior risultato nella sua storia». I socialdemocratici sono i grandi perdenti di questo voto, mai così in basso dal dopoguerra (23%). E lo ammettono subito. Frank-Walter Steinmeier, aspirante cancelliere per la Spd, riconosce «un'amara sconfitta», ma si candida a guidare l'opposizione al Bundestag. Anche gli altri due partiti minori, che restano all'opposizione come nella passata legislatura, guadagnano consensi: tanto la sinistra della Linke che i Verdi ottengono percentuali a due cifre, il 11,9% i primi, il 10,7% i secondi.

LA CANCELLIERA - «Voglio essere la cancelliera di tutti i tedeschi, per migliorare la situazione del nostro Paese», ha detto Merkel, 55 anni, primo capo del governo donna e primo proveniente dall'ex Ddr. Con una maggioranza di 323 seggi (la maggioranza è di 309) la coalizione nero-gialla torna alla guida dell’esecutivo dopo 11 anni, dall'epoca di Helmuth Kohl che, pochi giorni fa, era sceso in campo per sostenere questa opzione. Numerosi dossier economici attendono il governo Merkel II, fra cui il previsto aumento della disoccupazione, la crescita del deficit, le difficoltà nel settore scolastico e sanitario. L'impegno in Afghanistan sarà un altro dossier delicato, così come quello energetico ambientale, con la volontà dei due partiti di rivedere l’abbandono del nucleare.


12/06/2009

L’enigma del prezzo della benzina

L’enigma del prezzo della benzina

 

All’assemblea annuale dell’Unione petrolifera, due giorni fa, Scajola ha chiesto spiegazioni. Il barile di petrolio è sceso da 144 a 66 dollari in un anno Ma al distributore gli italiani risparmiano solo 25 centesimi

 

Petrolio e profitti. Benzina ed extra­profitti. Sospetti legittimi o luo­ghi comuni? Il dubbio è forte. Dif­ficile però da contrastare, soprattutto quando tra le società che l’anno scorso hanno guadagnato più utili in assoluto a livello mondiale figurano al primo e al secondo posto, nella classifica di For­bes, proprio due major petrolifere: ExxonMobil, con 45,2 miliardi di dolla­ri, e Chevron, con 23,9 miliardi.

C’è l’eterna questione della doppia velocità di adeguamento dei prezzi dei carburanti con i corsi del petrolio. E le domande che si rincorrono sono sem­pre le solite: perché i rincari del greggio scattano quasi in simultanea sui listini di benzina e gasolio, mentre i ribassi so­no più lenti a manifestarsi. Di più: co­me è possibile pagare un litro di benzi­na 1,27 euro con il barile di greggio a 66 dollari (al 1˚ giugno), quando, nel lu­glio dell’anno scorso con il valore del barile più che doppio a quota 144 dolla­ri, per un litro della stessa benzina si pa­gava poco più di un euro e mezzo (1,53)?

Non sono solo le associazioni dei consumatori a lanciare accuse di specu­lazione nei confronti dei petrolieri. An­che un ministro della Repubblica ades­so vuole vederci chiaro. Due giorni fa, nel sancta sanctorum delle compagnie riunite dall’Unione petrolifera per l’as­semblea annuale, Claudio Scajola, re­sponsabile dello Sviluppo economico, ha detto chiaro e tondo che intende «chiedere conto all’industria petrolife­ra dell’andamento dei prezzi della ben­zina alla pompa».

Ma i petrolieri si sentono la coscien­za a posto. «Noi abbiamo la forza dei nu­meri. Sui prezzi della benzina e sulla co­municazione al pubblico serve più pru­denza, in particolare da parte di alcune associazioni dei consumatori, che privi­legiano informazioni non corrette e in­generano false aspettative nei consuma­tori », è stata la replica del numero uno dell’associazione di categoria, Pasquale De Vita. E la differenza con il resto d’Eu­ropa, che penalizza l’automobilista ita­liano? «Da noi il prezzo della benzina è superiore di 3-4 centesimi rispetto ad altri Paesi europei», ha risposto lo stes­so De Vita nel corso dell’audizione alla commissione Controllo dei prezzi del Senato. Spiegando poi che questa diffe­renza è comunque alimentata «dall’abi­tudine del consumatore italiano a farsi servire (60%) mentre in Europa il 90% si serve da solo. E poi in Italia abbiamo un numero più alto di impianti, con una vendita più bassa e costi più eleva­ti ».

Per meglio capire chi può avere più o meno ragione, sono necessarie alcune considerazioni di fondo. A cominciare dall’analisi della struttura del prezzo di un litro di carburante, che è determina­ta per il 40% dal costo industriale, e per il restante 60% dalle componenti fiscali (accise e Iva). Il costo industriale, che come si è visto pesa per meno della me­tà sul prezzo finale alla pompa, è a sua volta la somma di costi come la materia prima (benzina o gasolio in base alle quotazioni Platts), trasporto, stoccag­gio, raffinazione e margini per il benzi­naio. A questo punto risulta più facile comprendere un altro aspetto non se­condario: quando si verificano aumenti o diminuzioni delle quotazioni del pe­trolio, si intendono variazioni che inci­dono solo su circa il 30% del prezzo fina­le al consumo. E, per essere più precisi, più che del petrolio andrebbero analiz­zate puntualmente le quotazioni Platts (un’agenzia indipendente basata a Lon­dra) relative al greggio raffinato, benzi­na o gasolio, espresse in dollari per ton­nellata, che vengono elaborate sulla ba­se del rapporto domanda-offerta.

Se margini di guadagno o di specula­zione (a seconda dei punti di vista) ci possono essere, vanno dunque ricerca­ti all’interno di queste voci che compon­gono il costo industriale. In particolare nelle quotazioni Platts. Fermo restando che la domanda è determinata dal mer­cato di consumo, l’offerta, che poi na­sce dall’attività delle raffinerie, è condi­zionata dalla capacità di produzione o anche dalla temporanea chiusura di uno o più impianti di raffinazione. Se­condo gli analisti di CnnMoney, i rinca­ri dei prezzi dei carburanti hanno un in­diziato particolare: le raffinerie, che sta­rebbero cercando di recuperare le perdi­te subite lo scorso anno, quando sono state costrette a comperare petrolio al massimo delle quotazioni, per poi ri­vendere i raffinati in un mercato de­presso.

Nella situazione attuale, secon­do gli stessi analisti, gli impianti di raffi­nazione avrebbero ridotto la produzio­ne, in modo da far salire i prezzi, dopo aver stoccato, nei mesi passati, barili di petrolio a basso prezzo (a dicembre è stato raggiunto il minimo di 34 dollari al barile e fino ad aprile il greggio si è mantenuto sotto i 50 dollari). Un ulte­riore approfondimento, che sicuramen­te farebbe emergere curiose scoperte, potrebbe essere fatto anche a proposito del fattore cambio, dal momento che le compagnie europee comprano il petro­lio in dollari, e rivendono in euro i pro­dotti raffinati, benzina o gasolio.

«I prezzi dei carburanti seguono i mercati internazionali e sono probabil­mente le commodity di cui al mondo si segue con maggiore attenzione l’anda­mento », commenta Antonello Mincia­roni, esperto prezzi Mercato petrolifero del giornale online quotidianoenergia.

«Al di là delle tensioni degli ultimi gior­ni, analizzando lo specifico del mercato italiano si possono scoprire novità inte­ressanti. Tanto per cominciare, i consu­mi dei carburanti per autotrazione so­no in caduta verticale e nei primi quat­tro mesi il deficit, rispetto allo stesso pe­riodo del 2008, è di oltre 770 mila ton­nellate. Questo costringe un po’ tutte le compagnie a proporre campagne con sconti significativi e in modalità diffe­renziate. Esistono viceversa realtà che in questo mercato in grande affanno raccolgono sempre più i favori dei con­sumatori: sono le reti indipendenti, quelle cioè che innalzano sulla stazione di servizio le proprie insegne e non quelle delle note compagnie petrolife­re, oppure quelle della grande distribu­zione organizzata, presenti soprattutto nelle regioni del Centro-Nord Italia».

Sul mercato esistono dunque già, per il consumatore che le vuole o le può cogliere, opportunità di risparmio. Fra i prezzi più convenienti e quelli più cari (come in Campania e Puglia) ci so­no oggi differenze, per la benzina, di 14-15 centesimi al litro. «In pratica — aggiunge Minciaroni — l’automobilista avveduto e attento ai prezzi, potremmo dire quello che 'acquista' e non 'fa' benzina, paga mediamente meno di quello europeo, mentre viceversa quel­lo distratto, che 'fa' benzina, non guar­da il prezzo e se ne rimane comodamen­te seduto a farsi servire, paga il conto per tutti».

Gabriele Dossena