09/02/2011
Neopatentati, un anno di apprendistato
Neopatentati, un anno di apprendistatoAl via le nuove norme. Si possono guidare modelli con al massimo 70 kW di potenza. E velocità ridotta per il primo triennio
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21/08/2010
La carica degli e-reader
La carica degli e-readerSCHERMI DA SFOGLIARE. Dal nuovo Kindle all'Olipad: pregi e i difetti a confronto. La prossima sfida tra i tablet multimediali e i modelli "puri"
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30/03/2010
Paese che vai semaforo che trovi
Paese che vai semaforo che trovi
In italia si fanno strada i modelli «a led», più «risparmiosi». In Corea ideati modelli che «pensano» ai pedoni. Negli Usa al via i modelli w-fi che regolano la durata del rosso
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| Lo schema di funzionamento del semaforo coreano «Aisa» |
Dagli Usa passando per l’Italia fino alla Corea, il semaforo diventa intelligente. Già, perché da semplice luce che con il rosso, il verde e il giallo indicava se stare fermi, passare o affrettarsi, ora uno degli strumenti stradali più antichi (il primo sembra essere stato installato il 10 dicembre 1868 a Londra) grazie alla tecnologia amplia le sue funzioni. Con la consapevolezza che, a seconda del Paese in cui ci si trova e dei tempi in cui si vive, anche il semaforo cambia aspetto e posizione.
IN COREANO CON QUATTRO BRACCIA- Esempio è Aisa, dissuasore a quattro braccia in titanio da installare in mezzo agli incroci, utile per auto e pedoni, dotato di sensori Led e telecamere che avvertono l’arrivo improvviso di un mezzo o di una persona in transito e ne segnalano la presenza agli altri veicoli illuminando le estremità degli altri bracci. I Led per ogni braccio sono tre, si illuminano in diversa intensità di colore a seconda della velocità con cui sopraggiunge il pedone o l’automobile. Aisa è stato realizzato da una designer coreana, Park Jeongseon. Giovanissima sì. Ma il suo prototipo di semaforo intelligente ha vinto l’ultimo Red Dot Award, uno più importanti premi del design mondiale che dal 1955 premia i migliori progetti. Per Park Jeongseon scegliere di disegnare questo semaforo intelligente è stato un gesto obbligato. Le statistiche della Corea (e di molti altri Paesi nel mondo) indicano infatti che il numero di vittime più alto è quello dei pedoni. Aisa potrebbe risolvere la questione, prestando loro attenzione soprattutto negli incroci, punti ancora più pericolosi per l’incolumità di tutti.
NEGLI USA WI-FI - Dalla Corea si passa ad Oklahoma City, dove è appena stato deciso di allungare i tempi di luce verde e accorciare quelli di rosso. Il sistema (che costerà tra gli 8 e i 10 milioni di dollari) sarà installato nei prossimi tre anni su 700 semafori dell’intera la città e controllato da una centrale che monitorerà attraverso telecamere wi-fi i flussi di traffico regolando i tempi di lampeggiamento dei vari colori. Stessa cosa accade a Charlotte (in North Carolina), dove sono stati investiti 4 milioni di dollari per istituire un pool di ingegneri all’interno del municipio. Qui, grazie a 83 telecamere rotanti, si regolano i tempi dei «traffic lights» cittadini e si controllano eventuali incidenti o ingorghi, con uno zoom che arriva a 400 metri circa di visibilità.
IN ITALIA CON I LED- In Italia, infine, a Lucca, il Comune ha deciso nei giorni scorsi di sostituire nella via principale che costeggia il centro storico i semafori a lampadina con quelli a Led per ottenere un buon risparmio energetico.«Si passerà – ha spiegato Marco Chiari, assessore con delega alla Mobilità – dalle tradizionali lampade a filamento ai moderni strumenti ad ottica a Led, con un forte risparmio energetico (80% circa) e un netto miglioramento della visibilità. La sostituzione degli impianti sarà graduale, ma continua». Importo complessivo della spesa di rifacimento della viabilità di viale Carlo del Prete è di 7.500 euro, con un occhio anche a chi corre troppo. Perché se l’automobilista preme a fondo l’acceleratore, il semaforo, intelligente lui, fa scattare immediatamente il rosso.
Marta Serafini
17:11 Scritto in CURIOSITA' | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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05/11/2009
Marchionne presenta il piano Chrysler «Ventuno modelli entro il 2014»
Marchionne presenta il piano Chrysler «Ventuno modelli entro il 2014»
Lapo Elkann: «Nessuno prende lezioni da nessuno: è un lavoro fatto assieme». Il rilancio affidato alla 500, all'Alfa MiTo e alla Jeep. La protesta con striscione in volo: «Salvataggio pirata»
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| Marchionne nel quartier generale della Chrysler (Afp) |
MILANO - Ventuno modelli entro il 2014 e tre piattaforme in condivisione con Fiat. Sono due punti del piano quinquennale di rilancio della Chrysler, uscita solo quattro mesi fa dalla bancarotta, presentato dall'ad Sergio Marchionne nel quartier generale di Auburn Hills davanti a una platea di 450 persone, tra cui John Elkann, Andrea Agnelli (componente del board Fiat) e Alessandro Nasi (consigliere di Exor e responsabile del business di Cnh). Presenti analisti finanziari, rappresentanti dei sindacati e del governo (in qualità di azionisti del colosso di Detroit), autorità locali e giornalisti: sono stati accolti da una 500 azzurra come la maglia della nazionale di calcio, tra americanissime Jeep e Grand Cherokee, e una volta terminata la convention hanno ricevuto un modellino di 500. La giornata è stata movimentata anche da una protesta ad alta quota: due piccoli velivoli hanno sorvolato Auburn Hills con degli striscioni: «Fiat/Chrysler bailout bandit» («salvataggio pirata») e «Non acquistate auto Chrysler».
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| L'attrice ungherese Zsa Zsa Gabor (Reuters) |
LIQUIDITÀ - «È una grandissima giornata per Chrysler e per la sua squadra, che sta lavorando con passione e spero che darà vita a un'azienda dinamica e competitiva» ha detto Marchionne - brani di Bruce Springsteen in sottofondo -, descrivendo con una battuta il proprio stato d'animo: «Mi sento come il quinto marito di Zsa Zsa Gabor: so cosa devo fare, ma non so se riuscirò a renderlo interessante». Conferma Lapo Elkann, vice presidente Fiat: «Oggi è una giornata importante, c'è tanto entusiasmo. L'impressione è positiva, l'atmosfera è buona. Nessuno prende lezioni da nessuno: è un lavoro fatto assieme». Sul lato finanziario la società americana è stata «parsimoniosa» - ha poi spiegato Marchionne -, registrando il pareggio operativo e aumentando la propria liquidità di 1,7 miliardi di dollari da giugno a settembre, quando sono stati raggiunti i 5,7 miliardi. Per il quinquennio si prevede che il taglio dei costi e le sinergie fra Fiat e Chrysler si traducano in risparmi per 2,9 miliardi di dollari.
I MODELLI - Per quanto riguarda la produzione, il colosso di Detroit potrà contare su 21 modelli entro il 2014 e su tre piattaforme condivise delle sette che manterrà attive (eliminandone quattro). Il rilancio è affidato ai marchi del Lingotto, a modelli sempre più ecologici e innovativi, con le tecnologie Fiat e Alfa Romeo alla base di nuovi prodotti. Ma anche alla Jeep, il più riconoscibile a livello internazionale tra i vecchi brand del colosso Usa, con il restyling di 4 modelli: si prevede che entro il 2014 le vendite saranno pari a 800mila unità. Il piano prevede però il pensionamento di diversi modelli Chrysler e Dodge. Nel 2010 uscirà di scena il Jeep Commander, nel 2011 i Dodge Viper e Dakota e la Chrysler Sebring. L'anno seguente, quando l'alleanza con Fiat decollerà con lo sbarco dell'Alfa Romeo negli Usa, Chrysler manderà in pensione i Jeep Compass e Patriot e i Dodge Caliber e Avenger, ma anche il PT Cruiser. Uscirà dal mercato anche il Grand Caravan, lasciando così il Town and Country come unico minivan. Al contrario, l'anno prossimo Chrysler farà esordire i restyling del Jeep Grand Cherokee e della berlina 300.
ARRIVA LA 500 - Le vere novità arriveranno dal 2011, quando arriverà sul territorio americano la Fiat 500 prodotta in Messico (che avrà area vendite e personale dedicato). Nel 2012, dopo anni di assenza, torna l'Alfa Romeo: il primo modello sarà la MiTo, seguita all'inizio del 2013 da una berlina midsize e dall'Alfa Milano. Fra i marchi del gruppo Dodge, i cui colori saranno il rosso e il nero, sono previsti tre nuovi modelli: una nuova compatta, una berlina media e una vettura nel segmento sotto le compatte. Entro il 2014 Chrysler coprirà sei segmenti di mercato, contro gli attuali quattro. Oltre alla 500, ci saranno due nuove vetture dei segmenti A e B (oggi scoperti) e otto modelli dei segmenti C e D realizzati su due sole piattaforme di cui una del gruppo Fiat (contro gli attuali 11 su 8 differenti piattaforme). Nei cinque anni le vendite fuori dai confini nordamericani dovrebbero salire del 18%. Un progetto ambizioso di rilancio, per realizzare il quale Marchionne ha creato una squadra di oltre 20 manager. Tra loro un solo italiano, Alfredo Altavilla.
«GM HA FATTO BENE» - Commentando l'altra grande notizia di giornata del settore automobilistico, ovvero la decisione di General Motors di mantenere il controllo di Opel, Marchionne ha parlato di «scelta totalmente razionale perché considerando quello che è successo era l'unica soluzione. È una cosa buona per l'Europa perché dovranno razionalizzare le infrastrutture che sono troppo grosse e complesse».
ECONOMIA USA - L'amministratore delegato è stato accolto sul palco dal nuovo presidente di Chrysler Robert Kidder, che lo ha salutato come «l'uomo capace con il suo team di reinventare il marchio e farlo riemergere più forte di prima». «Sergio e la sua squadra - ha detto - stanno reinventando il modello di business di Chrysler in uno con vere economie di scala globale, con una forte attenzione ai marchi». Per Kidder «il successo di Chrysler e dell'industria automobilistica è importante per il rilancio dell'economia americana». A cinque mesi dalla chiusura del procedimento per bancarotta, dunque, la fiducia del board di Chrysler nella possibilità di tornare ad essere un marchio competitivo è «considerevolmente più forte», assicura il presidente, ribadendo che l'azienda intende rimborsare il prestito ricevuto dal governo Usa «con la massima velocità possibile». Chrysler avrà anche un nuovo logo: registrato il 29 settembre, è caratterizzato da una stilizzazione delle ali attorno all'elemento centrale e non riporta più il marchio ovale al centro ma la scritta su fondo blu.
08:03 Scritto in ECONOMIA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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22/10/2009
Primi problemi per la Tata Nano Tre auto si incendiano in India
Primi problemi per la Tata Nano Tre auto si incendiano in India
Le prenotazioni sono inferiori alle aspettative. L'azienda ha richiamato molte vetture, ufficialmente per controlli pre acquisto, estesi però anche a modelli venduti
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| Una Tata Nano |
MILANO - Primi problemi per la Tata Nano, l'auto più economica del mondo. Almeno tre vetture si sono incendiate a causa di un corto circuito al motorino di accensione e le fiamme hanno invaso l'abitacolo. È successo in tre diverse città indiane e nell'azienda automobilistica è scattato il campanello d'allarme: molte Nano sono state richiamate per controlli.
NON È STATO UN SUCCESSO - La Tata, partner della Fiat, non parla di «richiamo» ma di «un controllo approfondito pre acquisto» che però è stato esteso anche a molte auto già vendute. Un portavoce della compagnia ha riferito alla stampa indiana che la Tata «non crede che questo sia un problema generale, per questo non abbiamo optato per un richiamo globale. Abbiamo optato per controlli approfonditi pre vendita come misura precauzionale». La Nano, prezzo 1.500 euro, voluta fortemente dal patron della casa automobilistica Ratan Tata, non ha avuto il successo sperato. Le prenotazioni sono inferiori alle aspettative e molti indiani in lista si sono tirati indietro. Da più parti inoltre sono arrivate critiche perché si teme che per mantenere il prezzo basso dell'auto siano utilizzati materiali scadenti.
12:20 Scritto in motori | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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20/09/2009
La lingua del Corano inganna i musulmani
La lingua del Corano inganna i musulmani
Il mondo islamico fatica a essere democratico. Fatica a scindere la politica da una religione invasiva, che odia il presente e predica l’eterno ritorno alla umma coranica (l’originaria, e mitica, unità dei credenti). E tutto questo non per colpa di un passato colonialista di marca occidentale (che ha semmai altre responsabilità), ma a causa di una struttura culturale chiusa e, da secoli, volta a bloccare la creatività per sottoporla al controllo dei potenti, dei «profeti di Dio» di turno, che si sforzano di controllare e reprimere ogni dissenso intellettuale.
La manciata di concetti che abbiamo scritto in queste poche righe, nonostante sia suffragata da un gran numero di prove, esplosive e sanguinose, è sufficiente a scandalizzare la maggior parte dei ben pensanti che predicano l’equivalenza delle civiltà e sono sempre disposti a scaricare sull’Occidente la colpa primigenia di tutte le nequizie del nostro pianetino, sempre più globale. Espresse nella loro semplicità, queste idee bastano a farsi tacciare di razzismo culturale, a vedersi ricordare con piglio furioso che la Cordoba musulmana aveva diversi chilometri di illuminazione pubblica quando Londra era un tugurio fangoso.
Peccato che a ricordarci che la situazione è descrivibile proprio in questi termini, sperando magari che l’Occidente abbia un atteggiamento più consapevole, sono proprio i più avveduti e i più laici degli intellettuali nati all’ombra della Mezzaluna. Come, a esempio, Moustapha Safouan, eminente psicologo egiziano (ha tradotto L’interpretazione dei sogni di Freud in arabo) che sarà oggi al festival Pordenonelegge per discutere proprio dei legami tra cultura politica e libertà nel Medio Oriente (a Pordenone al Palazzo della provincia alle 10,30). Le sue idee in questo campo sono nettissime. Per rendersene conto basta sfogliare il suo Perché il mondo arabo non è libero. Politica e terrorismo religioso (Spirali, pagg. 200, euro 30). Uno di quei libri politicamente scorretti che molti non leggono o fanno finta di non leggere.
Parlando dei Paesi di lingua araba, il professore non ha dubbi sul fatto che la mancanza di libertà derivi da una censura intellettuale connaturata alla storia del Medio Oriente. «La storia politica europea si è costituita sul modello greco, la sovranità, il potere deriva dal consenso dalla gente... In Medio Oriente il modello è rimasto un altro. È quello degli antichi egizi, dei sumeri, la sovranità viene da Dio... Con il tempo il divino ha smesso di essere il monarca, è diventato il libro del Corano». E quindi la parola scritta è diventata una delle ossessioni dei governanti o dei gruppi politici musulmani: «Controllando la scrittura, dividendo con forza l’arabo classico, dei colti, dalla lingua parlata si è riusciti a impedire qualsiasi contagio delle idee». E questa non è una realtà ancestrale, ma qualcosa che accade anche ai giorni nostri: «La lingua parlata è nei Paesi arabi diversissima da quella scritta dai giornalisti e dagli scrittori. Moltissima gente resta esclusa. Semplicemente non è in grado di leggere i libri che vengono tradotti a uso e consumo delle sole élite. Da pochissimo la diffusione dei media come la televisione ha iniziato a cambiare questo stato di cose. Ma la maggior parte della popolazione è ancora “muta” e “sorda”, senza possibilità di imparare».
Tanto che lo stesso Safouan già da diversi anni combatte una battaglia per tradurre testi e per tenere le sue conferenze utilizzando l’arabo parlato (che sta a quello classico come l’italiano sta al latino). «Molti anni fa tradussi in arabo classico il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie. È uno dei grandi classici occidentali in difesa della libertà degli individui. Circolò solo tra gli intellettuali del Marocco. Succede così a moltissimi libri... Ed è ovvio che dietro a una situazione del genere c’è un interesse politico». Questo non è certo un retaggio del colonialismo. Dice sempre Safouan: «Gli occidentali, come tutti i colonizzatori, hanno imposto un’ulteriore livello linguistico e spesso hanno badato al proprio interesse economico. Però va detto che nei territori occupati dalla Francia è stato creato un sistema di istruzione molto solido che ha aperto a molti una finestra sul mondo. Gli inglesi sono stati meno efficienti, però hanno creato al loro passaggio un sistema universitario di alto livello».
Retaggi di apertura che il terrorismo o i governi autoritari cercano di eliminare esattamente come cercano di mantenere l’arabo vivo e parlato assolutamente lontano dallo spazio della scrittura. In modo che i più restino esclusi dal mondo. Che ai più resti solo la frase meno bella del Corano: «Questo è il libro su cui non ci sono dubbi».
12:14 Scritto in CULTURA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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24/07/2009
La passione per la Vespa conquista Pechino
La passione per la Vespa conquista Pechino
Ma gli scooter della Piaggio non sono ancora stati importati in Cina. In un garage alla periferia della città un meccanico appassionato restaura modelli degli anni '70 e '80
PECHINO — Per trovare il suo «garage» dobbiamo inoltrarci nelle sterminata periferia di Pechino. In un vicolo, superato un ristorante uiguro, una vecchina controlla l’ingresso. «Eccoci nel mio regno», dice orgoglioso Lu Jiankun, 32 anni, commerciante di vestiti. Il suo regno, in realtà è il regno dell’intero palazzo popolare: decine di biciclette ammassate sotto una tettoia circondata da un muro. Nell’angolo più lontano, coperte con lenzuola a riparo dalla polvere fitta che si deposita ovunque come neve durante una tormenta, i suoi «tesori»: quattro Vespe rilucenti, senza un solo graffio. «Tre funzionano, una, la più vecchia, mi serve per i pezzi di ricambio», dice orgoglioso Lu, il più famoso collezionista di scooter italiani della capitale cinese. «Adoro la vostra cultura — racconta al Corriere il giovane sedendosi sulla sua preferita, una Vespa decorata con la nostra bandiera —. La moda, lo stile, tutto mi piace dell’Italia. Il Tricolore? L’ho disegnato io».
LA PASSIONE - A Pechino, Lu è considerato un pioniere. Con altri giovani condivide la passione per gli scooter prodotti dalla Piaggio, ai quali è arrivato dopo aver posseduto anche una Fiat 126 («Come mi divertivo su quella macchinina!»). Su Douban.com, un sito cinese simile a FaceBook, il loro gruppo, «Weisiba pengyoumen», attira sempre più iscritti. «La verità è che la Vespa piace a moltissimi, qui — spiega Lu Jiankun —. Però sono pochi quelli che davvero ne possiedono una». Questo perché gli scooter di Pontedera non sono importati in Cina. Inoltre, Pechino, come altre città cinesi, ha limitato enormemente i permessi di circolazione alle due ruote per ridurre l’inquinamento atmosferico. «Su quattro Vespe, soltanto una ha la targa e non è nemmeno la sua: viene da un'altra moto — dice Lu con un sorriso complice —. Se voglio fare un giro devo fare ben attenzione a non andare verso il centro: meglio evitare di incontrare la polizia».
PASSIONE CHE ARRIVA DAL CINEMA - Gli scooter di Lu risalgono tutti agli anni ’70 e ’80. «Mi sono innamorato della Vespa guardando il film "Vacanze Romane" — è il suo racconto —. Ho deciso che ne volevo una anch’io. Ma come fare? In Cina sono rare come i quadrifogli. Così ho cominciato a spulciare gli annunci nei giornali degli appassionati di moto. Poi ho visitato più volte i rivenditori di scooter del Guangdong, nel Sud del Paese. Alla fine ho trovato la mia prima Px. Ero felicissimo. Però c’era un problema: non funzionava». Inconveniente comune a molti patiti delle due ruote: se anche trovi il modello (straniero) per il quale faresti pazzie, il più delle volte tocca lasciarlo in garage perché non va e non esistono pezzi di ricambio. Ma Lu Jiankun, cui certo non manca l’iniziativa, il problema lo ha risolto con un espediente. «Ho acquistato diverse Vespe, sempre trovandole per caso o da amatori che se ne volevano disfare perché non riuscivano a farle partire. Poi, con un po’ d'ingegno e anche fortuna, ho trovato una Vespa "Made in Taiwan" che aveva molti pezzi originali in buono stato: è ancora qui, nel "mio" garage. Ogni volta che ho bisogno, la cannibalizzo per fare andare le altre».
Anche noi abbiamo provato il brivido di fare un giretto negli hutong, i vicoli del quartiere, sulle Vespe di Lu. «La prossima volta — sorride il giovane — andiamo a fare una gita, proprio come nel film "Vacanze romane"».
18:26 Scritto in CULTURA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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19/05/2009
Nuoto, il caos dei costumi da record
Nuoto, il caos dei costumi da record
La decisione tecnica su 348 modelli: 146 non accettati. Non omologati quelli usati da Pellegrini, Bernard e Bousquet. Primati a rischio? La Fina non chiarisce
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| Alain Bernard dopo il primato mondiale sui 100 stile ai campionati francesi: 46"94, primo sotto i 47" (Reuters) |
I record mondiali di Federica Pellegrini e del francese Alain Bernard potrebbero essere a rischio di cancellazione. E' soltanto un'ipotesi, per ora senza conferme. Ma spiega quanta confusione si sia creata a proposito delle caratteristiche tecniche dei costumi , sempre più perfezionati, utilizzati dai nuotatori. La commissione della Federazione internazionale incaricata di approvare o bocciare i modelli utilizzati dagli atleti, ha omologato 202 combinazioni su 348, presentate da 21 aziende diverse. Tra quelli bocciati, 136 potranno essere modificati per una possibile approvazione, mentre 10 sono stati esclusi senza appello. Tra i body non omologati sono i modelli «X-Glide» dell'Arena e «J01» della Jaked, entrambe aziende italiane, indossati dal francese Alain Bernard, da Federica Pellegrini e dall'altro francese Frederick Bousquet per i loro record mondiali.
INCERTEZZE - Il punto è che la Federazione non ha precisato se la non omologazione di un costume implichi o meno la cancellazione dei primati ottenuti indossandolo. E a due mesi dal Mondiale di Roma non è una situazione positiva. Non tanto per le gare future, nelle quali saranno indossati soltantoo i costumi omologati, quanto per l'attribuzione dei primati da battere nella competizione iridata. I 10 costumi definitivamente bocciati, spiega un comunicato, non hanno «passato i test di galleggiabilità e/o di spessore». Invece i 136 costumi da modificare «non soddisfano le specifiche richieste secondo cui il materiale per i costumi da nuoto non deve essere costruito per (o includere elementi/sistemi che creino) effetti da immagazzinamento di aria/acqua durante l'uso». I produttori hanno 30 giorni per presentare lo stesso costume con le modifiche richieste.
23:56 Scritto in SPORT | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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01/01/2009
Il calendario dei clandestini
Il calendario dei clandestiniSpagna, alcuni immigrati senza permesso di soggiorno davanti all'obiettivo di un fotografo. «I fondi serviranno ad aiutare ciascuno di loro a tirare avanti per qualche mese»
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| Uno degli immigrati in posa |
TRA AUTOFINANZIAMENTO E INTEGRAZIONE -«Se la diffusione andrà bene – calcola l'autore – ciascuno di loro ne ricaverà 500 o 600 euro, quanto basta per tirare avanti ancora qualche mese». Forse non tutti i mesi contemplati dal calendario che si conclude sulle fattezze di Mady Fofana, 32 anni, da cinque in Spagna, ma infine regolarizzato nel 2005: denudarsi per una causa solidale gli ha fatto meno paura del barcone che a suo tempo lo traghettò dal Marocco alle coste meridionali della penisola iberica. L'idea, spiega il fotografo, è venuta dalla grande varietà di calendari "di categoria" che ogni anno inondano il mercato: i vigili del fuoco, i poliziotti, le hostess, le casalinghe. «Se lo fanno i pompieri – si sono convinti i clandestini -, perché noi no?». Mady è convinto che il progetto non abbia soltanto una funzione di autofinanziamento: «Può servire anche all’integrazione» riflette. Ma soltanto undici dei venti modelli contattati hanno accettato di esporsi e Mady ha dovuto prestarsi per illustrare l'ultimo mese dell’anno. Non a caso: Mister Dicembre è l'unico che ha la ragionevole certezza di essere ancora in Spagna quando il 2009 finirà.
23:12 Scritto in ATTUALITA' | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: calendario, immigrati, clandestini, modelli, pose, immagini | OKNOtizie |
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