18/04/2011

Ruby, le carte difensive della Minetti

Ruby, le carte difensive della Minetti

Obiettivo: allontanare da sè l'accusa di favoreggiamento della prostituzione. La consigliera del Pdl presenta ai pm di Milano una memoria di dodici pagine

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08/08/2009

Basta appalti oscuri, ora treni più puliti

Basta appalti oscuri, ora treni più puliti

 

L’intervista «Sulle gare 31 ricorsi, quasi tutti vinti. Investiremo due miliardi per i nuovi vagoni». Moretti: pagavamo per dodicimila addetti, lavoravano in seimila

 

ROMA - Amministratore delegato delle Fs, che proprio sinonimo di Ma­stro Lindo non è mai stato, Mauro Mo­retti esordisce: «In un’azienda normale la pulizia non dovrebbe essere un pro­blema».
Evviva la sincerità. Le Ferrovie non sono un’azienda normale?

«Non era normale quello che succede­va. Quando ho assunto l’incarico e abbia­mo iniziato a discutere la questione del­le pulizie, ci siamo dovuti porre innanzi­tutto il problema di come questi lavora­tori venivano pagati, quanti erano...»

Non sapete quanti sono quelli che puliscono i treni e le stazioni?
«Non lo sapevamo allora. Secondo le informazioni che ci avevano dato dove­vano essere fra dieci e dodicimila. E già questo era un bel problema. Perché c’è una differenza di duemila esseri uma­ni » .

La spiegazione?
«Si trattava di un mondo non chiaro, dove prosperavano i subappalti, magari anche il lavoro poco legale o nero. A quel punto abbiamo preteso la tracciabi­lità degli stipendi, i cartellini con le fo­to » .

Che intende con tracciabilità?
«Che dovevano pagare i lavoratori con assegni o con bonifici bancari, ma non più con i contanti».

Pagavano davvero in contanti?
«C’è di più. Quando siamo riusciti a ottenere la situazione reale, si è scoper­to che invece di dieci o dodicimila, gli addetti alle pulizie erano meno di seimi­la. La metà. E i treni erano in condizioni inaccettabili » .

Sfido.
«Siccome i treni erano sporchi si ap­plicavano penali a go-go. Ma poi i soldi venivano restituiti alle stesse ditte per­ché i treni dovevano essere puliti. E si andava avanti così. Interrompendo que­sto meccanismo è saltato fuori che la so­lidità finanziaria delle ditte, due o tre gruppi che avevano in mano tut­to, era nulla. Quindi abbia­mo fatto gare separate suddivise in 55 lotti, consentendo a molte medie impre­se di partecipare, con vincoli precisi e in­troducendo una clausola sociale».

Di che cosa si tratta?
«Nei bandi era previsto che chi vince­va doveva assumere i dipendenti delle vecchie ditte. Mossa decisiva perché ha separato la vita delle ditte da quella dei lavoratori » .

Da quello che si sa, non è andato proprio tutto liscio come l’olio.
«Abbiamo subito ben 31 ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, quasi tutti vinti. Ma questo ci ha rallentati e ha ficcato in testa a qualcuno che si potesse tornare indietro » .

Per esempio ai responsabili dell’ag­gressione nello Scalo San Lorenzo a Roma?
«Si mettano l’anima in pace: indietro non torniamo. I treni devono essere puli­ti e gli addetti devono poter lavorare se­renamente » .

Auguri. Che dice però dei ritardi, dell’affollamento, dei disagi dei pendo­lari?
«Il risultato di cose non fatte nel pas­sato che ora dobbiamo fare. Trenitalia aveva un buco di quasi due miliardi, un miliardo di capitale e sei miliardi di debi­ti netti».

Deve spiegarlo ai viaggiatori...
«Il trasporto pendolare è un proble­ma di tutto il Paese. Abbiamo treni me­diamente anziani, non suffi­cienti. Nelle aree metropolita­ne e nelle ore di punta la no­stra offerta di spazio è inferio­re anche del 50% rispetto alla domanda » .

Meglio le sardine.
«Il treno è pieno zeppo, è difficile salire e scendere, si ac­cumulano ritardi sistematici. Ecco perché nel documento che presentai al governo di Ro­mano Prodi proponevo di com­prare mille treni nuovi, per aumentare l’offerta del 70% in cinque anni. Dissi che servivano 6,4 miliardi».

Non si misero a ridere?
«Spiegai che di quella somma avrei potuto coprirne autonomamente 5 mi­liardi ».

Come li avrebbe trovati?
«Adeguando gli introiti del trasporto regionale. Fra biglietti e contributi incas­savamo 11,6 centesimi di euro al chilo­metro per passeggero, contro i 20 della Germania e i 22 della Francia. Portando­li a 14,5 centesimi, e grazie al piano di razionalizzazioni e tagli che poi abbia­mo realizzato arrivando al pareggio di bi­lancio, avrei ricavato 4,9 miliardi per gli investimenti » .

Avrebbe dovuto aumentare le tarif­fe. Le sembra possibile, considerando la qualità del servizio?
«Facemmo notare che il trasporto su gomma gode di tariffe e contributi più elevati: 15,5 centesimi».

E loro?
«Mi mostrarono le difficoltà della fi­nanza pubblica ma mi dissero di andare avanti » .

E lei?
«Sono andato avanti. Ho fatto contrat­ti veri con le Regioni. Contratti con dura­ta certa e capitolati precisi. Vogliono i treni nuovi? Vogliono l’aria condiziona­ta nelle carrozze? È semplice: pagano di più » .

Come gli optional sulle auto. Scom­metto che chiedono tutti il modello ba­se.
«C’è stata una negoziazione aspra, nessuno aveva soldi sufficienti. Però ab­biamo fatto i contratti con tutte le Regio­ni. Eccetto il Piemonte, che vuole la gara europea » .

Forse Mercedes Bresso pensa di ave­re un servizio migliore.
«Allora mi permetto di darle un consi­glio: con i soldi del grattacielo della Re­gione ci compri i treni dei pendolari».

Intanto non cominciate voi?
«Cominceremo. Purtroppo i 14,5 cen­tesimi sono rimasti un miraggio. Con i contratti siamo arrivati a 12,6. Però è già qualcosa. Troveremo il modo di inve­stire 2 miliardi per i pendolari, compre­si 500 milioni che il governo ci ha assicu­rato » .

Due miliardi. Che cosa si devono aspettare?
«Compreremo 150 locomotive e car­rozze a due piani. Treni che potranno trasportare 1.500 persone relativamente comode » .

È quel «relativamente» che lascia perplessi. Sulla Freccia rossa stanno comodi «assai».
«Smettiamola. Dicono che mi occupo soltanto dell’Alta velocità, ma da quan­do sono qui per quella non ho speso un euro, mentre per il trasporto regionale abbiamo investito 450 milioni per 150 locomotive » .

Ed è convinto che sia migliorato qualcosa per i pendolari?
«Un po’ la puntualità. Ma capisco che i miglioramenti non siano percepiti. In questi due anni ho dovuto garantire l’esistenza in vita del servizio. Se non si risanava, come ha certificato anche la Corte dei conti, Trenitalia doveva chiu­dere. Adesso, grazie anche alle Regioni che hanno ricostruito con noi un rappor­to di fiducia, si passa dalla speranza ai risultati concreti».

Verificheremo.
«Sfonda una porta aperta. Io il pendo­lare l’ho fatto davvero».

Masochista?
«Ferroviere».

Sergio Rizzo


08/11/2008

Moretti esclude l'Italia, è polemica

Moretti esclude l'Italia, è polemica

«Gomorra» e «Il Divo» sono due opere d'autore, ma il nostro cinema non è rinato. «Nessun film adatto al Festival». Protesta dal Pdl: chiarisca in Comune

 

 

 

Nanni Moretti (Ansa)
Nanni Moretti
 
 
 
ROMA Nanni Moretti arriva piuttosto accigliato, dicono che è nervoso perché ha perso il casco dello scooter, l'ombrosità aumenta quando si fa sotto chi ritiene che la politica sia forte in tutte le sezioni del Torino Film Festival: «Ma no, insomma, anzi...», sbuffa. La politica è fuori schermo e non ne vuol parlare. «Se vogliamo trovare temi comuni, c'è la famiglia in tutte le sue declinazioni, la paternità inaspettata in Prince of Broadway di Baker, l'elaborazione del lutto in Bitter & Twisted di Weekes...». Il festival della ricerca (21-29 novembre) da lui diretto per il secondo anno, non va oltre le terze opere: in concorso 15 lavori di cui 8 esordi. Fuori concorso Filth and Wisdom di Madonna (andò a Berlino 2007) e The Edge of Love con Keira Knightley (che per la prima volta canta) e Sienna Miller. Diversi film Usa, ma indipendenti e a basso costo. Tutto il contrario di quello che è appena successo al Festival di Roma. Al TFF non ci sarà nessun film italiano in concorso, e dunque Nanni, al contrario del suo primo titolo, non è più autarchico. Un modo per sottolineare il distacco da Roma? «No, abbiamo scelto semplicemente i film che ci piacevano di più. Ne abbiamo visto molti, ma non ci è sembrato di trovare quello adatto. L'anno scorso avevamo inventato la sezione Panorama italiano, quest'anno non c'è. È così, non so, magari l'anno prossimo...». Passa qualche ora e si innesca il polverone. «È questo il valore aggiunto portato dalla direzione artistica di Nani Moretti?», chiede il capogruppo An-Pdl in consiglio comunale a Torino Roberto Ravello, che preannuncia la richiesta di un'audizione di Nanni in Commissione Cultura. Ravello è «allibito», parla di «esterofilia dannosa», ricorda che l'esistenza del festival è legata «al contributo della Regione e della città di Torino». Replica Moretti con ironia: «A Venezia c'erano 4 italiani in concorso, a Roma sei. In tre festival la media è di 3,33 periodico... Io non ho alcun obbligo da chi sostiene il festival a inserire un film italiano. E fuori gara la rassegna dedica grande spazio ai nostri registi». Moretti in mattinata ricordava il successo di Gomorra e del Divo, «chi dice che è il rinato cinema italiano, o quello d'impegno. In realtà sono film a coronamento di due autori». Si apre al Teatro Regio con W di Oliver Stone, il film su Bush con Josh Brolin. Non per far tornare il malumore a Nanni, ma è stato un flop in Usa e in Europa è già uscito un po' ovunque.

Nanni riprende la polemica sulla mancata distribuzione del film in Italia, s'è detto per non contrariare l'«amico italiano» di Bush, Berlusconi; vede Paolo Ferrari, capo della Warner, arrivato in ritardo: «Noi tra due minuti chiudiamo. Avete per caso comprato Oliver Stone?». Ferrari dirà poi: «Avevamo fatto un'offerta che non ha avuto seguito». «È un peccato, Stone qui è più trattenuto e meno roboante», continua Moretti che per un attimo torna quello che conosciamo: «Questo film ha un cast pazzesco...io non so le lingue e pronuncio male i nomi degli attori... c'è il marito di The Queen che fa il padre di Bush, c'è...». Dando un'occhiata al TFF, che avrà una sala in più al Nazionale, troviamo la retrospettiva su Roman Polanski che ha supervisionato i suoi film, come regista e attore, e il 22 duetterà in pubblico con Moretti. E poi la British Renaissance, l'omaggio a Melville. Ci sono gli esordi (con incontro incluso) di Marco Tullio Giordana, Paolo Virzì, Giuseppe Bertolucci... La politica relegata nella sezione Lo Stato delle Cose. Comunicazione di servizio. Nanni non sta preparando nessun film e per il suo terzo anno a Torino deciderà ai primi di dicembre. Gli chiedono, dal Tg3 pensando di giocare in casa col compagno regista, cosa ne pensa dell'esecrabile «incursione squadrista a Chi l'ha visto?». E lui: «Tu fai le domande con la risposta incorporata. Arrivederci». E il cielo sopra di lui si rabbuia di brutto.

 


15:43 Scritto in CINEMA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: moretti, esclusione, italia, polemica, cortometraggi, cinema | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook