27/04/2010

Robotica e nanotecnologie L’Iit alza il livello della sfida

Robotica e nanotecnologie L’Iit alza il livello della sfida

L’Istituto di Genova ha completato la fase di avvio. Cingolani: «Ora ricambio e competitività». Il successo di ICub, il «baby» esportato in tutto il mondo

 

L’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), fortemente voluto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti e dal direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli, che lo presiede, è nato sotto il segno dello scorpione. Non in senso astrologico quanto letterale, perché ha incontrato insidie e critiche fin dalla nascita.

Nel 2003, la creazione di un istituto di ricerca ben finanziato (un miliardo in dieci anni) a molti non piacque. Le fonti del malumore — nell’università e nel Cnr — furono due: da una parte i centri di mediocrità, sostenitori dei finanziamenti a pioggia; dall’altra i centri di eccellenza, che avrebbero preferito la valorizzazione di uno di loro. Prevalse la scelta di una struttura completamente nuova, da plasmare sul modello delle migliori esperienze internazionali, nella convinzione che in Italia sia meglio creare da zero piuttosto che tentare di modificare ciò che modificabile non è. Soprattutto l’Università.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel scherza con il robot-bambino realizzato dagli scienziati dell'Istituto italiano di tecnologia di Genova
Il cancelliere tedesco Angela Merkel scherza con il robot-bambino realizzato dagli scienziati dell'Istituto italiano di tecnologia di Genova

Oggi l’Iit chiude la fase di avvio mantenendo i propri impegni. I laboratori sulle alture di Genova sono completamente operativi nei tre campi di attività principali: robotica, scienze della vita e nanotecnologie. La robotica è la più sviluppata: dodici robot umanoidi con sembianze infantili (foto in alto) — basati su un sistema open source che consente agli acquirenti di personalizzarli con proprie applicazioni— sono già stati venduti a laboratori di tutto il mondo a 250 mila euro l’uno. Nella sede centrale genovese e nella rete delle altre otto create in tutta Italia, lavorano circa 800 ricercatori: un terzo italiani, un terzo stranieri e un terzo connazionali rientrati in patria. Ogni ricercatore è stato scelto secondo criteri di valutazione internazionali. A cominciare dal direttore scientifico Roberto Cingolani, un fisico laureato alla Normale di Pisa con esperienze in Germania al Max Planck Institut e in Giappone.

L’Iit si appresta ora alla seconda fase. «Davanti a noi abbiamo due sfide — dice Cingolani —: lo sviluppo della competitività internazionale e il ricambio delle persone. I contratti dei ricercatori scadono ogni cinque anni e il primo quinquennio sta finendo: si tratta di valutare le professionalità secondo criteri meritocratici e aderenti alla natura delle diverse discipline. L’obiettivo è creare una squadra mobile e giovane, con ricercatori che stiano qui un certo periodo e poi passino ad altre esperienze nel mondo. Abbiamo chiesto — conclude Cingolani — di essere valutati dal Civr, il comitato che fa capo al ministero dell’Università e della ricerca, nella massima trasparenza ». Gli scienziati sono valutati (e pagati, con una parte variabile dello stipendio pari al 20%) in base non solo alle loro scoperte ma anche ai finanziamenti che portano a casa. «Nel budget 2010 — dice infatti Cingolani—100 milioni arrivano dal ministero del Tesoro e 20 sono autoprodotti: derivano cioè dalla nostra capacità autonoma di aggiudicarci progetti speciali europei (partecipiamo a 17 iniziative) e collaborazioni con aziende private, da Fiat a Finmeccanica».

Col tempo, l’ostilità iniziale all’istituto in parte si è attenuata. Con alcune università si sono stabiliti rapporti di collaborazione. Lo stesso è accaduto con il Cnr, con cui è stato appena siglato un accordo sulle nanoscienze, per condividere i risultati e scambiare i ricercatori. Tuttavia parte del mondo scientifico italiano resta critica, come dimostra l’interrogazione parlamentare del fisico e deputato Pd Giovanni Bachelet. Il quale contesta la governance dell’istituto, in quanto presieduto dal direttore generale del Tesoro, che si trova ad essere «controllore e controllato». Riconosce l’eccellenza di singoli scienziati ma non l’eccellenza complessiva dell’Iit. E soprattutto chiede che siano divulgati i risultati di un’indagine, svolta a suo tempo dal fisico teorico Mario Rasetti e dal neurobiologo Elio Raviola su incarico dell’allora m i n i s t r o Tommaso Pa - doa-Schioppa. «L’Iit—afferma Carlo Castellano, presidente di Esaote e figura chiave dell’hi-tech italiana— è un’ottima iniziativa. Penso che nei prossimi mesi un secondo Iit possa aggiungersi al primo nel Parco tecnologico degli Erzelli, a Cornigliano, che inaugureremo l’anno prossimo con l’insediamento delle prime aziende e università: Ericsson, con mille persone, la stessa Esaote e la facoltà di Ingegneria di Genova». Intanto si attende la visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che il 4 maggio visiterà l’Iit e il futuro Parco degli Erzelli.

Edoardo Segantini


26/10/2008

Piccole grandi cure

Piccole grandi cure
 
 

Microscopiche molecole che trasportano e rilasciano farmaci. Dove è difficile arrivare

 

 

 

 

 
Nanotecnologie. Un valzer di particelle lillipuziane dalle straordinarie capacità. Grazie a loro un farmaco incapace di farlo è riuscito a scavalcare la barriera (detta ematoencefalica) che separa il sangue dai fluidi in cui è immerso il cervello. Il medicinale, un analgesico oppiaceo, è la loperamide, che si impiega liberamente per la diarrea proprio perché non «può» arrivare al sistema nervoso. Il nano-autobus è un sofisticato polimero messo a punto da Luca Costantino, chimico farmaceutico dell'università di Modena che lo ha sperimentato con successo nell'animale.

NANOMEDICINA - È questa la nanomedicina? La parola chiave per comprendere di che cosa stiamo parlando è il fullerene, chiamato così in ricordo dell'architetto americano Buckminster Fuller, famoso per le sue strutture poliedriche. Si tratta di una molecola piccolissima, nell'ordine del miliardesimo di metro, che ricorda un pallone da calcio. Prodotto nano-taglia al quale la miniaturizzazione conferisce proprietà che prima non c'erano (in sostanza si manipola la materia a livello molecolare e atomico). In ambito farmaceutico le nanoparticelle promettono di trasportare un farmaco solo nell'organo dove deve agire o di impedirne la distruzione in tempi veloci. O, ancora, di facilitare il passaggio di un tracciante nei tessuti in corso di indagini radiodiagnostiche. Manca ancora, però, un accordo sul termine «nano», come è stato sottolineato poche settimane fa a Bruxelles al convegno sulla sicurezza di queste nuove tecnologie organizzato dalla Commissione europea. «Perché un prodotto sia "nano" non basta che abbia dimensioni invisibili a occhio nudo; deve acquisire proprietà innovative» precisa Marisa Papaluca Amati, viceresponsabile del dipartimento sulla sicurezza delle medicine dell'Emea, l'Agenzia europea del farmaco. «Alcune medicine in commercio sono nano per dimensioni, ma non sono "nuove" — elenca l'esperta dell'agenzia londinese — visto che si tratta spesso di vecchi medicinali veicolati in liposomi, sostanze polimeriche o sospensioni». I liposomi sono piccole sfere di grasso rivestite da una sostanza chimica capace di diminuire la velocità di scomposizione del principio curativo e prolungarne così la permanenza nel sangue. Sono già in commercio farmaci antitumorali (la doxorubicina) che li utilizzano. Sostanze polimeriche, frutto della fusione in aggregati di molecole piccolissime, sono oggi impiegate per rallentare il metabolismo di certi farmaci, e darne perciò quantità minori: succede nella Sclerosi multipla e nelle epatiti croniche.

FIBROSI CISTICA - Principio alla base anche della cura sperimentata a Roma all'ospedale Bambin Gesù dal gastroenterologo Massimo Castro su bambini colpiti dalla fibrosi cistica che devono essere sottoposti a cure prolungate a base di cortisone. La tecnologia è stata messa a punto da Mauro Magnani, professore di biochimica dell'università di Urbino, che spiega: «Si preleva un certo quantitativo di sangue, 50 centimetri cubi, e si tratta con una soluzione salina in modo che i globuli rossi si rigonfino e sulla loro membrana si aprano micropori, attraverso i quali viene inserito un cortisonico, il desametasone. Una volta reimmesse in circolo, queste cellule carrier rilasciano piccole quantità di farmaco per tempi anche superiori ai trenta giorni. Qui il farmaco non è certo "nano" ma lo è la dimensione dei pori e del procedimento». La cura è stata autorizzata dall'Emea come «farmaco orfano» (che non viene messo in commercio, ma è utilizzabile solo in una determinata patologia) per la fibrosi cistica. «Il vantaggio è soprattutto nel dosaggio — spiega Castro — che si riduce di 50 volte, a parità di efficacia». Dopo i buoni risultati all'ospedale Bambin Gesù, la stessa metodica è stata sperimentata da Vito Annese all'ospedale di San Giovanni Rotondo su una settantina di persone colpite dal morbo di Crohn e dalla colite ulcerosa. Stando a quanto pubblicato finora, con buoni risultati. Ma l'idea di trasformare i globuli rossi in un sistema biologico a lento rilascio di sostanze in chiave «nano» può essere utilizzato anche per gli esami diagnostici: Magnani sta lavorando su particelle nanomagnetiche inserite in queste cellule per migliorare le immagini della risonanza.


14:58 Scritto in SALUTE | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: salute, cure, nanotecnologie, ricerca, farmaci | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook