02/12/2010

«Assange si nasconde in Inghilterra»

«Assange si nasconde in Inghilterra»

La Svezia che ha emanato l'ordine d'arresto: «Vogliamo sapere se ci sono problemi». Il fondatore di Wikileaks sarebbe nascosto nel sud-est del Paese. Le squadre speciali Uk sanno dove si trova

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04/02/2010

La ricostruzione dell'omicidio nel racconto di Arrighi: «Due colpi alla nuca, poi sono andato al poligono»

La ricostruzione dell'omicidio nel racconto di Arrighi: «Due colpi alla nuca, poi sono andato al poligono»

 

Como, Il caso dell'armiere che ha ucciso l'imprenditore. «Aveva offeso la mia famiglia. L'ho decapitato con un seghetto»

 

La polizia scientifica lascia la pizzeria Conca d'Oro di Senna Comasco dove è stata trovata la testa dell'imprenditore Giacomo Brambilla, ucciso dall'armiere comasco Alberto Arrighi (Ansa)
La polizia scientifica lascia la pizzeria Conca d'Oro di Senna Comasco dove è stata trovata la testa dell'imprenditore Giacomo Brambilla, ucciso dall'armiere comasco Alberto Arrighi (Ansa)

COMO - «Signor giudice, quando ho sentito quella frase sulla mia famiglia, non ci ho visto più. E ho sparato...». Quale frase può aver mai fatto perdere completamente il senno ad Alberto Arrighi, l’armiere comasco che ha ucciso Giacomo Brambilla, l’ha decapitato bruciandone la testa in un forno e ne ha abbandonato il corpo in una sperduta località a 150 chilometri da Como?

Questa: «Ho detto al Brambilla che non stava rovinando solo me, ma anche mia moglie e le mie figlie. Lui mi ha risposto: "Bello, di tua moglie e delle tue figlie non me ne frega niente!". Poi è successo tutto». «Tutto» è contenuto nel verbale di interrogatorio, il primo sostenuto da Arrighi negli uffici della questura di Como, davanti al pm Antonio Nalesso e all’avvocato difensore Ivan Colciago e dal quale è scaturito il fermo dell’uomo. Per due ore l’armiere, incensurato, consulente della procura, amico di tanti poliziotti e carabinieri, racconta con lucidità i dettagli raccapriccianti del delitto. Uno riguarda la decapitazione: «Ho usato un seghetto, ho fatto tutto da solo, mio suocero non c’entra». Arrighi, nella confessione, tenta in tutti i modi di scagionare Emanuele La Rosa, il suocero che assieme a lui è sottoposto a fermo (ma solo per distruzione di cadavere, non per l’omicidio).

Alberto Arrighi nella sua armeria a Como
Alberto Arrighi nella sua armeria a Como

Il magistrato concentra tuttavia la sua attenzione sui rapporti tra Arrighi e la vittima: lì è contenuto il movente del delitto, i cui contorni sono ancora da definire. Così li ha raccontati il fermato: «Conoscevo il Brambilla perché in passato era stato mio cliente. Verso settembre si è ripresentato da me e pareva che fosse al corrente delle difficoltà economiche che sto attraversando. "Non capisco come un negozio come questo, nel centro di Como, non riesca a sfondare" e si è proposto di aiutarmi nella gestione». Il primo aiuto consiste in un prestito di 70-80 mila euro. Da lì in avanti la presenza del creditore nella vita di Arrighi si fa via via più costante. «Era un incubo. Mi telefonava anche 10-15 volte al giorno, mi impartiva ordini, voleva spadroneggiare». E si giunge alla stretta finale: Brambilla propone all’interlocutore di diventare socio nel negozio con una quota del 99 per cento. Alla famiglia, proprietaria dell’esercizio dal 1938, restano solo le briciole.

È di questo che si parla nell’appuntamento fatale di lunedì. «La lite si è accesa, ho visto il Brambilla che metteva mano alla cintola, temevo mi stesse sparando. Poi ha pronunciato quella frase sulla mia famiglia. Si è girato e ha fatto due passi verso il retro. Ho preso una calibro 22 dal tavolo e gli ho sparato due colpi alla nuca». La sequenza è ripresa anche dalle telecamere del negozio. In seguito Arrighi compie una serie di atti senza logica e senza speranza: «Ho lasciato il cadavere in negozio e sono partito sul Cayenne del Brambilla. Arrivato a Nova Milanese l’ho abbandonato a un distributore della Shell e ho buttato via le chiavi. Sono tornato a Como in taxi e sono andato al poligono a sparare».

E poi lo scempio sul cadavere: «La decisione di bruciare la testa nel forno della pizzeria? Volevo rendere il corpo irriconoscibile». Polizia e procura ora metteranno al vaglio questa confessione con alcuni elementi oggettivi di cui nel verbale non ci sarebbe traccia. Ad esempio: Arrighi parla di due colpi. Dall’esame del cadavere gli spari risultano invece tre, uno dei quali esploso dall’armiere con una calibro 40 che il Brambilla aveva con sé al momento del delitto. C’è poi il mistero di 100 mila euro in contati sequestrati nella pizzeria del suocero: non sono di Arrighi né di La Rosa, forse appartenevano alla vittima.

Claudio Del Frate



02/02/2010

Como, armiere uccide e fa a pezzi il socio. Si indaga su un grosso debito

Como, armiere uccide e fa a pezzi il socio. Si indaga su un grosso debito

 

Lunedì sera in pieno centro cittadino. Agghiacciante delitto compiuto dal gestore di un negozio di armi. Il cadavere ritrovato vicino a Domodossola

 

 

COMO - Ha dato un appuntamento al benzinaio, socio in affari, nel suo negozio di armi, per parlare. Gli doveva dei soldi, tanti soldi: si parla di 200 mila euro. Ma qualcosa è andato storto, e l'armiere ha fatto fuoco. Poi si è disfatto del corpo, facendolo a pezzi. Ma gli è servito a poco, perché le forze dell'ordine hanno scoperto il delitto e lo hanno fermato per omicidio volontario. Il corpo mutilato della vittima è stato trovato dopo alcune ore dalla polizia nei pressi di Domodossola, in Piemonte, su indicazioni date dall'assassino.

IL DELITTO - L'omicidio è stato commesso lunedì sera nel retro dell'armeria Arrighi di via Garibaldi, nel centro storico di Como. Il gestore, ora in stato di fermo, è Alberto Arrighi, 40 anni. La sua fedina penale è perfettamente pulita; l'uomo lavorava addirittura come consulente balistico per la Procura. Pare assodato che da qualche tempo versasse in notevoli difficoltà economiche: nel novembre scorso aveva licenziato il personale del negozio di armi e articoli per cacciatori. La vittima è un imprenditore comasco, Giacomo Brambilla, 43 anni, pure incensurato, titolare di vari distributori di benzina Shell della zona. Secondo quanto si è potuto apprendere i due, che erano in rapporti di affari, avrebbero avuto una discussione, sino al tragico epilogo: Arrighi avrebbe ucciso Brambilla a colpi di pistola, utilizzando un'arma che la polizia questa mattina ha rinvenuto nella vetrina dell'armeria, sembra su indicazione dello stesso Arrighi. Da qui il fermo per omicidio volontario.

LA DENUNCIA - Il provvedimento è scattato dopo che la convivente di Brambilla, durante la notte, ne aveva denunciato la scomparsa. La donna ha parlato di un appuntamento che il compagno aveva con l'Arrighi nel suo negozio. Entrati nell'armeria, gli agenti della polizia hanno trovato tracce di sangue, ma non il cadavere. In mattinata è scattato il fermo di Arrighi, che è stato portato in questura per essere interrogato dalla squadra mobile e dal magistrato di turno. L'uomo ha ammesso il delitto e ha dato agli agenti le indicazioni per ritrovare il cadavere. Nel primo pomeriggio di martedì il corpo, mutilato e decapitato, è stato trovato nei pressi di Domodossola, in Piemonte, a circa 140 chilometri di autostrada da Como.

Claudio Del Frate


12/10/2009

Libico con bomba artigianale si fa esplodere in caserma

Libico con bomba artigianale si fa esplodere in caserma

 

È accaduto alle 7.45 in piazzale Giuseppe Perrucchetti a Milano. Bloccato dai militari, l'uomo ha azionato un ordigno nascosto in una cassetta degli attrezzi: ha perso una mano. Ferito il caporale 20enne che era di guardia

 

MILANO - «È un fatto gravissimo da tutti i punti di vista, ma non è da enfatizzare. L'attenzione delle forze dell'ordine è massima». Questa la prima valutazione del procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, che coordina le indagini sull'attentato di lunedì mattina alla caserma «Santa Barbara» di via Perucchetti. Il procuratore ha precisato che comunque bisognerà capire il contesto in cui è stato compiuto l'attentato e che «se fosse per mano di una persona singola, ci dovrebbe essere una valutazione diversa». L'inchiesta è stata assegnata al pm Maurizio Romanelli, magistrato milanese che ha già condotto parecchie inchieste sul terrorismo islamico. Il bilancio dell'attentato è di due feriti: l'attentatore, Mohamed Game, 34 anni, libico, in gravi condizioni, e un militare ventenne, che ha riportato ferite lievi. L'attentatore, ricoverato al Fatebenefratelli, è in stato di arresto per detenzione, porto abusivo e fabbricazione di esplosivi ed è stato denunciato anche per il reato di strage.

LO SCOPPIO - L'esplosione è avvenuta alle 7.45 davanti alla caserma sede del Primo Reggimento Trasmissioni e del Reggimento artiglieria a cavallo dell'esercito di piazzale Giuseppe Perrucchetti, a Milano (zona Forze Armate). Un uomo di nazionalità libica, Mohamed Game, di 34 anni, con precedenti per ricettazione, è arrivato davanti alla porta carraia con un pacco che conteneva un ordigno rudimentale di bassa potenza, nascosto in una cassetta degli attrezzi. L'uomo ha cercato di approfittare dell'ingresso di un militare che stava entrando nella struttura a prendere servizio con la sua auto, una Fiat Punto. L'attentatore ha cercato di intrufolarsi, ma gli si sono parati davanti i militari di guardia che, per fortuna, erano a qualche metro di distanza e gli hanno spianato contro il fucile mitragliatore. È stato a quel punto che l'uomo ha fatto esplodere il rudimentale ordigno. Prima avrebbe urlato solo alcune parole in arabo. Il comandante della caserma Perrucchetti, il Colonnello Valentino De Simone, e fonti investigative hanno «smentito categoricamente» che il libico abbia proferito frasi inerenti ai nostri militari in Afghanistan, come inizialmente era stato riferito. Dai documenti l'uomo risulta cittadino libico, nato in Libia il 17 ottobre nel 1974, in Italia dal 2003 e in regola con il permesso di soggiorno.

L'ESPLOSIVO - Nella cassetta degli attrezzi c’erano, a quanto sembra, circa due chili di esplosivo artigianale: fortunatamente solo una parte è esplosa, altrimenti la potenza dello scoppio sarebbe stata tale da far crollare l’ingresso della caserma.


IL CAPORALE FERITO - Nello scoppio è rimasto ferito Guido La Veneziana, un caporale di 20 anni del primo regimento Trasmissioni, di servizio in quel momento in caserma; si è rialzato subito, ha rifiutato il ricovero e ha parlato con gli investigatori. Una scheggia lo avrebbe colpito di rimbalzo, procurandogli ferite lievi alla testa.

PERSA LA MANO - Grave invece l'attentatore, Mohamed Game: il personale del 118, dopo averlo intubato e stabilizzato, lo ha portato all'ospedale Fatebenefratelli in codice rosso. L'uomo è ricoverato al Pronto soccorso, in stato di arresto, piantonato da un nutrito numero di poliziotti e carabinieri che presidiano l'ingresso su via Castelfidardo e gli ingressi e i corridoi del reparto. Game è stato portato in sala operatoria, dove è stato sedato e intubato. La prognosi è riservata. Al cittadino libico è stata amputata la mano e riporta lesioni al volto e ai bulbi oculari per le schegge seguite all'esplosione della bomba.

LA COMPAGNA ITALIANA - L'attentatore è residente a Milano e padre di una figlia che ha avuto da una donna italiana, con la quale non risulta essere sposato. In tarda mattinata uomini della Digos si sono recati nella casa dove vive, pare da solo, in cerca di ulteriori elementi su di lui e sulle sue eventuali finalità terroristiche. Il luogo, ovviamente, è coperto dal massimo riserbo, ma non dovrebbe essere molto distante dalla caserma, che si trova nella zona sud-ovest del capoluogo lombardo. Mentre l'uomo è ricoverato per le gravi ferite riportate nell'esplosione, la convivente italiana è sotto interrogatorio.

IL BIGLIETTO DEL TRENO - Il presunto attentatore «sembra fosse giunto a Milano da Napoli, in tasca gli investigatori gli hanno trovato un biglietto ferroviario»: lo ha riferito il consigliere provinciale Giovanni De Nicola parlando ai cronisti in piazzale Perrucchetti. Il politico parla di un «episodio molto, molto preoccupante, che dà l’idea di un piano organizzato e di una possibile base dell’attentatore a Milano».

UN REPARTO IN AFGHANISTAN - Secondo quanto riferito dai vertici militari della caserma Santa Barbara di Milano, un reparto tra quelli di stanza nel complesso milanese dell'Esercito si trova attualmente in zona d'operazioni in Afghanistan. È una compagnia (quindi circa un centinaio di uomini) del primo Reggimento trasmissioni «Spluga», che condivide gli spazi della grande infrastruttura, l'ultima operativa rimasta a Milano, con il Reggimento artiglieria a cavallo, le famose «Voloire». Nella caserma Santa Barbara di Milano c'è anche il centro comando che coordina l'operazione «Strade sicure» nella città, che vede l'impiego di militari sia del Reggimento artiglieria a cavallo, sia di altri reparti anche di fuori città.

LE INTERCETTAZIONI - La caserma Santa Barbara era tra gli obiettivi di due presunti terroristi marocchini arrestati a Milano nel dicembre 2008, che progettavano una serie di attentati proprio nel capoluogo lombardo. Il nome della caserma venne fuori da una telefonata intercettata dalla Digos in cui i due marocchini indicavano anche altri obiettivi: l'Ufficio stranieri e la sede del terzo reparto mobile della Polizia in via Cagni, a Milano, la caserma dei carabinieri di Giussano e la sede della Compagnia dell'Arma a Desio, il parcheggio del supermercato Esselunga di Seregno. I due marocchini, Rachid Ilhami, di 31 anni predicatore del centro culturale «Pace» di Macherio, e Gafir Abdelkader, di 42, furono arrestati il 2 dicembre del 2008: di loro gli investigatori dissero che si trattava di «cani sciolti» pervasi però da forte radicalismo islamico. Dalle intercettazioni è emerso che il gruppo - oltre ai due arrestati l'indagine ha riguardato altre sette persone - dalla predicazione era passato a studiare gli effetti degli ordigni, le tecniche di autodifesa e come utilizzare sostanze comuni per creare ordigni. «Ci vuole qualcosa che rimanga nella storia, così avresti il riconoscimento di Dio e la grazia di Dio» diceva uno dei due arrestati in una conversazione intercettata a settembre 2008. E in un'altra: «Tu vai dentro, per esempio in una caserma dei carabinieri e ci sono 10, 15 militari, e se li terrorizzassimo?» commentavano.

UN CASO ISOLATO - Secondo gli investigatori si trattava di personaggi non inseriti in alcuna organizzazione e che, non essendo riusciti a trovare i contatti necessari per recarsi nelle zone di guerra, avevano deciso di combattere la propria battaglia in Italia. In Procura a Milano hanno comunque fatto sapere che l'attentato alla Perrucchetti sarebbe un caso isolato e non avrebbe nulla a che vedere con i progetti venuti a galla nell'inchiesta che riguarda i marocchini. Inchiesta nella quale non sono mai emersi contatti diretti con fondamentalisti di nazionalità libica.

 


27/05/2009

Arrestato l'assassino di Quarto Oggiaro

Arrestato l'assassino di Quarto Oggiaro

 

L'aggressione domenica sera, davanti a un bar di via Satta. Preso un pregiudicato per l'omicidio di Francesco Crisafulli. Ha dormito nei campi per nascondersi

 

MILANO - Per dargli un nome e un cognome la polizia aveva impiegato poche ore e forse nemmeno: la sua faccia a Quarto Oggiaro la conoscevano in tanti e lui non si era affatto preoccu­pato di nasconderla. Prenderlo è sta­ta questione di un giorno e mezzo, giusto il tempo di cercarlo e trovarlo: la fuga di D.F., così si chiama il killer che l’altra sera aveva trasformato un bar di Quarto nella scena di un film di Tarantino, è finita tra le strade del quartiere e le campagne appena fuo­ri, senza quasi cominciare.

Un uomo sui cinquanta, pregiudicato. Più che una fuga, in verità, il suo è stato un nascondersi da animale braccato: la polizia gli aveva fatto ter­ra bruciata attorno, per una notte in­tera era rimasto sdraiato nei campi evitando le case di chi avrebbe potu­to dargli una mano, tutte ormai tenu­te d’occhio. E appena ha messo fuori la testa dalla sua tana l’hanno becca­to. È successo alle dieci di ieri sera. La stessa ora in cui lui, domenica, era arrivato in quel bar di via Satta per scaricare una pistola intera su Francesco Crisafulli — fratello del boss Biagio «Dentino» — ammazzan­do lui e lasciandosi dietro altri tre fe­riti. Se n’era andato a piedi, com’era arrivato: telecamere a parte (in quel­l’incrocio ce n’erano due), lo aveva­no visto in troppi. Più che una guer­ra tra clan sulla droga che circola in zona, sembra, dietro l’esecuzione ci sarebbe stato un fatto personale.

Paolo Foschini


04/05/2009

CAMORRA: PRESO BOSS LATITANTE, ERA IN BUNKER DI CEMENTO

CAMORRA: PRESO BOSS LATITANTE, ERA IN BUNKER DI CEMENTO

 

CASERTA  - Con l' arresto di Raffaele Diana le forze dell' ordine mettono a segno un altro colpo nella caccia ai capi del clan dei Casalesi. Diana, 56 anni, inserito nell' elenco dei 30 latitanti più pericolosi, è ritenuto dagli investigatori il capo dell' ala guidata da Francesco Schiavone, detto "Sandokan", che è detenuto in regime di 41 bis. Ricercato dal 2004, dopo la fuga al termine di un permesso-premio, Diana, detto "Rafilotto" ed originario di San Cipriano d' Aversa, è considerato il responsabile dell' omicidio di Paride Salzillo, nipote del boss Ernesto Bardellino, che gli dava ordini per telefono dal Brasile.

Salzillo sparì nel marzo 1988, lo stesso giorno in cui Bardellino fu ucciso, ed il suo corpo non è stato più trovato. Assegnato al soggiorno obbligato nel modenese, Diana aveva organizzato un giro di estorsioni in Emilia-Romagna, dove fu arrestato nell' ambito dell' operazione "Zues". Condannato a sette anni e mezzo di reclusione, ottenne nel 2004 un permesso premio dal quale non era più rientrato. La squadra mobile di Caserta ha sorpreso poco dopo le 18 il boss in un appartamento di via Torino a Casal di Principe (Caserta), roccaforte del clan. Il suo nascondiglio era un cunicolo di cemento, dal quale gli agenti lo hanno stanato. Il proprietario dell' appartamento, che non aveva precedenti penali, è stato arrestato. Diana aveva con sé una sacca con una pistola calibro 9 per 21, una 7.65, ed un silenziatore oltre alle munizioni. "Chi siete ? - ha chiesto il boss agli agenti, che stavano cominciando a picconare il cunicolo in cemento - e poi ha aggiunto: "sono armato, ma non sparate". Probabilmente - secondo il capo della squadra mobile di Caserta Rudolfo Ruperti - si era trasferito da pochi giorni in quest' ultimo nascondiglio. Altri due covi utilizzati dal boss dei casalesi, sempre nel casertano, erano stati scoperti in passato dai carabinieri.

"Abbiamo tolto di mezzo un pezzo importante della organizzazione dei casalesi", commenta Ruperti, un capo pericoloso, come testimoniano le armi che aveva con sé" Il 30 aprile è stato arrestato Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco, ritenuto il portaordini del fratello, che è detenuto. Il 14 gennaio a Mignano Montelungo era stato arrestato il superlatitante Giuseppe Setola, ritenuto il capo dell' ala stragista dei Casalesi, responsabile, tra l' altro, dell' agguato contro sei immigrati del Ghana il 18 settembre 2008 ad Ischitella, sul litorale domizio. Il ministro degli interni Roberto Maroni si è complimentato con il capo della polizia Antonio Manganelli per la cattura di Diana, "un altro durissimo colpo inferto ai casalesi". Restano ancora liberi Michele Zagaria ed Antonio Iovine, latitanti da 14 anni, che continuano dai propri nascondigli a tirare le fila del clan, colpito duramente, ma ancora attivo ed in grado di far paura.


11/04/2009

Il tribunale riconosce il figlio di Guareschi

Il tribunale riconosce il figlio di Guareschi

 

La conferma dal dna. Ha vissuto per 45 anni a Sydney: «Non ho mai voluto male a mio padre: lui non disse niente»

 

Giuliano Guareschi (Rastelli)
Giuliano Guareschi (Rastelli)

BRESCELLO (Parma) — «Fi­nalmente anche qui posso sentirmi a casa mia, senza bi­sogno di nascondermi». Per­ché mai il settantaseienne Giuliano, bello, onesto ed emi­grato in Australia nel lontano '62 pronuncia queste parole nella piazza dove si fronteg­giano le statue di Peppone e don Camillo? Perché quattro mesi fa, finalmente, una sen­tenza del tribunale di Parma ha posto fine ad anni di so­spetti e dicerie dichiarando che «Giuliano Montagna... è figlio naturale di Giovannino Guareschi... e accerta il diritto di Giuliano Montagna ad assu­mere il cognome paterno (Guareschi)».

Proprio così: il «papà» del parroco e del sindaco più fa­mosi d’Italia ha un figlio, in più tenuto celato per una vita intera e solo adesso ricono­sciuto anche dalla legge. «Ma sia chiaro che per questo non ho mai chiesto né chiederò un soldo» precisa Giuliano. Ci sono voluti un infarto e un ictus perché Giuliano uscisse definitivamente allo scoperto. «Per 45 anni ho vissuto a Sydney, ho fatto il giornalista alla Fiamma, il giorna­le della comunità italiana di laggiù. Nemmeno in Au­stralia ho rivelato di chi ero figlio. Pensate che nel '68 il mio capo mi chia­ma e mi dice: 'È mor­to uno scrittore italia­no che è delle tue parti: scrivi un pezzo'. Fu così che dovetti buttare giù l'arti­colo sulla scomparsa di Gio­vannino Guareschi».

Flash back necessario: si torna agli anni '30, quando il giovane Guareschi, non anco­ra sposato, non ancora scritto­re, nei paesi in riva al Po in­treccia una relazione con una diciannovenne, Luisa Carta, e nasce un figlio chiamato Giu­liano, che non viene ricono­sciuto dal padre.

«Erano tempi un po’ così, in fatto di morale — commen­ta oggi il «frutto di quella colpa» — e non ho mai voluto male a mio padre per questo. Forse nei suoi panni anch'io avrei fat­to lo stesso». Tocca a Luisa, nel frattem­po sposatasi con un certo Mon­tagna, rivelare a Giuliano ra­gazzo chi è davvero il suo geni­tore. «Rintracciai l'indirizzo dove Guareschi viveva a Mila­no — racconta il figlio — bus­sai alla sua porta. 'Di cosa hai bisogno?' mi chiese lui compa­rendo sull’uscio. 'Sono Giulia­no...' risposi. Lui capì e mi fe­ce entrare».

Nacque da lì un rapporto fatto di incontri saltuari ma sinceri. «Non gli chiesi mai nulla, se non di farmi entrare in qualche giornale a Milano. Lui non voleva, temeva che la storia del figlio illegittimo ve­nisse a galla e temeva soprat­tutto che lo venissero a sapere i comunisti, sempre a caccia di qualche argomento per at­taccarlo. Alla fine mi racco­mandò solo per un posto co­me operaio alla Barilla».

Nel '62 Giuliano prende so­gni, bagagli e fidanzata e va in Australia: «Da allora sono tor­nato raramente, nel 2000 sono rimpatriato per curarmi il cuo­re malato; pensando di essere vicino alla fine scrissi una let­tera ad Alberto e Carlotta, i fi­gli di Guareschi, ottenni una ri­sposta piuttosto fredda. Decisi di fare ricorso al tribunale di Parma perché dichiarasse che anch’io sono un Guareschi».

Nel dicembre scorso l'esa­me del Dna, confrontato con quello di Alberto e Carlotta, gli ha dato ragione. E lui è pu­re guarito dal mal di cuore.

Claudio Del Frate


01/04/2009

Il viaggio di un 16enne afghano dalla Grecia all'Italia sotto un pullman

Il viaggio di un 16enne afghano dalla Grecia all'Italia sotto un pullman

 

Il mezzo riportava a casa una scolaresca in gita scolastica. E' rimasto per 24 ore nascosto all'interno del vano della ruota di scorta

 

TORINO - Un 16enne afghano è arrivato dalla Grecia all'Italia, per la precisione fino in provincia di Torino, nascosto nel vano della ruota di scorta di un pullman. È il viaggio della disperazione di un giovane profugo, giunto a Chieri sull'autobus che riportava a casa una scolaresca in gita scolastica. «È saltato fuori mentre scaricavamo le valigie - racconta Luigi Menini, il titolare della ditta di trasporti a cui appartiene il pullman - e ho subito chiamato carabinieri e Croce Rossa». Indolenzito e privo di forze, il giovane è stato portato al pronto soccorso, dove gli sono state somministrate due flebo.

24 ORE SOTTO IL PULLMAN - «Quando l'ho visto - riprende Menini - non riuscivo a credere ai miei occhi. Quel giovane è rimasto nascosto in quel vano angusto per più di 24 ore». E non era solo: un altro ragazzo, probabilmente connazionale, è saltato fuori da un altro pullman (in totale erano tre) che riportava a casa la scolaresca dalla Grecia. «Il mio autista ha subito avvisato la polizia stradale - dice Menini - mai avremmo immaginato che ci fosse un altro clandestino».