05/02/2010

Effetto debito, le Borse ancora giù

Effetto debito, le Borse ancora giù

 

Timori per i conti pubblici spagnoli. Zapatero: «Lo status di paese solvibile è garantito». Le piazze europee partono male, poi riducono le perdite per effetto dei dati sull'occupazione Usa. Tokyo a -2,9%

 

(Afp)
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MILANO - Dopo il giovedì di paura sulle Borse europee (legato ai timori sul debito e sulla tenuta economica di Spagna e Portogallo), i mercati aprono le sedute ancora con il segno meno. Milano parte a -0,53% per poi precipitare a -2,54%. Le piazze del Vecchio Continente riducono leggermente le perdite dopo i dati contrastanti sull'occupazione Usa. Il dipartimento del Lavoro americano ha infatti annunciato per il mese di dicembre una flessione di 20.000 posti di lavoro, ma il tasso di disoccupazione si è attestato al 9,7%, meglio delle attese che lo davano al 10,1%. A Piazza Affari il Ftse Mib riduce la perdita a -1,34%, Zurigo l'1,16%, Londra lo 0,94% e Francoforte lo 0,75%. In caduta libera la Borsa di Atene: a metà giornata l'Indice generale dei primi venti titoli perde il 4,38%. Parigi cede il 2,1%, mentre Madrid arretra solo dello 0,57% e Lisbona dell'1,4%.

GIAPPONE - Anche Tokyo, sulla scia dei dati Usa sulla disoccupazione, ha chiuso in forte ribasso. L'indice Nikkei dei 225 titoli guida ha perso 298,89 punti, pari al 2,9%, scendendo a quota 10.057,09.

ZAPATERO - Intanto il premier spagnolo, José Luis Rodriguez Zapatero, assicura da Washington che il debito della Spagna resta su un livello «ragionevole» e lo status «di paese solvibile è garantito». «Dopo la crisi, è venuto il momento di ripianare i conti pubblici», ha commentato Zapatero durante una visita alla Camera di commercio americana.

LO SCENARIO - Da alcuni giorni, gli osservatori e gli analisti sono preoccupati per lo stato dei conti pubblici di Spagna e Portogallo, che agita il fantasma della Grecia, i cui deficit e debito sono talmente alti che la Commissione europea ha deciso di mettere il paese sotto semi-tutela.


13/04/2009

Il piano Obama per General Motors: una bancarotta «rapida e chirurgica»

Il piano Obama per General Motors: una bancarotta «rapida e chirurgica»

 

Titolo a picco in Borsa. indici in rosso A wall Street. Spesa per i contribuenti tra 5 e 7 miliardi di dollari. Fiat-Chrysler: Marchionne verso il ruolo di ad

 

(Afp)
(Afp)

NEW YORK- General Motors rischia la bancarotta, mentre proseguono a ritmo serrato le trattative fra Fiat e Chrysler per chiudere l'alleanza entro la scadenza imposta dall'amministrazione Obama: al centro di colloqui ci sarebbero - secondo indiscrezioni - la struttura proprietaria di Chrysler, un nuovo cda e un nuovo management. Fra le opzioni in esame - secondo quanto riportato da Automotive News - ci sarebbe un coinvolgimento diretto dell'amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, nella gestione delle attività di Chrysler, addirittura con il ruolo di ad. La strada verso un accordo fra il Lingotto e la più piccola delle case automobilistiche americane non appare comunque in discesa, con l'assetto proprietario di Chrysler oggetto di complesse negoziazioni fra gli azionisti Cerberus e Daimler e il sindacato United Auto Worker e i creditori.

GM, IPOTESI BANCAROTTA - General Motors ha ancora un mese e mezzo di tempo per presentare un piano di ristrutturazione credibile, ma il governo degli Stati Uniti si sta già preparando a una bancarotta «rapida e chirurgica», nel caso la casa di Detroit non riesca a dimostrare di poter tornare solvibile. In questo caso, la spesa a carico dei contribuenti sarebbe compresa tra i 5 e i 7 miliardi di dollari. Sarebbe questa, secondo numerosi organi di stampa americani, tra cui il New York Times, la soluzione preferita dall'amministrazione Obama per pilotare i destini del colosso automobilistico di Detroit, alla prese con enormi difficoltà finanziarie e nel pieno di tumultuose trattative con gli obbligazionisti e i sindacati dei lavoratori.

LA TASK FORCE - I membri della task force nominata dal presidente americano per il settore automobilistico sono in contatto con il management della casa di Detroit e con i consulenti del gruppo in una fase definita dal quotidiano di Manhattan «preparatoria» al processo di amministrazione controllata (il cosiddetto «Capitolo 11») nel caso in cui, entro il primo giugno, l’azienda non sia ancora riuscita a far quadrare il cerchio con obbligazionisti e sindacati. Lo stesso, Fritz Henderson, nuovo ad della società al posto di Rick Wagoner, silurato proprio da Obama, si è detto pronto alla prospettiva dell'amministrazione controllata.

IN BORSA - La prospettiva della bancarotta del più grande costruttore di auto in America (e fino a un anno fa, prima del sorpasso di Toyota, anche nel mondo) non è stata ben accolta dagli investitori: il titolo di Gm è precipitato sulle Borse americane, con un calo del 16%. A Wall Street, peraltro, gli indici sono partiti male, con il Dow Jones che ha aperto in flessione di quasi l'1%, per poi limare le perdite in prossimità della chiusura con un calo dello 0,52% risalendo sopra quota 8.000 punti (8.041,24). Lo S&P 500 segna -0,06% a 856,02 punti e il Nasdaq composite -0,46% a 1.644,87 punti.

LE TRATTATIVE - Al momento Gm è in trattative con i detentori di bond societari per la conversione di debito in azioni, un’operazione dal valore complessivo pari a 28 miliardi di dollari che allarma i creditori, che temono di perdere parte dei loro investimenti. Alla fine del mese scorso la task force dell'auto di Obama aveva dato 60 giorni a General Motors per elaborare un programma di taglio dei costi e ridurre i propri debiti, così da poter accedere a nuovi prestiti statali. Lo scenario più probabile, in caso di bancarotta pilotata, prevede infatti la divisione degli asset di General Motors tra una «good company» e una «bad company» che si accollerebbe i marchi privi di mercato e i debiti legati al piano sanitario per i dipendenti. Secondo il Wall Street Journal, gli obbligazionisti di General Motors stanno già preparando un'azione legale nel caso il governo presenti un piano che possa danneggiare i loro investimenti.


26/03/2009

Il 13enne Alfie Pattern non è il padre Lo ha dimostrato il test del Dna

Il 13enne Alfie Pattern non è il padre Lo ha dimostrato il test del Dna

 

Smontato il caso del baby-papà inglese Alfie Pattern. La giovane mamma lo aveva già confessato alla sorella: potrebbe essere un altro ragazzino

 

(foto di Lee Thompson)

LONDRA - Il suo volto, quello di un ragazzino tredicenne appena diventato papà, aveva fatto il giro del mondo. Adesso si è saputo che Alfie Pattern non è il papà di Maisie Roxanne: lo ha dimostrato il test del Dna. Secondo i giornali britannici, la giovane mamma, Chantelle Steadman avrebbe confessato alla sorella maggiore che il padre naturale di sua figlia potrebbe essere qualcun altro dei ragazzini con cui ha avuto rapporti negli ultimi mesi.

LA MENZOGNA - La menzogna era cominciata a emergere subito dopo la clamorosa notizia, quando anche altri adolescenti avevano confessato di aver avuto relazioni con Chantelle. Alfie e la 15enne Chantelle erano "fidanzati" da due anni e lui le aveva creduto quando lei lo aveva assicurato di essere il padre della creatura. La sconcertante vicenda aveva portato clamorosamente alla ribalta il problema della promiscuità degli adolescenti in Gran Bretagna, dove è altissima la percentuale anche delle ragazzine che rimangono incinte precocemente.