12/08/2010

Mozzarelle, dopo le blu quelle a puntini rossi i carabinieri del Nas intervengono nel lodigiano

Mozzarelle, dopo le blu quelle a puntini rossi i carabinieri del Nas intervengono nel lodigiano

La "scoperta" di una donna di Livraga che le aveva acquistate da un suo abituale fornitore

Continua...


27/02/2010

Geox inaugura a Milano il primo palazzo che respira

Geox inaugura a Milano il primo palazzo che respira

 

In concomitanza con la settimana della moda milanese inaugurato il più grande e innovativo negozio monomarca

 

 

In occasione della settimana della moda milanese, Geox inaugura a Milano il "Palazzo che Respira", il suo più grande negozio monomarca, che si inserisce in un progetto architettonico di più ampio respiro che coinvolge l’intero palazzo di via Torino all’angolo con piazza Duomo. La crescita delle dimensioni dei negozi monomarca è legato all’ampliamento, negli ultimi anni, della gamma delle calzature Geox per uomo, donna e bambino, oltre alle linee di abbigliamento. Lo store milanese interagisce con il resto dell’edificio, che è stato ripensato e ridisegnato dall’architetto Dante Benini.


04/02/2010

La ricostruzione dell'omicidio nel racconto di Arrighi: «Due colpi alla nuca, poi sono andato al poligono»

La ricostruzione dell'omicidio nel racconto di Arrighi: «Due colpi alla nuca, poi sono andato al poligono»

 

Como, Il caso dell'armiere che ha ucciso l'imprenditore. «Aveva offeso la mia famiglia. L'ho decapitato con un seghetto»

 

La polizia scientifica lascia la pizzeria Conca d'Oro di Senna Comasco dove è stata trovata la testa dell'imprenditore Giacomo Brambilla, ucciso dall'armiere comasco Alberto Arrighi (Ansa)
La polizia scientifica lascia la pizzeria Conca d'Oro di Senna Comasco dove è stata trovata la testa dell'imprenditore Giacomo Brambilla, ucciso dall'armiere comasco Alberto Arrighi (Ansa)

COMO - «Signor giudice, quando ho sentito quella frase sulla mia famiglia, non ci ho visto più. E ho sparato...». Quale frase può aver mai fatto perdere completamente il senno ad Alberto Arrighi, l’armiere comasco che ha ucciso Giacomo Brambilla, l’ha decapitato bruciandone la testa in un forno e ne ha abbandonato il corpo in una sperduta località a 150 chilometri da Como?

Questa: «Ho detto al Brambilla che non stava rovinando solo me, ma anche mia moglie e le mie figlie. Lui mi ha risposto: "Bello, di tua moglie e delle tue figlie non me ne frega niente!". Poi è successo tutto». «Tutto» è contenuto nel verbale di interrogatorio, il primo sostenuto da Arrighi negli uffici della questura di Como, davanti al pm Antonio Nalesso e all’avvocato difensore Ivan Colciago e dal quale è scaturito il fermo dell’uomo. Per due ore l’armiere, incensurato, consulente della procura, amico di tanti poliziotti e carabinieri, racconta con lucidità i dettagli raccapriccianti del delitto. Uno riguarda la decapitazione: «Ho usato un seghetto, ho fatto tutto da solo, mio suocero non c’entra». Arrighi, nella confessione, tenta in tutti i modi di scagionare Emanuele La Rosa, il suocero che assieme a lui è sottoposto a fermo (ma solo per distruzione di cadavere, non per l’omicidio).

Alberto Arrighi nella sua armeria a Como
Alberto Arrighi nella sua armeria a Como

Il magistrato concentra tuttavia la sua attenzione sui rapporti tra Arrighi e la vittima: lì è contenuto il movente del delitto, i cui contorni sono ancora da definire. Così li ha raccontati il fermato: «Conoscevo il Brambilla perché in passato era stato mio cliente. Verso settembre si è ripresentato da me e pareva che fosse al corrente delle difficoltà economiche che sto attraversando. "Non capisco come un negozio come questo, nel centro di Como, non riesca a sfondare" e si è proposto di aiutarmi nella gestione». Il primo aiuto consiste in un prestito di 70-80 mila euro. Da lì in avanti la presenza del creditore nella vita di Arrighi si fa via via più costante. «Era un incubo. Mi telefonava anche 10-15 volte al giorno, mi impartiva ordini, voleva spadroneggiare». E si giunge alla stretta finale: Brambilla propone all’interlocutore di diventare socio nel negozio con una quota del 99 per cento. Alla famiglia, proprietaria dell’esercizio dal 1938, restano solo le briciole.

È di questo che si parla nell’appuntamento fatale di lunedì. «La lite si è accesa, ho visto il Brambilla che metteva mano alla cintola, temevo mi stesse sparando. Poi ha pronunciato quella frase sulla mia famiglia. Si è girato e ha fatto due passi verso il retro. Ho preso una calibro 22 dal tavolo e gli ho sparato due colpi alla nuca». La sequenza è ripresa anche dalle telecamere del negozio. In seguito Arrighi compie una serie di atti senza logica e senza speranza: «Ho lasciato il cadavere in negozio e sono partito sul Cayenne del Brambilla. Arrivato a Nova Milanese l’ho abbandonato a un distributore della Shell e ho buttato via le chiavi. Sono tornato a Como in taxi e sono andato al poligono a sparare».

E poi lo scempio sul cadavere: «La decisione di bruciare la testa nel forno della pizzeria? Volevo rendere il corpo irriconoscibile». Polizia e procura ora metteranno al vaglio questa confessione con alcuni elementi oggettivi di cui nel verbale non ci sarebbe traccia. Ad esempio: Arrighi parla di due colpi. Dall’esame del cadavere gli spari risultano invece tre, uno dei quali esploso dall’armiere con una calibro 40 che il Brambilla aveva con sé al momento del delitto. C’è poi il mistero di 100 mila euro in contati sequestrati nella pizzeria del suocero: non sono di Arrighi né di La Rosa, forse appartenevano alla vittima.

Claudio Del Frate



02/02/2010

Como, armiere uccide e fa a pezzi il socio. Si indaga su un grosso debito

Como, armiere uccide e fa a pezzi il socio. Si indaga su un grosso debito

 

Lunedì sera in pieno centro cittadino. Agghiacciante delitto compiuto dal gestore di un negozio di armi. Il cadavere ritrovato vicino a Domodossola

 

 

COMO - Ha dato un appuntamento al benzinaio, socio in affari, nel suo negozio di armi, per parlare. Gli doveva dei soldi, tanti soldi: si parla di 200 mila euro. Ma qualcosa è andato storto, e l'armiere ha fatto fuoco. Poi si è disfatto del corpo, facendolo a pezzi. Ma gli è servito a poco, perché le forze dell'ordine hanno scoperto il delitto e lo hanno fermato per omicidio volontario. Il corpo mutilato della vittima è stato trovato dopo alcune ore dalla polizia nei pressi di Domodossola, in Piemonte, su indicazioni date dall'assassino.

IL DELITTO - L'omicidio è stato commesso lunedì sera nel retro dell'armeria Arrighi di via Garibaldi, nel centro storico di Como. Il gestore, ora in stato di fermo, è Alberto Arrighi, 40 anni. La sua fedina penale è perfettamente pulita; l'uomo lavorava addirittura come consulente balistico per la Procura. Pare assodato che da qualche tempo versasse in notevoli difficoltà economiche: nel novembre scorso aveva licenziato il personale del negozio di armi e articoli per cacciatori. La vittima è un imprenditore comasco, Giacomo Brambilla, 43 anni, pure incensurato, titolare di vari distributori di benzina Shell della zona. Secondo quanto si è potuto apprendere i due, che erano in rapporti di affari, avrebbero avuto una discussione, sino al tragico epilogo: Arrighi avrebbe ucciso Brambilla a colpi di pistola, utilizzando un'arma che la polizia questa mattina ha rinvenuto nella vetrina dell'armeria, sembra su indicazione dello stesso Arrighi. Da qui il fermo per omicidio volontario.

LA DENUNCIA - Il provvedimento è scattato dopo che la convivente di Brambilla, durante la notte, ne aveva denunciato la scomparsa. La donna ha parlato di un appuntamento che il compagno aveva con l'Arrighi nel suo negozio. Entrati nell'armeria, gli agenti della polizia hanno trovato tracce di sangue, ma non il cadavere. In mattinata è scattato il fermo di Arrighi, che è stato portato in questura per essere interrogato dalla squadra mobile e dal magistrato di turno. L'uomo ha ammesso il delitto e ha dato agli agenti le indicazioni per ritrovare il cadavere. Nel primo pomeriggio di martedì il corpo, mutilato e decapitato, è stato trovato nei pressi di Domodossola, in Piemonte, a circa 140 chilometri di autostrada da Como.

Claudio Del Frate


20/01/2010

Lucera, 14enne sequestrata in un negozio Arrestato l'uomo che l'ha presa in ostaggio

Lucera, 14enne sequestrata in un negozio Arrestato l'uomo che l'ha presa in ostaggio

 

Tre anni fa aveva fatto la stessa cosa con un'altra giovane donna. Massimiliano Credico, 35 anni, chiedeva di incontrare la Mussolini: ha dei problemi psichici

 

L'interno del negozio 'Curiosando'
L'interno del negozio 'Curiosando'

LUCERA (Foggia) - Alla fine, dopo oltre sette ore, è stato arrestato dai Nocs l'uomo che aveva preso in ostaggio una ragazzina di 14 anni in un negozio nel centro di Lucera, in Puglia. Massimiliano Credico, di 35 anni, con problemi psichici e noto per un gesto simile commesso in passato, era armato con un coltello. La ragazzina, che è uscita indenne dal sequestro, era entrata per fare degli acquisti insieme a due amiche: all’improvviso l’uomo era entrato e l'aveva afferrata, mentre le amiche e la cassiera erano riuscite a fuggire. Tenendola accanto a sé, aveva chiesto di parlare con l'onorevole Alessandra Mussolini, probabilmente per chiedere un posto di lavoro. Davanti al negozio, che si chiama "Curiosando" ed è in centro città, si sono radunate in poco tempo decine di poliziotti, carabinieri, vigili urbani e il procuratore Massimo Lucianetti. Con l'uomo è iniziata una delicata trattativa, condotta da un appuntato dei carabinieri della Compagnia di Lucera che lo conosceva da tempo. Si cercava di convincerlo a lasciar andare la piccola e a consegnarsi alle forze di polizia ma l'uomo chiedeva di poter parlare con l'onorevole Mussolini di persona, e non al telefono, prima di lasciare l'ostaggio. «Fatela venire qua - aveva detto - e così facciamo lo scambio con la ragazza».

IL PRECEDENTE - Il 6 maggio 2007 il 35enne era stato protagonista di un gesto simile: nel parcheggio di un centro commerciale, sempre a Lucera, ha sequestrato una giovane donna incinta di tre mesi, minacciandola con un coltello. Quindi l'ha costretta a entrare in un negozio e a restare con lui per alcune ore mentre, in uno stato di evidente confusione mentale, chiedeva alla polizia di parlare con alcuni politici: oltre alla Mussolini, Pietro Fassino e Carlo Azeglio Ciampi. Probabilmente voleva un loro intervento per un posto di lavoro. In quella circostanza era stata proprio la Mussolini, chiamata al telefono, a dare una mano per la liberazione dell'ostaggio: durante la telefonata è scoppiato il caos ed è stato facile per poliziotti e carabinieri bloccare il sequestratore. Uno psicologo della Polizia, il dottor Ippolito, ha parlato con Massimiliano Credico.

LA MUSSOLINI ERA PRONTA AL COLLOQUIO - Alessandra Mussolini aveva provato a mettersi in contatto con l'uomo durante le ore del sequestro: «Appena ho saputo mi ero messa in contatto con la polizia. Ho dato il mio numero di cellulare per parlare con il sequestratore, ma lui non credeva che fossi io dall'altra parte del filo. Il fatto è che già nel 2007 successe la stessa cosa - spiegava ancora la parlamentare - Anche in quella occasione chiese di parlare con me e gli fu detto che io ero al telefono, ma non era vero».

Redazione online


19/01/2010

Lucera, 14enne sequestrata in un negozio

Lucera, 14enne sequestrata in un negozio

 

Tre anni fa aveva fatto la stessa cosa con un'altra giovane donna. Presa in ostaggio da un uomo con un coltello che chiede di incontrare la Mussolini: ha dei problemi psichici

 

 

L'interno del negozio 'Curiosando'
L'interno del negozio 'Curiosando'

LUCERA (Foggia) - Ha preso in ostaggio una ragazzina di 14 anni in un negozio nel centro di Lucera, in Puglia. Massimiliano Credico, di 35 anni, con problemi psichici e noto per un gesto simile commesso in passato, è armato con un coltello. La ragazzina era entrata per fare degli acquisti insieme a due amiche: all’improvviso l’uomo è entrato e l'ha afferrata, mentre le amiche e la cassiera sono riuscite a fuggire. Tenendola accanto a sé, ha chiesto di parlare con l'onorevole Alessandra Mussolini. Davanti al negozio, che si chiama "Curiosando" ed è in centro città, ci sono poliziotti, carabinieri, vigili urbani e il procuratore Massimo Lucianetti. Con l'uomo è in corso una trattativa condotta da un appuntato dei carabinieri della Compagnia di Lucera che lo conosce da tempo. Sta cercando di convincerlo a lasciar andare la piccola e a consegnarsi alle forze di polizia.

IL PRECEDENTE - Il 6 maggio 2007 il 35enne era stato protagonista di un gesto simile: nel parcheggio di un centro commerciale, sempre a Lucera, ha sequestrato una giovane donna incinta di tre mesi, minacciandola con un coltello. Quindi l'ha costretta a entrare in un negozio e a restare con lui per alcune ore mentre, in uno stato di evidente confusione mentale, chiedeva alla polizia di parlare con alcuni politici: oltre alla Mussolini, Pietro Fassino e Carlo Azeglio Ciampi. Probabilmente voleva un loro intervento per un posto di lavoro. In quella circostanza era stata proprio la Mussolini, chiamata al telefono, a dare una mano per la liberazione dell'ostaggio: durante la telefonata è scoppiato il caos ed è stato facile per poliziotti e carabinieri bloccare il sequestratore. Uno psicologo della Polizia, il dottor Ippolito, ha parlato con Massimiliano Credico.

LA MUSSOLINI PRONTA A UN COLLOQUIO - Intanto si è saputo che Alessandra Mussolini ha provato a mettersi in contatto con l'uomo: «Appena ho saputo mi sono messa in contatto con la polizia. Ho dato il mio numero di cellulare per parlare con il sequestratore, ma lui non ci crede che ci sia io dall'altra parte del filo. Il fatto è che già nel 2007 successe la stessa cosa - spiega ancora la parlamentare - Anche in quella occasione chiese di parlare con me e gli fu detto che io ero al telefono, ma non era vero». «Per farmi credere gli potrei dire cose che solo io posso sapere», insiste la parlamentare, che aggiunge: «Per convincerlo sarei disposta anche a fare un collegamento video... Ma queste sono cose che deve decidere la polizia».

Redazione online


19/04/2009

Tenta stupro in negozio, arrestato

Tenta stupro in negozio, arrestato

 

In manette nel Bergamasco un rom italiano di 21 anni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un rom di 21 anni e' stato arrestato perche' sospettato di aver aggredito nel tentativo di stuprarla la titolare di un negozio. Il fatto e' avvenuto in un negozio a Romano di Lombardia (Bergamo). Il giovane, di nazionalita' italiana, e' entrato nel locale e approfittando che non c'era nessuno, armato di coltello, ha aggredito la sua vittima, 43 anni. La donna e' riuscita ad urlare e l'aggressore e' fuggito. La commerciante ha chiamato i carabinieri che hanno arrestato il giovane.


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16/01/2009

Imperia, disabile cacciata da un negozio

Imperia, disabile cacciata da un negozio

«Ritengo sufficiente un rimprovero, anche se questo fatto mi lascia amareggiata». Il direttore, quando si è accorto della carrozzina elettrica, le ha detto di uscire. Un'amica ha chiamato i carabinieri

 

IMPERIA - Cacciata da un negozio perché disabile. È successo a Imperia, protagonista una ragazza di 21 anni, Annarita Marino, di Diano Marina. Insieme a delle amiche è entrata nel supermercato Oviesse di via Repubblica, ma il direttore dell'esercizio, Alberto Crippa (48 anni), infastidito dalla carrozzina motorizzata su cui la ragazza è costretta a muoversi, le ha detto di allontanarsi. Un gesto che ha suscitato la rabbia degli altri presenti, anche loro usciti dal negozio in segno di solidarietà.

GIUSTIFICAZIONI - Un'amica di Annarita ha chiamato i carabinieri, arrivati poco dopo: solo a quel punto il responsabile del punto vendita ha permesso alla ragazza di entrare. Lei si è detta profondamente amareggiata per l'accaduto, ma ha rinunciato a sporgere denuncia. Crippa ha detto in un primo tempo che non voleva far entrare la carrozzella per timore che impedisse agli altri clienti di muoversi liberamente, quindi ha aggiunto di temere che si trattasse di un veicolo non omologato.

«SCIOCCATA» - «Ero andata a Imperia a incontrare due mie amiche - ha raccontato Annarita -. Abbiamo deciso di entrare all'Oviesse: loro, con il passeggino alla mano, sono entrate. Hanno chiesto se potevo entrare anch'io e un addetto ha fatto cenno di sì. Poco dopo, però, è arrivato il direttore che mi ha fatta uscire. Una mia amica gli ha risposto 'vorrei che avesse anche lei una figlia disabile, per capire cosa significa' e lui ha subito minacciato querele. Così la mia amica ha chiamato i carabinieri. Io sono rimasta molto scioccata, ma non ho voluto sporgere alcuna denuncia, pensando che un rimprovero ben dato dai carabinieri, possa essere ugualmente sufficiente». Annarita, che si è diplomata l'anno scorso all'Itc di Imperia, è impiegata alla Croce d'Oro di Cervo per una borsa-lavoro.


31/12/2008

Teheran, bruciato negozio Benetton

Teheran, bruciato negozio Benetton

Un quotidiano iraniano: «L'arrivo della catena italiana aveva già provocato proteste», atto di ostilità contro il marchio, considerato "filo-sionista"

 

 

TEHERAN - Un negozio della catena italiana Benetton è stato dato alle fiamme nelle prime ore del mattino a Teheran in segno di protesta contro l'offensiva israeliana a Gaza. Lo riferisce lo 'Straits Times' di Singapore, citando l'iraniano 'Jomhuri Eslami'. Secondo il quotidiano iraniano, con il gesto si è voluto colpire Benetton perché «legato alla rete sionista», aggiungendo che l'apertura dei negozi dell'azienda di Treviso «ha scatenato numerose proteste negli scorsi due anni».

INCHIESTA - La boutique si trovava a Dowlat street, nella ricca zona settentrionale della capitale iraniana. I vigili del fuoco di Teheran hanno aperto un'inchiesta.