10/10/2011

Nobel per l'economia agli americani Sims e Sargent

Nobel per l'economia agli americani Sims e Sargent

I due studiosi statunitensi sono stati premiati "per i loro studi empirici su causa ed effetto in ambito macroeconomico", cercano una via d'uscita dalla confusione studiando gli effetti della crisi nelle famiglie e i tassi di interesse attuali.  Il riconoscimento ammonta a 10 milioni di corone svedesi, pari a 1,5 milioni di dollari

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25/02/2010

Rita Levi Montalcini in ospedale: frattura al femore cadendo in casa

Rita Levi Montalcini in ospedale: frattura al femore cadendo in casa

 

La scienziata già operata al Sant'Andrea: sta bene

 

 

Rita Levi Montalcini
Rita Levi Montalcini

ROMA - Rita Levi Montalcini è stata giá operata e sta bene, dopo la rottura del femore causata da una caduta in casa. Ad assicurarlo è l'entourage del Premio Nobel.
Ricoverata nell'ospedale Sant'Andrea di Roma, la scienziata Premio Nobel - che mercoledì si era rotta il femore cadendo in casa - «sta bene e mantiene il suo spirito combattivo». La Montalcini, che nel 2009 ha spento 100 candeline, ha subito un intervento rapido e senza complicazioni.

GLI AUGURI DEL SENATO - L'aula del Senato invia alla senatrice a vita Rita Levi Montalcini gli «auguri di pronta guarigione» dopo che il presidente di turno Vannino Chiti ha annunciato il ricovero della senatrice per una frattura del femore.

Redazione online


11/10/2009

Il «vaccino» anti-telomerasi

Il «vaccino» anti-telomerasi

 

Dopo il nobel a Elisabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak. Agire contro l'enzima che regola la lunghezza dei cromosomi potrebbe portare alla realizzazione di preparati anti-cancro «universali»

 

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L'idea di costruire un vaccino «universale» contro il cancro è quasi in controtendenza. Tutti parlano di target therapy, la cura personalizzata a misura di paziente, e buona parte della ricerca si è focalizzata sulla possibilità di colpire bersagli molecolari specifici per ogni tipo di tumore non soltanto con i vaccini, ma anche con i farmaci. Ma c'è anche un'altra strada, che l'assegnazione del premio Nobel per la medicina di quest'anno ha riproposto, su cui si stanno muovendo molti gruppi di sperimentatori, anche privati, con notevoli investimenti economici. Gli americani Elisabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak hanno ottenuto il riconoscimento dell'Accademia svedese per le loro scoperte sui telomeri, cioè su quelle porzioni di Dna che stanno all'estremità dei cromosomi. «Le loro ricerche - spiega Elena Giulotto del Dipartimento di genetica "Adriano Buzzati Traverso" all’università di Pavia, esperta di telomeri di cui studia alcuni aspetti funzionali, pubblicando lavori su riviste del calibro di Science- hanno fondamentalmente risposto a un quesito biologico. Questo: come mai, durante la divisione cellulare le terminazioni dei cromosomi non si replicano come il resto del Dna? I tre scienziati hanno scoperto che i telomeri sono organizzati in sequenze di Dna semplici e ripetute e che l'enzima specializzato per la loro replicazione è la telomerasi. Senza questo enzima i telomeri tenderebbero ad accorciarsi a ogni replicazione delle cellule». Esiste, dunque, un equilibrio dinamico fra "accorciamento" dei telomeri, dovuto alle successive replicazioni dei cromosomi, e "allungamento", reso possibile dalla presenza della telomerasi. Nelle cellule somatiche di un adulto normale, la telomerasi è inattiva, i telomeri tendono ad accorciarsi (tant'è vero che sono più corti negli anziani) e le cellule possono andare incontro a senescenza; nelle cellule staminali e riproduttive, invece, l'enzima è attivo e mantiene stabile il Dna.

INVECCHIAMENTO E TUMORI - «Il fenomeno della senescenza legato all’accorciamento dei telomeri - precisa Elena Giulotto - che, peraltro, si osserva solo in laboratorio, ha fatto ipotizzare la possibilità di prevenire o curare l’invecchiamento. È vero, l’inserimento di un gene della telomerasi nelle cellule le rende immortali, ma quello che succede nell’organismo umano è ben diverso anche perchè l'invecchiamento è dovuto a tantissimi altri fattori». L’elisir di lunga vita è ancora lontano, ma le cure anti-cancro no. «Nel 90 per cento dei tumori - spiega Giulotto - la telomerasi è attiva e i telomeri non si accorciano. La telomerasi, dunque, è un marcatore comune a moltissime neoplasie». Ecco perchè terapie mirate contro la telomerasi diventerebbero terapie "universali". La telomerasi è un enzima complesso perché è formato da un filamento di Rna, cioè da una sequenza di oligonucleotidi, che fa da stampo per la sintesi del Dna dei telomeri e da una parte proteica, costituita dall'enzima trascrittasi inversa (che sintetizza il Dna partendo dallo "stampo" a Rna). I bersagli di vaccini e farmaci anti-telomerasi, dunque, possono essere più di uno. Un'idea potrebbe essere quella di inibire la trascrittasi inversa con un farmaco (è lo stesso meccanismo dell'Azt, il famoso farmaco che blocca la replicazione del virus dell'Aids) o di bloccare l’Rna con sequenze di oligonucleotidi capaci di legarsi alla sua molecola. L'altra è quella del vaccino: la possibilità, cioè, di stimolare l'organismo stesso a produrre cellule capaci di aggredire la telomerasi.

SPERIMENTAZIONE - Alcuni composti sono già in fase sperimentazione preliminare sull’uomo. In sei centri americani, compresa la Duke University di Durham, stanno sperimentando in alcuni tumori (della prostata, del rene e leucemie), un vaccino anti-telomerasi (Grnvac1) che si sta rivelando sicuro e capace di stimolare linfociti citotossici specifici per la telomerasi. Due farmaci a base di oligonucleotidi (il Grn163 e il Grn163L9, che funzionano però come inibitori enzimatici, hanno superato le prove sugli animali e sono in studio in 20 centri, sempre americani (su pazienti, per esempio, con mieloma multiplo), anche in combinazione con altre terapie. Questi composti, inibendo l’enzima, provocano un progressivo accorciamento dei telomeri, con conseguente instabilità del genoma e morte della cellula. «Il problema - conclude Giulotto - sarà quello di valutare il loro impatto sulla telomerasi delle cellule sane, soprattutto quelle staminali e germinali ricche di telomerasi».

Adriana Bazzi

Fonte: Corriere.it


06/03/2009

Il lamento di Bloom: è un Nobel per idioti

Il lamento di Bloom: è un Nobel per idioti

 

Il critico letterario USA confessa odi e amori. E sfida le lobby universitarie. Le Clézio illeggibile. La Lessing? Ha scritto un solo libro Amo Cormac McCarthy. Salinger sarà dimenticato

 

NEW YORK — «Un anno fa sono caduto, spezzandomi tutte le vertebre della schiena. I dottori mi avevano dato per morto, ma eccomi qua». Gli occhi chiaro-cangiante di Harold Bloom sono pieni di tristezza mista a pudore mentre cerca di giustificare quel bastone, ormai inseparabile, cui s'aggrappa per sostenere il peso degli anni e le angherie di un fisico che non vuol saperne di rincorrere i ritmi ancora frenetici della sua straordinaria mente.
«La cosa che mi duole di più oggi è non poter viaggiare», spiega l'autore de Il canone occidentale, L'angoscia dell'influenza e di altri 30 libri che hanno rivoluzionato la storia della critica letteraria mondiale. «Vorrei tanto rivedere Bologna e Barcellona, due delle mie città preferite, ma se prendessi l'aereo morirei in volo. Avrei dovuto ascoltare mia moglie Jeanne e riguardarmi da giovane. Ho condotto una vita dissipata, bevendo, fumando sigari e trascurando l'esercizio fisico».

 

Jean Marie Le Clézio
Jean Marie Le Clézio

Anche adesso Bloom non rinuncia a qualche bicchierino di Sherry d'annata, mentre parla, seduto nel luminoso appartamento di Manhattan che usa nei weekend, quando gli impegni alla Yale University, dov'è Sterling Professore di Discipline Classiche, glielo consentono. Nel grande pied-à-terre pieno di quadri e sculture di Dina Melicov, la suocera artista, il 78enne Bloom continua a tenere banco come ai vecchi tempi, quando bastava una sua recensione per creare o distruggere una carriera.
Appena la giovane docente di Letteratura russa si accomiata, bussa alla porta il tesoriere del premio Nobel, in visita da Stoccolma insieme alla giovane e bella figlia, anche lei una fan sfegatata di quello che le enciclopedie descrivono come «il più influente critico letterario statunitense». Il «luminare della cultura occidentale» che nell'era di Internet si ostina a scrivere con la penna stilografica «perché — spiega —, un antico tremore alle mani mi impedisce di usare la tastiera. Però la mia mente è più sveglia che mai, grazie ai geni. I miei genitori erano poverissimi ebrei semianalfabeti provenienti dagli shtetl dell'Europa Orientale. Però ho avuto antenati studiosi di Talmud: una disciplina che richiede una formidabile memoria».

Come la sua, tanto leggendaria che M.H. Abrams, il celebre studioso di Romanticismo suo mentore, lo definì «lo studente più dotato che abbia mai avuto», e «l'unico capace di leggere un libro con la stessa velocità con cui lo si sfoglia ». La sua cultura enciclopedica? «Di prima mano. Ho sempre preferito la lingua originale alle traduzioni. Leggo in greco ed ebraico — antico e moderno — latino, yiddish, inglese, francese, spagnolo, tedesco, portoghese ed italiano». Proprio l'Italia, tiene a precisare, gli ha regalato (insieme alla Svezia) l'unica versione «degna» del Canone.
«Gli editori italiani e svedesi sono stati gli unici ad assecondarmi, quando i loro omolodighi in America mi costrinsero, contro la mia volontà, a stilare quell’assurda hit parade, additando contratti firmati».

L’Italia, per Bloom, resta una delle culle letterarie più vitali. «Non solo Dante, Petrarca e Boccaccio — spiega —. Ma Manzoni, uno dei più grandi romanzieri al mondo. Pirandello, più innovativo di Cechov e Beckett. Campana, che poteva diventare il Walt Whitman italiano se non fosse morto così giovane. E poi il grandissimo Leopardi, un poeta al livello di Keats, Shelley e Wordsworth che ho incluso nel mio nuovo libro Living Labyrinth. Literature and Influence, in uscita ad ottobre».
Se potesse tornare indietro, Bloom non compilerebbe più la famigerata lista. «La odio e non ha ragion d’essere — teorizza —. Il suo unico effetto è stato aumentare il numero di gente incolta che legge l’elenco ma non il libro. Come, del resto, fanno da sempre i critici letterari ». All’indomani dell’uscita del Canone, tradotto in 45 lingue e bestseller in Paesi come Brasile, Grecia, Polonia e Albania, Bloom è diventato un’icona culturale per milioni di giovani in tutto il mondo. «Mi tempestano di telefonate ed email da Turchia, Iran, Corea del Sud, Egitto, Bulgaria, Australia— racconta —. Mi considerano il loro faro, mi implorano di scendere ancora in campo. Ma io sono stanco. Ho speso tutte le mie battaglie e ciò che dovevo dire l’ho detto: se un lavoro non possiede splendore estetico, forza cognitiva e autentica originalità, non vale la pena leggerlo. La letteratura è un’epifania individuale e non deve avere alcuna valenza di riscatto socio-politico. Questo approccio estetico alla letteratura mi ha trasformato in un paria su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ho dichiarato guerra alle tesi femministe, marxiste e post-strutturaliste che da anni spadroneggiano nelle università, non solo in America». L’inizio della fine, per Bloom, è stato il ’68: «Ha distrutto l’estetica, introducendo una finta controcultura politically correct in base alla quale basta essere un’esquimese lesbica per valere di più come scrittore».

Mentre il resto dei critici li buttava alle ortiche in quanto «elitari e non rappresentativi delle altre culture», Bloom ha riesumato i cosiddetti «maschi europei bianchi e defunti». Beccandosi l’accusa di razzismo, elitismo e sessismo. «I miei autori preferiti restano Dante, Shakespeare, Cervantes, Faulkner, Omero, Proust e Wilde — annuncia in tono di sfida —, perché espandono la nostra coscienza senza deformarla. E toccano l’individuo, senza pretese di cambiare il mondo».
Tra gli «intramontabili», Bloom annovera i grandi poeti yiddish Jacob Glatshteyn and Moyshe-Leyb Halpern ma non il premio Nobel Isaac Bashevis Singer. «Un autore mediocre. Al suo posto meritavano di vincere Chaim Grade, artefice dello splendido Yeshiva e Israel Joshua Singer, fratello maggiore ben più talentuoso di Bashevis che ci ha lasciato il bellissimo I Fratelli Ashkenazi ».

 

Dario Fo
Dario Fo

Le sue crociate anti Nobel, d’altronde, sono ben note. «L’hanno dato ad ogni idiota di quinta categoria — si lamenta —, da Doris Lessing, che ha scritto un solo libro decente quarant’anni fa, e oggi firma fantascienza femminista, a Jean-Marie Gustave Le Clézio, illeggibile, a Dario Fo, semplicemente ridicolo». Persino Toni Morrison non sarebbe degna del premio: «Siamo vecchi amici e le voglio bene. Ma dopo Amatissima ha scritto solo supermarket fiction, perseguendo una crociata socio-politica. Eppure nell’era di Obama è obsoleto sostenere che la pigmentazione, l’orientamento sessuale o l’etnia di uno scrittore contino». Gli ultimi Nobel meritati? «Harold Pinter, una voce autentica, anche se discepolo di Beckett. E José Saramago, con cui ho litigato perché è uno stalinista che si è fatto espellere da Israele accusandolo di aver creato una nuova Auschwitz a Gaza».

Tra i contemporanei Bloom detesta J.K. Rowling, Stephen King e Adrienne Rich («spazzatura») e ama Cormac McCarthy («Meridiano di sangue è un libro straordinario »), Philip Roth («Pastorale Americana e Il teatro di Sabbath sono capolavori»), Thomas Pynchon («L’incanto del lotto 49 è eterno »), e Don DeLillo («Underworld è eccellente, ma la prima parte è meglio della seconda »). Più tiepido nei confronti di Salinger: «Il giovane Holden continua a commuovere, ma tra 30 anni sarà demodé».
Troppo severo? «La critica letteraria non può essere impersonale», ribatte. «Al contrario di T.S. Eliot, penso che debba essere personale, appassionata e viscerale. Ma socializzare con gli autori che recensisci è un errore. Meglio conoscerli dalle loro opere». «Se non parliamo noi male dei morti, chi lo farà?», aggiunge con un sorriso birbone, passando a rassegna alcuni grandi autori scomparsi di recente. Da Updike («uno scrittore minore con un grande stile») a Mailer («uomo generoso e appassionato ma la sua opera migliore è stata, appunto, Norman Mailer») e da Bellow («un vero pazzo, una persona per molti versi impossibile») a David Foster Wallace («molto dotato ma ogni suo libro era incompleto »).

L’unico nome che gli fa, seppur momentaneamente, perdere la flemma, è quello di NaomiWolf, che nel 2004 lo accusò di molestie sessuali a Yale, dieci anni prima. «L’ho ribattezzata la figlia di Dracula perché suo padre e il più noto esperto di Bram Stoker. È un mostro, una barzelletta internazionale, una bugiarda patologica al soldo dei politically correct intenti a distruggermi. Non è mai stata una mia studentessa». A difenderlo, all’indomani dello scandalo, fu l’ex discepola Camille Paglia (scoperta da Bloom, al quale deve il lancio della carriera), con un articolo di fuoco su Salon, dove fece a pezzi la guru femminista. «Camille ed io siamo rimasti molto amici—spiega —. Lei mi chiama papà».
Tra i suoi tanti fan Bloom annovera anche papa Wojtyla. «Amici comuni mi dissero che aveva letto e apprezzato tutti i miei libri e m’offriva un’udienza, se mi fossi recato a Roma. Rifiutai». Il motivo non era di natura personale. «Cristianità è sinonimo di antisemitismo, come dimostrano tutti i testi chiave del Nuovo Testamento, a partire dal Vangelo di Giovanni—dice—. E come dimostra l’atteggiamento di Benedetto XVI nei confronti del vescovo negazionista Richard Williamson». Il suo rapporto con Dio? «Non posso capire un Dio potente ed onnisciente che abbia permesso Auschwitz e la schizofrenia», replica Bloom, il cui primogenito, Daniel Jacob, è affetto da una grave forma di schizofrenia sin dalla nascita.

ALESSANDRA FARKAS


13/10/2008

Il Nobel dell'economia a Paul Krugman

Il Nobel dell'economia a Paul Krugman

L'americano, 55 anni, insegna all'università di Princeton. Studia modelli di commercio e la localizzazione delle attività economiche. Critico della politica economica di Bush

 
Paul Krugman (Afp)
Paul Krugman

STOCCOLMA - Il premio Nobel per l'economia è stato assegnato all'americano Paul Krugman per i suoi studi sui modelli di commercio e sulla localizzazione delle attività economiche. Krugman, 55 anni, è un neokeynesiano che insegna all'Università di Princeton ed è un noto editorialista del New York Times. Krugman è uno dei maggiori critici delle scelte in economia e politica estera dell’amministrazione Bush.

AVEVA PREVISTO CRISI - Pochi mesi dopo gli attentati dell'settembre 2001, nei giorni in cui falliva Enron, Krugman aveva previsto in un editoriale pubblicato sul New York Times che il secondo evento sarebbe stato più determinante del primo, in termini di conseguenze sulla storia degli Stati Uniti. Una previsione che scatenò non poche polemiche e che per anni venne rinfacciata all'economista, ma che ora si è rivelata esatta. «Sono sorpreso e anche un po' scioccato per la velocità con cui il ricordo degli scandali come il collasso di Enron o Worldcom sono scomparsi dall'attenzione del pubblico», aveva dichiarato Krugman alla fine del 2002.

STILE AGGRESSIVO - Secondo Lorenzo Bini Smaghi, del comitato esecutivo della Banca centrale europea, Krugman è un «economista di grande valore», ma anche un divulgatore con uno stile «molto aggressivo, particolarmente critico contro gli eccessi di liberismo dell’amministrazione Bush».


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10/10/2008

Il Nobel della pace assegnato al finlandese Martti Ahtisaari

Il Nobel della pace assegnato al finlandese Martti Ahtisaari

«Per i suoi importanti sforzi, in molti continenti e per più di tre decenni, per risolvere i conflitti internazionali»

 

Martti Ahtisaari
Martti Ahtisaari
 
 
OSLO (Norvegia) - Il premio Nobel per la pace per il 2008 è andato all'ex presidente finladese Martti Ahtisaari «per i suoi importanti sforzi, in molti continenti e per più di tre decenni, per risolvere i conflitti internazionali». Così l'annuncio a Oslo del Comitato norvegese del Nobel.

NEGOZIATORE - Il negoziatore finlandese è stato premiato per la sua attività in numerosi conflitti nel mondo, che l'ha portato tra l'altro a concludere l'accordo del 2005 tra l'Indonesia e i ribelli dell'Aceh. Athisaari, che è stato scelto tra 197 candidati, riceverà il premio di 1,4 milioni di dollari. «Per più di 20 anni - prosegue la motivazione, nella quale si ricorda il suo impegno in Namibia, Aceh, Kosovo e Iraq - è stato una figura di primo piano negli sforzi per risolvere molti conflitti gravi e duraturi. Ha anche dato contributi costruttivi alla soluzione dei conflitti nell'Irlanda del Nord, in Asia centrale e nel Corno d'Africa».

«MOLTO SODDISFATTO» - Si è detto «molto soddisfatto e grato» per il Nobel per la pace che gli è stato assegnato a Oslo. Parlando con la televisione norvegese Nrk, Ahtisaari ha sottolineato che i dieci milioni di corone del premio (1.4 milioni di euro) offriranno «molte opportunità», tra cui il finanziamento del sui Crisis Management Institute, impegnato nella mediazione di molti conflitti.

SERBIA CONTRARIATA - Alquanto contrariata la reazione che arriva da Belgrado all'annuncio del premio assgnato a Ahtisaari. La Serbia - riferisce l'Ansa citando il capo dell'ufficio stampa del governo serbo, Miroslav Mihajilovic - «spera» in fatti che il Nobel non gli si stato assegnato «per la sua opera di mediazione nel Kosovo», laddove - a giudizio di Belgrado - egli «ha aiutato una secessione illegittima, aumentando le tensioni nei Balcani e i pericoli per la pace».

LA VITA - Nato a Viipuri il 23 giugno 1937, è figlio di un immigrato norvegese, lavorando con alcune organizzazioni studentesche, diventò un esperto di cooperazione per lo sviluppo al Ministero finlandese degli Esteri (1965-1973). Divenne ambasciatore a Dar es Salaam (Tanzania) dal 1973 al 1977. Poi entrò in contatto con i principali circoli politici dell'Africa meridionale, e specialmente con la Swapo (South West Africa People's Organization), la principale organizzazione indipendentista della Namibia (governata dal Sudafrica). Al termine del suo incarico come ambasciatore, fu nominato commissario dell'ONU per la Namibia, con lo scopo di prepararne l'indipendenza, ma la guerra fredda impedì per il momento il raggiungimento di questo scopo. Fu presidente della Repubblica finlandese dal 1994 al 2000.


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09/10/2008

Nobel per la letteratura a Le Clézio

Nobel per la letteratura a Le Clézio

La prima opera è «Il Verbale». Ha cominciato a scrivere a 7 anni e oggi ha un repertorio di oltre 30 pubblicazioni. Premiato per le sperimentazioni

 

STOCCOLMA - Il Nobel della letteratura è andato al francese Jean-Marie Gustave Le Clézio, che era tra i favoritissimi. Lo scrittore, nato a Nizza nel 1940, ha cominciato a scrivere a 7 anni e oggi vanta un repertorio di oltre 30 pubblicazioni - tra romanzi, fiabe, saggi e novelle - che lo hanno reso un autore di successo in tutto il mondo. Ha scritto la prima opera, «Il Verbale», a 23 anni. Le Clézio è stato premiato con la seguente motivazione: «Autore di nuove sperimentazioni, avventure poetiche e di sensuale estasi; esploratore di un'umanità dentro e fuori la civiltà imperante».

SARKOZY: «ONORA LA FRANCIA» - Il presidente Nicolas Sarkozy ha espresso «grande fierezza» per l'attribuzione del Nobel, «la ricompensa più prestigiosa che uno scrittore possa ricevere». In un comunicato Sarkozy ha inviato allo scrittore i suoi più calorosi rallegramenti «a nome di tutti i francesi, per il premio che onora la Francia, la lingua francese e la francofonia». E Le Clézio: «Sono molto commosso, è un grande onore per me». La consegna del Nobel della letturatura (un assegno di dieci milioni di corone svedesi, cioè 1,02 milioni di euro), avverrà il 10 dicembre a Stoccolma.

 

Le Clézio (Effigie)
Le Clézio
LA CONDIZIONE DEL VIAGGIO - Le Clézio inizia a scrivere sin da ragazzino e da allora dice di non aver mai smesso. A 23 anni pubblica il primo romanzo, «Il verbale», con cui vince il premio Ranaudot. Nato da famiglia bretone (ma con forti legami con l'isola Mauritius), ha studiato al collegio universitario letterario di Nizza e, dopo la laurea, va a insegnare negli Usa. Nella sua carriera ha pubblicato una trentina di titoli di opere di ogni genere dai romanzi ai saggi, dai racconti a libri per ragazzi. Come scrittore nasce legandosi alla scia delle vena sperimentale francese, da Perce a Butor o Simon, indagando i temi della scrittura e dell'alienazione con interventi e invenzioni formali e tipografiche, ma alla fine degli anni '70 comincia a scrivere in modo più piano e risolto, rivolgendosi all'autobiografia, al tema dell'infanzia come del viaggio (ha girato tutto il mondo) e arrivando anche al successo di pubblico. Nel 1980 gli è assegnata la prima edizione del Premio Paul Morand, conferitogli dall'Acadèmie francaise, per la sua opera «Deserto».

I TITOLI DELLE OPERE - L'evocazione contemplativa della bellezza del mondo è racchiusa nei temi ricorrenti del viaggio e dell'esilio come condizione dell'essere. I personaggi dei suoi romanzi, spesso ossessionati della morte, aspirano a tale autenticità e a difendersi dall'aggressione del mondo moderno, contrapponendo all'eccessiva schematicità del pensiero razionalista occidentale una visione profondamente spirituale. Rappresentazione ideale di una visione armonica ed essenziale del mondo sono per Le Clézio gli indiani d'America, su cui è centrato il saggio «Il sogno messicano» (1988). Tra le altre opere della sua ricca produzione si ricordano il saggio «Estasi e materia» (1967), la raccolta di racconti «Mondo et autres histoires», il racconto biografico «Diego e Frida» (1993, dedicato a Frida Kahlo e Diego Rivera), numerosi romanzi, tra cui «Deserto» (1980), «Onitsha» (1991), «Stella errante» (1992), «Le due vite di Laila» (1999), il romanzo autobiografico «Rèvolutions» (2003) e «L'Africain» (2004). In Italia sono stati tradotti «Onitsha» (Rizzoli 1992), «Diego e Frida» (1997), «Le due vite di Laila» (1999) e «Stella errante» (2000), gli ultimi tre pubblicati dalla casa editrice Il Saggiatore.

 


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08/10/2008

Nobel per la chimica assegnato per la proteina fluorescente

Nobel per la chimica assegnato per la proteina fluorescente


Premiati Shimomura, Chalfie e Tsien per la scoperta e lo sviluppo della «Gfp», osservata in una medusa, è divenuta fondamentale per la bioscenza contemporanea

 

Osamu Shimomura (Afp)
Osamu Shimomura
STOCCOLMA- Il premio Nobel per la chimica è stato assegnato allo scienziato giapponese Osamu Shimomura e agli americani Martin Chalfie e Roger Y. Tsien.

LA MOTIVAZIONE - L'Accademia reale svedese delle scienze ha deciso di assegnare a ciascuno un terzo del premio per la scoperta della proteina fluorescente Gfp, osservata per la prima volta nel 1962 in una medusa, e diventata uno dei più importanti strumenti usati nella bioscienza contemporanea. Con l'aiuto della Gfp, i ricercatori hanno messo a punto modi di osservare processi che prima erano invisibili, come lo sviluppo delle cellule nervose nel cervello o la crescita delle cellule tumorali. Shimomura, nato in Giappone, lavora al Marine Biological Laboratory e alla Boston University Medical School, gli americani Chalfie alla Columbia University di New York e Y. Tsien all'University of California, San Diego, La Jolla.

CHE COS'È LA GFP - La «Green Fluorescent Protein» (Gfp), in italiano proteina fluorescente verde è presente in natura nella medusa Aequorea victoria. Grazie alla sua fluorescenza naturale, alle ridotte dimensioni e soprattutto alla possibilità di modificarne le caratteristiche spettroscopiche, la GFP è diventata negli ultimi decenni «il più diffuso strumento» per evidenziare, «marcare», le cellule oggetto dello studio distinguendole dalle altre. La Gfp, se colpita e eccitata da una radiazione a una specifica lunghezza d'onda, è in grado di emettere luce di colore verde intenso ed è molto usata nello studio delle cellule tumorali, nella degenerazione di quelle del cervello nell'Alzherimer o nella crescita e sviluppo dei batteri nocivi.

 

 

 


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Nobel, l'amarezza dei fisici italiani

Nobel, l'amarezza dei fisici italiani

REAZIONI AL PREMIO. Nicola Cabibbo è il «padre» delle idee sviluppate dai 2 fisici giapponesi premiati ma il comitato del premio lo ha escluso

Il fisico italiano Nicola Cabibbo
Il fisico italiano Nicola Cabibbo
ROMA - Si chiama Matrice Cabibbo-Kobayachi-Maskawa (o matrice Ckm, dalle iniziali dei tre ricercatori) il contributo che è stato premiato con il Nobel per la Fisica ai giapponesi Makoto Kobayashi e Toshihide Maskawa. Nessuna menzione, da parte del Comitato che assegna il Nobel, dell'italiano Nicola Cabibbo, nonostante la comunità scientifica internazionale gli attribuisca senza dubbio la paternità delle idee successivamente sviluppate dai due fisici premiati martedì.

UNA STORIA INIZIATA NEL 1963 - La prima versione della matrice è stata elaborata nel 1963 da Cabibbo e successivamente completata da Kobayashi e Maskawa con l'introduzione di tre nuove famiglie di quark. La matrice descrive il modo in cui i "mattoni" della materia, i quark, si mescolano per andare a formare le particelle. In pratica la matrice Ckm è stata ed è ancora il riferimento per comprendere anche l'esistenza dell'asimmetria, ossia la cosiddetta violazione di simmetria Cp (la violazione di una simmetria quasi esatta delle leggi di natura sotto l'effetto dello scambio tra particelle e le corrispondenti antiparticelle). Grazie a queste ricerche è anche stato possibile studiare una delle quattro forze fondamentali della natura, l'interazione debole. Capire quest'ultima significa poter studiare un fenomeno importante come la reazione di fusione nucleare che avviene all'interno del Sole e delle altre stelle, o le reazioni che avvengono all'interno delle centrali nucleari.

L'AMAREZZA DEI FISICI ITALIANI - C'è tanta amarezza nella comunità dei fisici italiani per la mancata assegnazione del Nobel a Nicola Cabibbo, presidente della Ponteficia Accademia delle Scienze. Emerge chiaramente dalle dichiarazioni di Roberto Petronzio, presidente dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). «Sono lieto che il premio Nobel sia stato attribuito a questo settore della fisica . Tuttavia, non posso nascondere che questa particolare attribuzione mi riempie di amarezza». Penso che questo nobel sia stato un grosso errore» dice Giorgio Parisi (ascolta l'audio), docente di Fisica Teoretica all’Università di Roma "La Sapienza".

PIOGGIA DI E-MAIL DAL CERN - «È una discriminazione, soprattutto per Nicola», «la tripletta Cabibbo-Kobayachi-Maskawa non può essere separata», e volano parole come «oltraggiato»: una vera e propria pioggia di e-mail sta arrivando all'università di Roma La Sapienza, da tutto il mondo, in particolare dal Cern di Ginevra, culla della ricerca sulla fisica delle particelle. «La maggior parte delle e-mail chiedono perchè Cabibbo è stato escluso, come sia potuto accadere», dice il direttore del dipartimento di Fisica, Giancarlo Ruocco. E la polemica sul mancato Nobel a Cabibbo varca i confini nazionali e le fa eco uno dei principali settimanali scientifici britannici: nella sua edizione online, il New Scientist si domanda perché sia stato snobbato il fisico italiano.

NO COMMENT DI CABIBBO - Il tono è gentile, ma Nicola Cabibbo è irremovibile: «Preferisco non fare dichiarazioni», ha detto riferendosi al Nobel. Fonti vicine a Cabibbo dicono che il fisico italiano è molto amareggiato. Già lo scorso anno, a pochi giorni dall'assegnazione del Nobel per la fisica 2007, circolavano con insistenza nell'ambiente scientifico fra Tokyo e Chicago voci che davano per sicuro il Nobel a Cabibbo, Kobayashi e Maskawa. Tutti, insomma, erano convinti non soltanto che le ricerche inaugurate da Cabibbo sarebbero state premiate, ma che il premio Nobel sarebbe stato condiviso dai tre ricercatori. È poi accaduto che il Nobel 2007 è stato assegnato a ricerche di tipo sperimentale e applicativo. Quest'anno sarebbe quindi stata la volta della fisica teorica. Il campo di ricerca premiato è quello atteso, a detta di molti manca però uno dei protagonisti.

UN ALTRO ITALIANO ESCLUSO - Oltre a Nicola Cabibbo, c'è anche un altro italiano ad essere stato escluso dal Nobel: come quelle di Cabibbo, anche le ricerche di Giovanni Jona-Lasinio «sono indissolubilmente legate a quelle dei vincitori». Lo rileva il direttore del dipartimento di Fisica dell'università di Roma La Sapienza, Giancarlo Ruocco, dove entrambi i ricercatori italiani lavorano. Così come il nome e il contributo di Cabibbo è indissolubilmente legato a quello dei colleghi giapponesi premiati, Makoto Kobayashi e Toshihide Maskawa, il contributo di Jona-Lasinio è strettamente legato a quello del terzo premiato, l'americano di origine giapponese Yoichiro Nambu».

 


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